Fra un mese è Natale,
quale regalo hai deciso di fare?
Senza trucchi o trucchetti
solo con un’arma pronta a tagliare.
Fra due mesi ne hai 27,
ti stringi nel tuo cordono e
guardi uno ad uno i tuoi ricordi:
considera che non hai altro.
Fra cinque mesi l’anniversario
della stretta ai denti finale,
di quelle tristi da far sempre male;
in ogni volto il futuro in altro vuoto.
Fra altri mille e mille giorni
finché il tempo richiederà altro tempo
e tempo ancora e ancora e ancora …
Simon Trumpet
sabato 26 novembre 2011
lunedì 21 novembre 2011
IL SEME
Quando gli inverni si depositano
sulla tua faccia, la pelle si fa più dura
e speri che il paradiso scenda come neve
per ricoprirti di meraviglia bianca bianca.
Ma attese e attese non maturano frutti
se non semini sotto il ghiaccio duraturo
spezie dai sapori forti e risalenti all’epoche
in cui freddo era freddo come fame era fame.
Se pensi che nel frantoio le olive si schiacciano
solo grazie al peso ma non alla forza, allora
chiediti perché non hai mai una spinta decisa
nel mandare avanti il carro che pesa su di te.
Scegli bene il sapore di ciò di cui vuoi cibarti
il gusto persiste nel palato come brina senza sole
se non sai curarti di quello che ti riempie malamente.
Gli inverni sapranno irrigidirti, infreddolirti, indurirti,
le semine potranno essere indebolite, ingiallite, incallite
ma il tuo seme mai dovrà spezzarsi
senza lasciare essenze mature di te.
Simon Trumpet
martedì 8 novembre 2011
VIENI
Vieni come piccolo uccello.
Vieni come una poesia da prato.
Vieni e che niente sia d’intralcio.
Per estenderci sul cielo di nuvole
senza sfiorarci o toccarci con mano.
Vieni prima che perda pezzi d’amianto.
Incollami ad una parete e mostrami
nella mia totale nudità e animalità.
Per costruire un mondo reale e morale
in cui la pelle è pelle e niente è ossa.
Vieni e aiuta il mio oracolo silenzioso.
Vieni così cronico nel tuo ripeterti
ma presente in ogni manciata di secondo.
Per abbellire alberi in castelli di plastica
dove vivono persone degne di se stesse.
Vieni e che ti sia d’aiuto avermi come arma
per difenderti da quello che non pensi di me.
Vieni e non guardare l’abbaglio che ti acceca.
Per non avere paura del passato sulle colline
in cui temerari ricordi affossano il tuo venire.
Vieni.
Simon Trumpet
SEGNI
Ed è così facile
infierire su
fragili legami...
Frasi per soffrire,
sentimenti nati
per morire...
Son funeste le sue ire
da cui cadono gli
sguardi dalle mire...
Parole odi odiose
come mani radiose
che battono corpose.
Non son lievi rose,
non son fiori che pose,
non son segni di lode...
Famiglia e figli non è
quel che insigni,
non è quel che lusinghi...
Saluti resi insulti,
lungi lunghi singulti,
non lugubri aiuti...
Non batte cuore,
non rimembri amore,
crebbe solo nel dolore...
Aria ti diedi quando
a Dio gliela chiesi,
nel cammino tu
indichi il maligno...
Cenere di resine
null'altro tiene...
Non importa quel
che hai votato, ricorda
quel che ti ha urlato...
Non è stato, è stato,
è nato, fu stato, ha dato,
era stato assecondato...
Il vento piega l'arbusto,
le sue parole segnano
il tuo futuro,
come calci al cuore,
come sputi sull'onore,
come la morte del tuo nome...
Simon Trumpet
infierire su
fragili legami...
Frasi per soffrire,
sentimenti nati
per morire...
Son funeste le sue ire
da cui cadono gli
sguardi dalle mire...
Parole odi odiose
come mani radiose
che battono corpose.
Non son lievi rose,
non son fiori che pose,
non son segni di lode...
Famiglia e figli non è
quel che insigni,
non è quel che lusinghi...
Saluti resi insulti,
lungi lunghi singulti,
non lugubri aiuti...
Non batte cuore,
non rimembri amore,
crebbe solo nel dolore...
Aria ti diedi quando
a Dio gliela chiesi,
nel cammino tu
indichi il maligno...
Cenere di resine
null'altro tiene...
Non importa quel
che hai votato, ricorda
quel che ti ha urlato...
Non è stato, è stato,
è nato, fu stato, ha dato,
era stato assecondato...
Il vento piega l'arbusto,
le sue parole segnano
il tuo futuro,
come calci al cuore,
come sputi sull'onore,
come la morte del tuo nome...
Simon Trumpet
domenica 6 novembre 2011
DI ACQUA
Tu lo sai che della pioggia
non si dovrebbe aver paura mai.
Di caraffe gonfiam l’animo
di lacrime e lacrime e lacrime
senza neppur poco pensar
allo spreco del versar amaro.
Con una sola goccia nulla si crea,
ma goccia su goccia si colmano oceani.
Se dello splendor ti gode la
ricerca della purezza, nel mar ti devi tuffar.
Se della aridità ti vuol curar,
nel fiume a bere ti devi pietoso recar.
Come lieve matassa in aria smorta è mossa,
noi siam la cresta dell’onda che sulla soglia si scrosta,
ma solo la deserta terra vive di solo calore,
tutto il resto come pesci senza acqua muore.
Simon Trumpet
non si dovrebbe aver paura mai.
Di caraffe gonfiam l’animo
di lacrime e lacrime e lacrime
senza neppur poco pensar
allo spreco del versar amaro.
Con una sola goccia nulla si crea,
ma goccia su goccia si colmano oceani.
Se dello splendor ti gode la
ricerca della purezza, nel mar ti devi tuffar.
Se della aridità ti vuol curar,
nel fiume a bere ti devi pietoso recar.
Come lieve matassa in aria smorta è mossa,
noi siam la cresta dell’onda che sulla soglia si scrosta,
ma solo la deserta terra vive di solo calore,
tutto il resto come pesci senza acqua muore.
Simon Trumpet
giovedì 3 novembre 2011
FLUSSO
E se tu pensi,
e se tu sei in trappola,
e se tu ripeti,
oggi ti sentiresti più umano?
E se in ogni dove,
e se in ognuno,
e se in ogni luogo,
domani saresti più umano?
Ci sono cose che la realtà non delinea.
Una sola nazione canta,
una sola nota suona,
una sola onda nuota,
alleluia.
E se il cielo è grigio,
e se il mare è alto,
e se il fiore è rosso,
ti sentiresti più umano?
E se ti svuoti,
e se ti riempi,
e se sei di plastica,
la tua ombra ti meriterebbe, umano?
Ci sono cose che crescono, altre muoiono.
Una sola città vive,
una sola regola vige,
una sola mente esige,
alleluia.
E se tu sei in panico,
e se tu sei ispanico,
e se tu fai piano,
nella tomba respireresti, umano?
E se tu chiedi,
e se tu chiudi,
e se tu muti,
la tua voce avrebbe senso, umano?
Ci sono cose che piacciono, le altre si odiano.
Una sola volta hai potuto,
una sola volta hai goduto,
una sola volta hai tenuto,
alleluia.
Deluso,
illuso,
dalla voce vicina, umano.
Alleluia.
Simon Trumpet
e se tu sei in trappola,
e se tu ripeti,
oggi ti sentiresti più umano?
E se in ogni dove,
e se in ognuno,
e se in ogni luogo,
domani saresti più umano?
Ci sono cose che la realtà non delinea.
Una sola nazione canta,
una sola nota suona,
una sola onda nuota,
alleluia.
E se il cielo è grigio,
e se il mare è alto,
e se il fiore è rosso,
ti sentiresti più umano?
E se ti svuoti,
e se ti riempi,
e se sei di plastica,
la tua ombra ti meriterebbe, umano?
Ci sono cose che crescono, altre muoiono.
Una sola città vive,
una sola regola vige,
una sola mente esige,
alleluia.
E se tu sei in panico,
e se tu sei ispanico,
e se tu fai piano,
nella tomba respireresti, umano?
E se tu chiedi,
e se tu chiudi,
e se tu muti,
la tua voce avrebbe senso, umano?
Ci sono cose che piacciono, le altre si odiano.
Una sola volta hai potuto,
una sola volta hai goduto,
una sola volta hai tenuto,
alleluia.
Deluso,
illuso,
dalla voce vicina, umano.
Alleluia.
Simon Trumpet
martedì 25 ottobre 2011
DI SOFFIO IN SOFFIO
L’uomo di fronte al fuoco
soffia forte per spegnerlo.
L’uomo quando avverte
freddo si scalda soffiando.
Quando della polvere cade
in un occhio l’uomo soffia.
L’uomo per staccare le pagine
di un libro soffia e risoffia forte.
Quando del cibo è bollente
l’uomo soffia per raffreddarlo.
Quando dei capelli coprono la
vista l’uomo soffia per spostarli.
Quando un uomo mai più si
muove e il suo cuore si fa
duro, dicono che il suo animo
sia spirato come soffio di vita.
Quando un uomo muore dicono
che abbia fatto l’ultimo sospiro.
fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff
Simon Trumpet
soffia forte per spegnerlo.
L’uomo quando avverte
freddo si scalda soffiando.
Quando della polvere cade
in un occhio l’uomo soffia.
L’uomo per staccare le pagine
di un libro soffia e risoffia forte.
Quando del cibo è bollente
l’uomo soffia per raffreddarlo.
Quando dei capelli coprono la
vista l’uomo soffia per spostarli.
Quando un uomo mai più si
muove e il suo cuore si fa
duro, dicono che il suo animo
sia spirato come soffio di vita.
Quando un uomo muore dicono
che abbia fatto l’ultimo sospiro.
fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff
Simon Trumpet
sabato 22 ottobre 2011
ANDROIDE
Ed è così che vorrei essere,
androide senza organi vitali
che sappiano trasmettermi
microsensazioni elettromagnetiche
in pulsioni cardiache. Simbolismo
del più simbolico simbolo onirico.
Puro senza ambiguità e mezze verità.
Senza sangue che possa sporcarmi,
che possa trasportarmi su fiumi e fiumi
di conoscenze aliene così mature.
Vitale solo di batterie al litio cariche
all’infinito e funzionanti anche con
black-out tra iterazioni così caotiche.
Con un Dio chiamato Microchip e
una Vergine chiamata Elettronica.
Vorrei essere si, pieno di cavi, rame,
plastica, centraline,e nessun altro sistema
in grado d’alimentarmi connessioni
alquanto imperfette e disfunzionali.
Vorrei essere una specie così
capace in ogni cosa materiale,
in grado di manovrare ogni razionalità
e perfino convinta di credere d’esistere.
Simon Trumpet
venerdì 21 ottobre 2011
FATINA MEZZ'ALA
Fatina mezz’ala sobbalza nella sua gabbia.
La ruggine del metallo le avvelena l’unico
polmone ancora funzionante. Fischia riti
soffocati dalle pareti che la rinchiudono.
La sua bacchetta magica appare come uno
zampillo vuoto in una fontana abbandonata.
Le sue preghiere invocano tutti i santi e le dee
ma i tarocchi le hanno previsto pioggia, per sempre.
Sta allora così, chiusa e impassibile
alle cause di un male ormai non più male.
La cancrena le ha formato bolle nere fra le mani immobili.
I piedi sono intagliati dalle schegge del ferro
ed ad ogni passo nuovo sangue le sgorga come
ultimo segno di vita. Ogni tanto smuove quello stelo
alchemico tinto di polverina bianca; a volte la
sniffa: per la carica, dice.
Una porta poi si apre sempre quando meno se l’aspetta
ma da quella fessura non emerge mai nessuna luce.
Un uomo o donna, forse eunuco? chissà, le porta del cibo
e l’alimenta con un flebo denso di rifiuti gastrici e vitamine
piantato nel suo cervelletto fino ad esausto riempimento.
L’overdose di nutrimento cosciente le
è servito fresco e in confezioni ospedaliere.
La fatina attinge, attinge consapevole dell’unica
fonte di salvezza. Ancora, ancora, piange da occhi
fin troppo scarni di volume per avere colto l’ombra
che ha di fronte. La figura le riversa così tutto il contenuto
nelle membrane grigie pisciandole fra la testa rasata e
le pustole cancerogene del suo immenso sapere.
Ancora e ancora e la fatina sbocca memorie furenti.
Prosciugata del suo interno, moribonda del suo
anestetico, l’ombra evade lasciandole un'ala morta
nella gabbia, come ad ogni visita.
Per il tuo completamento, le dice.
Fradicia, puzzolente e sporca la fata agita lo stelo
floscio e incita alcuni versi a Satana ma nessun fuoco
la risveglia.
Altre ali stanno lì, tra vomiti infiniti e la merda.
Ennesimi rifiuti che crescono ad ogni stagione.
È fin troppo presto per la comprensione.
È fin troppo presto per volare e questo la fatina lo sa.
Per questo rimane così, incompleta, a metà senz’ala
in attesa d’imparare a farne almeno, anche di se stessa.
Simon Trumpet
La ruggine del metallo le avvelena l’unico
polmone ancora funzionante. Fischia riti
soffocati dalle pareti che la rinchiudono.
La sua bacchetta magica appare come uno
zampillo vuoto in una fontana abbandonata.
Le sue preghiere invocano tutti i santi e le dee
ma i tarocchi le hanno previsto pioggia, per sempre.
Sta allora così, chiusa e impassibile
alle cause di un male ormai non più male.
La cancrena le ha formato bolle nere fra le mani immobili.
I piedi sono intagliati dalle schegge del ferro
ed ad ogni passo nuovo sangue le sgorga come
ultimo segno di vita. Ogni tanto smuove quello stelo
alchemico tinto di polverina bianca; a volte la
sniffa: per la carica, dice.
Una porta poi si apre sempre quando meno se l’aspetta
ma da quella fessura non emerge mai nessuna luce.
Un uomo o donna, forse eunuco? chissà, le porta del cibo
e l’alimenta con un flebo denso di rifiuti gastrici e vitamine
piantato nel suo cervelletto fino ad esausto riempimento.
L’overdose di nutrimento cosciente le
è servito fresco e in confezioni ospedaliere.
La fatina attinge, attinge consapevole dell’unica
fonte di salvezza. Ancora, ancora, piange da occhi
fin troppo scarni di volume per avere colto l’ombra
che ha di fronte. La figura le riversa così tutto il contenuto
nelle membrane grigie pisciandole fra la testa rasata e
le pustole cancerogene del suo immenso sapere.
Ancora e ancora e la fatina sbocca memorie furenti.
Prosciugata del suo interno, moribonda del suo
anestetico, l’ombra evade lasciandole un'ala morta
nella gabbia, come ad ogni visita.
Per il tuo completamento, le dice.
Fradicia, puzzolente e sporca la fata agita lo stelo
floscio e incita alcuni versi a Satana ma nessun fuoco
la risveglia.
Altre ali stanno lì, tra vomiti infiniti e la merda.
Ennesimi rifiuti che crescono ad ogni stagione.
È fin troppo presto per la comprensione.
È fin troppo presto per volare e questo la fatina lo sa.
Per questo rimane così, incompleta, a metà senz’ala
in attesa d’imparare a farne almeno, anche di se stessa.
Simon Trumpet
giovedì 20 ottobre 2011
SUICIDIO PER GIOVANI AMANTI
Tutto dipende, pende, dipenderà, dalla ricettività. Dal ricevere quell’impulso elettromagnetico che crei un sibilio nel tuo mezzo di ricezione, qualunque esso sia. Dagli organi di riorganizzazione sociale, al cellulare, alle poste, tutto ciò che ti permette di avere, ecco tutto questo crea il tuo grado d’apprezzamento. No, non ha importanza contare per qualcuno; ciò che conta è contare per i contatti. Sono i contatti a darti importanza, attenzione, fama personale. Non conti nulla senza essi; ricordalo: se non hai contatti non hai contatto. E per avere questo, il tuo tatto deve essere alquanto fine, sensibile, ipoallergico, deve essere una matassa di grandi labbra pronte a captare ogni minimo cambiamento d’umore e di sensazione. Avvertire è come prevenire. Solo così, avvertendo, puoi farti migliaia di contatti. Furbizia, stolto, dovrai conseguire per distinguere ogni situazione differente. È così che agisce il più grande contatto di tutti, big conctact.
La sua rete d’amicizie telecomunicative supera la barriera del suono.
Lo so, a te basta poco per sentirti importante.
Sbagliato.
Non si vive di sola aria.
E nemmeno d’amore.
Presto ragazzo, cosa vorrai essere per la tua donna, un inutile te o un utile contatto?
Pensi che avrai opportunità di crescere senza l’avanzamento della tecnologia?
Pensi che rimarrai per sempre giovane soffermandoti sull’impassibilità alla rete telematica?
Abbandonati allo schermo; lasciati compenetrare, sarà tutto così indolore. Non hai bisogno delle superstizioni e delle cose perfette; solo l’apparire può aiutarti; darti il tenore che non hai a casa.
Non è come vivere, e più come un suicidio per giovani amanti legati alla pelle. La pelle è qualcosa per vecchi, su un plasma hai sempre e pur sempre vent’anni, in ogni epoca.
Abbandonati.
Lasciati andare.
Non aspettare.
Il tempo passa nel reale.
Nel virtuale tutto è infinito, compresa la morte.
Simon Trumpet
La sua rete d’amicizie telecomunicative supera la barriera del suono.
Lo so, a te basta poco per sentirti importante.
Sbagliato.
Non si vive di sola aria.
E nemmeno d’amore.
Presto ragazzo, cosa vorrai essere per la tua donna, un inutile te o un utile contatto?
Pensi che avrai opportunità di crescere senza l’avanzamento della tecnologia?
Pensi che rimarrai per sempre giovane soffermandoti sull’impassibilità alla rete telematica?
Abbandonati allo schermo; lasciati compenetrare, sarà tutto così indolore. Non hai bisogno delle superstizioni e delle cose perfette; solo l’apparire può aiutarti; darti il tenore che non hai a casa.
Non è come vivere, e più come un suicidio per giovani amanti legati alla pelle. La pelle è qualcosa per vecchi, su un plasma hai sempre e pur sempre vent’anni, in ogni epoca.
Abbandonati.
Lasciati andare.
Non aspettare.
Il tempo passa nel reale.
Nel virtuale tutto è infinito, compresa la morte.
Simon Trumpet
martedì 18 ottobre 2011
AD OCCHI CHIUSI
Già siamo consumati dagli obblighi verso altro, altri, che costituirsi senza un piacere renderebbe anche una semplice risposta un comando. Tutto questo per apparire, comparire così diversi, simili, dissimili, alle apparenze del proprio essere. Ed è così che ci formuliamo solo per un concetto di bello, accettato, assimilato e filtrato fra le radici di comuni mortali che sperano di vedere nei tuoi occhi il frutto della loro buccia di splendore.
E si sa, la vipera tinge dalla mela che più l’attira pur non capendo che dentro è marcia.
Da millenni sappiamo che tutto ciò che fuori è migliore dentro è marcio eppure mangiamo, ci nutriamo, ingrassiamo, ci ingozziamo delle nostre più allusive capacità visive. Eppure basterebbe solo annusarne l’odore per comprendere la bontà della sostanza; basterebbe un piccolo foro, grande quanto un spillo, impercettibile, invisibile per mostrarci la vera natura di quello che non ci appare subito comprensibile. Siamo noci toste e dure da scalfire ma fin troppo morbide fra il guscio per poter essere protette; per poter sfuggire alle nostre debolezze verso qualcosa che ci accomodi e basta.
Così peschiamo come pescatori accaniti di pesce sempre fresco.
Ad occhi chiusi.
A naso chiuso.
Peschiamo solo la carta che ci indichi il futuro.
Non scegliamo mai nulla di ciò che ci appartiene, peschiamo solo alla cieca guidati dal caso.
Tutto si configura nella radice di una moltiplicazione per infiniti destini tesi a risultare un numero pressoché adatto al P greco di una circonferenza così imperfetta da colmare ma così piccola da formare il tuo mondo.
E quello che ottieni lo segni, lo segni talmente forte nella tua fronte che arrivi a ritenere che quel segno sia il destino voluto per te, la tua luce nel buio. Ma non sai, non sai che come Sole si nasconda dietro le nuvole quando piove ma è lì, è lì sempre presente e acceso, così Luce è ciò che si dimostra dietro il buio di uno sguardo chiuso, cieco e sempre assente e spento.
Nemmeno occhiali spessi aiutano a visualizzare retoriche moralizzazioni sulle scelte d’apporre alle costanti valutazioni quotidiane del dovere di indicare una via per se stessi. Ma ciò è necessario, prima che il caso indichi per te una strada che non t’appartiene, che ti è scomoda, lontana e fin troppo distante in un mare di pesci che affogano per liberarsi di aria non adatta a tutti.
Simon Trumpet
lunedì 17 ottobre 2011
IL CIELO DORME
Il cielo dorme appoggiato alla terra;
non c’è nulla di rimasto sveglio
se non il tuo senso di non senso.
E se le paure potessero volare,
cammineresti ancora nella pianura?
I fiumi riversano l’acqua su superfici
atte a non essere riempiete, e tu
colmi il silenzio con il canto del muto.
E se le primavere potessero esplodere,
viaggeresti ancora incontro all’inverno?
Le montagne gettano ombre sui faggi;
non c’è abete che non paghi con spine
il desiderio di essere spoglio di sentimento.
E se i bambini fossero mutilati,
avresti ancora voglia di giocare con i loro sorrisi?
L’incontro con il buio è una luce
di speranza per chi non ha accesso
al solare splendore dell’innocenza.
E se ti fosse rilevata la verità,
invocheresti ancora la madre natura?
Il controllo della sorgente è la soluzione
per chi nel cosmo attecchisce al primo
freddo conservandosi duro come ghiaccio.
E se ti fosse dato cuore come cibo,
smetteresti di mangiare quello che non ti appartiene?
Simon Trumpet
giovedì 13 ottobre 2011
Trauma n.14: RIPETIZIONI
Me lo dicono spesso:
«Leggendo i tuoi lavori appari spesso ripetitivo ...»
Grazie al cazzo, rispondo io.
Certo, posso anche esserlo, ripetitivo, ma scusate se la mia mente pensa a certe cose e non ad altre o se mi piace incidervi come fa un coltello piantato in fronte quello che voglio esprimere.
Insomma, cosa dovrei fare? Controllare se tale parola, verbo, argomento è già stato trattato? Già è complicato inventarsi una storia, un qualcosa da dire, e mi dite che mi ripeto?
Grazie al cazzo, rispondo io.
Oh scusate, un’altra ripetizione. Sarò sbadato, ma in verità ricordo poco di quello che dico e scusate se la mia mente pensa a certe cose e non altre o se mi piace incidervi come fa un coltello in fronte quello che voglio esprimere.
D’altronde, se accendete la Tv non fanno mica sempre i soliti film o programmi? Eppure anche se vi lamentate delle solite trasmissioni, la televisione l’accendete ogni giorno e ci rimanete fissi su quel cazzo di schermo per ore e ore.
E dite a me che sono ripetitivo.
Grazie al cazzo, rispondo io.
Insomma, cosa dovrei fare? Già è complicato inventarsi una storia, qualcosa da dire, e mi dite che sono ripetitivo.
Devo spegnermi io, mentre le televisioni stanno accese?
Col cazzo.
Spegnetevi voi, piuttosto.
Oh scusate, cazzo, un’altra ripetizione, cazzo.
Sarò pure noioso, io, ma la televisione è divertente?
La vita che fate è divertente?
Casa – lavoro – casa – lavoro – casa – lavoro.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Casa – lavoro – casa – lavoro – casa – lavoro.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Sono sempre i soliti canali eppure anche se vi lamentate delle solite trasmissioni, la televisione l’accendete ogni giorno e ci rimanete fissi su quel cazzo di schermo per ore e ore.
La vita è ripetitiva e dite a me che sono ripetitivo.
Grazie al cazzo, rispondo io.
D’altronde se scendete per strade non vedete sempre le stesse cose? Lo stesso autobus, le stesse persone, gli stessi negozi, le stesse vie, gli stessi negozi, lo stesso paese, lo stesso campanile e dite a me che sono ripetitivo.
Casa – lavoro – casa – lavoro – casa – lavoro.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Questo è ripetitivo.
Oh scusate, un’altra ripetizione.
Tuttavia non cambiate mai nulla di quello che fate. Non provate mai a fare la strada diversa per tornare a casa. Non provate mai a fare almeno di andare a lavoro. Non provate mai a fare almeno di tornare a casa.
Casa – lavoro – casa – lavoro – casa – lavoro.
Siete come il treno regionale Vicenza – Padova: si ferma alle solite quattro stazioni, oltre non va; non va proprio.
Come voi.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Avete ormai il callo da canale sul pollice.
Devo spegnermi io, mentre le televisioni stanno accese?
Col cazzo.
Spegnetevi voi, piuttosto.
Oh scusate, cazzo, un’altra ripetizione, cazzo.
Almeno la mia è inventiva di dire certe cosa in maniera differente e non è come sostenere di essere ripetitivi.
Lo stesso autobus, le stesse persone, gli stessi negozi, le stesse vie, gli stessi negozi, lo stesso paese, lo stesso campanile questo è ripetitivo.
Certo, posso anche esserlo, ripetitivo, ma scusate se la mia mente pensa a certe cose e non ad altre o se mi piace incidervi come fa un coltello piantato in fronte quello che voglio esprimere.
Almeno il mio è un pensiero e non la monotonia di un canale.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Siete come il treno regionale Vicenza – Padova: si ferma alle solite quattro stazioni, oltre non va; non va proprio.
Come voi.
Tuttavia non cambiate mai nulla di quello che fate. Non provate mai a fare la strada diversa per tornare a casa. Non provate mai a fare almeno di andare a lavoro. Non provate mai a fare almeno di tornare a casa.
E dite a me che sono ripetitivo.
Grazie al cazzo, rispondo io.
Oh scusate, un’altra ripetizione. Sarò sbadato, ma in verità ricordo poco di quello che dico e scusate se la mia mente pensa a certe cose e non altre o se mi piace incidervi come fa un coltello in fronte quello che voglio esprimere.
Almeno il mio è un pensiero e non la monotonia di un canale.
Avete ormai il callo da canale sul pollice.
E dite a me che sono ripetitivo.
Grazie al cazzo.
Simon Trumpet
«Leggendo i tuoi lavori appari spesso ripetitivo ...»
Grazie al cazzo, rispondo io.
Certo, posso anche esserlo, ripetitivo, ma scusate se la mia mente pensa a certe cose e non ad altre o se mi piace incidervi come fa un coltello piantato in fronte quello che voglio esprimere.
Insomma, cosa dovrei fare? Controllare se tale parola, verbo, argomento è già stato trattato? Già è complicato inventarsi una storia, un qualcosa da dire, e mi dite che mi ripeto?
Grazie al cazzo, rispondo io.
Oh scusate, un’altra ripetizione. Sarò sbadato, ma in verità ricordo poco di quello che dico e scusate se la mia mente pensa a certe cose e non altre o se mi piace incidervi come fa un coltello in fronte quello che voglio esprimere.
D’altronde, se accendete la Tv non fanno mica sempre i soliti film o programmi? Eppure anche se vi lamentate delle solite trasmissioni, la televisione l’accendete ogni giorno e ci rimanete fissi su quel cazzo di schermo per ore e ore.
E dite a me che sono ripetitivo.
Grazie al cazzo, rispondo io.
Insomma, cosa dovrei fare? Già è complicato inventarsi una storia, qualcosa da dire, e mi dite che sono ripetitivo.
Devo spegnermi io, mentre le televisioni stanno accese?
Col cazzo.
Spegnetevi voi, piuttosto.
Oh scusate, cazzo, un’altra ripetizione, cazzo.
Sarò pure noioso, io, ma la televisione è divertente?
La vita che fate è divertente?
Casa – lavoro – casa – lavoro – casa – lavoro.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Casa – lavoro – casa – lavoro – casa – lavoro.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Sono sempre i soliti canali eppure anche se vi lamentate delle solite trasmissioni, la televisione l’accendete ogni giorno e ci rimanete fissi su quel cazzo di schermo per ore e ore.
La vita è ripetitiva e dite a me che sono ripetitivo.
Grazie al cazzo, rispondo io.
D’altronde se scendete per strade non vedete sempre le stesse cose? Lo stesso autobus, le stesse persone, gli stessi negozi, le stesse vie, gli stessi negozi, lo stesso paese, lo stesso campanile e dite a me che sono ripetitivo.
Casa – lavoro – casa – lavoro – casa – lavoro.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Questo è ripetitivo.
Oh scusate, un’altra ripetizione.
Tuttavia non cambiate mai nulla di quello che fate. Non provate mai a fare la strada diversa per tornare a casa. Non provate mai a fare almeno di andare a lavoro. Non provate mai a fare almeno di tornare a casa.
Casa – lavoro – casa – lavoro – casa – lavoro.
Siete come il treno regionale Vicenza – Padova: si ferma alle solite quattro stazioni, oltre non va; non va proprio.
Come voi.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Avete ormai il callo da canale sul pollice.
Devo spegnermi io, mentre le televisioni stanno accese?
Col cazzo.
Spegnetevi voi, piuttosto.
Oh scusate, cazzo, un’altra ripetizione, cazzo.
Almeno la mia è inventiva di dire certe cosa in maniera differente e non è come sostenere di essere ripetitivi.
Lo stesso autobus, le stesse persone, gli stessi negozi, le stesse vie, gli stessi negozi, lo stesso paese, lo stesso campanile questo è ripetitivo.
Certo, posso anche esserlo, ripetitivo, ma scusate se la mia mente pensa a certe cose e non ad altre o se mi piace incidervi come fa un coltello piantato in fronte quello che voglio esprimere.
Almeno il mio è un pensiero e non la monotonia di un canale.
Rai 1– Canale 5 – Rai 1 – Canale 5 – Rai 1.
Siete come il treno regionale Vicenza – Padova: si ferma alle solite quattro stazioni, oltre non va; non va proprio.
Come voi.
Tuttavia non cambiate mai nulla di quello che fate. Non provate mai a fare la strada diversa per tornare a casa. Non provate mai a fare almeno di andare a lavoro. Non provate mai a fare almeno di tornare a casa.
E dite a me che sono ripetitivo.
Grazie al cazzo, rispondo io.
Oh scusate, un’altra ripetizione. Sarò sbadato, ma in verità ricordo poco di quello che dico e scusate se la mia mente pensa a certe cose e non altre o se mi piace incidervi come fa un coltello in fronte quello che voglio esprimere.
Almeno il mio è un pensiero e non la monotonia di un canale.
Avete ormai il callo da canale sul pollice.
E dite a me che sono ripetitivo.
Grazie al cazzo.
Simon Trumpet
martedì 11 ottobre 2011
PESO
Peso, è quello che non ho.
Leggero leggero sono
e ininfluente su ogni tua scelta.
Mi hai riempito di sofferenze,
avevi paura che sparissi nel nulla?
Un chicco in più,
sto per svanire;
un chicco in più
sto per venire.
Peso, è quello che non ho.
Invisibile invisibile sono
e inascoltato in ogni tuo discorso.
Mi hai svuotato di emozioni,
avevi paura che esplodessi nella gioia?
Un chicco in meno,
sto per dimagrire;
un chicco in meno,
sto per digerire.
Peso, è quello che avrò perso nel sentirmi dire che ero diverso.
Simon Trumpet
Leggero leggero sono
e ininfluente su ogni tua scelta.
Mi hai riempito di sofferenze,
avevi paura che sparissi nel nulla?
Un chicco in più,
sto per svanire;
un chicco in più
sto per venire.
Peso, è quello che non ho.
Invisibile invisibile sono
e inascoltato in ogni tuo discorso.
Mi hai svuotato di emozioni,
avevi paura che esplodessi nella gioia?
Un chicco in meno,
sto per dimagrire;
un chicco in meno,
sto per digerire.
Peso, è quello che avrò perso nel sentirmi dire che ero diverso.
Simon Trumpet
domenica 9 ottobre 2011
Trauma n.13: IL PESCE
E'quello che mi ripeto ogni giorno:
"se la gente ha problemi non è un mio problema".
Insomma, non posso essere il verme appeso all'amo e lasciarmi affogare per entrare nella bocca di qualcuno. Se vuoi il pesce più grosso devi comunque prima pasturare e poi pescare. Questo lo impari in ogni laghetto di trote della zona e non tramite le riflessioni sul Karma. La vita è come una grossa mollica di pane nell'acqua: attira decine di pescetti che riescono solo a cibarsi di poco e poi qualche raro pescione che ne fa un gran boccone di tutto, compreso te.
Noterete col tempo che siamo un po'animali e un po'cibo: in ogni caso dobbiamo mangiare ogni tanto; per cui non siamo solo vittime.
Poi se la gente non ha fame o mangia poco per la dieta non è un mio problema; io comunque continuo a pasturare: prima o poi un pesce affamato lo si trova anche in acque salate.
Io d'altra parte ho sempre odiato il pesce: preferisco le cozze.
I molluschi almeno non hanno spine e sono più facili da digerire; per questo i pesci che catturo con me sono sempre liberi di scegliere: o si fanno mangiare come ostriche (l'odore d'altronde è quello) oppure possono continuare a nuotare al largo del mio mare.
A proposito un mio amico mi raccontò che nelle spiagge colombiane sono zeppe di venditori ambulanti di ostriche. Appena vedono un turista subito lo accerchiano appoggiandoli la specialità marittima sulla bocca.
Anche al mio amico toccò lo stesso accerchiamento, ma da furbo rifiutò ogni ostrica offerta. Ma i venditori insistevano: prendevano i molluschi e glieli infilavano nelle tasche, nello zaino, sulle mani.
"Mangia, mangia" dicevano i pescatori.
"No grazie" rispondeva ogniqualvolta il mio amico.
"Coraggio amico, continuavano, l'ostrica ti fa venire il cazzo duro; duro amico!"
"No grazie" ribatteva lui.
Così, nonostante quelle proprietà curative, il mio amico non accettò nessuna buonissima ostrica, finché approdò sulla costa un altro turista.
Immediatamente allora i venditori lasciarono il mio amico e si gettarono su questo nuovo pesce fuori d'acqua. D'altronde l'oceano è pieno di animali.
"Avanti amico, magia ostrica ti fa cazzo duro!" disse il primo ambulante che lo raggiunse.
L'uomo rimase un po' perplesso, forse non aveva fame.
"Coraggio, è buona" continuò a invogliarlo il pescatore.
E così avvenne.
Sentendosi l'ostrica sulla bocca l'uomo la mangiò come se fosse la mela del peccato.
Beneficiando forse degli effetti della pillola blu, il turista ne accettò un'altra e un'altra ancora e più mangiava e più venditori accorrevano su di lui come un branco di lupi affamati.
Fatto sta che terminate le ostriche i venditori chiesero i soldi e di lui rimasero solo le mutande e un pene ritto.
Forse per questo non amo il pesce ma le ostriche le adoro.
Insomma di pescatori il mondo è pieno, di assassini un po'meno.
Alla fine me lo ripeto ogni giorno:
"se la gente ha problemi non è un mio problema".
E gettare grandi reti per catturare più cibo è un gesto alquanto inutile: il mare è pieno di scarponi dimenticati. Questo lo impari in qualsiasi laghetto di trote della zona e non facendo riflessioni sul Karma. Meglio una pesca sensata, ragionata, valutata. I pesci hanno misure, grandezze, proporzioni differenti così come le specie sono tra le più svariate: per questo amo i molluschi, sembrano tutti così uguali ma l'odore è simile al pesce oltre ad avere proprietà libidinose.
Se poi la gente non sa distinguere il pesce fresco da quello mal odorante non è un mio problema. Io scelgo sempre quello che sapete.
Ed è così che vi consiglio di rifiutare il pesce offerto perché tutto ha un prezzo, così come i molluschi.
Per il resto pescare al laghetto elimina ogni problema, compresi i vostri sui vari pesci da catturare.
Io come ormai sapete vado a ostriche, almeno godo dei loro effetti e non dei loro difetti.
Simon Trumpet
"se la gente ha problemi non è un mio problema".
Insomma, non posso essere il verme appeso all'amo e lasciarmi affogare per entrare nella bocca di qualcuno. Se vuoi il pesce più grosso devi comunque prima pasturare e poi pescare. Questo lo impari in ogni laghetto di trote della zona e non tramite le riflessioni sul Karma. La vita è come una grossa mollica di pane nell'acqua: attira decine di pescetti che riescono solo a cibarsi di poco e poi qualche raro pescione che ne fa un gran boccone di tutto, compreso te.
Noterete col tempo che siamo un po'animali e un po'cibo: in ogni caso dobbiamo mangiare ogni tanto; per cui non siamo solo vittime.
Poi se la gente non ha fame o mangia poco per la dieta non è un mio problema; io comunque continuo a pasturare: prima o poi un pesce affamato lo si trova anche in acque salate.
Io d'altra parte ho sempre odiato il pesce: preferisco le cozze.
I molluschi almeno non hanno spine e sono più facili da digerire; per questo i pesci che catturo con me sono sempre liberi di scegliere: o si fanno mangiare come ostriche (l'odore d'altronde è quello) oppure possono continuare a nuotare al largo del mio mare.
A proposito un mio amico mi raccontò che nelle spiagge colombiane sono zeppe di venditori ambulanti di ostriche. Appena vedono un turista subito lo accerchiano appoggiandoli la specialità marittima sulla bocca.
Anche al mio amico toccò lo stesso accerchiamento, ma da furbo rifiutò ogni ostrica offerta. Ma i venditori insistevano: prendevano i molluschi e glieli infilavano nelle tasche, nello zaino, sulle mani.
"Mangia, mangia" dicevano i pescatori.
"No grazie" rispondeva ogniqualvolta il mio amico.
"Coraggio amico, continuavano, l'ostrica ti fa venire il cazzo duro; duro amico!"
"No grazie" ribatteva lui.
Così, nonostante quelle proprietà curative, il mio amico non accettò nessuna buonissima ostrica, finché approdò sulla costa un altro turista.
Immediatamente allora i venditori lasciarono il mio amico e si gettarono su questo nuovo pesce fuori d'acqua. D'altronde l'oceano è pieno di animali.
"Avanti amico, magia ostrica ti fa cazzo duro!" disse il primo ambulante che lo raggiunse.
L'uomo rimase un po' perplesso, forse non aveva fame.
"Coraggio, è buona" continuò a invogliarlo il pescatore.
E così avvenne.
Sentendosi l'ostrica sulla bocca l'uomo la mangiò come se fosse la mela del peccato.
Beneficiando forse degli effetti della pillola blu, il turista ne accettò un'altra e un'altra ancora e più mangiava e più venditori accorrevano su di lui come un branco di lupi affamati.
Fatto sta che terminate le ostriche i venditori chiesero i soldi e di lui rimasero solo le mutande e un pene ritto.
Forse per questo non amo il pesce ma le ostriche le adoro.
Insomma di pescatori il mondo è pieno, di assassini un po'meno.
Alla fine me lo ripeto ogni giorno:
"se la gente ha problemi non è un mio problema".
E gettare grandi reti per catturare più cibo è un gesto alquanto inutile: il mare è pieno di scarponi dimenticati. Questo lo impari in qualsiasi laghetto di trote della zona e non facendo riflessioni sul Karma. Meglio una pesca sensata, ragionata, valutata. I pesci hanno misure, grandezze, proporzioni differenti così come le specie sono tra le più svariate: per questo amo i molluschi, sembrano tutti così uguali ma l'odore è simile al pesce oltre ad avere proprietà libidinose.
Se poi la gente non sa distinguere il pesce fresco da quello mal odorante non è un mio problema. Io scelgo sempre quello che sapete.
Ed è così che vi consiglio di rifiutare il pesce offerto perché tutto ha un prezzo, così come i molluschi.
Per il resto pescare al laghetto elimina ogni problema, compresi i vostri sui vari pesci da catturare.
Io come ormai sapete vado a ostriche, almeno godo dei loro effetti e non dei loro difetti.
Simon Trumpet
sabato 8 ottobre 2011
Trauma n.12: ERBA CHE NON CRESCE
Sul monte Somma c'è un luogo dove non cresce l'erba. Dicono che sia un tratto di terra in possesso del demonio. Una volta all'anno giovani e anziani salgono sul monte in pellegrinaggio a riprendersi la propria terra, ma l'erba non è mai cresciuta; sempre rasa come se fosse arsa dagli inferi. Il monte Somma è sempre verde e pieno di vegetazione. Dando le spalle al Vesuvio domina da millenni le valli sottostanti fuse tra cenere e mare. Ma quel pezzo di terreno, no; nessuno lo controlla. Ci hanno provato portando e piantando croci e crocefissi a salvare quei pochi ettari ma forse la soluzione di ogni male ancora non l'hanno trovata. E il monte intanto cresce con la testa rasata come un giovane infante appena sbocciato. Ha dell'incredibile l'unione di fede e credulità con cui si possa pensare che il demonio possieda una sua terra. Fatto sta che mio nonno proprio sulle pendici del monte vinse in un gioco d'azzardo numerose terre. Forse anche questa è una leggenda; mio nonno non l'ho mai conosciuto e nessuno mai mi aveva raccontato queste cose. Ma fatti così oscuri e misteriosi si intrecciano in una sorta di coincidenza che invitano a pensare. Forse mio nonno su quella terra infernale un giorno piantò un mazzo di carte col quale vinse; chissà. Gli uomini non sono nuovi a patti con qualcuno; d'altronde si fa di tutto per sopravvivere e garantire un qualcosa ai propri figli. Io da oggi non faccio altro che guardare il monte come se qualcosa ancora di celato sotto gli alberi aspettasse di essere rilevato. Non è facile da spiegarsi, ma in queste zone ogni giorno qualcosa del passato emerge ancora viva. C'è una sorta di forza che fa sì che alcune cose non vengano dimenticate. Così come la terra del demonio.
E anch'io oggi ho seminato qualcosa di mio su questi terreni, per necessità quasi di non essere dimenticato. Con la necessità quasi di essere scoperto fra macerie e terre incolte. Ma, il mio più grande desiderio però è un altro: sperare di diventare come quel lembo di terra arsa, così, senza padrone, libero dal dominio altrui; in grado di vivere senza crescere...
Simon Trumpet
E anch'io oggi ho seminato qualcosa di mio su questi terreni, per necessità quasi di non essere dimenticato. Con la necessità quasi di essere scoperto fra macerie e terre incolte. Ma, il mio più grande desiderio però è un altro: sperare di diventare come quel lembo di terra arsa, così, senza padrone, libero dal dominio altrui; in grado di vivere senza crescere...
Simon Trumpet
lunedì 3 ottobre 2011
UNA PAGINA
E ora che ti ho detto il mio nome, la mia identità, il mistero è svanito e nulla è più recuperabile, nemmeno la memoria. Ti prego non tremare dietro il mio viso, non sgocciolare tremuli sorrisi, non cucire un'approssimata intelligenza. Ora che mi sono rilevato è brutto essere se stessi. Compiango la mia mancanza di libertà ora; compiango il crudele essere che siamo, noi, noi che nella foresta ci sentiamo lupi, nell'acqua squali, nei cieli falchi, ma sulla terra semplicemente artificiali. Ora solo il consumo di plastica ci assimila, solo il cemento sa trasmetterci calore (anche le pietre sono più forti di me, adesso), e te, e te non ridere non ho ancora la mononucleosi e non scindermi come un'atomo, ti prego, vieni, ruota come un elettrone.
Forse hai ragione: è meglio lasciarci qui per non contaminarci, per non illuminarci, per non calamitarci uno contro l'altro. Il teatro è aperto ma è un turbamento recitare e così tu pensi che recito, ma non so mentire eppure ho gli occhi aperti e tu non guardi mai dentro. Soffoco nella penombra e così buio ormai, ma non importa morire, l'importante è che tu ti ricorda di me, non il mio nome, me, quello che sono non il mio nome, non il mio numero, ma quello che ti ho dato, quello che hai provato, quello che hai consumato di me anche in un solo minuto. Ciò che importa è che io sia un gene e che da te venga trasmesso in modo che io viva...
(da una pagina ritrovata fra tante)
Simon Trumpet
Forse hai ragione: è meglio lasciarci qui per non contaminarci, per non illuminarci, per non calamitarci uno contro l'altro. Il teatro è aperto ma è un turbamento recitare e così tu pensi che recito, ma non so mentire eppure ho gli occhi aperti e tu non guardi mai dentro. Soffoco nella penombra e così buio ormai, ma non importa morire, l'importante è che tu ti ricorda di me, non il mio nome, me, quello che sono non il mio nome, non il mio numero, ma quello che ti ho dato, quello che hai provato, quello che hai consumato di me anche in un solo minuto. Ciò che importa è che io sia un gene e che da te venga trasmesso in modo che io viva...
(da una pagina ritrovata fra tante)
Simon Trumpet
sabato 1 ottobre 2011
Trauma n. 11: IL VETRO
Una volta stavo andando in auto quando mi accorsi che avevo il vetro molto sporco e i riflessi della luce del sole sbattevano contro il parabrezza creando un effetto di totale invisibilità. Mi fermai così al primo benzinaio e presi una spazzola, del sapone e pulii per bene il vetro. Terminata l’operazione pensai che ora il vetro sarebbe stato pulito per un bel po’di tempo, ma appena ripartii, il vetro risultava ancora sporco. Era incredibile, eppure pensavo di aver fatto un bel lavoro. Così attivai il tergicristallo nel tentativo di eliminare quell’alone perenne. Tuttavia non funzionava, non funzionava nulla. Andai avanti per giorni e giorni con quello sporco. Riprovai con diversi detersivi, panni, stracci, tutto inutilmente. Ero sconfortato di non riuscire nemmeno a levare le macchie da un vetro.
Poi un giorno incontrai un mio amico meccanico e gli spiegai di come non riuscivo a pulire per bene quel vetro. Presi così un fazzoletto per dargli una dimostrazione; grattai per bene ma tutto rimaneva comunque sporco.
Lui mi osservò perplesso, stando zitto. Allora si avvicinò al vetro, si appoggiò sul cofano, diede un’occhiata sempre in silenzio. Analizzò per bene la situazione per pochi secondi; poi, si girò verso di me con un mezzo sorriso sulla bocca e disse:
«Hai provato a pulirlo per dentro?»
Simon Trumpet
Poi un giorno incontrai un mio amico meccanico e gli spiegai di come non riuscivo a pulire per bene quel vetro. Presi così un fazzoletto per dargli una dimostrazione; grattai per bene ma tutto rimaneva comunque sporco.
Lui mi osservò perplesso, stando zitto. Allora si avvicinò al vetro, si appoggiò sul cofano, diede un’occhiata sempre in silenzio. Analizzò per bene la situazione per pochi secondi; poi, si girò verso di me con un mezzo sorriso sulla bocca e disse:
«Hai provato a pulirlo per dentro?»
Simon Trumpet
Trauma n.10: LA STORIA
«Vedi, mi diceva, tutti questi testi di storia? Sono solo carta straccia. La storia di Roma, la rivoluzione Russa, le guerre mondiali, eventi inventati.»
Io la guardavo senza dire una parola, senza battere una ciglia.
«Tutto queste sono semplici bugie, e sai perché? Perché nessuno di coloro che hanno letto o leggeranno questi libri ha in realtà vissuto tali eventi. E quindi, come possiamo considerarli reali? Solo perché c’è lo dice una pagina? Lo sai quante cose possono essere omesse e cambiate tramite una penna? Questo mio vestito bianco, per esempio, su un testo potrebbe diventare nero. Questo libro che si chiama “L’impero di Carlo Magno” potrebbe cambiare in “L’impero di il Magno Carlo”. Guarda qui: abbiamo il libro nero del comunismo e quello del fascismo, e allora, chi ha torto o ragione? Chi è buono o cattivo? Cos’è giusto o sbagliato? Esistono le testimonianze, i monumenti e i documenti ufficiali, certo, ma allora perché ci vogliono far convincere dell’esistenza di nazioni come la Padania o del fatto che arabi senza patente aerea riescano a rubare un boing in America e riuscire tranquillamente a schiantarsi sulle torri gemelle o il pentagono? Esistono documenti ufficiali dell’esistenza di una nazione o di un’area geografica denominata Padania? Esiste una linea di demarcazione tra la realtà e la finzione? No; e allora la storia per me è una grande bugia, perché la Padania e l’11 settembre rientreranno nella storia come eventi di ugual importanza all’attraversata del Rubicone da parte di Giulio Cesare o della caduta del muro di Berlino.
Domani potrei alzarmi e scrivere la mia grande storia, nella quale tu, lui e quella donna non siete mai esistite. Queste stanze, quella porta e questo edificio sono sospese nell’aria e parlano greco. Poi convincerei a voce tutti coloro che conosco che quanto sostengo è vero, ma nessuno mi crederà. Allora dirò a loro che è scritto, è scritto su un libro, lo narra un libro, lo dice in una pagina e allora anche se alle mie parole nessuno avrà creduto, grazie a quella pagina sarò creduto.
E’ così che accade.
Pensa solo a Dio e alla Bibbia. Una serie di storie tramandate di secolo in secolo i cui protagonisti sono persone di dubbia esistenza e sono mosse solo da una fede cieca. E per non dire di Gesù Cristo, di cui non esistono documenti, ne monumenti ne atti ufficiali anche per i più pignoli teorici della storia. Di lui nessun storico contemporaneo romano ne parla e il primo Vangelo risalirebbe a circa 60 anni dopo la sua morte. Sai cosa può inventare la mente umana dopo sessant’anni? Per esempio può inventare che l’olocausto nella seconda guerra mondiale ai danni degli ebrei non si sia mai verificato. E sono molti a sostenere questo, e dunque la storia è solo invenzione, come fa ad essere vera se ognuno può dire e sostenere una teoria differente? E perché mi devono far passare per veri fatti e personaggi che potrebbero non essere mai esistiti e nonostante tutto riescano a condizionare la mia vita a distanza di migliaia di anni? A tanta ignoranza si riduce la mente e il pensiero umano?
Parliamo dei nostri politici, della casta? Loro che quando sono intervistati dicono di essere puliti, casti, puritani al 100% e poi dietro la telecamera la magistratura scopre che non sono altro che puttanieri cattolici legati alla fede quanto alla loro moglie cornuta.
Loro che risultano essere così fieri della loro lotta alla mafia e all’evasione e poi sono i primi boss camorristi d’Italia a indossare vestiti in giacca e cravatta made in Cina.
È tutto falso. La gente è falsa; quello che leggi è falso; quello che vedi è falso; niente si salva, viviamo in un mondo di illusioni. Svegliarsi non serve più a nulla, anche se dovresti farlo: almeno capiresti che tutto quello che hai non è reale.
Per la questura 100 manifestanti diventano 20. Per un giornale un sussurro diventa un urlo. Per la polizia una bottiglia diventa una molotov.
Anche la matematica, l’oggettistica e le percezioni su carta, video o voce posso mutare, trasformarsi in altro diverso da quello che è vero.
Siamo in balia di una continua e insistita correzione dei fatti e del revisionismo storico che va dalla cronaca cittadina all’assassinio di un presidente degli Stati Uniti, niente risulta essere immune al cambiamento, nemmeno la tua faccia sottoposta a continui aggiustamenti d’età, tanto per imbrogliarsi anche di fronte alla propria carta d’identità.
Simon Trumpet
Io la guardavo senza dire una parola, senza battere una ciglia.
«Tutto queste sono semplici bugie, e sai perché? Perché nessuno di coloro che hanno letto o leggeranno questi libri ha in realtà vissuto tali eventi. E quindi, come possiamo considerarli reali? Solo perché c’è lo dice una pagina? Lo sai quante cose possono essere omesse e cambiate tramite una penna? Questo mio vestito bianco, per esempio, su un testo potrebbe diventare nero. Questo libro che si chiama “L’impero di Carlo Magno” potrebbe cambiare in “L’impero di il Magno Carlo”. Guarda qui: abbiamo il libro nero del comunismo e quello del fascismo, e allora, chi ha torto o ragione? Chi è buono o cattivo? Cos’è giusto o sbagliato? Esistono le testimonianze, i monumenti e i documenti ufficiali, certo, ma allora perché ci vogliono far convincere dell’esistenza di nazioni come la Padania o del fatto che arabi senza patente aerea riescano a rubare un boing in America e riuscire tranquillamente a schiantarsi sulle torri gemelle o il pentagono? Esistono documenti ufficiali dell’esistenza di una nazione o di un’area geografica denominata Padania? Esiste una linea di demarcazione tra la realtà e la finzione? No; e allora la storia per me è una grande bugia, perché la Padania e l’11 settembre rientreranno nella storia come eventi di ugual importanza all’attraversata del Rubicone da parte di Giulio Cesare o della caduta del muro di Berlino.
Domani potrei alzarmi e scrivere la mia grande storia, nella quale tu, lui e quella donna non siete mai esistite. Queste stanze, quella porta e questo edificio sono sospese nell’aria e parlano greco. Poi convincerei a voce tutti coloro che conosco che quanto sostengo è vero, ma nessuno mi crederà. Allora dirò a loro che è scritto, è scritto su un libro, lo narra un libro, lo dice in una pagina e allora anche se alle mie parole nessuno avrà creduto, grazie a quella pagina sarò creduto.
E’ così che accade.
Pensa solo a Dio e alla Bibbia. Una serie di storie tramandate di secolo in secolo i cui protagonisti sono persone di dubbia esistenza e sono mosse solo da una fede cieca. E per non dire di Gesù Cristo, di cui non esistono documenti, ne monumenti ne atti ufficiali anche per i più pignoli teorici della storia. Di lui nessun storico contemporaneo romano ne parla e il primo Vangelo risalirebbe a circa 60 anni dopo la sua morte. Sai cosa può inventare la mente umana dopo sessant’anni? Per esempio può inventare che l’olocausto nella seconda guerra mondiale ai danni degli ebrei non si sia mai verificato. E sono molti a sostenere questo, e dunque la storia è solo invenzione, come fa ad essere vera se ognuno può dire e sostenere una teoria differente? E perché mi devono far passare per veri fatti e personaggi che potrebbero non essere mai esistiti e nonostante tutto riescano a condizionare la mia vita a distanza di migliaia di anni? A tanta ignoranza si riduce la mente e il pensiero umano?
Parliamo dei nostri politici, della casta? Loro che quando sono intervistati dicono di essere puliti, casti, puritani al 100% e poi dietro la telecamera la magistratura scopre che non sono altro che puttanieri cattolici legati alla fede quanto alla loro moglie cornuta.
Loro che risultano essere così fieri della loro lotta alla mafia e all’evasione e poi sono i primi boss camorristi d’Italia a indossare vestiti in giacca e cravatta made in Cina.
È tutto falso. La gente è falsa; quello che leggi è falso; quello che vedi è falso; niente si salva, viviamo in un mondo di illusioni. Svegliarsi non serve più a nulla, anche se dovresti farlo: almeno capiresti che tutto quello che hai non è reale.
Per la questura 100 manifestanti diventano 20. Per un giornale un sussurro diventa un urlo. Per la polizia una bottiglia diventa una molotov.
Anche la matematica, l’oggettistica e le percezioni su carta, video o voce posso mutare, trasformarsi in altro diverso da quello che è vero.
Siamo in balia di una continua e insistita correzione dei fatti e del revisionismo storico che va dalla cronaca cittadina all’assassinio di un presidente degli Stati Uniti, niente risulta essere immune al cambiamento, nemmeno la tua faccia sottoposta a continui aggiustamenti d’età, tanto per imbrogliarsi anche di fronte alla propria carta d’identità.
Simon Trumpet
giovedì 29 settembre 2011
Trauma n.9: Il PING-PONG
Le mie giornate non sono molto entusiasmanti ultimamente qui in bibioteca, un po’senza note d’interesse, tranne per il fatto che mando ogni giorno al rogo decine e decine di libri usurati.
Per ore e ore lo stesso movimento ripetuto e ripetuto.
Inforco e brutto. Mi stanno spuntando ormai le corna con questi gesti demoniaci, da Anticriso letterario. Da un Cassola a un Hemingway, passando per una Morante fino a Dickens. Tutti al rogo. Se mi vedesse Dante creerebbe un girone degl abissi solo per me, il rogatore.
E'facile l'atto manuale del rogatore : prendo un libro, scrivo su un foglio excel il nome dell'autore, il titolo del testo, la casa editrice, il codice e la motivazione che di solito è arbitraria.
Per Rigoni Stern è per esempio opto per "Imbiancato". Per Pratolini "Popolare". Per Cavalcanti "Novo". Per la Austen "Persuasivo". Per Leopardi "Infinito" e così via. Nessuno si salva.
Compreso me.
Poi entro in un programma sul computer, modifico alcune caselle, metto libro scartato obsoleto e via dentro lo scatolone pronto per la cenere.
Così ripeto e ripeto, libro dopo libro.
Come sono ripetitivo, cosa anch’essa ripetuta.
Niente d’originale se non fosse che Dante mi odia ora e la chiesa mi adora, anche se ho le sembianze dell'Anticristo.
Poi arriva quest'altro libro. "Che tu sia per me il coltello" si chiama. "Che tu sia per me carta straccia" gli rispondo. Ma lui mi guarda con quella copertina seppia. Che vuoi?
Aprimi mi sussurra.
Leggo allora per pietà la prima pagina, e trovo questa lettera scritta da Yair verso la donna amata Myriam.
Oh, Myriam quanti dolci ricordi.
Myriam era una ragazza bellissima che avevo conosciuto al mare. Avevo tredici anni, ingenuo come ora.
Come sono ripetitivo anche nella mia vita.
Conobbi prima il fratello tra una partita di ping-pong e l’altra, a quell’età era un gran svago. Lui era tedesco ma con qualche slang inglese riuscivamo a comunicare tant’è che mi invitò nella sua tenda. Dentro c’era questo suo enorme padre biondo con i baffi alla baffo Moretti tutto muscoli e salsicce. Poi questa madre bionda e abbondante in ogni dove. E lei, Myriam, anch’essa bionda.
Come sono ripetitivi anche i tedeschi, però.
Insomma tra un wurstel e l’altro la serata passa con gli occhi azzurri della bellissima Myriam puntanti come uno squalo su di me. Io faccio finta di nulla, sono ingenuo, che vorrà? Penso.
Intanto il padre mi fa domande di ogni genere e io a volte non capisco e rispondo: I don’t know. E lui allora prende un dizionario qualsiasi, non so, so solo che Myriam continua a mangiarmi come pancetta affumicata. Poi l’uomo se ne esce con un: Non l’osso!
E io, non l’osso? What?
Non l’osso! Non l’osso! Continua a ripetermi l’uomo.
Non capisco.
Non l’osso? Che vuol dire? Cosa centrano gli ossi?
Poi gli occhi di Myriam mi illuminano.
Non l'osso = I don’t Know
Non lo so! Ripeto all’uomo.
Non-lo-so! Urla il signore.
E tutti scoppiamo in una grassa tedesca risata.
Ma quello fu solo l’inizio perché Myriam non demordeva, voleva me.
Nei giorni successivi io continuai a trovarmi col fratello (di cui non ricordo il nome) ad allenarmi col ping-pong: sport nazionale nel mese d’agosto anche in Germania. Tra una battuta e l’altra lui me lo dice chiaramente, con difficoltà me lo fa capire, mi dice: tu piaci a Myriam! E io non capisco.
Piacere? Che vuol dire piacere? Rispondo al tedesco.
Che ingenuo e ripetitivo che sono.
Tu piaci a Myriam! Ancora insiste.
Io scrollo le spalle. Non capisco, o forse si, non lo so; ho solo tredici anni e lei è stupenda.
Dico: va bene, giochiamo?
E così continuammo a giocare.
Myriam, con i suoi occhi ghiaccio, i suoi capelli color spiaggia, con il suo corpo divino da quel giorno non l’ho più incontrata ne avuta.
Io proseguii col ping-pong e quell’estate contro i tedeschi non persi mai, nemmeno la mia ingenuità.
Simon Trumpet
Per ore e ore lo stesso movimento ripetuto e ripetuto.
Inforco e brutto. Mi stanno spuntando ormai le corna con questi gesti demoniaci, da Anticriso letterario. Da un Cassola a un Hemingway, passando per una Morante fino a Dickens. Tutti al rogo. Se mi vedesse Dante creerebbe un girone degl abissi solo per me, il rogatore.
E'facile l'atto manuale del rogatore : prendo un libro, scrivo su un foglio excel il nome dell'autore, il titolo del testo, la casa editrice, il codice e la motivazione che di solito è arbitraria.
Per Rigoni Stern è per esempio opto per "Imbiancato". Per Pratolini "Popolare". Per Cavalcanti "Novo". Per la Austen "Persuasivo". Per Leopardi "Infinito" e così via. Nessuno si salva.
Compreso me.
Poi entro in un programma sul computer, modifico alcune caselle, metto libro scartato obsoleto e via dentro lo scatolone pronto per la cenere.
Così ripeto e ripeto, libro dopo libro.
Come sono ripetitivo, cosa anch’essa ripetuta.
Niente d’originale se non fosse che Dante mi odia ora e la chiesa mi adora, anche se ho le sembianze dell'Anticristo.
Poi arriva quest'altro libro. "Che tu sia per me il coltello" si chiama. "Che tu sia per me carta straccia" gli rispondo. Ma lui mi guarda con quella copertina seppia. Che vuoi?
Aprimi mi sussurra.
Leggo allora per pietà la prima pagina, e trovo questa lettera scritta da Yair verso la donna amata Myriam.
Oh, Myriam quanti dolci ricordi.
Myriam era una ragazza bellissima che avevo conosciuto al mare. Avevo tredici anni, ingenuo come ora.
Come sono ripetitivo anche nella mia vita.
Conobbi prima il fratello tra una partita di ping-pong e l’altra, a quell’età era un gran svago. Lui era tedesco ma con qualche slang inglese riuscivamo a comunicare tant’è che mi invitò nella sua tenda. Dentro c’era questo suo enorme padre biondo con i baffi alla baffo Moretti tutto muscoli e salsicce. Poi questa madre bionda e abbondante in ogni dove. E lei, Myriam, anch’essa bionda.
Come sono ripetitivi anche i tedeschi, però.
Insomma tra un wurstel e l’altro la serata passa con gli occhi azzurri della bellissima Myriam puntanti come uno squalo su di me. Io faccio finta di nulla, sono ingenuo, che vorrà? Penso.
Intanto il padre mi fa domande di ogni genere e io a volte non capisco e rispondo: I don’t know. E lui allora prende un dizionario qualsiasi, non so, so solo che Myriam continua a mangiarmi come pancetta affumicata. Poi l’uomo se ne esce con un: Non l’osso!
E io, non l’osso? What?
Non l’osso! Non l’osso! Continua a ripetermi l’uomo.
Non capisco.
Non l’osso? Che vuol dire? Cosa centrano gli ossi?
Poi gli occhi di Myriam mi illuminano.
Non l'osso = I don’t Know
Non lo so! Ripeto all’uomo.
Non-lo-so! Urla il signore.
E tutti scoppiamo in una grassa tedesca risata.
Ma quello fu solo l’inizio perché Myriam non demordeva, voleva me.
Nei giorni successivi io continuai a trovarmi col fratello (di cui non ricordo il nome) ad allenarmi col ping-pong: sport nazionale nel mese d’agosto anche in Germania. Tra una battuta e l’altra lui me lo dice chiaramente, con difficoltà me lo fa capire, mi dice: tu piaci a Myriam! E io non capisco.
Piacere? Che vuol dire piacere? Rispondo al tedesco.
Che ingenuo e ripetitivo che sono.
Tu piaci a Myriam! Ancora insiste.
Io scrollo le spalle. Non capisco, o forse si, non lo so; ho solo tredici anni e lei è stupenda.
Dico: va bene, giochiamo?
E così continuammo a giocare.
Myriam, con i suoi occhi ghiaccio, i suoi capelli color spiaggia, con il suo corpo divino da quel giorno non l’ho più incontrata ne avuta.
Io proseguii col ping-pong e quell’estate contro i tedeschi non persi mai, nemmeno la mia ingenuità.
Simon Trumpet
mercoledì 28 settembre 2011
ATTESE ...
Freddo come il ghiaccio,
buchi che non danno spazio,
attese attese e attese
un addio fresco e confezionato.
Non ho, non ho, ancora e ancora,
potrebbe essere l’ora,
come vigneti spremuti da piedi
schiaccio oggetti della memoria.
Aria in maschera e sorrisi in bombola,
c’era una volta una donna,
un ragazzo, quel ragazzo
mentre altro si semina sul campo arato.
Così come sei, eri, saresti
stampata su lettere e parole
mai sentite, mai lette
poste su carta gialla e sbiadita.
Distanze, vicinanze, vacanze
nel non dove, nel luogo dell’odio
e delle lacrime, nel luogo delle
cose dimenticate e consumate.
Non dirlo, silenzi di etere
per animarti, per limitarti,
per non sostare nella lontananza
di questa notte senza speranza.
Simon Trumpet
buchi che non danno spazio,
attese attese e attese
un addio fresco e confezionato.
Non ho, non ho, ancora e ancora,
potrebbe essere l’ora,
come vigneti spremuti da piedi
schiaccio oggetti della memoria.
Aria in maschera e sorrisi in bombola,
c’era una volta una donna,
un ragazzo, quel ragazzo
mentre altro si semina sul campo arato.
Così come sei, eri, saresti
stampata su lettere e parole
mai sentite, mai lette
poste su carta gialla e sbiadita.
Distanze, vicinanze, vacanze
nel non dove, nel luogo dell’odio
e delle lacrime, nel luogo delle
cose dimenticate e consumate.
Non dirlo, silenzi di etere
per animarti, per limitarti,
per non sostare nella lontananza
di questa notte senza speranza.
Simon Trumpet
Trauma n.8: LA PAZZIA
La pazzia ha sempre fatto parte della mia vita, e oggi, beh ho fatto una semi pazzia; tanto per non scordarmi di come sono fatto. Nulla di grave comunque anche se non so se questa cosa possa funzionare; non sono ancora così pazzo da impazzire. I miei squilibri psichici si misero in mostra da subito, quasi volessero essi uscire prima della gestazione di mia madre e ci volle poco affinché si misero in evidenza.
Avrò avuto appena qualche mese di vita, e venni riposto come ogni infante dentro quel contenitore per bimbi definito box. La gabbia perfetta per esseri piccoli e innocenti. Osservare gli altri muoversi liberamente mi stava proprio sul cazzo, fin da piccolo. Tutte quelle facce sorridenti che non mi davano retta, mi dava il nervoso, e così decisi di scappare. Mi aggrappai con tutta la forza di quelle mini manine alla rete di bordo e salii altissimo fino a raggiungere la vetta. Fu un gran successo, arrivare così in alto, finché caddi al di fuori della recinzione. Un volo del genere avrebbe rotto la testa e fatto piangere qualsiasi bimbo, e invece a me no. A me causò solo una gran risata di gioia per aver raggiunto il mio scopo ed essermi sentito libero. Subito allora vennero ad accorrermi parenti e amici, ma io stavo benissimo e mi facevo grasse risate alla faccia loro mentre mia mamma sentenziava:
“chist è propr pazz!”
Epiteto che mi ci si appiccicò subito alla fronte, come un marchio distintivo.
Col tempo non smisi di misurare la potenza della mia testa e di certo non sbattendola sui libri, ma su qualsiasi oggetto duro quanto un muro, un lampione o un pavimento. Prove di effimera forza e coraggio che superai sempre con gran successo e con gran risate, mentre la gente attorno gridava sconvolta:
“chist è propr pazz!”
A volte la testa proprio non la usavo e così per esempio, per seguire amicizie e amori, prendevo la bici e mi facevo chilometri e chilometri in statale con gli autocarri che mi sfioravano ad ogni passaggio. Una volta andai da Manuel, un vecchio amico. Si era appena trasferito a venti e passa chilometri da casa mia, ma un giorno partii appena dodicenne, senza dire niente a nessuno con la mia montebike. Arrivai a casa sua e lui fu molto sorpreso nel vedermi, e pure io nel raggiungerlo. La sera sua madre chiamò mia mamma per dirle dov’ero, ed entrambe in coro gridarono:
“chist è propr pazz!”
Rimasi infine da lui tre giorni, senza vestiti puliti, facendomi imprestare qualche maglia dal padre. Fu la cosa più divertente che avessi mai fatto e mai mi pentii di quella cosa pazza.
Meno bene andò invece quando rifeci all’incirca quella stessa strada anni dopo per raggiungere la ragazza che mi aveva appena lasciato. Questa volta l’unico mezzo che avevo a disposizione era una vecchia bici con i freni a bacchetta. A confronto sbattere la testa su un lampione era meno doloroso che pedalare con quel trabiccolo. Ma il mio essere testardo mi portò da lei solo per sentirmi ancora dire:
“chist è propr pazz!”
Cosa che lei ancora crede e ancora mi ripete. D’altronde l’avevo detto che questo epiteto l’avevo stampato in fronte fin da piccolo, e che dovevo farci?
A scuola, quando dichiarai alla mia professa di italiano che volevo iscrivermi a lettere, lei oltre a dirmi che sarei diventato un disoccupato, mi rispose:
“chist è propr pazz!”
Ma io seguii comunque il mio essere. E lo stesso quando racconto che lavoro in quel supermercato da dieci anni. Tutti si sorprendono e mi chiedono come faccio a lavorare in quel posto di matti. Io rispondo sempre che con i pazzi ci sto bene, mi fa sentire a casa.
E quando partii per Londra da solo senza aver mai preso l’aereo in vita mia?
Tutti pensarono:
“chist è propr pazz!”
E quando ritornai a casa con il verbale che dichiarava che ero stato fermato per terrorismo, tutti, ma proprio tutti rimasero in silenzio, prima di dire:
“chist è propr pazz!”
Infine credo che proprio la gente vedendomi per strada o parlando con me pensi:
“chist è propr pazz!”
Tuttavia io non mi vergogno, anzi, mi sento orgoglioso di essere diverso e sempre uguale con quel bernoccolo sulla testa ormai giunto al suo ventiseiesimo compleanno. Non è da tutti fare cose pazze, come quella che ho fatta oggi, solo che ora non ricordo cosa ho fatto, forse troppe botte sul cranio
hanno cancellato la memoria, ma che volete, sono cose da pazzi.
Simon Trumpet
Avrò avuto appena qualche mese di vita, e venni riposto come ogni infante dentro quel contenitore per bimbi definito box. La gabbia perfetta per esseri piccoli e innocenti. Osservare gli altri muoversi liberamente mi stava proprio sul cazzo, fin da piccolo. Tutte quelle facce sorridenti che non mi davano retta, mi dava il nervoso, e così decisi di scappare. Mi aggrappai con tutta la forza di quelle mini manine alla rete di bordo e salii altissimo fino a raggiungere la vetta. Fu un gran successo, arrivare così in alto, finché caddi al di fuori della recinzione. Un volo del genere avrebbe rotto la testa e fatto piangere qualsiasi bimbo, e invece a me no. A me causò solo una gran risata di gioia per aver raggiunto il mio scopo ed essermi sentito libero. Subito allora vennero ad accorrermi parenti e amici, ma io stavo benissimo e mi facevo grasse risate alla faccia loro mentre mia mamma sentenziava:
“chist è propr pazz!”
Epiteto che mi ci si appiccicò subito alla fronte, come un marchio distintivo.
Col tempo non smisi di misurare la potenza della mia testa e di certo non sbattendola sui libri, ma su qualsiasi oggetto duro quanto un muro, un lampione o un pavimento. Prove di effimera forza e coraggio che superai sempre con gran successo e con gran risate, mentre la gente attorno gridava sconvolta:
“chist è propr pazz!”
A volte la testa proprio non la usavo e così per esempio, per seguire amicizie e amori, prendevo la bici e mi facevo chilometri e chilometri in statale con gli autocarri che mi sfioravano ad ogni passaggio. Una volta andai da Manuel, un vecchio amico. Si era appena trasferito a venti e passa chilometri da casa mia, ma un giorno partii appena dodicenne, senza dire niente a nessuno con la mia montebike. Arrivai a casa sua e lui fu molto sorpreso nel vedermi, e pure io nel raggiungerlo. La sera sua madre chiamò mia mamma per dirle dov’ero, ed entrambe in coro gridarono:
“chist è propr pazz!”
Rimasi infine da lui tre giorni, senza vestiti puliti, facendomi imprestare qualche maglia dal padre. Fu la cosa più divertente che avessi mai fatto e mai mi pentii di quella cosa pazza.
Meno bene andò invece quando rifeci all’incirca quella stessa strada anni dopo per raggiungere la ragazza che mi aveva appena lasciato. Questa volta l’unico mezzo che avevo a disposizione era una vecchia bici con i freni a bacchetta. A confronto sbattere la testa su un lampione era meno doloroso che pedalare con quel trabiccolo. Ma il mio essere testardo mi portò da lei solo per sentirmi ancora dire:
“chist è propr pazz!”
Cosa che lei ancora crede e ancora mi ripete. D’altronde l’avevo detto che questo epiteto l’avevo stampato in fronte fin da piccolo, e che dovevo farci?
A scuola, quando dichiarai alla mia professa di italiano che volevo iscrivermi a lettere, lei oltre a dirmi che sarei diventato un disoccupato, mi rispose:
“chist è propr pazz!”
Ma io seguii comunque il mio essere. E lo stesso quando racconto che lavoro in quel supermercato da dieci anni. Tutti si sorprendono e mi chiedono come faccio a lavorare in quel posto di matti. Io rispondo sempre che con i pazzi ci sto bene, mi fa sentire a casa.
E quando partii per Londra da solo senza aver mai preso l’aereo in vita mia?
Tutti pensarono:
“chist è propr pazz!”
E quando ritornai a casa con il verbale che dichiarava che ero stato fermato per terrorismo, tutti, ma proprio tutti rimasero in silenzio, prima di dire:
“chist è propr pazz!”
Infine credo che proprio la gente vedendomi per strada o parlando con me pensi:
“chist è propr pazz!”
Tuttavia io non mi vergogno, anzi, mi sento orgoglioso di essere diverso e sempre uguale con quel bernoccolo sulla testa ormai giunto al suo ventiseiesimo compleanno. Non è da tutti fare cose pazze, come quella che ho fatta oggi, solo che ora non ricordo cosa ho fatto, forse troppe botte sul cranio
hanno cancellato la memoria, ma che volete, sono cose da pazzi.
Simon Trumpet
martedì 27 settembre 2011
Trauma n.7: L'ALTRO
Alla fine c’è sempre l’altro. Un qualcosa, un qualcuno, di indefinito ma pur sempre presente e compromettente. Eh non è mai così semplice, facile, possibile la realizzazione dei tuoi sogni e perché mai io dovrei essere graziato dal cielo? Ancora non sono una madonna piangente; riesco a malapena ad essere un povero Cristo in compenso.
Ti verrebbe anche di lasciarlo stare l’altro, e che poi pensi: ah, allora è lui il fortunato? Lui??
Come l’ultima chiamata con la mia ex:
«Perché non ti fai sentire da due giorni?»
«Eh, perché c’è un altro ...»
Quando meno te l’aspetti l’altro tac, da dietro te la mette nel culo.
Grazie, ma vorrei anch’io dell’altro, ogni tanto.
È un po’come quando vai dal salumiere e ordini un etto di prosciutto; puoi notare come appena lui te lo appoggia nelle mani ti chiede: «Altro?»
E ogni volta schifato rispondo no, per carità non vorrei che mi porgesse qualche altro salume.
Mi sento quasi perseguitato da quest’altro che non so, avverto un senso di frustrazione verso chiunque. E poi ci si mettono i telegiornali, i politici, i puritani, con tutti questi allarmismi sull’altro, quest’altro, quell’altro, cos’altro, allora per timore mi rifugio nel mio essere solo.
L'altro mi fa paura.
L'altro mi porta via ogni cosa che spero si realizzi.
L'altro mi toglie la speranza.
Altro e altro è quello che desidero.
Oh merda, ora capisco.
Sono io che voglio l’altro! Ed è per questo che lui sta sempre nel mezzo tra me e altro. Anni e anni di delusioni, incomprensioni e malesseri ma oggi almeno ho capito: solo io ho messo dell’altro con gli altri e i risultati sono quelli d’essere scavalcato da altro.
No e no, basta così! Da oggi si cambia. Sono stufo.
D’ora in poi sarò io l’altro e nessuno verrà più a dirmi di volere o desiderare l'altro, perché in ogni caso si rivolgerebbe all'altro me stesso.
Simon Trumpet
Ti verrebbe anche di lasciarlo stare l’altro, e che poi pensi: ah, allora è lui il fortunato? Lui??
Come l’ultima chiamata con la mia ex:
«Perché non ti fai sentire da due giorni?»
«Eh, perché c’è un altro ...»
Quando meno te l’aspetti l’altro tac, da dietro te la mette nel culo.
Grazie, ma vorrei anch’io dell’altro, ogni tanto.
È un po’come quando vai dal salumiere e ordini un etto di prosciutto; puoi notare come appena lui te lo appoggia nelle mani ti chiede: «Altro?»
E ogni volta schifato rispondo no, per carità non vorrei che mi porgesse qualche altro salume.
Mi sento quasi perseguitato da quest’altro che non so, avverto un senso di frustrazione verso chiunque. E poi ci si mettono i telegiornali, i politici, i puritani, con tutti questi allarmismi sull’altro, quest’altro, quell’altro, cos’altro, allora per timore mi rifugio nel mio essere solo.
L'altro mi fa paura.
L'altro mi porta via ogni cosa che spero si realizzi.
L'altro mi toglie la speranza.
Altro e altro è quello che desidero.
Oh merda, ora capisco.
Sono io che voglio l’altro! Ed è per questo che lui sta sempre nel mezzo tra me e altro. Anni e anni di delusioni, incomprensioni e malesseri ma oggi almeno ho capito: solo io ho messo dell’altro con gli altri e i risultati sono quelli d’essere scavalcato da altro.
No e no, basta così! Da oggi si cambia. Sono stufo.
D’ora in poi sarò io l’altro e nessuno verrà più a dirmi di volere o desiderare l'altro, perché in ogni caso si rivolgerebbe all'altro me stesso.
Simon Trumpet
lunedì 26 settembre 2011
Trauma n.6: I NOMADI
A pensarci, i Nomadi sono la band che al mondo ha viaggiato più di tutte. Dopo ben 48 anni di attività ancora non si sono fermati, non sostando per più di tre giorni da un luogo all’altro alla ricerca di nuove mete dove suonare. E oggi ho pensato di esserlo pure io un nomade. Da un posto all’altro a postare volantini col mio curriculum per adescare qualche studente in cerca di ripetizioni. Con la mia barba lunga, i miei capelli sciolti, la macchina sporca con la marmitta bucata ad apparire un gran bolide usurato. Per troppo tempo sono stato fermo, in attesa, smettendo di ricercare un luogo mai adatto e adeguandomi allo schifo di una piccola stanza in una piccola casa. Forse per questo i nomadi suonano ancora; perché mai hanno trovato casa ma hanno fatto del mondo itinerante il loro habitat naturale. Ed è così che vorrei sentirmi: zingaro alla Piero Pelù disperdendomi in deserti sabbiosi cantando è festa è festa fino al mattino.
D’altronde non ci vuole molto, basta solo partire.
I nomadi ancora fanno i vagabondi e nessuno mai gli ha impedito di fermarsi.
Simon Trumpet
D’altronde non ci vuole molto, basta solo partire.
I nomadi ancora fanno i vagabondi e nessuno mai gli ha impedito di fermarsi.
Simon Trumpet
domenica 25 settembre 2011
Trauma n.5: Il CIBO
Prendo coscienza del mondo dopo le 19 negli ultimi giorni.
È come se dormissi continuamente avvolto da una carta stagnola che mi rende impermeabile a ciò che accade fuori dalla mia stanza. Passo le ore chiuso in questa gabbia chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E in più si è aggiunta questa sorta di diarrea. La mattina mi sveglio con un gran mal di pancia e subito corro in bagno. Seduto sulla tazza vomito piattole liquide liquide mischiate a grandi dosi di sangue che escono dal mio ano secco. Da un lato sono anche fortunato: se la cacca fosse dura, di me rimarrebbe solo che un gran traforo da cima in fondo. Consumato questo pasto intestinale, vado in cucina per la colazione. Un po’di caffèlatte, qualche fetta biscottata con marmellata e la frittata è fatta. Di nuovo al cesso per una vulcanica cagarella verde-rossa. Però dopo il secondo sforzo sto meglio. Infatti ritorno a dormire perché defecare mi toglie ogni energia per fare il resto. Ma nemmeno dormire mi riesce bene. Sto lì disteso chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Dopodiché accendo il mio computer per connettermi almeno all’energia dello schermo ma non faccio tempo a riprendermi che è già ora del pranzo. Ancora una volta siedo a tavola e mangio. La reazione del mio stomaco però al secondo giro è più ragguardevole e mi risparmia. Qualche insolito brontolio, scoregge di velluto, fatto sta che ritorno al mio portatile senza conquassi improvvisi. Di fronte allo schermo sto ancora ore e ore avvolto in questa apparente stagnola chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Tutto questo assolutismo immobilismo fa di me un uomo stanco e assetato. E allora bevo. Bevo acqua fresca perché spero che possa risvegliarmi, darmi benessere. Invece la frittata è fatta. Scappo al bagno e vomito dal culo anche il pranzo e i residui delle pasquette scorse. In questi momenti ho come la sensazione di avere una pompa nel deretano che succhia, succhia centimetro e centimetro del mio schifoso dentro; il tutto accompagnato da un improvvisato suonatore di tromba. Tra un pezzo sputato e l’altro riversato, sto lì, chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Arrivano le sette di sera e del mio intestino non esiste altro che il ricordo. Comunque è l’ora dell’allenamento. Tra piegamenti che stimolano la diuresi, esercizi che mitigano il metabolismo e doccia fredda è un miracolo che i miei compagni non calcino il mio colon al posto del pallone. Giungo finalmente a casa e bevo un bel bicchiere d’acqua fresca e di nuovo la frittata è fritta. Immergo tutto il malessere in pipì anale chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Ed è così che un giorno sei un re, il giorno dopo sei la regina senza testa.
Un giorno hai culo.
Il giorno dopo hai fette galleggianti di retto nel water.
Tuttavia non mi do per vinto ed esco con gli amici. Evito di bere e digerire qualsiasi alcolico che possa indurmi anche il minimo interesse per versamenti di materia fecale. Ancora una volta tutto pare ruotare nella merda; non solo per il mio corpo ma pure nei discorsi dei compagni.
Una mia amica lamenta di non trovare lavoro e non ha più soldi. Si è appena laureata e la merda le si è riversata addosso come una mandria di vacche inferocite. Decine e decine di curriculum inviati ma nessuno risposta positiva. Eppure andrà in ferie e io sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Nel frattempo qualcosa si smuove nei bassi fondi del ventre: un peto è in arrivo.
Ricordo all’improvviso come da bimbo all’asilo mi capitò di vomitare nel piatto i tortellini che avevo appena mangiato. All’incirca per vent’anni evitai ogni forma tortellinica a causa di quel trauma: osservare da vicino come lo stomaco aveva trasformato quanto appena ingurgitato nel brodo ancora caldo fu come vedere i miei scopare per la prima volta.
Quel rigurgito fetido comportò per me il sacrificio di risparmiarmi per anni e anni la specialità romagnola. Però certe cose le si fan volentieri perché se non perdi certi piacere, non puoi ritrovarli.
Quindi ritorno su questa amica, lei che non ha. Io ho merda in ogni dove invece e potrei scambiarla volentieri con tutto il mondo. Un po’come Gesù con la moltiplicazione dei pesci, o il pane spezzato. Io vi offro feci e feci di buon gusto: chiamatemi pure il Dio della merda.
Comunque io quest’estate ferie non ne ho fatte e non ne farò. Non sto lavorando, non mi sto divertendo, non sto creando nulla ma in compenso sono carico di quello che sapete. Eppure, così come non ho assaggiato tortellini per decenni risparmiandomi quel piacere, so che risparmierò quello che non ho ora, cioè un fegato, per un futuro migliore o almeno non a base di merda. E tutto questo è perché ogni qual volta che poggio il culo sulla tazza sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E poi, dopo tanta cacca, mi faccio coraggio e decido di smetterla, almeno per oggi.
Al bancone ordino una bella grappa al ginepro. Il rischio è solo quello di evaporare in tanto schifo, ma dopotutto è quello che desidero.
Così bevo, ma sorso dopo sorso con stupore lo stomaco si diluisce, si fa più leggero e io sto lì osservando il bicchiere chiedendomi se avrò la meglio con quello che ho dentro una volta bevuto tutto. La sensazione di cadere nel mio stesso buco pian piano si tralascia; i brontolii sussurrano adesso invece di cantare, il fetore si muta in odore. I miracoli dell’alcol. Anche Gesù d’altronde fece resuscitare i morti, e io ora risollevo il mio intestino: chiamatemi pure il Dio della depurazione.
Noto anche che la mia amica ha smesso di lamentarsi, forse qualcosa si è chiesta pure lei, fatto sta,
che nel momento in cui ho agito e ho smesso di chiedermi qualcosa tutto si è risolto.
Adesso posso tranquillamente posarmi sul cesso familiare senza chiedere più nulla, nemmeno al mio culo.
Punto.
Simon Trumpet
È come se dormissi continuamente avvolto da una carta stagnola che mi rende impermeabile a ciò che accade fuori dalla mia stanza. Passo le ore chiuso in questa gabbia chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E in più si è aggiunta questa sorta di diarrea. La mattina mi sveglio con un gran mal di pancia e subito corro in bagno. Seduto sulla tazza vomito piattole liquide liquide mischiate a grandi dosi di sangue che escono dal mio ano secco. Da un lato sono anche fortunato: se la cacca fosse dura, di me rimarrebbe solo che un gran traforo da cima in fondo. Consumato questo pasto intestinale, vado in cucina per la colazione. Un po’di caffèlatte, qualche fetta biscottata con marmellata e la frittata è fatta. Di nuovo al cesso per una vulcanica cagarella verde-rossa. Però dopo il secondo sforzo sto meglio. Infatti ritorno a dormire perché defecare mi toglie ogni energia per fare il resto. Ma nemmeno dormire mi riesce bene. Sto lì disteso chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Dopodiché accendo il mio computer per connettermi almeno all’energia dello schermo ma non faccio tempo a riprendermi che è già ora del pranzo. Ancora una volta siedo a tavola e mangio. La reazione del mio stomaco però al secondo giro è più ragguardevole e mi risparmia. Qualche insolito brontolio, scoregge di velluto, fatto sta che ritorno al mio portatile senza conquassi improvvisi. Di fronte allo schermo sto ancora ore e ore avvolto in questa apparente stagnola chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Tutto questo assolutismo immobilismo fa di me un uomo stanco e assetato. E allora bevo. Bevo acqua fresca perché spero che possa risvegliarmi, darmi benessere. Invece la frittata è fatta. Scappo al bagno e vomito dal culo anche il pranzo e i residui delle pasquette scorse. In questi momenti ho come la sensazione di avere una pompa nel deretano che succhia, succhia centimetro e centimetro del mio schifoso dentro; il tutto accompagnato da un improvvisato suonatore di tromba. Tra un pezzo sputato e l’altro riversato, sto lì, chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Arrivano le sette di sera e del mio intestino non esiste altro che il ricordo. Comunque è l’ora dell’allenamento. Tra piegamenti che stimolano la diuresi, esercizi che mitigano il metabolismo e doccia fredda è un miracolo che i miei compagni non calcino il mio colon al posto del pallone. Giungo finalmente a casa e bevo un bel bicchiere d’acqua fresca e di nuovo la frittata è fritta. Immergo tutto il malessere in pipì anale chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Ed è così che un giorno sei un re, il giorno dopo sei la regina senza testa.
Un giorno hai culo.
Il giorno dopo hai fette galleggianti di retto nel water.
Tuttavia non mi do per vinto ed esco con gli amici. Evito di bere e digerire qualsiasi alcolico che possa indurmi anche il minimo interesse per versamenti di materia fecale. Ancora una volta tutto pare ruotare nella merda; non solo per il mio corpo ma pure nei discorsi dei compagni.
Una mia amica lamenta di non trovare lavoro e non ha più soldi. Si è appena laureata e la merda le si è riversata addosso come una mandria di vacche inferocite. Decine e decine di curriculum inviati ma nessuno risposta positiva. Eppure andrà in ferie e io sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Nel frattempo qualcosa si smuove nei bassi fondi del ventre: un peto è in arrivo.
Ricordo all’improvviso come da bimbo all’asilo mi capitò di vomitare nel piatto i tortellini che avevo appena mangiato. All’incirca per vent’anni evitai ogni forma tortellinica a causa di quel trauma: osservare da vicino come lo stomaco aveva trasformato quanto appena ingurgitato nel brodo ancora caldo fu come vedere i miei scopare per la prima volta.
Quel rigurgito fetido comportò per me il sacrificio di risparmiarmi per anni e anni la specialità romagnola. Però certe cose le si fan volentieri perché se non perdi certi piacere, non puoi ritrovarli.
Quindi ritorno su questa amica, lei che non ha. Io ho merda in ogni dove invece e potrei scambiarla volentieri con tutto il mondo. Un po’come Gesù con la moltiplicazione dei pesci, o il pane spezzato. Io vi offro feci e feci di buon gusto: chiamatemi pure il Dio della merda.
Comunque io quest’estate ferie non ne ho fatte e non ne farò. Non sto lavorando, non mi sto divertendo, non sto creando nulla ma in compenso sono carico di quello che sapete. Eppure, così come non ho assaggiato tortellini per decenni risparmiandomi quel piacere, so che risparmierò quello che non ho ora, cioè un fegato, per un futuro migliore o almeno non a base di merda. E tutto questo è perché ogni qual volta che poggio il culo sulla tazza sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E poi, dopo tanta cacca, mi faccio coraggio e decido di smetterla, almeno per oggi.
Al bancone ordino una bella grappa al ginepro. Il rischio è solo quello di evaporare in tanto schifo, ma dopotutto è quello che desidero.
Così bevo, ma sorso dopo sorso con stupore lo stomaco si diluisce, si fa più leggero e io sto lì osservando il bicchiere chiedendomi se avrò la meglio con quello che ho dentro una volta bevuto tutto. La sensazione di cadere nel mio stesso buco pian piano si tralascia; i brontolii sussurrano adesso invece di cantare, il fetore si muta in odore. I miracoli dell’alcol. Anche Gesù d’altronde fece resuscitare i morti, e io ora risollevo il mio intestino: chiamatemi pure il Dio della depurazione.
Noto anche che la mia amica ha smesso di lamentarsi, forse qualcosa si è chiesta pure lei, fatto sta,
che nel momento in cui ho agito e ho smesso di chiedermi qualcosa tutto si è risolto.
Adesso posso tranquillamente posarmi sul cesso familiare senza chiedere più nulla, nemmeno al mio culo.
Punto.
Simon Trumpet
sabato 24 settembre 2011
Trauma n.4: CIMICI E GINOCCHIA
Negli ultimi giorni, ogniqualvolta rientro a casa la notte, ho un incontro ravvicinato con una cimice. No so se sia sempre la stessa; apparirebbe un evento straordinario. Là ad attendermi nello stesso posto vicino le lucette del frigo, a farmi paura perché è un’apparizione improvvisa.
Che ci fa sempre lì?
E ogni notte rischio di toccarla e ho sempre il timore che inizi a svolazzare in quel zzzzz tanto fastidioso e patetico. Ma lei rimane ferma, compagna fedele di piccoli istanti notturni come in attesa della mia buona notte.
Poi avvenne che una sera, appena accesi la luce della cucina, spiccò il volo e andò a posarsi dentro il lampadario. Pensai che sarebbe morta bruciata rendendomi felice di non incontrarla mai più: l’incontri casuali al buio non mi hanno mai portato fortuna. Tuttavia la meraviglia volle che ventiquattro ore dopo l’insetto si ripresentò nello stesso punto in buonissime condizioni fisiche. Quasi mi venne voglia di salutarla ma fantasticare con le cimici oltre a non avermi mai portato fortuna non ha mai portato buon’odori.
Avvenne che una volta da piccolo schiacciai uno di questi insetti, per cui c’è sempre stato uno storico astio da parte mia verso questa classe di cimicidae, però preso dallo sconforto di quel gesto, volli salvare l’animale prendendomi cura della sua mai pronta guarigione. A suon di pezzetti di biscotti maciullati per bene e lacrime di acqua, cercavo di nutrire l’insetto mentre garze minuscole purtroppo non ne trovai. Dopo vari tentativi di rianimazione, e incitamenti vocali, la cimice si sgonfiò completamente in una grossa scorreggia nauseabonda. Da quel momento decisi non aiutare mai più le cimici dato il loro ricambiato odore evitando anche fraintendimenti che si fraintenderebbero fra di loro se decidessi di aiutarle tutte, le cimici.
E così anche ieri notte, lei stava ad attendermi anche se io non ero molto in vena di saluti dato il mio ginocchio devastato che mi dava un passo alla Iggy Pop.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna.
E il ginocchio sinistro è da 3 anni il mio tallone d’Achille a causa di quel legamento non più crociato. Tutta quella volontà di risistemarmi appare oggi di nuovo andata a fottersi dopo il nuovo gonfiore; e una cimice a sera mi fa solo pensare a quanto ci sia di marcio in me. Allora rivivi quei momenti delicati di una carriera sportiva finita prima che iniziasse.
Così ti rechi presto all'ospedale.
Sono le 7.30 e tu sei puntuale come segnato nell'avviso ma c'è già qualcuno che ti ha preceduto. Ti accomodi in fila, devi operarti e devi fare la fila per consegnare i moduli che hai completato e firmato a casa, nei quali alla domanda, se usa sostanze che hanno effetto sul cervello tu hai risposto: certo, la televisione, i politici, i giornali, la polizia, gli alieni, la chiesa, la vita stessa.
Arriva il tuo turno, sono le 8.15; hai atteso ben 45 minuti; consegni le carte alla segretaria dell'ufficio ricoveri, ti fanno firmare altre dichiarazioni, poi ti dicono che puoi accomodarti al terzo piano con il malloppo cartaceo in mano.
Prendi l'ascensore con la cartella sulle spalle, esci, leggi la targhetta sul muro che reca la scritta "terzo piano"; apri l'unica porta che trovi, entri in corsia, nessuno ti attende.
Avanzi tra stanze aperte con dentro pazienti di vario sesso. Poi finalmente trovi lo stanzino degli infermieri.
Ti si fa incontro una ragazza, saluti con la mano sulla fronte, ti dice riposo, ti fa strada. Ti accompagna alla penultima stanza del corridoio dove non batte il sole, dice 46 II è il tuo letto, 46 II è il tuo armadio.
Ti giri. Nella sala c'è un vecchio che dorme; sulla sedia c'è la moglie, sveglia. Poggi la mano sulla fronte e saluti, vengono da Barletta; pensi al tuo amico pugliese, rimani zitto col sorriso.
Ti spogli, ti vesti comodo, ti abbandoni al letto e aspetti.
Poco dopo arriva un'altra infermiera, qualche domanda e poi ti dice di aspettare e tu aspetti. Ti addormenti, quel posto rende stanchi e gli occhi si sbarrano a x.
Passano un paio d'ore, poi una donna entra nella sala e ti depila la gamba. Ti rade, ti solletica, ti pulisce, ti cura e rende la gamba bianca.
Ore 11, la stessa donna si ripresenta munita di carrozzina.
Preleva il vecchio, è la sua ora, e un po' del mio sangue. Lo porta via, la moglie lo saluta con la manina, tu mano alla fronte.
Ritorni a sognare con la persiana abbassata e il freddo che entra in questo luogo desolato. Quando ritornerà il reduce, se ritornerà l'anziano, toccherà a te, ti auguri.
Passano altre 2 ore.
Vai in bagno. La fai tutta, non vorrai avere complicazioni durante l'operazione.
Esci,vedi la carrozzina senza vecchio, è già sul letto; l'infermiera ti dice "sali" e tu salti sopra il lettino a ruote.
Attraversi il lungo corridoio, sorridi a chi ti osserva, qualcuno fa il segno della croce e tu preghi: preghi ad alta voce di non rivederle più certe persone.
Esci dalla corsia.
Arrivi davanti ad una porta, vedi sul muro una targa,"sala operatoria", la donna preme un pulsante e la porta si apre e tu entri, entri con tutto te stesso.
Ti stipano in una sala a destra.
L'infermiera col camice bianco ti fa ciao ciao con la manina e al posto suo arriva un infermiera col camice verde.
Ti fa appoggiare il braccio destro su un bracciolo.
Ti chiede come stai,
le dici bene,
ti infilza un impianto dal quale collega un flebo.
Poi arriva l'anestesista,
ti chiede come stai,
gli dici b-e-n-e,
ti dice:
girati sul fianco sinistro ti farò una siringa fra la settima e l'ottava vertebra,
tu dici b-e-n-e,
buca la pelle e penetra, e penetra finché tocca qualcosa ed esce.
Conti fino al 10:1-2-3-4-5-6-7-8-9-10,
nessuno si è nascosto ma le gambe inizi a non sentirle più, b-e-n-e.
Sopratutto la sinistra, quella che deve subire il taglio, sparisce da ogni tuo comando.
Passano 20 minuti, sono le 13.20 e ti spostano in un'altra sala, accanto.
L'equipe è pronta.
In mezzo secondo hanno tutti i coltelli in mano. Distendono un velo pietoso davanti al tuo pietoso viso per la privacy del tuo ginocchio; solo che alla tua sinistra c'è un bel schermo e da lì osservi le riprese dell'intervento.
Vedi pinze, aghi, pelle, globuli, leucociti, spaghetti, gomme.
Poi perdi interesse e quasi ti addormenti.
Qualcuno dal camice verde ti chiede come stai. Rispondi che hai freddo.
Pone un telo su di te; ora in un'altra dimensione sei:
soffi di anima emanano i tuoi pori respiratori e tu condensi in 14 secondi il ricordo di quando eri sano e pazzo; rivivi l'inverno sotto la neve con pupazzi verdi che staccano brandelli di pelle e giocano con tuo ovulo genitale;
non sei più bimbo.
Il cuore forma righe spezzate sul monitor, gambe paralizzate, pressione in una pompetta, segano, segano, segano.
Risvegli la tua fantasia, è tutto finito ora;
la guerra è finita, si ritorna a casa. Saluti i compagni, riponi le armi, lasci le tue medaglie come le sostanze interne ai medici.
46 II, eccola lì di nuovo la tua brandina.
Il vecchio dorme, sono le 15.
Ti trafiggono sull'impianto un flebo giallo e tu succhi, succhi tutto lentamente e poi all'improvviso ti prende la stanchezza mentre ancora metà del tuo corpo è morto.
Poi ti risvegli, ti sei appisolato per appena 10 minuti.
La moglie del pugliese ti chiede come stai, mentre lui russa, fai un cenno con la testa, non senti un cazzo, sei pieno di droghe, questo rispondi.
Continui a sospirare quasi stessi affogando e le gamba destra e mezzo culo si risvegliano come se la sera prima avessero bevuto.
Il tempo sembra non passare.
Devi pisciare. Prendi il pappagallo e lo infili sull'uccello. Spingi e spingi ma sei scomodo e da seduti è molto difficile.
Qualcosa esce e si riversa in parte fra le tue cosce.
Chiami gli infermieri, dici che devi pisciare.
Ti dicono falla.
Dici che non riesci e ti serve il catetere.
Non sai nemmeno cosa sia un catetere.
Tastano la tua pancia, rispondono che non sei pieno e devi bere tanta acqua.
Fai il difficile; incazzati ti infilano un cordone collegato ad una sacca attorno alla cappella. Non è una bella sensazione ma almeno sei felice.
La Tv è fissata alta sul muro, il telecomando è al tuo fianco ma proprio non hai voglia di fare qualcosa, compreso contemplare figurine su uno schermo, così dormi e dormi.
Hai freddo e ti copri, poi verso le 18.30 arriva l'infermierina e ti porta una minestrina.
Annaspi tra il brodo e mangi con tanta fame, ti sei fatto 24 ore di digiuno.
Ti senti risollevato mentre il reduce al tuo fianco ancora russa e la moglie l'osserva, osserva il suo vecchio cucciolo che riposa.
Tu sbuffi dalla noia, hai le palle piene, mentre al tuo cazzo è ancora attaccata la cannuccia per la pipì e mai capisci se fai uscire l'urina o se è solo un inganno del tuo corpo anestetizzato.
Arrivano le 20.30; stasera c'è la nazionale, ogni volta che ti sei operato ha giocato la nazionale, per cui accendi la Tv, ma hai sonno, perdi colpi e non segui la partita.
Sull'uno a zero per noi spegni tutto e dici good night al compagno di stanza.
La notte ti sembra interminabile.
Ti svegli alle una.
Poi alla due, alle tre.
Ogni ora osservi con la vista sbiadita il corridoio illuminato da una luce bluastra, mentre qualcuno in modo interminabile fa su e giù per le stanze.
Arrivano le sei. E' la sesta volta che ti risvegli.
Passa l'infermiera; ti fa bere una medicina.
Alle sette, ti misurano la febbre.
Averti che qualcosa non va. Hai mal di testa, nausea, tremolii.
I medici si alternano, ti dicono prendi questo e quello, ma niente funziona.
La colazione intanto rimane lì, accanto al tuo letto e non riesci a mangiare; troppa voglia di vomitare.
Arriva chi ti ha operato, ti visita la gamba ma stai male. Poi è il turno del fisioterapista.
Vuole farti alzare per fare qualche esercizio, tuttavia non puoi per la nausea.
Preghi affinché ti facciano andare in bagno per bagnarti la faccia. Hai tanta sete e le labbra si sgretolano però nessuno pare badarti.
Dopo ore che ti alzano e abbassano il letto si decidono a toglierti il catetere.
L'infermiera sfila il tubo dalla cappella e ti sembra di riversare tanta pipì nel letto mentre stai venendo e invece non succede nulla di questo. La sacca è piena di liquido.
Metti il tutore attorno alla tua malata gamba e ti alzi aiutato da un infermiere. Vai in bagno, pisci qualcosa di nero. Poi ti dai una lavata, le mutande sono gialle e fra le cosce è tutto appiccicoso.
Chiami l'infermiere, ti aiuta a rivestirti mentre il mal di testa e la nausea non smettono un istante.
Ti accomodi sulla poltrona, l'antidolorifico per cavalli ti aiuta a non sentire nessun dolore postoperatorio.
E poi aspetti di vomitare. Qualcuno aveva già appoggiato dei lenzuoli sul letto in caso di bisogno. Ne prendi uno. Chiudi gli occhi e spingi. Nulla esce, tossisci forte e quasi ti manca il fiato. Riprovi e un fiume di sostanze gialle sporcano il panno e il pavimento.
La moglie del vicino di letto chiama aiuto, l'equipe corre e ripulisce ogni traccia.
Ma non è ancora finita,il secondo round si fa ancora più duro e un altro lenzuolo si macchia.
E stai lì, quasi fiero delle tue budella.
Ti ricompongono sul lettino alcolizzato di medicine e narcotizzato di antidolorifici sbavi sul cuscino prendendo sonno.
Arriva anche l’ora del pranzo ma eviti con cura di ingurgitare un minimo briciolo d’aria. Nel frattempo i dottori fanno il check sound completo sul tuo ginocchio sostenendo che puoi tornare a casa.
Saluti il reduce al tuo fianco mentre dorme, attraversi i lunghi corridoio e oltrepassando le sbarre ti ritrovi ad essere libero.
Era solo un ricordo ma il dolore è persistente e la cimice è ancora lì che ti osserva.
D’altronde le cimici non hanno mai portato fortuna e ucciderle ti porta solo rimosso. Però un significato ci deve essere: una cimice non suona mai due volte alla stessa porta per sbaglio.
Allora faccio una piccola ricerca, e scopro.
Scopro che le cimici denotano grandi ricchezze future.
Un po’mi stupisco. Ho sempre pensato a quanto di lercio ci sia in questi insetti e tutto ad un tratto simboleggiano qualcosa di positivo.
Corro in cucina quasi per voler parlare e ringraziare l’insetto chiedendole:
perché io?
Accendo la luce e osservo il frigo.
Non c’è nulla.
La cimice è sparita, di lei nessuna traccia.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna, nemmeno per il mio ginocchio.
Spengo la luce. Anche se per poco è stato bello poter illudersi che quell’insetto avesse un significato diverso della casualità.
Mi volto e mi avvio quando sento un zzzz fermarsi da qualche parte.
Non oso accendere la luce, vorrei che il sogno continuasse anche al buio.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna ma da oggi ho motivo di credere che forse mi sono sempre sbagliato, anche sul mio ginocchio.
Simon Trumpet
Che ci fa sempre lì?
E ogni notte rischio di toccarla e ho sempre il timore che inizi a svolazzare in quel zzzzz tanto fastidioso e patetico. Ma lei rimane ferma, compagna fedele di piccoli istanti notturni come in attesa della mia buona notte.
Poi avvenne che una sera, appena accesi la luce della cucina, spiccò il volo e andò a posarsi dentro il lampadario. Pensai che sarebbe morta bruciata rendendomi felice di non incontrarla mai più: l’incontri casuali al buio non mi hanno mai portato fortuna. Tuttavia la meraviglia volle che ventiquattro ore dopo l’insetto si ripresentò nello stesso punto in buonissime condizioni fisiche. Quasi mi venne voglia di salutarla ma fantasticare con le cimici oltre a non avermi mai portato fortuna non ha mai portato buon’odori.
Avvenne che una volta da piccolo schiacciai uno di questi insetti, per cui c’è sempre stato uno storico astio da parte mia verso questa classe di cimicidae, però preso dallo sconforto di quel gesto, volli salvare l’animale prendendomi cura della sua mai pronta guarigione. A suon di pezzetti di biscotti maciullati per bene e lacrime di acqua, cercavo di nutrire l’insetto mentre garze minuscole purtroppo non ne trovai. Dopo vari tentativi di rianimazione, e incitamenti vocali, la cimice si sgonfiò completamente in una grossa scorreggia nauseabonda. Da quel momento decisi non aiutare mai più le cimici dato il loro ricambiato odore evitando anche fraintendimenti che si fraintenderebbero fra di loro se decidessi di aiutarle tutte, le cimici.
E così anche ieri notte, lei stava ad attendermi anche se io non ero molto in vena di saluti dato il mio ginocchio devastato che mi dava un passo alla Iggy Pop.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna.
E il ginocchio sinistro è da 3 anni il mio tallone d’Achille a causa di quel legamento non più crociato. Tutta quella volontà di risistemarmi appare oggi di nuovo andata a fottersi dopo il nuovo gonfiore; e una cimice a sera mi fa solo pensare a quanto ci sia di marcio in me. Allora rivivi quei momenti delicati di una carriera sportiva finita prima che iniziasse.
Così ti rechi presto all'ospedale.
Sono le 7.30 e tu sei puntuale come segnato nell'avviso ma c'è già qualcuno che ti ha preceduto. Ti accomodi in fila, devi operarti e devi fare la fila per consegnare i moduli che hai completato e firmato a casa, nei quali alla domanda, se usa sostanze che hanno effetto sul cervello tu hai risposto: certo, la televisione, i politici, i giornali, la polizia, gli alieni, la chiesa, la vita stessa.
Arriva il tuo turno, sono le 8.15; hai atteso ben 45 minuti; consegni le carte alla segretaria dell'ufficio ricoveri, ti fanno firmare altre dichiarazioni, poi ti dicono che puoi accomodarti al terzo piano con il malloppo cartaceo in mano.
Prendi l'ascensore con la cartella sulle spalle, esci, leggi la targhetta sul muro che reca la scritta "terzo piano"; apri l'unica porta che trovi, entri in corsia, nessuno ti attende.
Avanzi tra stanze aperte con dentro pazienti di vario sesso. Poi finalmente trovi lo stanzino degli infermieri.
Ti si fa incontro una ragazza, saluti con la mano sulla fronte, ti dice riposo, ti fa strada. Ti accompagna alla penultima stanza del corridoio dove non batte il sole, dice 46 II è il tuo letto, 46 II è il tuo armadio.
Ti giri. Nella sala c'è un vecchio che dorme; sulla sedia c'è la moglie, sveglia. Poggi la mano sulla fronte e saluti, vengono da Barletta; pensi al tuo amico pugliese, rimani zitto col sorriso.
Ti spogli, ti vesti comodo, ti abbandoni al letto e aspetti.
Poco dopo arriva un'altra infermiera, qualche domanda e poi ti dice di aspettare e tu aspetti. Ti addormenti, quel posto rende stanchi e gli occhi si sbarrano a x.
Passano un paio d'ore, poi una donna entra nella sala e ti depila la gamba. Ti rade, ti solletica, ti pulisce, ti cura e rende la gamba bianca.
Ore 11, la stessa donna si ripresenta munita di carrozzina.
Preleva il vecchio, è la sua ora, e un po' del mio sangue. Lo porta via, la moglie lo saluta con la manina, tu mano alla fronte.
Ritorni a sognare con la persiana abbassata e il freddo che entra in questo luogo desolato. Quando ritornerà il reduce, se ritornerà l'anziano, toccherà a te, ti auguri.
Passano altre 2 ore.
Vai in bagno. La fai tutta, non vorrai avere complicazioni durante l'operazione.
Esci,vedi la carrozzina senza vecchio, è già sul letto; l'infermiera ti dice "sali" e tu salti sopra il lettino a ruote.
Attraversi il lungo corridoio, sorridi a chi ti osserva, qualcuno fa il segno della croce e tu preghi: preghi ad alta voce di non rivederle più certe persone.
Esci dalla corsia.
Arrivi davanti ad una porta, vedi sul muro una targa,"sala operatoria", la donna preme un pulsante e la porta si apre e tu entri, entri con tutto te stesso.
Ti stipano in una sala a destra.
L'infermiera col camice bianco ti fa ciao ciao con la manina e al posto suo arriva un infermiera col camice verde.
Ti fa appoggiare il braccio destro su un bracciolo.
Ti chiede come stai,
le dici bene,
ti infilza un impianto dal quale collega un flebo.
Poi arriva l'anestesista,
ti chiede come stai,
gli dici b-e-n-e,
ti dice:
girati sul fianco sinistro ti farò una siringa fra la settima e l'ottava vertebra,
tu dici b-e-n-e,
buca la pelle e penetra, e penetra finché tocca qualcosa ed esce.
Conti fino al 10:1-2-3-4-5-6-7-8-9-10,
nessuno si è nascosto ma le gambe inizi a non sentirle più, b-e-n-e.
Sopratutto la sinistra, quella che deve subire il taglio, sparisce da ogni tuo comando.
Passano 20 minuti, sono le 13.20 e ti spostano in un'altra sala, accanto.
L'equipe è pronta.
In mezzo secondo hanno tutti i coltelli in mano. Distendono un velo pietoso davanti al tuo pietoso viso per la privacy del tuo ginocchio; solo che alla tua sinistra c'è un bel schermo e da lì osservi le riprese dell'intervento.
Vedi pinze, aghi, pelle, globuli, leucociti, spaghetti, gomme.
Poi perdi interesse e quasi ti addormenti.
Qualcuno dal camice verde ti chiede come stai. Rispondi che hai freddo.
Pone un telo su di te; ora in un'altra dimensione sei:
soffi di anima emanano i tuoi pori respiratori e tu condensi in 14 secondi il ricordo di quando eri sano e pazzo; rivivi l'inverno sotto la neve con pupazzi verdi che staccano brandelli di pelle e giocano con tuo ovulo genitale;
non sei più bimbo.
Il cuore forma righe spezzate sul monitor, gambe paralizzate, pressione in una pompetta, segano, segano, segano.
Risvegli la tua fantasia, è tutto finito ora;
la guerra è finita, si ritorna a casa. Saluti i compagni, riponi le armi, lasci le tue medaglie come le sostanze interne ai medici.
46 II, eccola lì di nuovo la tua brandina.
Il vecchio dorme, sono le 15.
Ti trafiggono sull'impianto un flebo giallo e tu succhi, succhi tutto lentamente e poi all'improvviso ti prende la stanchezza mentre ancora metà del tuo corpo è morto.
Poi ti risvegli, ti sei appisolato per appena 10 minuti.
La moglie del pugliese ti chiede come stai, mentre lui russa, fai un cenno con la testa, non senti un cazzo, sei pieno di droghe, questo rispondi.
Continui a sospirare quasi stessi affogando e le gamba destra e mezzo culo si risvegliano come se la sera prima avessero bevuto.
Il tempo sembra non passare.
Devi pisciare. Prendi il pappagallo e lo infili sull'uccello. Spingi e spingi ma sei scomodo e da seduti è molto difficile.
Qualcosa esce e si riversa in parte fra le tue cosce.
Chiami gli infermieri, dici che devi pisciare.
Ti dicono falla.
Dici che non riesci e ti serve il catetere.
Non sai nemmeno cosa sia un catetere.
Tastano la tua pancia, rispondono che non sei pieno e devi bere tanta acqua.
Fai il difficile; incazzati ti infilano un cordone collegato ad una sacca attorno alla cappella. Non è una bella sensazione ma almeno sei felice.
La Tv è fissata alta sul muro, il telecomando è al tuo fianco ma proprio non hai voglia di fare qualcosa, compreso contemplare figurine su uno schermo, così dormi e dormi.
Hai freddo e ti copri, poi verso le 18.30 arriva l'infermierina e ti porta una minestrina.
Annaspi tra il brodo e mangi con tanta fame, ti sei fatto 24 ore di digiuno.
Ti senti risollevato mentre il reduce al tuo fianco ancora russa e la moglie l'osserva, osserva il suo vecchio cucciolo che riposa.
Tu sbuffi dalla noia, hai le palle piene, mentre al tuo cazzo è ancora attaccata la cannuccia per la pipì e mai capisci se fai uscire l'urina o se è solo un inganno del tuo corpo anestetizzato.
Arrivano le 20.30; stasera c'è la nazionale, ogni volta che ti sei operato ha giocato la nazionale, per cui accendi la Tv, ma hai sonno, perdi colpi e non segui la partita.
Sull'uno a zero per noi spegni tutto e dici good night al compagno di stanza.
La notte ti sembra interminabile.
Ti svegli alle una.
Poi alla due, alle tre.
Ogni ora osservi con la vista sbiadita il corridoio illuminato da una luce bluastra, mentre qualcuno in modo interminabile fa su e giù per le stanze.
Arrivano le sei. E' la sesta volta che ti risvegli.
Passa l'infermiera; ti fa bere una medicina.
Alle sette, ti misurano la febbre.
Averti che qualcosa non va. Hai mal di testa, nausea, tremolii.
I medici si alternano, ti dicono prendi questo e quello, ma niente funziona.
La colazione intanto rimane lì, accanto al tuo letto e non riesci a mangiare; troppa voglia di vomitare.
Arriva chi ti ha operato, ti visita la gamba ma stai male. Poi è il turno del fisioterapista.
Vuole farti alzare per fare qualche esercizio, tuttavia non puoi per la nausea.
Preghi affinché ti facciano andare in bagno per bagnarti la faccia. Hai tanta sete e le labbra si sgretolano però nessuno pare badarti.
Dopo ore che ti alzano e abbassano il letto si decidono a toglierti il catetere.
L'infermiera sfila il tubo dalla cappella e ti sembra di riversare tanta pipì nel letto mentre stai venendo e invece non succede nulla di questo. La sacca è piena di liquido.
Metti il tutore attorno alla tua malata gamba e ti alzi aiutato da un infermiere. Vai in bagno, pisci qualcosa di nero. Poi ti dai una lavata, le mutande sono gialle e fra le cosce è tutto appiccicoso.
Chiami l'infermiere, ti aiuta a rivestirti mentre il mal di testa e la nausea non smettono un istante.
Ti accomodi sulla poltrona, l'antidolorifico per cavalli ti aiuta a non sentire nessun dolore postoperatorio.
E poi aspetti di vomitare. Qualcuno aveva già appoggiato dei lenzuoli sul letto in caso di bisogno. Ne prendi uno. Chiudi gli occhi e spingi. Nulla esce, tossisci forte e quasi ti manca il fiato. Riprovi e un fiume di sostanze gialle sporcano il panno e il pavimento.
La moglie del vicino di letto chiama aiuto, l'equipe corre e ripulisce ogni traccia.
Ma non è ancora finita,il secondo round si fa ancora più duro e un altro lenzuolo si macchia.
E stai lì, quasi fiero delle tue budella.
Ti ricompongono sul lettino alcolizzato di medicine e narcotizzato di antidolorifici sbavi sul cuscino prendendo sonno.
Arriva anche l’ora del pranzo ma eviti con cura di ingurgitare un minimo briciolo d’aria. Nel frattempo i dottori fanno il check sound completo sul tuo ginocchio sostenendo che puoi tornare a casa.
Saluti il reduce al tuo fianco mentre dorme, attraversi i lunghi corridoio e oltrepassando le sbarre ti ritrovi ad essere libero.
Era solo un ricordo ma il dolore è persistente e la cimice è ancora lì che ti osserva.
D’altronde le cimici non hanno mai portato fortuna e ucciderle ti porta solo rimosso. Però un significato ci deve essere: una cimice non suona mai due volte alla stessa porta per sbaglio.
Allora faccio una piccola ricerca, e scopro.
Scopro che le cimici denotano grandi ricchezze future.
Un po’mi stupisco. Ho sempre pensato a quanto di lercio ci sia in questi insetti e tutto ad un tratto simboleggiano qualcosa di positivo.
Corro in cucina quasi per voler parlare e ringraziare l’insetto chiedendole:
perché io?
Accendo la luce e osservo il frigo.
Non c’è nulla.
La cimice è sparita, di lei nessuna traccia.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna, nemmeno per il mio ginocchio.
Spengo la luce. Anche se per poco è stato bello poter illudersi che quell’insetto avesse un significato diverso della casualità.
Mi volto e mi avvio quando sento un zzzz fermarsi da qualche parte.
Non oso accendere la luce, vorrei che il sogno continuasse anche al buio.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna ma da oggi ho motivo di credere che forse mi sono sempre sbagliato, anche sul mio ginocchio.
Simon Trumpet
mercoledì 21 settembre 2011
Trauma 3: CONTO ALLA AICSEVOR
Da qualche settimana sono impegnato, anche se il termine impegnato risulta eccessivo anche per una persona modesta come il me medesimo, nello svolgimento di quello che viene definito “stage formativo”, cioè ciò che in qualche qual modo o maniera dovrebbe formarmi o formattarmi per il tanto ambito e sconosciuto mondo del lavoro. Negli ultimi giorni le mie energie sono state impegnate nel riordino della saletta per la letteratura infantile in quella fascia d’età che oscilla tra gli 0 fino ai 26 anni dato il mio grande interesse nel scovare remoti del passato tra le infinite e amorevoli pagine di questa narrativa impegnata, e, al di là dell’utilissimo e richiestissimo ma scomparso dallo scaffale “Occhio alle stringhe” visto il mio infantile Trauma nell’incapacità di allacciarmi le scarpe (problema che a quanto osservo coinvolge ancora decine di bambini colmando finalmente il mio senso di solitudine a riguardo di tale avversità) ecco che arriva il conto alla aicsevor lampeggiante sul 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Il computer della biblioteca si spegne; il timer è impostato per esplodere dopo un’ora di utilizzo. Per rientrare nel fantastico mondo di internet fantastico quanto il mondo del lavoro, dopo essermi disinnescato, devo reinserire la fantastica password numero 1 costituita dalle fantastiche lettere del mio altrettanto fantastico codice fiscale e in seguito aggiungere la fantastica password numero 2 formata dalle fantastiche cifre della mia strepitosa data di nascita scritta però al oirartnco. Un po’ come per entrare negli uffici del Pentagono dove devi attraversare 5 porte per ogni stanza che vuoi oltrepassare. Comunque, inseriti i comandamenti, una scritta rossa salsiccia mi segnala che devo aspettare almeno 5 minuti per ricollegarmi; un po’ come quando fai rifornimento all’automobile al distributore automatico in cui non fai in tempo ad immettere il denaro nella fessura e recarti alla pompa che ti esce lo scontrino della ricevuta perché non ti sei rifornito entro il tempo limite e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Allora, per impegnare questi minuti, dato che “lavoro” in una biblioteca, mi procuro il libro che mi sono già da ieri sistemato nel mio banchetto d’alunno stagista. L’autore è Anthony Burgess e questo nome l’altro giorno mi tintinnò così forte che dovetti subito prenderlo in considerazione. Era successo, che dopo essermi fatto l’ennesima cultura infantile con tutti quei libri di Richard Scarry (e fidatevi che anche voi sicuramente nella vostra tenera età avrete avuto per le mani un suo testo; se nel caso non vi ricordate o non avete mai letto questo scrittore probabilmente, significa che anche voi a 26 anni sarete alle prese con testi quali “Occhio alle stringhe” per imparare quello che mai non avete voluto imparare) dovetti sistemare alcuni libri ritornati a casa dopo il prestito. Così tra uno sconosciuto e l’altro e tra un Cornwell e l’altro, mi imbattei nel tanto alcolico Bukowsky e il suo “A sud di nessun Nord” fiero del fatto che tempo fa lo lessi. Quindi, seguendo l’ordine alfabetico lo posizionai tra il mitico Burroughs e il suo Checca, sempre fiero del fatto che tempo fa lo lessi, e appunto Burgess che nientedimeno è l’autore dell’inossidabile “Arancia meccanica” anche se il titolo qui appare tradotto letteralmente in “Un’arancia a orologeria”.
Ma il dubbio di questo titolo subito scomparve quando alla seconda riga lessi “C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta.”
Quasi mi divenne duro, così come in un’altra giornata quando mi ritrovai per le mani “Il giovane Holden” di Salinger e dopo accurate ricerche scoprii che si trattava del libro che Mark Chapman, colui che aveva ucciso Lennon, aveva con sé al momento dell’omicidio, riuscendo così a capire il perché quel titolo mi aveva attratto e fatto venire a galla angoli remoti della mia memoria.
Ma puntuale eccolo il conto alla aicsevor nuovamente lampeggiante e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Fedele alla linea, riprendo in mano l’arancia sbucciandone un'altra lieve dose di gustoso succo nel tentativo di imbevermi di codesto difficoltoso linguaggio. L’effetto collaterale che mi si riproduce nella mente è quello di addossarmi completamente contro colei che in questo momento è il mio capo.
La tentazione è ampia.
La biblioteca vuota.
I cinque minuti passano. Reinserisco la password numero 1. Reinserisco la mia strepitosa data di nascita al oirartnco. Reinserisco me stesso nel fantastico mondo di internet. Reinserisco me stesso nell’incapacità di fare qualcosa quest’oggi dato che non ho nulla da fare. Reinserisco la mia bravura nell’annullarmi con gli altri e nel crearmi effetti strabilianti nel vedermi di fronte uno dei gatti del “Fantastico mondo di Richard Scarry”.
«Ciao …»
Dico a Sandrino.
«Sssss!»
Mi fa lui.
«Non vorrai farti sentire …»
Prosegue.
Anche intelligenti gli hanno fatti questi gatti.
Il capo è ancora fra gli scaffali incurante di quanto io vedo. Sistema con cura e in ordine alfabetico i libri come un’ape operaia. Il gatto nel frattempo mi fa segno di inseguirlo.
Ci muoviamo con calma, silenziosi e in ombra fino a raggiungere lui.
«Scusa tanto, fratello.»
Disse Sandrino.
Gli venne una gran grippa quando locchiò noi che ci si avvicinava così tranquilli, cortesi e sorridenti, ma disse: -Si? Cosa c’è?- con una ciangotta molto sonora da maestro, come se cercasse di farci vedere che non era un grippone. Il gatto disse:
-Vedo che hai dei libri sotto il braccio, fratello. È davvero un raro piacere imbattersi in qualcuno che legge ancora, fratello.
-Oh,- disse lui tutto tremante. –Davvero? Oh, capisco-. E continua a guardare dall’uno all’altro di noi, perché adesso si ritrovava al centro di un quadrato molto sorridente e cortese.
-Sì- disse il gatto. –Sarei enormemente lieto, fratello, se tu fossi così cortese da lasciarmi vedere i libri che tieni sotto braccio. Non c’è nulla al mondo che mi piaccia più di un buon libro edificante, fratello.
-Edificante?- disse lui. –Edificante, eh? – E poi gli strappai questi due libri e li porsi in giro allampo. Essendo due, ce ne toccò uno a testa da locchiare.
Poi, con una ciangotta molto scandalizzata, il gatto disse: -Ma cosa vedo? Cos’è questa parola sporca? Arrossisco solo a guardarla. Tu mi deludi, fratello, mi deludi proprio.
-Ma,- cercò di dire lui, -ma, ma.
-Un uomo della tua età, fratello, -disse Sandrino, e cominciò a strappare il libro che aveva, e io feci lo stesso.
Il bigio profio cominciò a scriccare: -Ma quei libri non sono miei, sono proprietà del Municipio, ma questo è puro vandalismo, ma questo è inaudito,- o mottate del genere. E cercò anche di riprendersi indietro i libri a forza, il che era alquanto patetico. -Ti meriti una bella lezione, fratello, te la meriti proprio, gli disse il gatto.
Poi cominciammo a scapricciare un po’con lui. Gli tenni le granfie e il Sandrino gli spalancò il truglio. A terra ci feci il trattamento crash con lo stivale. Il vecchio poldo cominciò a fare degli sguerzi strani, «uaf, uof, uef», e così il gatto gli lasciò andare le lerfie e gliene mollò uno sul truglio sdentato col pugno con l’anello, e allora il vecchio si mise a lamentarsi sul serio, poi ecco che viene fuori il sangue, fratelli, una vera bellezza. Allora la piantammo lì e gli tirammo via soltanto le palandre, lasciandolo in camicia e mutande lunghe e poi il gatto gli dà un bel calcione nel buzzo e lo lasciammo andare quando ecco che arriva il conto alla aicsevor lampeggiante.
«Grazie Sandrino»
Dico.
«Sssss!»
Mi fa lui con un miao.
10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e vaffanculo.
È mezzogiorno e il mio turno mattutino da stagista è finito.
Altro che auguri e festeggiamenti, oggi pomeriggio ci saranno altre quattro ore di nulla e chissà se Sandrino verrà a ritrovarmi.
Simon trumpet
Altro che auguri e festeggiamenti.
Il computer della biblioteca si spegne; il timer è impostato per esplodere dopo un’ora di utilizzo. Per rientrare nel fantastico mondo di internet fantastico quanto il mondo del lavoro, dopo essermi disinnescato, devo reinserire la fantastica password numero 1 costituita dalle fantastiche lettere del mio altrettanto fantastico codice fiscale e in seguito aggiungere la fantastica password numero 2 formata dalle fantastiche cifre della mia strepitosa data di nascita scritta però al oirartnco. Un po’ come per entrare negli uffici del Pentagono dove devi attraversare 5 porte per ogni stanza che vuoi oltrepassare. Comunque, inseriti i comandamenti, una scritta rossa salsiccia mi segnala che devo aspettare almeno 5 minuti per ricollegarmi; un po’ come quando fai rifornimento all’automobile al distributore automatico in cui non fai in tempo ad immettere il denaro nella fessura e recarti alla pompa che ti esce lo scontrino della ricevuta perché non ti sei rifornito entro il tempo limite e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Allora, per impegnare questi minuti, dato che “lavoro” in una biblioteca, mi procuro il libro che mi sono già da ieri sistemato nel mio banchetto d’alunno stagista. L’autore è Anthony Burgess e questo nome l’altro giorno mi tintinnò così forte che dovetti subito prenderlo in considerazione. Era successo, che dopo essermi fatto l’ennesima cultura infantile con tutti quei libri di Richard Scarry (e fidatevi che anche voi sicuramente nella vostra tenera età avrete avuto per le mani un suo testo; se nel caso non vi ricordate o non avete mai letto questo scrittore probabilmente, significa che anche voi a 26 anni sarete alle prese con testi quali “Occhio alle stringhe” per imparare quello che mai non avete voluto imparare) dovetti sistemare alcuni libri ritornati a casa dopo il prestito. Così tra uno sconosciuto e l’altro e tra un Cornwell e l’altro, mi imbattei nel tanto alcolico Bukowsky e il suo “A sud di nessun Nord” fiero del fatto che tempo fa lo lessi. Quindi, seguendo l’ordine alfabetico lo posizionai tra il mitico Burroughs e il suo Checca, sempre fiero del fatto che tempo fa lo lessi, e appunto Burgess che nientedimeno è l’autore dell’inossidabile “Arancia meccanica” anche se il titolo qui appare tradotto letteralmente in “Un’arancia a orologeria”.
Ma il dubbio di questo titolo subito scomparve quando alla seconda riga lessi “C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta.”
Quasi mi divenne duro, così come in un’altra giornata quando mi ritrovai per le mani “Il giovane Holden” di Salinger e dopo accurate ricerche scoprii che si trattava del libro che Mark Chapman, colui che aveva ucciso Lennon, aveva con sé al momento dell’omicidio, riuscendo così a capire il perché quel titolo mi aveva attratto e fatto venire a galla angoli remoti della mia memoria.
Ma puntuale eccolo il conto alla aicsevor nuovamente lampeggiante e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Fedele alla linea, riprendo in mano l’arancia sbucciandone un'altra lieve dose di gustoso succo nel tentativo di imbevermi di codesto difficoltoso linguaggio. L’effetto collaterale che mi si riproduce nella mente è quello di addossarmi completamente contro colei che in questo momento è il mio capo.
La tentazione è ampia.
La biblioteca vuota.
I cinque minuti passano. Reinserisco la password numero 1. Reinserisco la mia strepitosa data di nascita al oirartnco. Reinserisco me stesso nel fantastico mondo di internet. Reinserisco me stesso nell’incapacità di fare qualcosa quest’oggi dato che non ho nulla da fare. Reinserisco la mia bravura nell’annullarmi con gli altri e nel crearmi effetti strabilianti nel vedermi di fronte uno dei gatti del “Fantastico mondo di Richard Scarry”.
«Ciao …»
Dico a Sandrino.
«Sssss!»
Mi fa lui.
«Non vorrai farti sentire …»
Prosegue.
Anche intelligenti gli hanno fatti questi gatti.
Il capo è ancora fra gli scaffali incurante di quanto io vedo. Sistema con cura e in ordine alfabetico i libri come un’ape operaia. Il gatto nel frattempo mi fa segno di inseguirlo.
Ci muoviamo con calma, silenziosi e in ombra fino a raggiungere lui.
«Scusa tanto, fratello.»
Disse Sandrino.
Gli venne una gran grippa quando locchiò noi che ci si avvicinava così tranquilli, cortesi e sorridenti, ma disse: -Si? Cosa c’è?- con una ciangotta molto sonora da maestro, come se cercasse di farci vedere che non era un grippone. Il gatto disse:
-Vedo che hai dei libri sotto il braccio, fratello. È davvero un raro piacere imbattersi in qualcuno che legge ancora, fratello.
-Oh,- disse lui tutto tremante. –Davvero? Oh, capisco-. E continua a guardare dall’uno all’altro di noi, perché adesso si ritrovava al centro di un quadrato molto sorridente e cortese.
-Sì- disse il gatto. –Sarei enormemente lieto, fratello, se tu fossi così cortese da lasciarmi vedere i libri che tieni sotto braccio. Non c’è nulla al mondo che mi piaccia più di un buon libro edificante, fratello.
-Edificante?- disse lui. –Edificante, eh? – E poi gli strappai questi due libri e li porsi in giro allampo. Essendo due, ce ne toccò uno a testa da locchiare.
Poi, con una ciangotta molto scandalizzata, il gatto disse: -Ma cosa vedo? Cos’è questa parola sporca? Arrossisco solo a guardarla. Tu mi deludi, fratello, mi deludi proprio.
-Ma,- cercò di dire lui, -ma, ma.
-Un uomo della tua età, fratello, -disse Sandrino, e cominciò a strappare il libro che aveva, e io feci lo stesso.
Il bigio profio cominciò a scriccare: -Ma quei libri non sono miei, sono proprietà del Municipio, ma questo è puro vandalismo, ma questo è inaudito,- o mottate del genere. E cercò anche di riprendersi indietro i libri a forza, il che era alquanto patetico. -Ti meriti una bella lezione, fratello, te la meriti proprio, gli disse il gatto.
Poi cominciammo a scapricciare un po’con lui. Gli tenni le granfie e il Sandrino gli spalancò il truglio. A terra ci feci il trattamento crash con lo stivale. Il vecchio poldo cominciò a fare degli sguerzi strani, «uaf, uof, uef», e così il gatto gli lasciò andare le lerfie e gliene mollò uno sul truglio sdentato col pugno con l’anello, e allora il vecchio si mise a lamentarsi sul serio, poi ecco che viene fuori il sangue, fratelli, una vera bellezza. Allora la piantammo lì e gli tirammo via soltanto le palandre, lasciandolo in camicia e mutande lunghe e poi il gatto gli dà un bel calcione nel buzzo e lo lasciammo andare quando ecco che arriva il conto alla aicsevor lampeggiante.
«Grazie Sandrino»
Dico.
«Sssss!»
Mi fa lui con un miao.
10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e vaffanculo.
È mezzogiorno e il mio turno mattutino da stagista è finito.
Altro che auguri e festeggiamenti, oggi pomeriggio ci saranno altre quattro ore di nulla e chissà se Sandrino verrà a ritrovarmi.
Simon trumpet
martedì 20 settembre 2011
Trauma 2: Il Blog
Quando decisi di fare questo blog, lo concepii come uno stimolo per me stesso innanzitutto. Avrei potuto far leggere i miei scritti ai miei amici ricevendo così le loro opinioni e commenti. Un esercizio di confronto tra chi come me scrive e chi come loro legge. Non mi era mai apparsa troppo entusiasmante l’idea di una scrittura quotidiana e la relativa pubblicazione sugli argomenti più svariati che avrebbe richiesto un impegno costante nei mie lettori. Anche perché il dubbio perenne che mi alimenta è che comunque pochissimi leggano quello che scrivo e pubblico in questo blog.
E chi avrebbe la pazienza di leggere sciocchezze ogni giorno?
Io no di certo.
Per cui, dato il poco interesse che potrei suscitare nel scrivere opinioni, pensieri, argomentazioni di vario genere, mi dilettai e mi diletto a proporre un’opera più o meno plausibile. Poesie, racconti e gli ultimissimi aforismi. Un po’di tutto per allietare voi giudici supremi dell’entertainment e per avere un po’di conforto nel parere di qualcuno che dia valore a quanto produco. Chissà quanti di voi mi hanno ignorato, in ogni caso. Ma si sa, le persone cambiano continuamente. Una cosa che oggi amiamo domani la ignoriamo e un blog ignorato potrebbe divenire un blog ammirato. E così come formula di consolazione mi impegnerò in una scrittura continua. Non so cosa ne possa uscire fuori, d’altronde tutto questo è nato dieci minuti fa durante l’ultima sega sparata e la sincerità patita alla pagina con qualche macchiolina bianca mi appare il sintomo più idoneo per affrontare questo nuovo format.
Questo nuovo gioco rientrerà nell’opera complessiva “Traumi” di cui avete già potuto leggere un’accurata introduzione e relativo “Trauma numero 1: Insetti”. Il perché consiste nel semplice fatto che tutto si muove attorno ai traumi, solo che ancora non lo sapete; e per darvene una testimonianza riporterò di seguito un tratto dall’opera di Aristotele il De Generatione Animalium:
“La secrezione uterina della femmina acquista consistenza per effetto dello sperma maschile, che svolge un’azione simile a quella del caglio sul latte. Il caglio, in effetti, è latte provvisto di calore vitale, e questo riunisce e fa coagulare le parti simili; così allo sperma capita lo stesso, perché la natura del latte e del mestruo è la stessa. Riunendosi dunque insieme le parti consistenti viene espulso il liquido, e tutt’attorno, per l’asciugarsi delle sostanze terrose, si formano delle membrane.”
Tutto questo per farvi intendere che “il topos della donna come significante dell’anomalia e dell’inferiorità resterà permanente nel discorso scientifico dell’Occidente. Il mostruoso come polo negativo, il polo del meno è dunque analogo al femminile, in quanto è assunto come “altro da” la norma in vigore, qualsiasi sia questa norma. Lei viene associata a qualcosa che la rende incline a essere nemica dell’umanità. Il corpo della donna ha il potere di cambiar forma durante la gravidanza e l’allattamento. Esso quindi ha il potere di sconfessare la nozione di forma corporea come concetto fisso, cioè le sembianze visibili, riconoscibili, nette e specifiche che identificano la forma del corpo. Se definiamo il mostro come un’entità corporea anomala e deviante rispetto alla norma, allora possiamo sostenere che il corpo femminile condivide con il mostro il privilegio di indurre un singolare miscuglio di orrore e fascinazione.” (cit. Braidotti).
Per migliori informazioni potrete leggere la mia tesi finale “Mostri e società nell’opera di Palahniuk” prossimamente in scena tra qualche mese in qualche aula universitaria.
Ma per non buttare troppa benzina nel fuoco, credo che in molti di voi avranno già storpiato il muso nella lettura di queste frasi. Ad alcuni ragazzi probabilmente gli si sarà rizzato il membro nella consapevolezza millenaria di superiorità nei confronti delle donne. Ad alcune donne sarà venuta dura la mammella sinistra dalla rabbia nell’essersi sentite definire mostri dopo anni di creme plastificate antirughe, antigel, antibrufoli nella ricerca di una forma migliore nel loro viso. Comunque sia, oggi avete appreso qualcosa sul mostro che io ho ricercato e trascritto proprio un attimo prima della sega che ha dato vita a questo scritto. D’altronde tutto nasce dallo sperma, lo dice anche Aristotele, e a volte un suo spreco casalingo dà vita ad interessanti riflessioni sulla quotidianità. Non so se una sega al giorno tolga il medico di torno, però almeno rende un po’più leggere certe deprimenti considerazioni sui rapporti umani. Insomma masturbatevi pure violentemente e poi ditemi se dopo aver appena eiaculato direte di aver ancora bisogno dell’amore. Ah scusate, lo stesso vale per le signorine con i termini di riferimento quali amplesso o orgasmo.
Comunque al di là di quello che potrete disseminare sui vostri lenzuoli o coprimaterasso non vi darò più comunicazioni in via ufficiosa di quanto scrivo, perché a chi potrebbe interessare?
A me no di certo.
Così come il mio desiderio di volere una figa blu che non è un desiderio da tutti, ma almeno è un desiderio. E a chi potrebbe interessare?
A me non di certo.
Se volete seguirmi, seguitemi; una sega al giorno non è un grande consumo di sperma, ma è già qualcosa.
Simon Trumpet
E chi avrebbe la pazienza di leggere sciocchezze ogni giorno?
Io no di certo.
Per cui, dato il poco interesse che potrei suscitare nel scrivere opinioni, pensieri, argomentazioni di vario genere, mi dilettai e mi diletto a proporre un’opera più o meno plausibile. Poesie, racconti e gli ultimissimi aforismi. Un po’di tutto per allietare voi giudici supremi dell’entertainment e per avere un po’di conforto nel parere di qualcuno che dia valore a quanto produco. Chissà quanti di voi mi hanno ignorato, in ogni caso. Ma si sa, le persone cambiano continuamente. Una cosa che oggi amiamo domani la ignoriamo e un blog ignorato potrebbe divenire un blog ammirato. E così come formula di consolazione mi impegnerò in una scrittura continua. Non so cosa ne possa uscire fuori, d’altronde tutto questo è nato dieci minuti fa durante l’ultima sega sparata e la sincerità patita alla pagina con qualche macchiolina bianca mi appare il sintomo più idoneo per affrontare questo nuovo format.
Questo nuovo gioco rientrerà nell’opera complessiva “Traumi” di cui avete già potuto leggere un’accurata introduzione e relativo “Trauma numero 1: Insetti”. Il perché consiste nel semplice fatto che tutto si muove attorno ai traumi, solo che ancora non lo sapete; e per darvene una testimonianza riporterò di seguito un tratto dall’opera di Aristotele il De Generatione Animalium:
“La secrezione uterina della femmina acquista consistenza per effetto dello sperma maschile, che svolge un’azione simile a quella del caglio sul latte. Il caglio, in effetti, è latte provvisto di calore vitale, e questo riunisce e fa coagulare le parti simili; così allo sperma capita lo stesso, perché la natura del latte e del mestruo è la stessa. Riunendosi dunque insieme le parti consistenti viene espulso il liquido, e tutt’attorno, per l’asciugarsi delle sostanze terrose, si formano delle membrane.”
Tutto questo per farvi intendere che “il topos della donna come significante dell’anomalia e dell’inferiorità resterà permanente nel discorso scientifico dell’Occidente. Il mostruoso come polo negativo, il polo del meno è dunque analogo al femminile, in quanto è assunto come “altro da” la norma in vigore, qualsiasi sia questa norma. Lei viene associata a qualcosa che la rende incline a essere nemica dell’umanità. Il corpo della donna ha il potere di cambiar forma durante la gravidanza e l’allattamento. Esso quindi ha il potere di sconfessare la nozione di forma corporea come concetto fisso, cioè le sembianze visibili, riconoscibili, nette e specifiche che identificano la forma del corpo. Se definiamo il mostro come un’entità corporea anomala e deviante rispetto alla norma, allora possiamo sostenere che il corpo femminile condivide con il mostro il privilegio di indurre un singolare miscuglio di orrore e fascinazione.” (cit. Braidotti).
Per migliori informazioni potrete leggere la mia tesi finale “Mostri e società nell’opera di Palahniuk” prossimamente in scena tra qualche mese in qualche aula universitaria.
Ma per non buttare troppa benzina nel fuoco, credo che in molti di voi avranno già storpiato il muso nella lettura di queste frasi. Ad alcuni ragazzi probabilmente gli si sarà rizzato il membro nella consapevolezza millenaria di superiorità nei confronti delle donne. Ad alcune donne sarà venuta dura la mammella sinistra dalla rabbia nell’essersi sentite definire mostri dopo anni di creme plastificate antirughe, antigel, antibrufoli nella ricerca di una forma migliore nel loro viso. Comunque sia, oggi avete appreso qualcosa sul mostro che io ho ricercato e trascritto proprio un attimo prima della sega che ha dato vita a questo scritto. D’altronde tutto nasce dallo sperma, lo dice anche Aristotele, e a volte un suo spreco casalingo dà vita ad interessanti riflessioni sulla quotidianità. Non so se una sega al giorno tolga il medico di torno, però almeno rende un po’più leggere certe deprimenti considerazioni sui rapporti umani. Insomma masturbatevi pure violentemente e poi ditemi se dopo aver appena eiaculato direte di aver ancora bisogno dell’amore. Ah scusate, lo stesso vale per le signorine con i termini di riferimento quali amplesso o orgasmo.
Comunque al di là di quello che potrete disseminare sui vostri lenzuoli o coprimaterasso non vi darò più comunicazioni in via ufficiosa di quanto scrivo, perché a chi potrebbe interessare?
A me no di certo.
Così come il mio desiderio di volere una figa blu che non è un desiderio da tutti, ma almeno è un desiderio. E a chi potrebbe interessare?
A me non di certo.
Se volete seguirmi, seguitemi; una sega al giorno non è un grande consumo di sperma, ma è già qualcosa.
Simon Trumpet
giovedì 15 settembre 2011
MASSIME E MINIME
1)Un bambino oggi può crescere benissimo anche senza un padre; per questo hanno inventato TV.
2)Se non hai saputo vedere il mio cuore nel mio animo, che cosa pensi di trovare dopo la morte?
3)Ogni grammo di cervello mi si consuma man mano che vengo dietro te, coca...
4)Dammi 2 Jack Daniel’s e ti dirò chi sei..
5) Ho deciso che è tutta una nebulosa d’Andromeda la testa.
6)Ho l’ano nel culo.
7)Mi regolo con i regoli.
8)Il mio cervello va a rate: arriva una volta al mese.
9)Ho la sensazione che oggi vada tutto più lento.
10)Desidera quello che vuoi, non quello che non vuoi.
11) Il fatto che tu per tanti anni abbia pensato a non volermi ha fatto solo modo che noi ci volessimo.
12) E' solo il ricordo che mi fa voglia di te. Possa il tempo smentirti ancora.
13)Ho passato una serata indimenticabile che non ricordo.
14)La soluzione dell’enigma è il tuo sogno ricorrente.
15)Ricicla ciclamini.
16)Una cliente: oggi sono venuta 3 volte al supermercato per fare la puttana.
17)Mi hai messo il buon umore addosso come una T-shirt bagnata.
18)Non so se deprimermi e riposarmi a casa o fare qualcosa con la stanchezza in corpo.
19)Sono come la spazzatura: nessuno mi prende.
20)Che serve morire se non riesci a vivere?
21)Fumare fa male. Meno male, iniziavo a preoccuparmi che qualcosa facesse bene!
22) Ciò che conta è non contare.
23)Paranoid power.
24)Sono un egoista e odio gli egoisti.
25)L’anarchia è quello che non vuoi essere.
26) Se riesco a scoparmi una tossica, perché non dovrei riuscire a scoparmi una fighetta? D'altronde entrambe in mezzo alle gambe hanno un buco.
27)Che il cuore le duola e il culo le sorrida, sorella.
28) Vivere senza nessuno dovrebbe essere più facile che vivere con altri.
29)Se devo vivere con la speranza di trovare qualcuno vivrei comunque solo.
30) Il mondo funzionerebbe meglio se fossimo tutti ciechi.
31)Se un muro è crollato, altri sono stati eretti.
32)Tutto inizia da zero.
33)Spero che mi bastino questi ultimi 20 centesimi di vita; tra poco dovrò farmi una ricarica.
34)Gettate i figli dal balcone: vivranno più a lungo.
35)Per conquistare i prossimi mondiali di calcio la Corea userà l’atomica.
36)Obama ringrazia l'Afghanistan per il nobel alla pace.
37)Dopo lo scandalo pedofilia, il papa dichiara legittimo l’uso del profilattico.
38)Berlusconi dopo la sua morte dichiara: dall'alto governerò meglio.
39)A volte è l'insonnia a rendermi sveglio.
40)Nella vita tutto finisce e tutto continua.
41)Un giorno da leone. 25 anni di solitudine.
42)Stasera è magra, ma ci sono anche tante vacche grasse in giro.
43)Non è morire a incuterci timore ma la causa della nostra morte.
44)Amare non significa corrispondere, significa amare.
45)Sei così profondo che assomigli ad un pozzo.
46)Amo il mio tasso alcolico.
47)Sono un uomo d'alto borgo, ma rispetto agli altri uomini di questo rango, io scoreggio.
48)In amore come in cucina l'importante è mettere il sale.
49)Un grande uomo è tale solo se ha una grande donna.
50)Mi disturba di più il silenzio che l'indifferenza.
51)Un giorno tutto vi sarà reso, prometto, tutto vi sarà reso, prometto.
52)Se stai con lo zoppo impari a zoppicare, se stai con tromba impari a trombare.
53)Oggi siamo perfetti, domani miglioriamo.
54)Non importa se chi ti comanda sia buono o cattivo, comunque sia, ti comanda.
55)Sappi che non importa se vedi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, comunque sia va riempito.
56)Sono entrato nell'età adulta; stasera andrò ad ubriacarmi.
57)Ma una vegana, mangia il cazzo?
58)L'incomprensione è il gusto della vita.
59)Non sono una fiction.
60)Sembri più innamorata tu di lui che lei di esso.
61)A forza di ascoltare ho un gran cerume.
62)Una giacca militare non fanno di te un (buon) soldato.
63)Il passato è l'imperfezione del futuro.
64)Di solito le donne si confessano dopo essere state con me.
65)Quando non si vuole vedere una cosa, basta chiudere gli occhi.
66)Sfotti per sfottere e non per fottere.
67)Sei grezzo come il petrolio.
68)A passare per il coglione di turno lo si diventa.
69)Se tutto è una merda tanto vale ridursi a merde.
70)Non so se sei più scema te o io che ti ascolto.
71)Sei una hippy acida.
72)Fai la scelta giusta, gettati.
73)Che dovrei fare, farti venire con la forza del pensiero?
74)L'essere passati da animali selvatici a persone civili, è come essere passati da animali disobbedienti a persone obbedienti.
75)L'immaginazione rende reale ogni fantasia.
76)È più facile catturare una lepre con una trappola che inseguirla nel bosco.
77)Mai e poi mai il mio aspetto influenzerà su quello che sono.
78)Le persone che più hai a cuore saranno sempre quelle più distanti.
79)Molti, sopratutto in età avanzata, solettano dire quando vanno di fretta che c'è più tempo che vita. Appunto, c'è più tempo che vita, perché affrettarsi?
80)Io non sono i miei, errori.
81)Ciò che ignori, non può ignorarti.
82)Domani dopo la messa, passate al Sisa a mollare quattro porchi. Aperto fino alle 13.
83)O Sisa o muori.
84)Guarda come è depressa quella. Ti credo è col moroso.
85)In una società basata sul valore dei soldi niente può essere moralmente realizzato.
86)Per risolvere l'emergenza in Veneto, Bertolaso costruirà argini con la monnezza.
87)Fegato ti ricorderò per quello che sei stato, un amico.
88)Sono stanco di essere scambiato per una signorina solo perché porto una coda.
89)Forse è la banalità dell'amore a renderci sciocchi.
90)Il Canada aiuterà il Veneto con 15000 castori.
91)Rientrare in Facebook è come rientrare in Matrix.
92)portare il cane a fare i bisogni mi riconnette al mio essere animale
93)Il futuro è nelle nostre palle.
94)Nel mio intimo c'è legno.
95)La bellezza è come la moneta, col tempo perde valore
96)Quando i cani seppelliscono un osso, non ci mettono sopra una lapide per ricordarsi dove si trova. Così dovremmo fare noi con i nostri problemi, affossarli e dimenticarci che esistono.
97)Finché c’è la democrazia non ci sarà mai pace.
98)Difendere qualcuno che ti governa è la forma più stupida di autolesionismo.
99)Forse invece di cercare qualcuno dovresti cercare chi hai di fronte.
100)La verità preferisco inventarla.
101)La nostra cultura si basa sulle balle.
102)Nel fare gli auguri di Natale divento la persona più falsa del mondo, comunque auguri.
103)Puoi considerarmi un potenziale suicida così quando sarò famoso dirai che volevo uccidermi e la gente mi stimerà perché ho avuto una vita difficile.
104)Non si vive di sole citazioni.
105)La monarchia non andava bene perché c'era un solo re; la dittatura perché c'era un dittatore; allora perché accettare una democrazia in cui comanda uno solo?
106)Di questo passo diventerò il Muster of Puppets del Latino.
107)Il nostro paese è così civile che adora prenderla nel culo.
108)Se non supero latino mi soffocherò ingoiando pagine della bibbia per capirne l'essenza.
109)Ricordatevi che il mondo è stato creato dalle multinazionali.
110)Quando si è giovani, si apprezzano poche cose per questione di stile. Quando si è vecchi si apprezza tutto per questione di saggezza.
111)La violenza ha sempre un movente, la politica.
112)Al di là dell’ora l’importante è svegliarsi.
113)A volte lo star soli, è una gran conquista.
114)Mangia e ingrassa, questa è la filosofia della nostra epoca.
115)Vivi e lascia morire.
116) Adeguarsi a questa società rende stupidi.
117)Siamo come api: seminano polline nei fiorellini.
118)Ho sempre visto nel mio disordine l’ordine perfetto.
119)Il problema della Tv è che la gente parla come illuminata da Dio e usa questa presunta luce come testimonianza della sua presenza.
120)Almeno per una cosa mi sarai riconoscente, io ti ho sverginata.
121)I miti non parlano, piuttosto s’ammazzano.
122)Se mettete un uomo in una gabbia di donne, vedrete come si sentirà un uccellino.
123)Domani diranno che con la vostra merda si aiuta l’economia e voi tutti andrete a cagare.
124)Non hai bisogno della droga per farti piacere i Pink Floyd ma hai bisogno dei Pink Floyd per farti piacere la droga.
125)Meglio morire con la bocca piena che con la pancia vuota.
126)Commemorare l’11 settembre è come piangere per il proprio suicidio.
127)Ogni tuo grammo di gioia corrisponde a un kg della mia sofferenza.
128)Finché è offerto, porta rispetto!
129)Ignorare sarà il futuro della comunicazione.
Simon Trumpet
2)Se non hai saputo vedere il mio cuore nel mio animo, che cosa pensi di trovare dopo la morte?
3)Ogni grammo di cervello mi si consuma man mano che vengo dietro te, coca...
4)Dammi 2 Jack Daniel’s e ti dirò chi sei..
5) Ho deciso che è tutta una nebulosa d’Andromeda la testa.
6)Ho l’ano nel culo.
7)Mi regolo con i regoli.
8)Il mio cervello va a rate: arriva una volta al mese.
9)Ho la sensazione che oggi vada tutto più lento.
10)Desidera quello che vuoi, non quello che non vuoi.
11) Il fatto che tu per tanti anni abbia pensato a non volermi ha fatto solo modo che noi ci volessimo.
12) E' solo il ricordo che mi fa voglia di te. Possa il tempo smentirti ancora.
13)Ho passato una serata indimenticabile che non ricordo.
14)La soluzione dell’enigma è il tuo sogno ricorrente.
15)Ricicla ciclamini.
16)Una cliente: oggi sono venuta 3 volte al supermercato per fare la puttana.
17)Mi hai messo il buon umore addosso come una T-shirt bagnata.
18)Non so se deprimermi e riposarmi a casa o fare qualcosa con la stanchezza in corpo.
19)Sono come la spazzatura: nessuno mi prende.
20)Che serve morire se non riesci a vivere?
21)Fumare fa male. Meno male, iniziavo a preoccuparmi che qualcosa facesse bene!
22) Ciò che conta è non contare.
23)Paranoid power.
24)Sono un egoista e odio gli egoisti.
25)L’anarchia è quello che non vuoi essere.
26) Se riesco a scoparmi una tossica, perché non dovrei riuscire a scoparmi una fighetta? D'altronde entrambe in mezzo alle gambe hanno un buco.
27)Che il cuore le duola e il culo le sorrida, sorella.
28) Vivere senza nessuno dovrebbe essere più facile che vivere con altri.
29)Se devo vivere con la speranza di trovare qualcuno vivrei comunque solo.
30) Il mondo funzionerebbe meglio se fossimo tutti ciechi.
31)Se un muro è crollato, altri sono stati eretti.
32)Tutto inizia da zero.
33)Spero che mi bastino questi ultimi 20 centesimi di vita; tra poco dovrò farmi una ricarica.
34)Gettate i figli dal balcone: vivranno più a lungo.
35)Per conquistare i prossimi mondiali di calcio la Corea userà l’atomica.
36)Obama ringrazia l'Afghanistan per il nobel alla pace.
37)Dopo lo scandalo pedofilia, il papa dichiara legittimo l’uso del profilattico.
38)Berlusconi dopo la sua morte dichiara: dall'alto governerò meglio.
39)A volte è l'insonnia a rendermi sveglio.
40)Nella vita tutto finisce e tutto continua.
41)Un giorno da leone. 25 anni di solitudine.
42)Stasera è magra, ma ci sono anche tante vacche grasse in giro.
43)Non è morire a incuterci timore ma la causa della nostra morte.
44)Amare non significa corrispondere, significa amare.
45)Sei così profondo che assomigli ad un pozzo.
46)Amo il mio tasso alcolico.
47)Sono un uomo d'alto borgo, ma rispetto agli altri uomini di questo rango, io scoreggio.
48)In amore come in cucina l'importante è mettere il sale.
49)Un grande uomo è tale solo se ha una grande donna.
50)Mi disturba di più il silenzio che l'indifferenza.
51)Un giorno tutto vi sarà reso, prometto, tutto vi sarà reso, prometto.
52)Se stai con lo zoppo impari a zoppicare, se stai con tromba impari a trombare.
53)Oggi siamo perfetti, domani miglioriamo.
54)Non importa se chi ti comanda sia buono o cattivo, comunque sia, ti comanda.
55)Sappi che non importa se vedi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, comunque sia va riempito.
56)Sono entrato nell'età adulta; stasera andrò ad ubriacarmi.
57)Ma una vegana, mangia il cazzo?
58)L'incomprensione è il gusto della vita.
59)Non sono una fiction.
60)Sembri più innamorata tu di lui che lei di esso.
61)A forza di ascoltare ho un gran cerume.
62)Una giacca militare non fanno di te un (buon) soldato.
63)Il passato è l'imperfezione del futuro.
64)Di solito le donne si confessano dopo essere state con me.
65)Quando non si vuole vedere una cosa, basta chiudere gli occhi.
66)Sfotti per sfottere e non per fottere.
67)Sei grezzo come il petrolio.
68)A passare per il coglione di turno lo si diventa.
69)Se tutto è una merda tanto vale ridursi a merde.
70)Non so se sei più scema te o io che ti ascolto.
71)Sei una hippy acida.
72)Fai la scelta giusta, gettati.
73)Che dovrei fare, farti venire con la forza del pensiero?
74)L'essere passati da animali selvatici a persone civili, è come essere passati da animali disobbedienti a persone obbedienti.
75)L'immaginazione rende reale ogni fantasia.
76)È più facile catturare una lepre con una trappola che inseguirla nel bosco.
77)Mai e poi mai il mio aspetto influenzerà su quello che sono.
78)Le persone che più hai a cuore saranno sempre quelle più distanti.
79)Molti, sopratutto in età avanzata, solettano dire quando vanno di fretta che c'è più tempo che vita. Appunto, c'è più tempo che vita, perché affrettarsi?
80)Io non sono i miei, errori.
81)Ciò che ignori, non può ignorarti.
82)Domani dopo la messa, passate al Sisa a mollare quattro porchi. Aperto fino alle 13.
83)O Sisa o muori.
84)Guarda come è depressa quella. Ti credo è col moroso.
85)In una società basata sul valore dei soldi niente può essere moralmente realizzato.
86)Per risolvere l'emergenza in Veneto, Bertolaso costruirà argini con la monnezza.
87)Fegato ti ricorderò per quello che sei stato, un amico.
88)Sono stanco di essere scambiato per una signorina solo perché porto una coda.
89)Forse è la banalità dell'amore a renderci sciocchi.
90)Il Canada aiuterà il Veneto con 15000 castori.
91)Rientrare in Facebook è come rientrare in Matrix.
92)portare il cane a fare i bisogni mi riconnette al mio essere animale
93)Il futuro è nelle nostre palle.
94)Nel mio intimo c'è legno.
95)La bellezza è come la moneta, col tempo perde valore
96)Quando i cani seppelliscono un osso, non ci mettono sopra una lapide per ricordarsi dove si trova. Così dovremmo fare noi con i nostri problemi, affossarli e dimenticarci che esistono.
97)Finché c’è la democrazia non ci sarà mai pace.
98)Difendere qualcuno che ti governa è la forma più stupida di autolesionismo.
99)Forse invece di cercare qualcuno dovresti cercare chi hai di fronte.
100)La verità preferisco inventarla.
101)La nostra cultura si basa sulle balle.
102)Nel fare gli auguri di Natale divento la persona più falsa del mondo, comunque auguri.
103)Puoi considerarmi un potenziale suicida così quando sarò famoso dirai che volevo uccidermi e la gente mi stimerà perché ho avuto una vita difficile.
104)Non si vive di sole citazioni.
105)La monarchia non andava bene perché c'era un solo re; la dittatura perché c'era un dittatore; allora perché accettare una democrazia in cui comanda uno solo?
106)Di questo passo diventerò il Muster of Puppets del Latino.
107)Il nostro paese è così civile che adora prenderla nel culo.
108)Se non supero latino mi soffocherò ingoiando pagine della bibbia per capirne l'essenza.
109)Ricordatevi che il mondo è stato creato dalle multinazionali.
110)Quando si è giovani, si apprezzano poche cose per questione di stile. Quando si è vecchi si apprezza tutto per questione di saggezza.
111)La violenza ha sempre un movente, la politica.
112)Al di là dell’ora l’importante è svegliarsi.
113)A volte lo star soli, è una gran conquista.
114)Mangia e ingrassa, questa è la filosofia della nostra epoca.
115)Vivi e lascia morire.
116) Adeguarsi a questa società rende stupidi.
117)Siamo come api: seminano polline nei fiorellini.
118)Ho sempre visto nel mio disordine l’ordine perfetto.
119)Il problema della Tv è che la gente parla come illuminata da Dio e usa questa presunta luce come testimonianza della sua presenza.
120)Almeno per una cosa mi sarai riconoscente, io ti ho sverginata.
121)I miti non parlano, piuttosto s’ammazzano.
122)Se mettete un uomo in una gabbia di donne, vedrete come si sentirà un uccellino.
123)Domani diranno che con la vostra merda si aiuta l’economia e voi tutti andrete a cagare.
124)Non hai bisogno della droga per farti piacere i Pink Floyd ma hai bisogno dei Pink Floyd per farti piacere la droga.
125)Meglio morire con la bocca piena che con la pancia vuota.
126)Commemorare l’11 settembre è come piangere per il proprio suicidio.
127)Ogni tuo grammo di gioia corrisponde a un kg della mia sofferenza.
128)Finché è offerto, porta rispetto!
129)Ignorare sarà il futuro della comunicazione.
Simon Trumpet
domenica 28 agosto 2011
TRAUMI
Sono all’incirca le 2 del pomeriggio di un 15 Agosto.
L’anno decidetelo voi; per me non ha alcuna importanza. Le date sul calendario si ripetono annualmente uguali a se stesse, per cui fate un po’come con il Natale: rendetelo un giorno fatto per una memoria infinita ed eterna. La giornata è soleggiata e alquanto ventilata. I suoni sono nulli perché sono tutti partiti per le vacanze. Le strade vuote, i vicini scomparsi. L’unico rumore che odo è quello dell’acqua di riciclo dell’acquario che crea l’effetto dello scorrere di un torrente.
Immerso in questa finta oasi ho appena cucinato uno dei pochi piatti che sono in grado di prepararmi: pasta con la pancetta.
Solo che la pancetta non è perfettamente tagliata a cubetti; è più grossa e i pezzetti hanno una forma rettangolare abbastanza lunga: insomma sembra che stia mangiando brandelli di cervello più che carne animale. Accompagnato al cibo sorseggio un po’di vino bianco, un Gambellara per la precisione. Anch’esso, come la pancetta, l’ho comprato in un discount per pochi spiccioli; per cui direi che non mi sto trattando con molto lusso.
Appena ho finito di cibarmi mi fumo una sigaretta in casa violando una di quelle regole invisibili che dovrei rispettare. L’accendino che utilizzo ha la forma di una bomba a mano ed ho come l’impressione che se esplodessi in questo istante nessuno se ne accorgerebbe. L’accendi fuoco appartiene ad una non rinnovata collezione non privata di mio padre che ne ha accumulati una gran quantità sopra una mensola. Hanno tutti questo color bronzo ed assumono le forme più variate. Oltre alla bomba puoi trovarne altri a sottoforma di pistola, mitraglietta, fino al coltello. Poi ci sono quelli più improponibili con sembianze animali quali cani, rane o falchi, e infine i più simpatici che spaziano dall’alieno al Buddha e da Paperino ad un cesso.
Vallo a capire il collezionismo.
Comunque, violata la regola invisibile riempio di nuovo il bicchiere, non un bicchiere qualsiasi però, ma un gran bicchiere da Cognac che avevo rubato in un pub dopo aver speso 12 euro per un whiskey. Questo sì che è un lusso, non il bicchiere, ma poter usarlo in casa pensando che sia pieno di un ottimo liquore.
Ed è così che alle 2 di pomeriggio di un 15 Agosto di un anno qualsiasi cerco di ubriacarmi.
Il motivo che mi spinge a farlo è perché posso permettermelo violando forse un’altra regola della home che non conosco.
La verità è che io sono uno scrittore. Io scrivo e sto bevendo affinché il vino mi sciolga le parola in bocca. Non ho bisogno di un Nobel che mi certifichi l’autenticità del mio esserlo così come un falegname non ha bisogno di una laurea per classificarsi in quanto tale.
È il suo lavoro che garantisce la sua abilità, quello che insomma egli fa.
Io dunque scrivo, lo sto facendo adesso e non ho nemmeno bisogno di pubblicare un libro per assicurarmi che lo stia facendo.
E poi è più facile pensarlo che realizzarlo, un romanzo.
E più facile leggerla che stenderla una storia, una grande storia; una grande storia del cazzo.
Una grande storia di un cazzo e due palle, perché dovete sapere quanto sia noioso scrivere.
Ore e ore fitto nell’immaginazione, a quadrare ogni minimo particolare affinché nulla sia sconnesso o impossibile da comprendere. Da soli con il proprio vino e il silenzio attorno.
Eh bel lavoro di merda lo scrittore, almeno il falegname deve usare anche le mani oltre che la testa. E poi ci vuole molto tempo e soprattutto la continuità nello scrivere.
Michelangelo non si prese ferie mentre pitturava la Cappella Sistina.
Io invece devo svolgere un lavoro per vivere, devo studiare per laurearmi, devo e devo mille cose che non danno continuità.
Un falegname inoltre appena finisce il suo lavoro subito ha un riscontro economico. Lo scrittore invece deve prima trovare una casa editrice. Poi con gli anni, con un gran numero di copie vendute e molti libri, riuscirà a recepire una mensilità. Se ha fortuna, in seguito, qualche regista gli farà anche un bel film e allora finalmente gli firmeranno un bel contratto milionario per scrivere romanzi in continuazione.
Insomma, arriva all’apice della carriera e deve lavorare più di prima.
Eh bella merda fare lo scrittore.
Anche perché poi i contratti hanno delle clausole.
Sei costretto a produrre opere a catena se vuoi i tuoi soldi. Ed è qui che inizia il declino di ogni scrittore. Chiuso dagli obblighi di sfornare pagine su pagine la creatività viene meno. Nemmeno il tuo Gambellara può salvarti. Già scrivere è una noia che si risolve solo una volta conclusa la storia, se poi diventa un dovere si perde il senso che accompagna la scrittura: cioè la fuga. Va bene, una fuga pur sempre noiosa fatta di tasti schiacciati milioni di volte, ma almeno per questi frangenti parla solo la tua testa. Dici quello che pensi: giusto o sbagliato.
Vi consiglio quindi di tentare di diventare scrittori: in breve tempo vi ritroverete a essere dei senzatetto.
Forse l’unico vantaggio dello scrivere è che almeno sulla pagina parlo io per una volta e voi ascoltate. E non necessariamente devo dire qualcosa che debba avere importanza, insegnarvi qualcosa o debba essere vero.
Le storie sono storie.
Siete voi che dovete catturare quello che esse contengono al di là di quanto viene scritto.
Questo lo faccio perché a volte ritengo di non avere una mia storia e sento la necessità di inventarne. Altre volte ritengono che ognuno debba invece raccontare la propria vita perché anch’essa è una storia diversa dalle altre.
Dunque vi consiglio d’amico di raccontare voi stessi attraverso una pagina, vedrete che noia.
E non è tutto.
Di solito un grande artista crea una grande opera quando subisce un gran dolore. Un trauma.
Sarà per questo che non sto più scrivendo, perché sto bene.
Dovreste quindi subire un gran danno per avere almeno una minima idea per un romanzo; d’amico vi consiglio d’inserire in una storia almeno un lutto o una malattia che vi hanno colpito. Se per caso non avete mai provato sensazioni simili allora rinunciateci: non potrete mai scrivere una grande storia. Un buon scrittore deve quindi annoiarsi, stare malissimo, bere e per lo più non percepire un soldo.
Forse oggi fare il falegname risulta essere in confronto un gran lusso.
Quando poi scrivo in maniera più rilassata, oppure semplicemente non scrivo, i miei 10 lettori subito si accorgono che le cose mi vanno fin troppo bene.
Quello che mi dicono è: era meglio quando eri paranoico.
Ti fanno sentire quasi in colpa se non hai qualcosa per cui piangere o lamentarti.
Eh bel lavoro di merda lo scrittore.
Forse è così che si finisce sposati o vedovi, e ho come l’impressione che se esplodessi in questo istante nessuno se ne accorgerebbe.
Quello che non sanno i miei amici è il fatto che io comunque scrivo ogni giorno o quasi. Nuove storie che al momento della stesura non avranno un termine. Sono tentativi, idee, spunti.
Nemmeno Michelangelo ha disegnato la Cappella Sistina in un unico schizzo, almeno mi auguro.
L’altra cosa che non sanno i miei amici è che se mi vedono allegro non significa che sia necessariamente felice.
Per cui rendetevi conto di come mi diverto a fingere.
La terza cosa, infine, è che anche questo libro potrebbe non avere una conclusione. Per cui non fatevi aspettative. Non chiedetemi come termina, chi sopravvive o chi morirà; perché già siamo tutti fantasmi in attesa di sparire.
Traumi allora mi pare il titolo più adatto perché tutti abbiamo vissuto un evento triste o tutti prima o poi ne condivideremo uno con qualcuno.
D’altronde l’avete suggerito voi: le storie felici non vi piacciono.
E io da buon amico vi ascolto e vi rendo partecipi di queste che dovrebbero essere storie vere o false che siano: sta a voi crederci.
Per la precisione sono già 8432 i tasti che ho schiacciato.
Eh che bel lavoro di merda lo scrittore. Spero che non vi venga voglia di scrivere dopo aver letto questa storia inconclusa. Per ora mettetevi comodi e rilassati; il primo trauma sta per cominciare ed ho come la sensazione di esplodere …
TRAUMA N°1 : INSETTI
Nel sacchetto dell’umido tante piccole mosche e larve strusciano tra i residui organici di frutta, verdura e carne. Un ammasso che sguazza vorticoso e ingordo ti tanta materia prima. Un festival di microescrementi pronti a generare generazioni di insetti divora merda. Amici di razze insettivore che si tuffano in quel mondo marcio cercando di riemergere più forti ad ogni respiro.
Io compiaciuto osservo e chiudo il sacchetto togliendo a quel mondo felice l’unica via per vivere. Qualche moschito invano si getta verso il cappio del sacchetto che sto stringendo, ma è inutile. Li vedo trasparenti muoversi verso un’altra via di fuga che non esiste. Non è per una questione personale, ma domani passeranno a raccogliere la spazzatura e se ci sarà aria a sufficienza quelle bestioline potranno forse sopravvivere.
Anche per esseri così piccoli e insignificanti la vita può essere dura, insomma una merda.
Io d’altronde ho fatto solo il mio dovere di cittadino e quello che provo mentre gli animaletti smettono di battere le ali è: niente. Assolutamente niente.
Eppure non è la prima volta che ho questa sensazione di menefreghismo.
La stessa cosa, a ripensarci, mi capita quando sono a tu per tu con una cimice.
Gli aggettivi per descrivere una cimice possono essere: insetto schifoso, puzzolente e fastidioso. L’incarnazione di noi umani in poche parole.
Ed è per questo che il primo istinto che scatta in me quando una cimice gira su se stessa attorno ad una lampada è di ammazzarla. E vaffanculo anche all’odore che emana il suo culo schiacciato. Il suo sistema difensivo mi fa una sega: io mi lecco pure le dite con la sua urina.
Già, schifoso insetto: ti lecco tutto fino a consumarti.
Ma a parte la violenza, sinceramente non provo nulla nemmeno per questo essere; me ne sbatto le palle di lui e se non darebbero fastidio me lo mangerei come se fosse un confetto.
Potrei dunque risparmiarlo, dopo tutto anche i confetti si mangiano solo in certe occasioni.
E che dire poi delle zanzare?
La stessa identica cosa. Stritolarle con le dite e osservarle mentre cagano il tuo sangue dal pungiglione è un divertimento inutile. Lo fai solo per vendetta. Non provi sentimento, non puoi proprio. Esseri così minuscoli hanno solo la colpa di non avere un cervello.
Anche se appaio un’insensibile, a volte penso delle persone la stessa cosa che penso degli insetti: cioè niente.
Ma non è sempre così.
La situazione si complica se, per esempio, vieni lasciato dalla tua ragazza per telefono. Qualcosa in fondo inizi a pensare. Non puoi proprio fregartene. Il nocciolo della questione si ribalta in questo caso e allora ti chiedi: le persone che ho attorno, provano qualcosa nell’umiliarmi? Nel dirti addio senza guardarti dentro gli occhi?
Sono anch’io insetto?
Domande del genere sorgono spontanee, anche se dovrebbero essere infondate dato che in fondo siamo esseri umani. Tuttavia, una serie di traumi simili possono farti giungere a tali conclusioni e a volte vorresti maturare a tal punto da poter non osar più toccare qualcosa di piccolo, come un insetto, per poter rivolgere ogni repressione contro ciò che di umano non lo è.
Ma prima di spingermi a un semplice e affrettato epilogo devo almeno comprovarmi di non provare veramente niente per tutto o tutti.
E per arrivare ad una risposta è necessario mettersi alla prova; osservare quanto di marcio ci può essere in noi stessi; arrivare a conoscere i nostri più profondi stati d’animo.
Allora vado.
Vado a fare una bella passeggiata in città per entrare a contatto con i miei simili, con quella che è la società.
Il caldo è assordante e io mi sciolgo ad ogni passo compiuto. Siamo in piena estate e non c’è minuto in cui non si soffochi. L’umidità si appiccica alla pelle e nemmeno l’ombra dei portici aiuta a dissetarsi. Il sudore a fatica fuoriesce dalle ghiandole sudorifiche tant’è che mi sento un ammasso d’acqua in ebollizione.
A parte questo comunque, non provo nulla.
Sono all’incirca le quattro del pomeriggio. Il corso non è molto frequentato perché oltre al clima indecente sono tutti andati a congestionare il mare.
Ma nemmeno per questi fortunati vacanzieri provo qualcosa; io d’altronde sono da sempre in ferie.
Per cui le attrattive paiono essere poche in questo centro città. Quello che inutilmente emerge è la numerosa presenza di negozi rispetto alle persone.
Vetrine bellissime, coloratissime, illuminatissime, addobbano le arterie stradali in una furibonda lotta all’effetto ottico più strabiliante. Gli interni presentano oggetti provocatori che dovrebbero indurmi a una sensazione di gelosia e mancanza. Manichini perfetti indossano capi da panico e nevrosi cleptomane in un religioso silenzio con al collo prezzi da stelle. Commesse leopardate con il cachemire sotto il naso fanno l’occhiolino ad oscuri passanti, compreso me. Bambini paffuti gonfi di maglioncini mostrano i doni ricevuti rivendicando la paternità di figli di Giuda.
Io osservo, mentre le mie ascelle bramano sudore evaporando in microgranuli che non mi sciolgono i sentimenti. Infatti, in questi precisi istanti l’unica cosa a cui penso è al nulla.
Allora mi volto e proseguo perché lungo è il cammino che ci porta alla comprensione, all’esaurimento della conoscenza.
Dopo qualche passo, mentre mi addentro con maggiore profondità in quell’inferno pomeridiano, compaiono dei turisti. Comprendere da dove provengano mi è quasi impossibili, però indossano tutti lo stesso cappellino da pescatore bianco e fotografano insieme lo stesso palazzo sede del McDonald’s.
Nel frattempo la mia pelle si sta seccando rendendosi rugosa. La siccità è evidente tra i solchi dell’epidermide: non scorre più sudore. L’aspetto cadaverico attira l’attenzione di questi souvenir viventi che mi scambiano per una reliquia. Un rantolo arido di voce fuoriesce dalla mia caverna desertica a forma di bocca per dire a costoro che non sono una vergine, e un soffio d’aria fa il resto: sparisco nel pulviscolo come granello di sabbia.
Nemmeno la compassione di un Cristo formula un riguardo verso questi poveri eremiti che è nullo e pari ad uno zero infinito.
Allora insetto volo verso altra merda perché noi tutti abbiamo bisogno di nuova cacca per trasformarci da semplici freddi approfittatori in sensibili e comprensibili figli di Dio.
E io non sono diverso dagli altri.
Posso subire la stessa mutazione alla vista di una merda troppo grande per evitarla, solo che io ho sempre odiato Dio.
Ad un certo punto prendo un vicolo in penombra. La temperatura è ancora infiammabile e l’acido
bilico sgorga in gargarismi dalla mia gola assetata. E ho come la sensazione che se estraessi il mio intestino dalla bocca in questo istante per bagnarlo di saliva non farei nemmeno così tanto clamore.
Là, seduto su un gradino di fronte ad un negozio c’è un signore. Ha qualcosa in mano che ancora non riesco a distinguere. Indossa una camicia bianca, sembra rifiatare all’ombra.
Avanzo, e centimetro dopo centimetro l’uomo invecchia mentre l’oggetto si fa più nitido.
Cinquanta, cinquantacinque, sessanta, sessantacinque anni, all’incirca.
Un contenitore, un bicchiere rosa, una coppa rosa, una coppetta rosa da gelato, se non sbaglio.
Sono quasi a tu per tu con l’uomo e fisso quello che dovrebbe essere il suo contenitore per il dolce freddo.
All’interno però non c’è nessun residuo di gelato ma solo qualche spicciolo.
Ecco un nuovo merdoso insetto, penso. Dovrei fare un forte cappio attorno al sacchetto nel quale è appena entrato e sotterrarlo perché la merda sta bene con la merda. Gli insetti in fondo non mi fanno alcun effetto così come le persone, ripeto dentro me.
Intanto l’insegna del negozio di fronte a dove l’uomo è seduto lampeggia la scritta “Benvenuto”.
Benvenuto tra i poveri morti di fame. Benvenuto nella fece, amico. Benvenuto tra coloro che cercano residui ci cibo fra la spazzatura. Benvenuto tra i lebbrosi. Benvenuto parassitario che s’attacca alla pelle dei passanti chiedendo soldi. Benvenuto insetto.
Sto passando e guardo negli occhi il barbone.
È fresco, fin troppo pulito con quel caldo. Veste bene. Barba rasata, capello brizzolato, pantalone stirato e scarpe senza buchi. Deduco che sia il suo primo giorno di non lavoro mentre in pochi istanti chiromante vedo il suo futuro.
Ad ogni decimo di secondo in cui l’osservo l’uomo si fa più vecchio, rugoso, depresso, malato.
Ad ogni decimo di secondo in cui l’osservo quello che provo è nulla, pena, rabbia, odio.
Sembra quasi una scena di Umberto D. tanto è neorealistica. Questa realtà la fanno così bene da risultarmi incomprensibile, mentre ad altri passanti sembra così comprensibile vedere un nonno qualunque fare l’elemosina.
A questo punto ciò che sto provando non è più indifferenza. Si sta trasformando in odio.
Perché odio credere che signori fin troppo anziani per pisciare in piedi debbano chiedere soldi.
Perché odio credere che giovani fin troppo giovani non abbiamo né soldi né sensibilità per cose del genere.
Perché odio credere che non ci sia nulla da fare per questa piaga sociale così ancora poco visibile.
Mi abbandono quanto vissuto alle spalle avanzando di nuovo attraverso il corso, per rendermi conto di quanti insetti vivano con nomi diversi.
Un altro ragazzo-uomo di colore cerca di vendere borse e quant’altro. Chiamatela come volete, ma anche questa compra-vendita non è altro che elemosina. Nemmeno lui attira l’attenzione dei passanti verso di sé. D’altronde la concorrenza è vasta tra H&M (Homeless & Madness), D&G(Dio & Geova) e B&B (Bad & Bastard). Il caldo sembra annullarlo tramutandolo in un mucchietto di cenere tra le grandi vetrine e quello che provo per quest’altro insetto è puro odio.
Perché odio constatare che nel 2011 ci siano uomini resi schiavi per vendere inutili cazzate di finta marca.
Perché odio constatare che nel 2011 ci siano uomini senza diritti calpestati da leggi fondate sul diritto di uguaglianza, fratellanza e ugualità.
Perché odio constatare nella stessa strada l’indifferenza tra chi ha tutto e chi non ha niente.
Ma la cosa più impressionante, mentre io e gli insetti scaviamo l’aria in cerca di acqua e refrigerio,
è la presenza di questi grandi negozi, con queste grandi vetrate e queste grandi entrate aperte che sospingono ettolitri di deumidificato respiro fresco verso l’esterno.
I climatizzatori di tutti gli esercizi commerciali messi in fila sembrano pompare come le casse di un rave. Così mi fermo davanti a un uscio per sentire questo frustante concerto a ritmo continuo.
Megawatt d’energia sprecata smuovono le vesti dei manichini che paiono ballare incontrollati dal turbinio uraganico che s’abbatte sui loro corpi. Le gonnelline delle donne di plastica s’alzano eleganti e ondeggianti. Mutandine misto perizoma si fanno intravvedere con pudore e diligenza. Le commesse cercano di calmare le più esagitate mentre uomini-manichino barcollano ubriachi cercando, a suon di pacco duro quanto il sound, di sfoderare la loro ipersensibilità plastica.
E questo scabroso spettacolo offerto dagli esercizi commerciali alimenta in me altro odio.
Perché odio constatare come l’uomo non viva di aria, cibo e acqua.
Perché odio constatare che ci siano bambini che muoiono per produrre le scarpe che calziamo, le mutande che indossiamo, i vestiti che desideriamo.
Perché odio constatare come ci sentiamo così perfetti e invincibili dietro un capo di marca quando a fianco ci camminano persone morte da tempo.
Perché odio constatare come ci commoviamo di fronte alle immagini televisive che mostrano la povertà mentre si è perfettamente razzisti verso l’indiano che vende le rose per la tua ragazza.
Eppure gli insetti fanno schifo a tutti ma non sappiamo mai distinguere la merda che li fa crescere.
Giudichiamo l’apparenza, l’aspetto, e non la ragione della causa dietro tali aspetti. E allora se amare è il verbo che vuole diffondere ogni profeta della terra, perché odiamo gli insetti e amiamo quello che crea gli insetti?
Solo odiando potremmo amare gli insetti. Solo odiando potremmo comprovare qualcosa verso gli altri. L’amore, quello che si canta, che si invoca, che si desidera, ha fallito perché in nome dell’amore non sappiamo distinguere ciò che dobbiamo odiare. Per questo riversiamo la stessa sensibilità sia ad insetti che a barboni, perché ci appaiono come merda dello stesso frutto. E tutti con lo stesso disprezzo, sappiamo solo allontanare ciò che è brutto perché amiamo solo quanto si presenta come bello.
Comunque la vediate, ho come la sensazione che se esplodessi in questo istante in molti saranno lieti, ma in ogni modo io continuerò ad uccidere insetti anche con il vostro parere contrario.
Ora che il primo trauma si è concluso, non aspettatevi il secondo, vi prego.
Il camion della spazzatura nel frattempo è passato e qualche insetto sarà anche morto.
E' il ciclo di questa vita e quello che sto pensando in questo momento è solo odio.
Simon Trumpet
L’anno decidetelo voi; per me non ha alcuna importanza. Le date sul calendario si ripetono annualmente uguali a se stesse, per cui fate un po’come con il Natale: rendetelo un giorno fatto per una memoria infinita ed eterna. La giornata è soleggiata e alquanto ventilata. I suoni sono nulli perché sono tutti partiti per le vacanze. Le strade vuote, i vicini scomparsi. L’unico rumore che odo è quello dell’acqua di riciclo dell’acquario che crea l’effetto dello scorrere di un torrente.
Immerso in questa finta oasi ho appena cucinato uno dei pochi piatti che sono in grado di prepararmi: pasta con la pancetta.
Solo che la pancetta non è perfettamente tagliata a cubetti; è più grossa e i pezzetti hanno una forma rettangolare abbastanza lunga: insomma sembra che stia mangiando brandelli di cervello più che carne animale. Accompagnato al cibo sorseggio un po’di vino bianco, un Gambellara per la precisione. Anch’esso, come la pancetta, l’ho comprato in un discount per pochi spiccioli; per cui direi che non mi sto trattando con molto lusso.
Appena ho finito di cibarmi mi fumo una sigaretta in casa violando una di quelle regole invisibili che dovrei rispettare. L’accendino che utilizzo ha la forma di una bomba a mano ed ho come l’impressione che se esplodessi in questo istante nessuno se ne accorgerebbe. L’accendi fuoco appartiene ad una non rinnovata collezione non privata di mio padre che ne ha accumulati una gran quantità sopra una mensola. Hanno tutti questo color bronzo ed assumono le forme più variate. Oltre alla bomba puoi trovarne altri a sottoforma di pistola, mitraglietta, fino al coltello. Poi ci sono quelli più improponibili con sembianze animali quali cani, rane o falchi, e infine i più simpatici che spaziano dall’alieno al Buddha e da Paperino ad un cesso.
Vallo a capire il collezionismo.
Comunque, violata la regola invisibile riempio di nuovo il bicchiere, non un bicchiere qualsiasi però, ma un gran bicchiere da Cognac che avevo rubato in un pub dopo aver speso 12 euro per un whiskey. Questo sì che è un lusso, non il bicchiere, ma poter usarlo in casa pensando che sia pieno di un ottimo liquore.
Ed è così che alle 2 di pomeriggio di un 15 Agosto di un anno qualsiasi cerco di ubriacarmi.
Il motivo che mi spinge a farlo è perché posso permettermelo violando forse un’altra regola della home che non conosco.
La verità è che io sono uno scrittore. Io scrivo e sto bevendo affinché il vino mi sciolga le parola in bocca. Non ho bisogno di un Nobel che mi certifichi l’autenticità del mio esserlo così come un falegname non ha bisogno di una laurea per classificarsi in quanto tale.
È il suo lavoro che garantisce la sua abilità, quello che insomma egli fa.
Io dunque scrivo, lo sto facendo adesso e non ho nemmeno bisogno di pubblicare un libro per assicurarmi che lo stia facendo.
E poi è più facile pensarlo che realizzarlo, un romanzo.
E più facile leggerla che stenderla una storia, una grande storia; una grande storia del cazzo.
Una grande storia di un cazzo e due palle, perché dovete sapere quanto sia noioso scrivere.
Ore e ore fitto nell’immaginazione, a quadrare ogni minimo particolare affinché nulla sia sconnesso o impossibile da comprendere. Da soli con il proprio vino e il silenzio attorno.
Eh bel lavoro di merda lo scrittore, almeno il falegname deve usare anche le mani oltre che la testa. E poi ci vuole molto tempo e soprattutto la continuità nello scrivere.
Michelangelo non si prese ferie mentre pitturava la Cappella Sistina.
Io invece devo svolgere un lavoro per vivere, devo studiare per laurearmi, devo e devo mille cose che non danno continuità.
Un falegname inoltre appena finisce il suo lavoro subito ha un riscontro economico. Lo scrittore invece deve prima trovare una casa editrice. Poi con gli anni, con un gran numero di copie vendute e molti libri, riuscirà a recepire una mensilità. Se ha fortuna, in seguito, qualche regista gli farà anche un bel film e allora finalmente gli firmeranno un bel contratto milionario per scrivere romanzi in continuazione.
Insomma, arriva all’apice della carriera e deve lavorare più di prima.
Eh bella merda fare lo scrittore.
Anche perché poi i contratti hanno delle clausole.
Sei costretto a produrre opere a catena se vuoi i tuoi soldi. Ed è qui che inizia il declino di ogni scrittore. Chiuso dagli obblighi di sfornare pagine su pagine la creatività viene meno. Nemmeno il tuo Gambellara può salvarti. Già scrivere è una noia che si risolve solo una volta conclusa la storia, se poi diventa un dovere si perde il senso che accompagna la scrittura: cioè la fuga. Va bene, una fuga pur sempre noiosa fatta di tasti schiacciati milioni di volte, ma almeno per questi frangenti parla solo la tua testa. Dici quello che pensi: giusto o sbagliato.
Vi consiglio quindi di tentare di diventare scrittori: in breve tempo vi ritroverete a essere dei senzatetto.
Forse l’unico vantaggio dello scrivere è che almeno sulla pagina parlo io per una volta e voi ascoltate. E non necessariamente devo dire qualcosa che debba avere importanza, insegnarvi qualcosa o debba essere vero.
Le storie sono storie.
Siete voi che dovete catturare quello che esse contengono al di là di quanto viene scritto.
Questo lo faccio perché a volte ritengo di non avere una mia storia e sento la necessità di inventarne. Altre volte ritengono che ognuno debba invece raccontare la propria vita perché anch’essa è una storia diversa dalle altre.
Dunque vi consiglio d’amico di raccontare voi stessi attraverso una pagina, vedrete che noia.
E non è tutto.
Di solito un grande artista crea una grande opera quando subisce un gran dolore. Un trauma.
Sarà per questo che non sto più scrivendo, perché sto bene.
Dovreste quindi subire un gran danno per avere almeno una minima idea per un romanzo; d’amico vi consiglio d’inserire in una storia almeno un lutto o una malattia che vi hanno colpito. Se per caso non avete mai provato sensazioni simili allora rinunciateci: non potrete mai scrivere una grande storia. Un buon scrittore deve quindi annoiarsi, stare malissimo, bere e per lo più non percepire un soldo.
Forse oggi fare il falegname risulta essere in confronto un gran lusso.
Quando poi scrivo in maniera più rilassata, oppure semplicemente non scrivo, i miei 10 lettori subito si accorgono che le cose mi vanno fin troppo bene.
Quello che mi dicono è: era meglio quando eri paranoico.
Ti fanno sentire quasi in colpa se non hai qualcosa per cui piangere o lamentarti.
Eh bel lavoro di merda lo scrittore.
Forse è così che si finisce sposati o vedovi, e ho come l’impressione che se esplodessi in questo istante nessuno se ne accorgerebbe.
Quello che non sanno i miei amici è il fatto che io comunque scrivo ogni giorno o quasi. Nuove storie che al momento della stesura non avranno un termine. Sono tentativi, idee, spunti.
Nemmeno Michelangelo ha disegnato la Cappella Sistina in un unico schizzo, almeno mi auguro.
L’altra cosa che non sanno i miei amici è che se mi vedono allegro non significa che sia necessariamente felice.
Per cui rendetevi conto di come mi diverto a fingere.
La terza cosa, infine, è che anche questo libro potrebbe non avere una conclusione. Per cui non fatevi aspettative. Non chiedetemi come termina, chi sopravvive o chi morirà; perché già siamo tutti fantasmi in attesa di sparire.
Traumi allora mi pare il titolo più adatto perché tutti abbiamo vissuto un evento triste o tutti prima o poi ne condivideremo uno con qualcuno.
D’altronde l’avete suggerito voi: le storie felici non vi piacciono.
E io da buon amico vi ascolto e vi rendo partecipi di queste che dovrebbero essere storie vere o false che siano: sta a voi crederci.
Per la precisione sono già 8432 i tasti che ho schiacciato.
Eh che bel lavoro di merda lo scrittore. Spero che non vi venga voglia di scrivere dopo aver letto questa storia inconclusa. Per ora mettetevi comodi e rilassati; il primo trauma sta per cominciare ed ho come la sensazione di esplodere …
TRAUMA N°1 : INSETTI
Nel sacchetto dell’umido tante piccole mosche e larve strusciano tra i residui organici di frutta, verdura e carne. Un ammasso che sguazza vorticoso e ingordo ti tanta materia prima. Un festival di microescrementi pronti a generare generazioni di insetti divora merda. Amici di razze insettivore che si tuffano in quel mondo marcio cercando di riemergere più forti ad ogni respiro.
Io compiaciuto osservo e chiudo il sacchetto togliendo a quel mondo felice l’unica via per vivere. Qualche moschito invano si getta verso il cappio del sacchetto che sto stringendo, ma è inutile. Li vedo trasparenti muoversi verso un’altra via di fuga che non esiste. Non è per una questione personale, ma domani passeranno a raccogliere la spazzatura e se ci sarà aria a sufficienza quelle bestioline potranno forse sopravvivere.
Anche per esseri così piccoli e insignificanti la vita può essere dura, insomma una merda.
Io d’altronde ho fatto solo il mio dovere di cittadino e quello che provo mentre gli animaletti smettono di battere le ali è: niente. Assolutamente niente.
Eppure non è la prima volta che ho questa sensazione di menefreghismo.
La stessa cosa, a ripensarci, mi capita quando sono a tu per tu con una cimice.
Gli aggettivi per descrivere una cimice possono essere: insetto schifoso, puzzolente e fastidioso. L’incarnazione di noi umani in poche parole.
Ed è per questo che il primo istinto che scatta in me quando una cimice gira su se stessa attorno ad una lampada è di ammazzarla. E vaffanculo anche all’odore che emana il suo culo schiacciato. Il suo sistema difensivo mi fa una sega: io mi lecco pure le dite con la sua urina.
Già, schifoso insetto: ti lecco tutto fino a consumarti.
Ma a parte la violenza, sinceramente non provo nulla nemmeno per questo essere; me ne sbatto le palle di lui e se non darebbero fastidio me lo mangerei come se fosse un confetto.
Potrei dunque risparmiarlo, dopo tutto anche i confetti si mangiano solo in certe occasioni.
E che dire poi delle zanzare?
La stessa identica cosa. Stritolarle con le dite e osservarle mentre cagano il tuo sangue dal pungiglione è un divertimento inutile. Lo fai solo per vendetta. Non provi sentimento, non puoi proprio. Esseri così minuscoli hanno solo la colpa di non avere un cervello.
Anche se appaio un’insensibile, a volte penso delle persone la stessa cosa che penso degli insetti: cioè niente.
Ma non è sempre così.
La situazione si complica se, per esempio, vieni lasciato dalla tua ragazza per telefono. Qualcosa in fondo inizi a pensare. Non puoi proprio fregartene. Il nocciolo della questione si ribalta in questo caso e allora ti chiedi: le persone che ho attorno, provano qualcosa nell’umiliarmi? Nel dirti addio senza guardarti dentro gli occhi?
Sono anch’io insetto?
Domande del genere sorgono spontanee, anche se dovrebbero essere infondate dato che in fondo siamo esseri umani. Tuttavia, una serie di traumi simili possono farti giungere a tali conclusioni e a volte vorresti maturare a tal punto da poter non osar più toccare qualcosa di piccolo, come un insetto, per poter rivolgere ogni repressione contro ciò che di umano non lo è.
Ma prima di spingermi a un semplice e affrettato epilogo devo almeno comprovarmi di non provare veramente niente per tutto o tutti.
E per arrivare ad una risposta è necessario mettersi alla prova; osservare quanto di marcio ci può essere in noi stessi; arrivare a conoscere i nostri più profondi stati d’animo.
Allora vado.
Vado a fare una bella passeggiata in città per entrare a contatto con i miei simili, con quella che è la società.
Il caldo è assordante e io mi sciolgo ad ogni passo compiuto. Siamo in piena estate e non c’è minuto in cui non si soffochi. L’umidità si appiccica alla pelle e nemmeno l’ombra dei portici aiuta a dissetarsi. Il sudore a fatica fuoriesce dalle ghiandole sudorifiche tant’è che mi sento un ammasso d’acqua in ebollizione.
A parte questo comunque, non provo nulla.
Sono all’incirca le quattro del pomeriggio. Il corso non è molto frequentato perché oltre al clima indecente sono tutti andati a congestionare il mare.
Ma nemmeno per questi fortunati vacanzieri provo qualcosa; io d’altronde sono da sempre in ferie.
Per cui le attrattive paiono essere poche in questo centro città. Quello che inutilmente emerge è la numerosa presenza di negozi rispetto alle persone.
Vetrine bellissime, coloratissime, illuminatissime, addobbano le arterie stradali in una furibonda lotta all’effetto ottico più strabiliante. Gli interni presentano oggetti provocatori che dovrebbero indurmi a una sensazione di gelosia e mancanza. Manichini perfetti indossano capi da panico e nevrosi cleptomane in un religioso silenzio con al collo prezzi da stelle. Commesse leopardate con il cachemire sotto il naso fanno l’occhiolino ad oscuri passanti, compreso me. Bambini paffuti gonfi di maglioncini mostrano i doni ricevuti rivendicando la paternità di figli di Giuda.
Io osservo, mentre le mie ascelle bramano sudore evaporando in microgranuli che non mi sciolgono i sentimenti. Infatti, in questi precisi istanti l’unica cosa a cui penso è al nulla.
Allora mi volto e proseguo perché lungo è il cammino che ci porta alla comprensione, all’esaurimento della conoscenza.
Dopo qualche passo, mentre mi addentro con maggiore profondità in quell’inferno pomeridiano, compaiono dei turisti. Comprendere da dove provengano mi è quasi impossibili, però indossano tutti lo stesso cappellino da pescatore bianco e fotografano insieme lo stesso palazzo sede del McDonald’s.
Nel frattempo la mia pelle si sta seccando rendendosi rugosa. La siccità è evidente tra i solchi dell’epidermide: non scorre più sudore. L’aspetto cadaverico attira l’attenzione di questi souvenir viventi che mi scambiano per una reliquia. Un rantolo arido di voce fuoriesce dalla mia caverna desertica a forma di bocca per dire a costoro che non sono una vergine, e un soffio d’aria fa il resto: sparisco nel pulviscolo come granello di sabbia.
Nemmeno la compassione di un Cristo formula un riguardo verso questi poveri eremiti che è nullo e pari ad uno zero infinito.
Allora insetto volo verso altra merda perché noi tutti abbiamo bisogno di nuova cacca per trasformarci da semplici freddi approfittatori in sensibili e comprensibili figli di Dio.
E io non sono diverso dagli altri.
Posso subire la stessa mutazione alla vista di una merda troppo grande per evitarla, solo che io ho sempre odiato Dio.
Ad un certo punto prendo un vicolo in penombra. La temperatura è ancora infiammabile e l’acido
bilico sgorga in gargarismi dalla mia gola assetata. E ho come la sensazione che se estraessi il mio intestino dalla bocca in questo istante per bagnarlo di saliva non farei nemmeno così tanto clamore.
Là, seduto su un gradino di fronte ad un negozio c’è un signore. Ha qualcosa in mano che ancora non riesco a distinguere. Indossa una camicia bianca, sembra rifiatare all’ombra.
Avanzo, e centimetro dopo centimetro l’uomo invecchia mentre l’oggetto si fa più nitido.
Cinquanta, cinquantacinque, sessanta, sessantacinque anni, all’incirca.
Un contenitore, un bicchiere rosa, una coppa rosa, una coppetta rosa da gelato, se non sbaglio.
Sono quasi a tu per tu con l’uomo e fisso quello che dovrebbe essere il suo contenitore per il dolce freddo.
All’interno però non c’è nessun residuo di gelato ma solo qualche spicciolo.
Ecco un nuovo merdoso insetto, penso. Dovrei fare un forte cappio attorno al sacchetto nel quale è appena entrato e sotterrarlo perché la merda sta bene con la merda. Gli insetti in fondo non mi fanno alcun effetto così come le persone, ripeto dentro me.
Intanto l’insegna del negozio di fronte a dove l’uomo è seduto lampeggia la scritta “Benvenuto”.
Benvenuto tra i poveri morti di fame. Benvenuto nella fece, amico. Benvenuto tra coloro che cercano residui ci cibo fra la spazzatura. Benvenuto tra i lebbrosi. Benvenuto parassitario che s’attacca alla pelle dei passanti chiedendo soldi. Benvenuto insetto.
Sto passando e guardo negli occhi il barbone.
È fresco, fin troppo pulito con quel caldo. Veste bene. Barba rasata, capello brizzolato, pantalone stirato e scarpe senza buchi. Deduco che sia il suo primo giorno di non lavoro mentre in pochi istanti chiromante vedo il suo futuro.
Ad ogni decimo di secondo in cui l’osservo l’uomo si fa più vecchio, rugoso, depresso, malato.
Ad ogni decimo di secondo in cui l’osservo quello che provo è nulla, pena, rabbia, odio.
Sembra quasi una scena di Umberto D. tanto è neorealistica. Questa realtà la fanno così bene da risultarmi incomprensibile, mentre ad altri passanti sembra così comprensibile vedere un nonno qualunque fare l’elemosina.
A questo punto ciò che sto provando non è più indifferenza. Si sta trasformando in odio.
Perché odio credere che signori fin troppo anziani per pisciare in piedi debbano chiedere soldi.
Perché odio credere che giovani fin troppo giovani non abbiamo né soldi né sensibilità per cose del genere.
Perché odio credere che non ci sia nulla da fare per questa piaga sociale così ancora poco visibile.
Mi abbandono quanto vissuto alle spalle avanzando di nuovo attraverso il corso, per rendermi conto di quanti insetti vivano con nomi diversi.
Un altro ragazzo-uomo di colore cerca di vendere borse e quant’altro. Chiamatela come volete, ma anche questa compra-vendita non è altro che elemosina. Nemmeno lui attira l’attenzione dei passanti verso di sé. D’altronde la concorrenza è vasta tra H&M (Homeless & Madness), D&G(Dio & Geova) e B&B (Bad & Bastard). Il caldo sembra annullarlo tramutandolo in un mucchietto di cenere tra le grandi vetrine e quello che provo per quest’altro insetto è puro odio.
Perché odio constatare che nel 2011 ci siano uomini resi schiavi per vendere inutili cazzate di finta marca.
Perché odio constatare che nel 2011 ci siano uomini senza diritti calpestati da leggi fondate sul diritto di uguaglianza, fratellanza e ugualità.
Perché odio constatare nella stessa strada l’indifferenza tra chi ha tutto e chi non ha niente.
Ma la cosa più impressionante, mentre io e gli insetti scaviamo l’aria in cerca di acqua e refrigerio,
è la presenza di questi grandi negozi, con queste grandi vetrate e queste grandi entrate aperte che sospingono ettolitri di deumidificato respiro fresco verso l’esterno.
I climatizzatori di tutti gli esercizi commerciali messi in fila sembrano pompare come le casse di un rave. Così mi fermo davanti a un uscio per sentire questo frustante concerto a ritmo continuo.
Megawatt d’energia sprecata smuovono le vesti dei manichini che paiono ballare incontrollati dal turbinio uraganico che s’abbatte sui loro corpi. Le gonnelline delle donne di plastica s’alzano eleganti e ondeggianti. Mutandine misto perizoma si fanno intravvedere con pudore e diligenza. Le commesse cercano di calmare le più esagitate mentre uomini-manichino barcollano ubriachi cercando, a suon di pacco duro quanto il sound, di sfoderare la loro ipersensibilità plastica.
E questo scabroso spettacolo offerto dagli esercizi commerciali alimenta in me altro odio.
Perché odio constatare come l’uomo non viva di aria, cibo e acqua.
Perché odio constatare che ci siano bambini che muoiono per produrre le scarpe che calziamo, le mutande che indossiamo, i vestiti che desideriamo.
Perché odio constatare come ci sentiamo così perfetti e invincibili dietro un capo di marca quando a fianco ci camminano persone morte da tempo.
Perché odio constatare come ci commoviamo di fronte alle immagini televisive che mostrano la povertà mentre si è perfettamente razzisti verso l’indiano che vende le rose per la tua ragazza.
Eppure gli insetti fanno schifo a tutti ma non sappiamo mai distinguere la merda che li fa crescere.
Giudichiamo l’apparenza, l’aspetto, e non la ragione della causa dietro tali aspetti. E allora se amare è il verbo che vuole diffondere ogni profeta della terra, perché odiamo gli insetti e amiamo quello che crea gli insetti?
Solo odiando potremmo amare gli insetti. Solo odiando potremmo comprovare qualcosa verso gli altri. L’amore, quello che si canta, che si invoca, che si desidera, ha fallito perché in nome dell’amore non sappiamo distinguere ciò che dobbiamo odiare. Per questo riversiamo la stessa sensibilità sia ad insetti che a barboni, perché ci appaiono come merda dello stesso frutto. E tutti con lo stesso disprezzo, sappiamo solo allontanare ciò che è brutto perché amiamo solo quanto si presenta come bello.
Comunque la vediate, ho come la sensazione che se esplodessi in questo istante in molti saranno lieti, ma in ogni modo io continuerò ad uccidere insetti anche con il vostro parere contrario.
Ora che il primo trauma si è concluso, non aspettatevi il secondo, vi prego.
Il camion della spazzatura nel frattempo è passato e qualche insetto sarà anche morto.
E' il ciclo di questa vita e quello che sto pensando in questo momento è solo odio.
Simon Trumpet
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