domenica 28 agosto 2011

TRAUMI

Sono all’incirca le 2 del pomeriggio di un 15 Agosto.
L’anno decidetelo voi; per me non ha alcuna importanza. Le date sul calendario si ripetono annualmente uguali a se stesse, per cui fate un po’come con il Natale: rendetelo un giorno fatto per una memoria infinita ed eterna. La giornata è soleggiata e alquanto ventilata. I suoni sono nulli perché sono tutti partiti per le vacanze. Le strade vuote, i vicini scomparsi. L’unico rumore che odo è quello dell’acqua di riciclo dell’acquario che crea l’effetto dello scorrere di un torrente.
Immerso in questa finta oasi ho appena cucinato uno dei pochi piatti che sono in grado di prepararmi: pasta con la pancetta.
Solo che la pancetta non è perfettamente tagliata a cubetti; è più grossa e i pezzetti hanno una forma rettangolare abbastanza lunga: insomma sembra che stia mangiando brandelli di cervello più che carne animale. Accompagnato al cibo sorseggio un po’di vino bianco, un Gambellara per la precisione. Anch’esso, come la pancetta, l’ho comprato in un discount per pochi spiccioli; per cui direi che non mi sto trattando con molto lusso.
Appena ho finito di cibarmi mi fumo una sigaretta in casa violando una di quelle regole invisibili che dovrei rispettare. L’accendino che utilizzo ha la forma di una bomba a mano ed ho come l’impressione che se esplodessi in questo istante nessuno se ne accorgerebbe. L’accendi fuoco appartiene ad una non rinnovata collezione non privata di mio padre che ne ha accumulati una gran quantità sopra una mensola. Hanno tutti questo color bronzo ed assumono le forme più variate. Oltre alla bomba puoi trovarne altri a sottoforma di pistola, mitraglietta, fino al coltello. Poi ci sono quelli più improponibili con sembianze animali quali cani, rane o falchi, e infine i più simpatici che spaziano dall’alieno al Buddha e da Paperino ad un cesso.
Vallo a capire il collezionismo.
Comunque, violata la regola invisibile riempio di nuovo il bicchiere, non un bicchiere qualsiasi però, ma un gran bicchiere da Cognac che avevo rubato in un pub dopo aver speso 12 euro per un whiskey. Questo sì che è un lusso, non il bicchiere, ma poter usarlo in casa pensando che sia pieno di un ottimo liquore.
Ed è così che alle 2 di pomeriggio di un 15 Agosto di un anno qualsiasi cerco di ubriacarmi.
Il motivo che mi spinge a farlo è perché posso permettermelo violando forse un’altra regola della home che non conosco.
La verità è che io sono uno scrittore. Io scrivo e sto bevendo affinché il vino mi sciolga le parola in bocca. Non ho bisogno di un Nobel che mi certifichi l’autenticità del mio esserlo così come un falegname non ha bisogno di una laurea per classificarsi in quanto tale.
È il suo lavoro che garantisce la sua abilità, quello che insomma egli fa.
Io dunque scrivo, lo sto facendo adesso e non ho nemmeno bisogno di pubblicare un libro per assicurarmi che lo stia facendo.
E poi è più facile pensarlo che realizzarlo, un romanzo.
E più facile leggerla che stenderla una storia, una grande storia; una grande storia del cazzo.
Una grande storia di un cazzo e due palle, perché dovete sapere quanto sia noioso scrivere.
Ore e ore fitto nell’immaginazione, a quadrare ogni minimo particolare affinché nulla sia sconnesso o impossibile da comprendere. Da soli con il proprio vino e il silenzio attorno.
Eh bel lavoro di merda lo scrittore, almeno il falegname deve usare anche le mani oltre che la testa. E poi ci vuole molto tempo e soprattutto la continuità nello scrivere.
Michelangelo non si prese ferie mentre pitturava la Cappella Sistina.
Io invece devo svolgere un lavoro per vivere, devo studiare per laurearmi, devo e devo mille cose che non danno continuità.
Un falegname inoltre appena finisce il suo lavoro subito ha un riscontro economico. Lo scrittore invece deve prima trovare una casa editrice. Poi con gli anni, con un gran numero di copie vendute e molti libri, riuscirà a recepire una mensilità. Se ha fortuna, in seguito, qualche regista gli farà anche un bel film e allora finalmente gli firmeranno un bel contratto milionario per scrivere romanzi in continuazione.
Insomma, arriva all’apice della carriera e deve lavorare più di prima.
Eh bella merda fare lo scrittore.
Anche perché poi i contratti hanno delle clausole.
Sei costretto a produrre opere a catena se vuoi i tuoi soldi. Ed è qui che inizia il declino di ogni scrittore. Chiuso dagli obblighi di sfornare pagine su pagine la creatività viene meno. Nemmeno il tuo Gambellara può salvarti. Già scrivere è una noia che si risolve solo una volta conclusa la storia, se poi diventa un dovere si perde il senso che accompagna la scrittura: cioè la fuga. Va bene, una fuga pur sempre noiosa fatta di tasti schiacciati milioni di volte, ma almeno per questi frangenti parla solo la tua testa. Dici quello che pensi: giusto o sbagliato.
Vi consiglio quindi di tentare di diventare scrittori: in breve tempo vi ritroverete a essere dei senzatetto.
Forse l’unico vantaggio dello scrivere è che almeno sulla pagina parlo io per una volta e voi ascoltate. E non necessariamente devo dire qualcosa che debba avere importanza, insegnarvi qualcosa o debba essere vero.
Le storie sono storie.
Siete voi che dovete catturare quello che esse contengono al di là di quanto viene scritto.
Questo lo faccio perché a volte ritengo di non avere una mia storia e sento la necessità di inventarne. Altre volte ritengono che ognuno debba invece raccontare la propria vita perché anch’essa è una storia diversa dalle altre.
Dunque vi consiglio d’amico di raccontare voi stessi attraverso una pagina, vedrete che noia.
E non è tutto.
Di solito un grande artista crea una grande opera quando subisce un gran dolore. Un trauma.
Sarà per questo che non sto più scrivendo, perché sto bene.
Dovreste quindi subire un gran danno per avere almeno una minima idea per un romanzo; d’amico vi consiglio d’inserire in una storia almeno un lutto o una malattia che vi hanno colpito. Se per caso non avete mai provato sensazioni simili allora rinunciateci: non potrete mai scrivere una grande storia. Un buon scrittore deve quindi annoiarsi, stare malissimo, bere e per lo più non percepire un soldo.
Forse oggi fare il falegname risulta essere in confronto un gran lusso.
Quando poi scrivo in maniera più rilassata, oppure semplicemente non scrivo, i miei 10 lettori subito si accorgono che le cose mi vanno fin troppo bene.
Quello che mi dicono è: era meglio quando eri paranoico.
Ti fanno sentire quasi in colpa se non hai qualcosa per cui piangere o lamentarti.
Eh bel lavoro di merda lo scrittore.
Forse è così che si finisce sposati o vedovi, e ho come l’impressione che se esplodessi in questo istante nessuno se ne accorgerebbe.
Quello che non sanno i miei amici è il fatto che io comunque scrivo ogni giorno o quasi. Nuove storie che al momento della stesura non avranno un termine. Sono tentativi, idee, spunti.
Nemmeno Michelangelo ha disegnato la Cappella Sistina in un unico schizzo, almeno mi auguro.
L’altra cosa che non sanno i miei amici è che se mi vedono allegro non significa che sia necessariamente felice.
Per cui rendetevi conto di come mi diverto a fingere.
La terza cosa, infine, è che anche questo libro potrebbe non avere una conclusione. Per cui non fatevi aspettative. Non chiedetemi come termina, chi sopravvive o chi morirà; perché già siamo tutti fantasmi in attesa di sparire.
Traumi allora mi pare il titolo più adatto perché tutti abbiamo vissuto un evento triste o tutti prima o poi ne condivideremo uno con qualcuno.
D’altronde l’avete suggerito voi: le storie felici non vi piacciono.
E io da buon amico vi ascolto e vi rendo partecipi di queste che dovrebbero essere storie vere o false che siano: sta a voi crederci.
Per la precisione sono già 8432 i tasti che ho schiacciato.
Eh che bel lavoro di merda lo scrittore. Spero che non vi venga voglia di scrivere dopo aver letto questa storia inconclusa. Per ora mettetevi comodi e rilassati; il primo trauma sta per cominciare ed ho come la sensazione di esplodere …

TRAUMA N°1 : INSETTI

Nel sacchetto dell’umido tante piccole mosche e larve strusciano tra i residui organici di frutta, verdura e carne. Un ammasso che sguazza vorticoso e ingordo ti tanta materia prima. Un festival di microescrementi pronti a generare generazioni di insetti divora merda. Amici di razze insettivore che si tuffano in quel mondo marcio cercando di riemergere più forti ad ogni respiro.
Io compiaciuto osservo e chiudo il sacchetto togliendo a quel mondo felice l’unica via per vivere. Qualche moschito invano si getta verso il cappio del sacchetto che sto stringendo, ma è inutile. Li vedo trasparenti muoversi verso un’altra via di fuga che non esiste. Non è per una questione personale, ma domani passeranno a raccogliere la spazzatura e se ci sarà aria a sufficienza quelle bestioline potranno forse sopravvivere.
Anche per esseri così piccoli e insignificanti la vita può essere dura, insomma una merda.
Io d’altronde ho fatto solo il mio dovere di cittadino e quello che provo mentre gli animaletti smettono di battere le ali è: niente. Assolutamente niente.
Eppure non è la prima volta che ho questa sensazione di menefreghismo.
La stessa cosa, a ripensarci, mi capita quando sono a tu per tu con una cimice.
Gli aggettivi per descrivere una cimice possono essere: insetto schifoso, puzzolente e fastidioso. L’incarnazione di noi umani in poche parole.
Ed è per questo che il primo istinto che scatta in me quando una cimice gira su se stessa attorno ad una lampada è di ammazzarla. E vaffanculo anche all’odore che emana il suo culo schiacciato. Il suo sistema difensivo mi fa una sega: io mi lecco pure le dite con la sua urina.
Già, schifoso insetto: ti lecco tutto fino a consumarti.
Ma a parte la violenza, sinceramente non provo nulla nemmeno per questo essere; me ne sbatto le palle di lui e se non darebbero fastidio me lo mangerei come se fosse un confetto.
Potrei dunque risparmiarlo, dopo tutto anche i confetti si mangiano solo in certe occasioni.
E che dire poi delle zanzare?
La stessa identica cosa. Stritolarle con le dite e osservarle mentre cagano il tuo sangue dal pungiglione è un divertimento inutile. Lo fai solo per vendetta. Non provi sentimento, non puoi proprio. Esseri così minuscoli hanno solo la colpa di non avere un cervello.
Anche se appaio un’insensibile, a volte penso delle persone la stessa cosa che penso degli insetti: cioè niente.
Ma non è sempre così.
La situazione si complica se, per esempio, vieni lasciato dalla tua ragazza per telefono. Qualcosa in fondo inizi a pensare. Non puoi proprio fregartene. Il nocciolo della questione si ribalta in questo caso e allora ti chiedi: le persone che ho attorno, provano qualcosa nell’umiliarmi? Nel dirti addio senza guardarti dentro gli occhi?
Sono anch’io insetto?
Domande del genere sorgono spontanee, anche se dovrebbero essere infondate dato che in fondo siamo esseri umani. Tuttavia, una serie di traumi simili possono farti giungere a tali conclusioni e a volte vorresti maturare a tal punto da poter non osar più toccare qualcosa di piccolo, come un insetto, per poter rivolgere ogni repressione contro ciò che di umano non lo è.
Ma prima di spingermi a un semplice e affrettato epilogo devo almeno comprovarmi di non provare veramente niente per tutto o tutti.
E per arrivare ad una risposta è necessario mettersi alla prova; osservare quanto di marcio ci può essere in noi stessi; arrivare a conoscere i nostri più profondi stati d’animo.
Allora vado.
Vado a fare una bella passeggiata in città per entrare a contatto con i miei simili, con quella che è la società.
Il caldo è assordante e io mi sciolgo ad ogni passo compiuto. Siamo in piena estate e non c’è minuto in cui non si soffochi. L’umidità si appiccica alla pelle e nemmeno l’ombra dei portici aiuta a dissetarsi. Il sudore a fatica fuoriesce dalle ghiandole sudorifiche tant’è che mi sento un ammasso d’acqua in ebollizione.
A parte questo comunque, non provo nulla.
Sono all’incirca le quattro del pomeriggio. Il corso non è molto frequentato perché oltre al clima indecente sono tutti andati a congestionare il mare.
Ma nemmeno per questi fortunati vacanzieri provo qualcosa; io d’altronde sono da sempre in ferie.
Per cui le attrattive paiono essere poche in questo centro città. Quello che inutilmente emerge è la numerosa presenza di negozi rispetto alle persone.
Vetrine bellissime, coloratissime, illuminatissime, addobbano le arterie stradali in una furibonda lotta all’effetto ottico più strabiliante. Gli interni presentano oggetti provocatori che dovrebbero indurmi a una sensazione di gelosia e mancanza. Manichini perfetti indossano capi da panico e nevrosi cleptomane in un religioso silenzio con al collo prezzi da stelle. Commesse leopardate con il cachemire sotto il naso fanno l’occhiolino ad oscuri passanti, compreso me. Bambini paffuti gonfi di maglioncini mostrano i doni ricevuti rivendicando la paternità di figli di Giuda.
Io osservo, mentre le mie ascelle bramano sudore evaporando in microgranuli che non mi sciolgono i sentimenti. Infatti, in questi precisi istanti l’unica cosa a cui penso è al nulla.
Allora mi volto e proseguo perché lungo è il cammino che ci porta alla comprensione, all’esaurimento della conoscenza.
Dopo qualche passo, mentre mi addentro con maggiore profondità in quell’inferno pomeridiano, compaiono dei turisti. Comprendere da dove provengano mi è quasi impossibili, però indossano tutti lo stesso cappellino da pescatore bianco e fotografano insieme lo stesso palazzo sede del McDonald’s.
Nel frattempo la mia pelle si sta seccando rendendosi rugosa. La siccità è evidente tra i solchi dell’epidermide: non scorre più sudore. L’aspetto cadaverico attira l’attenzione di questi souvenir viventi che mi scambiano per una reliquia. Un rantolo arido di voce fuoriesce dalla mia caverna desertica a forma di bocca per dire a costoro che non sono una vergine, e un soffio d’aria fa il resto: sparisco nel pulviscolo come granello di sabbia.
Nemmeno la compassione di un Cristo formula un riguardo verso questi poveri eremiti che è nullo e pari ad uno zero infinito.
Allora insetto volo verso altra merda perché noi tutti abbiamo bisogno di nuova cacca per trasformarci da semplici freddi approfittatori in sensibili e comprensibili figli di Dio.
E io non sono diverso dagli altri.
Posso subire la stessa mutazione alla vista di una merda troppo grande per evitarla, solo che io ho sempre odiato Dio.
Ad un certo punto prendo un vicolo in penombra. La temperatura è ancora infiammabile e l’acido
bilico sgorga in gargarismi dalla mia gola assetata. E ho come la sensazione che se estraessi il mio intestino dalla bocca in questo istante per bagnarlo di saliva non farei nemmeno così tanto clamore.
Là, seduto su un gradino di fronte ad un negozio c’è un signore. Ha qualcosa in mano che ancora non riesco a distinguere. Indossa una camicia bianca, sembra rifiatare all’ombra.
Avanzo, e centimetro dopo centimetro l’uomo invecchia mentre l’oggetto si fa più nitido.
Cinquanta, cinquantacinque, sessanta, sessantacinque anni, all’incirca.
Un contenitore, un bicchiere rosa, una coppa rosa, una coppetta rosa da gelato, se non sbaglio.
Sono quasi a tu per tu con l’uomo e fisso quello che dovrebbe essere il suo contenitore per il dolce freddo.
All’interno però non c’è nessun residuo di gelato ma solo qualche spicciolo.
Ecco un nuovo merdoso insetto, penso. Dovrei fare un forte cappio attorno al sacchetto nel quale è appena entrato e sotterrarlo perché la merda sta bene con la merda. Gli insetti in fondo non mi fanno alcun effetto così come le persone, ripeto dentro me.
Intanto l’insegna del negozio di fronte a dove l’uomo è seduto lampeggia la scritta “Benvenuto”.
Benvenuto tra i poveri morti di fame. Benvenuto nella fece, amico. Benvenuto tra coloro che cercano residui ci cibo fra la spazzatura. Benvenuto tra i lebbrosi. Benvenuto parassitario che s’attacca alla pelle dei passanti chiedendo soldi. Benvenuto insetto.
Sto passando e guardo negli occhi il barbone.
È fresco, fin troppo pulito con quel caldo. Veste bene. Barba rasata, capello brizzolato, pantalone stirato e scarpe senza buchi. Deduco che sia il suo primo giorno di non lavoro mentre in pochi istanti chiromante vedo il suo futuro.
Ad ogni decimo di secondo in cui l’osservo l’uomo si fa più vecchio, rugoso, depresso, malato.
Ad ogni decimo di secondo in cui l’osservo quello che provo è nulla, pena, rabbia, odio.
Sembra quasi una scena di Umberto D. tanto è neorealistica. Questa realtà la fanno così bene da risultarmi incomprensibile, mentre ad altri passanti sembra così comprensibile vedere un nonno qualunque fare l’elemosina.
A questo punto ciò che sto provando non è più indifferenza. Si sta trasformando in odio.
Perché odio credere che signori fin troppo anziani per pisciare in piedi debbano chiedere soldi.
Perché odio credere che giovani fin troppo giovani non abbiamo né soldi né sensibilità per cose del genere.
Perché odio credere che non ci sia nulla da fare per questa piaga sociale così ancora poco visibile.
Mi abbandono quanto vissuto alle spalle avanzando di nuovo attraverso il corso, per rendermi conto di quanti insetti vivano con nomi diversi.
Un altro ragazzo-uomo di colore cerca di vendere borse e quant’altro. Chiamatela come volete, ma anche questa compra-vendita non è altro che elemosina. Nemmeno lui attira l’attenzione dei passanti verso di sé. D’altronde la concorrenza è vasta tra H&M (Homeless & Madness), D&G(Dio & Geova) e B&B (Bad & Bastard). Il caldo sembra annullarlo tramutandolo in un mucchietto di cenere tra le grandi vetrine e quello che provo per quest’altro insetto è puro odio.
Perché odio constatare che nel 2011 ci siano uomini resi schiavi per vendere inutili cazzate di finta marca.
Perché odio constatare che nel 2011 ci siano uomini senza diritti calpestati da leggi fondate sul diritto di uguaglianza, fratellanza e ugualità.
Perché odio constatare nella stessa strada l’indifferenza tra chi ha tutto e chi non ha niente.
Ma la cosa più impressionante, mentre io e gli insetti scaviamo l’aria in cerca di acqua e refrigerio,
è la presenza di questi grandi negozi, con queste grandi vetrate e queste grandi entrate aperte che sospingono ettolitri di deumidificato respiro fresco verso l’esterno.
I climatizzatori di tutti gli esercizi commerciali messi in fila sembrano pompare come le casse di un rave. Così mi fermo davanti a un uscio per sentire questo frustante concerto a ritmo continuo.
Megawatt d’energia sprecata smuovono le vesti dei manichini che paiono ballare incontrollati dal turbinio uraganico che s’abbatte sui loro corpi. Le gonnelline delle donne di plastica s’alzano eleganti e ondeggianti. Mutandine misto perizoma si fanno intravvedere con pudore e diligenza. Le commesse cercano di calmare le più esagitate mentre uomini-manichino barcollano ubriachi cercando, a suon di pacco duro quanto il sound, di sfoderare la loro ipersensibilità plastica.
E questo scabroso spettacolo offerto dagli esercizi commerciali alimenta in me altro odio.
Perché odio constatare come l’uomo non viva di aria, cibo e acqua.
Perché odio constatare che ci siano bambini che muoiono per produrre le scarpe che calziamo, le mutande che indossiamo, i vestiti che desideriamo.
Perché odio constatare come ci sentiamo così perfetti e invincibili dietro un capo di marca quando a fianco ci camminano persone morte da tempo.
Perché odio constatare come ci commoviamo di fronte alle immagini televisive che mostrano la povertà mentre si è perfettamente razzisti verso l’indiano che vende le rose per la tua ragazza.
Eppure gli insetti fanno schifo a tutti ma non sappiamo mai distinguere la merda che li fa crescere.
Giudichiamo l’apparenza, l’aspetto, e non la ragione della causa dietro tali aspetti. E allora se amare è il verbo che vuole diffondere ogni profeta della terra, perché odiamo gli insetti e amiamo quello che crea gli insetti?
Solo odiando potremmo amare gli insetti. Solo odiando potremmo comprovare qualcosa verso gli altri. L’amore, quello che si canta, che si invoca, che si desidera, ha fallito perché in nome dell’amore non sappiamo distinguere ciò che dobbiamo odiare. Per questo riversiamo la stessa sensibilità sia ad insetti che a barboni, perché ci appaiono come merda dello stesso frutto. E tutti con lo stesso disprezzo, sappiamo solo allontanare ciò che è brutto perché amiamo solo quanto si presenta come bello.
Comunque la vediate, ho come la sensazione che se esplodessi in questo istante in molti saranno lieti, ma in ogni modo io continuerò ad uccidere insetti anche con il vostro parere contrario.
Ora che il primo trauma si è concluso, non aspettatevi il secondo, vi prego.
Il camion della spazzatura nel frattempo è passato e qualche insetto sarà anche morto.
E' il ciclo di questa vita e quello che sto pensando in questo momento è solo odio.

Simon Trumpet

Nessun commento:

Posta un commento