giovedì 9 dicembre 2010

Tutta la verità

Vidi un deserto che si estendeva oltre i confini dell’orizzonte. La linea che separava il cielo e la terra non era visibile, perché erano tutt’uno; respiravo sabbia e camminavo su nuvole dune. Avvertivo una sensazione di pace, quasi di un piacere orgasmico, perché non c’erano rumori. Non sentivo nulla, se non il mio spirito ramingo. Il sole pareva non esistere, eppure la luce era ardente e l’unico colore che dominava era questo intenso giallo pieno come l’oro. Tuttavia, questo luogo arido e infinito non mi dava la sensazione di dispersione, anzi, non provavo nemmeno caldo. Il calore sembrava non esserci. Questi raggi che mi accecavano, che provenivano da ogni dove, non mi bruciavano la pelle. La salivazione era normale, come il respiro. Anche la mia camminata era fluida, la sabbia non pesava, i miei piedi affondavano su questi chicchi dorati senza essere inghiottiti. Era come se fossi da sempre abituato, come se fossi adatto a quell’ambiente, eppure non c’ero mai stato! Mi muovevo liberamente, non aveva bisogno di nulla che mi aiutasse ad orientarmi, ovunque andassi non aveva importanza, perché stavo bene, ero in pace. Mai stato in un habitat così purifico, su quelle dune potevo nuotarci! Insomma era tutto estremamente piacevole, finché comparve lui.

All’inizio pensavo di aver avuto un abbaglio. Una allucinazione dovuta al caldo. Ma se non avvertivo nessun senso di calore come poteva essere? Come poteva esserci qualcun altro in quel paradiso? Effettivamente mi rendevo conto che qualcosa o qualcuno all’orizzonte si stava muovendo. Un grande punto nero, che non riuscivo ancora a suddividere in altre unità più piccole. Aumentai il passo, per la curiosità, anche perché non capivo se quella cosa stava venendo nella mia direzione o si allontanava. Ebbi la paura che potesse scomparire, così come era comparso. E anche le mie sensazioni mutarono, ora non ero più in pace, non ero più solo. Ora che camminavo per un motivo, la sabbia appariva sempre più pesante e il clima sempre più arido. Avvertivo i raggi piovermi perpendicolari sulla mia testa. Mi tolsi la maglia, iniziai a sudare, cosa impossibile solo pochi minuti prima. I liquidi sgrondavano dalla mia nuca. Mi ripulivo col braccio quelle infinite gocce che scendevano. Terra e aria stavano però ancora là, distanti, immutati nella loro fusione e quel punto rimaneva sempre distante. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Non avevo nulla da bere, e nulla che potesse assomigliare a un’oasi. Solo quel punto, lontano, lontano. Proseguivo da ore, avevo gettato anche le scarpe. Delle vesciche mi si erano formate sotto i piedi. La sabbia fregiava la pelle e il dolore diventava ad ogni passo insopportabile. Con la maglia in testa per proteggermi dal sole assomigliavo ad un fachiro improvvisato. Il vento rimaneva immobile, l’unico odore che si diffondeva era quello del mio sudore acido che da molto tempo non assumeva liquidi. Il puzzo era nauseabondo, oramai quello che usciva dai pori erano i miei organi interni che evaporavano. La mia camminata non era più snella, i muscoli delle gambe si erano induriti. L’unico stimolo che mi portava avanti era che ogni tanto scorgevo il punto fermo, più visibile, quasi da distinguerne un suo tratto, ma probabilmente ero solo allucinato.
Continuai quell’inutile inseguimento non so per quanto tempo e arrivato all’estremo delle forze, allungai una mano, come se in quel modo potessi afferrarlo cadendo nella sabbia.

Fu un rumore, un verso, che mi risvegliò. Il sole ancora non si vedeva eppure la luce era rimasta uguale per forza e intensità. Non so per quanto persi i sensi. Mi alzai, un po’ confuso e di nuovo quel suono. Guardai. C’erano dei cammelli. Cinque cammelli. Pensai che fossero la mia salvezza. Ma mi salì anche il dubbio se fossero stati loro l’oggetto misterioso che per ore avevo inseguito. Accarezzai il primo a cui mi avvicinai. Erano mansueti, si facevano toccare senza nessun problema. All’orizzonte ancora nulla. Stetti così, in piedi fermo. Potevo cavalcare gli animali, da qualche parte mi avrebbero portato. Ma non sapevo bene che fare.

«Quello che cerchi, costruiscilo»

Sobbalzai all’indietro. Possibile? Il cammello aveva parlato? Volevo dire qualcosa, ma le labbra si muovevano a vuoto. La gamba mi tremava, dovevo avere qualche problema con la sete. Non poteva aver parlato l’animale. Rimasi in silenzio, attesi che dicesse ancora qualcosa. Spronai la bestia. Volevo che ripetesse quanto detto anche se avevo inteso benissimo.
Poi si mossero. Iniziarono a passo lento ad andarsene. Cercai di fermarli, ma niente, non obbedivano. Le gambe ritornarono a farmi male, le vesciche a sanguinare. Non potevo seguirli ancora una volta all’infinito. Decisi di lasciarli. Mentre osservano i cammelli in fila indiana tramutare in un punto nero sempre più piccolo e piccolo, mi accorsi che alle mie spalle ora si presentava un edificio. Era alto una ventina di piani, imponente, bianco, sovrastava in ogni dove il nulla attorno. Era disabitato, nessun rumore, nessun segno di vita emergeva da quella presenza umana. Dentro, i corridoi erano lunghissime strade interrotte solo da porte e finestre. Le stanze erano vuote. Nessun mobile, nessun oggetto. Tutto vuoto. Quel luogo era più inquieto del deserto. Prosegui per le camere in cerca di qualcosa, doveva pur esserci qualcosa. Assomigliava ad un hotel ma così ridotto poteva anche essere un castello medioevale. Salii le scale, tutti i venti piani di rampe fino a trovare la botola che conduceva al tetto. Speravo che da quell’altezza potessi scorgere più in là dell’orizzonte. La luce sempre uguale, il giallo che predominava quell’universo, il calore impercettibile, lo stesso paesaggio da cima in fondo. Stavo con le mani nei fianchi, era assurdo, che non ci fosse altro che sabbia tutt’attorno; quando qualcosa mi sfiorò i capelli.

Un foglietto piovuto dal cielo. Recava un numero, il 237. Mentre l’osservavo con lo sguardo abbassato, fisso su quel pezzettino di carta, successe una cosa ancora più isolita: il cielo si annuvolò. Mi girai attorno. Le nuvole stavano velocemente coprendo il mare dorato. Il nero si sostituì alla luce e una goccia sbatté sul mio naso. Le gocce, una dopo l’altra, ora davano un suono continuo e penetrante in quel deserto inanimato. Corsi all’interno dell’edificio. 237 doveva essere il numero della stanza che dovevo cercare. È lì che avrei trovato quello che stavo cercando, ma cosa stavo cercando? Non era assolutamente facile scoprire quale fosse la camera, perché nessuna era numerata. Dovevo passarle tutte. Così feci. Dall’ultimo piano. Correvo, passavo da corridoio a corridoio. Fuori la tempesta impazziva. La sabbia si sollevava formando uragani sabbiosi che tutto risucchiavano. Dovevo sbrigarmi. A fatica mi muovevo in quel labirinto, scalzo, col sangue che formava le mie impronte. Il vento sbatteva forte contro le finestre. Il palazzo vibrava sotto i colpi di quell’infermo. Giravo alla cieca.

237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237.

Ripetevo dentro me. Ossessionato di trovare quella maledetta stanza.
Dove sei!! Esci!!
Tonfi più forti, più potenti, provenivano da quelle abitazioni morte. Alcune finestre esplosero, la tempesta tempestava sempre più furiosamente. Le schegge di vetro vorticarono nell’aria pizzicandomi il viso. Avanzavo comprendoni il volto con le mani. Stava diventando impossibile proseguire, perfino la sabbia circolava all’interno. I granuli mi finivano in bocca, tossivo. Mi coprì la bocca con la maglia. La pelle era gonfia come punta da mille aghi. L’uragano penetrava nell’albergo come dentro me, dentro il mio cervello, 237, 237, 237. L’aria mi sobbalzava qua e là. Camminavo come in assenza di gravità. Poi vidi il cammello passare in fondo al corridoio. Fermo! Urlai. Spingevo le braccia in avanti, come se nuotassi. Sputai della sabbia. Arrivai all’angolo, dove l’animale aveva svoltato. 237, 237, 237, c’era scritto su una porta. Chiaro 237. Ero giunto. Spinsi, varcai la soglia. Qui gli effetti dell’uragano sembravano spariti. Della bestia nessuna traccia, di nuovo catturato da un mondo parallelo. C’era una cassaforte posta a terra. L’ultimo rebus. Digitai i primi numeri che mi vennero in mente, 237, ma erano sbagliati. Continuai così, inutilmente. Troppi errori, l’immunità della stanza stava svanendo. L’uragano stava strappando l’edificio dalle fondamenta. Vedevo interi blocchi di cemento armato andarsene in alto verso le stelle. Mancava poco e mi avrebbe polverizzato. Nessuna combinazione sembrava adatta.

«Quello che cerchi, costruiscilo»

Risuonò ancora una volta. Tirai la maniglia e lo sportello si aprì. La porta fu spazzata via. Il pavimento iniziò a sgretolarsi, tutto stava sparendo. All’interno un foglio. Con una mano mi aggrappavo alla cassaforte, le gambe stavano per essere risucchiate, i capelli strappati da quel vento, le unghie che s’allungavano tese, gli occhi spinti in avanti per leggere il foglietto con le ultime forze e…

Drinnnnnnn

«Il suo tempo è scaduto…»

«Proseguiamo la prossima volta, dottore?»

«Si, non si preoccupi, abbiamo tutto il tempo che vuole. Ma mi tolga una curiosità: che c’era scritto nel foglietto?»

«Semplicemente “altri 50 euro da pagare”. Arrivederci.»

Simon Trumpet

sabato 20 novembre 2010

ACQUA E FANGO

Abbiamo aspettato
fino all'ultimo momento,
per vedere il nostro
mondo essere distrutto.

Il fango ha travolto
le nostre umili case,
ha colorato e sporcato
le nostre strette strade.

Niente è più rimasto,
tutto è andato perduto
come il grigio ricordo
di un triste e lontano passato.

Le nostre comuni identità
si sono sciolte nel diluvio,
ma nella melma fangosa
è cresciuta la nostra dignità.

Nessuno ci dà mai aiuto,
ma il bisogno di speranza
galleggia nell'animo
di chi da sempre ci ha creduto.

Sporche sono queste mani
del campo che mi ha cresciuto,
sporca è la tua faccia
per la terra che hai venduto.

Acqua e fango cadono dal cielo,
siamo figli di ciò che amiamo,
siamo ricchi del nostro spirito,
siamo uccisi da chi ha deciso.

Simon Trumpet

domenica 19 settembre 2010

OH FORTUNA

Oh fortuna, tu che cangi le brame delle nostre speranze,
apri le porte,
in molti verranno avanti adirati di non averti conosciuta.

Oh fortuna, tu che cogli le ansie delle nostre torture,
leggi le nostre carte,
a te invochiamo ogni lieta circostanza stabile.

Oh fortuna, tu che mitighi il nostro rosso sangue,
raccontaci
come nell'ade l'animo gode di ogni mala sorte.

Oh fortuna, tu che penetri nella mente adirata,
mostraci
come servi siamo dell'aldilà a noi mai mostrato.

Oh fortuna, mia solenne e sincera regina,
nelle tue mani
lasciamo le cose a noi inarrivabili.

Oh fortuna, legge sacra, segno volubile,
se dissolvi
le nostre premure, a te daremo vittime vergini.

Oh fortuna, tu che del paradiso detieni le chiavi,
fondaci
le forze per cantare la gloria a noi capitata.

Oh fortuna, tu serva fedele del sole,
cancella
i tempi avversi e le stagioni della luna cadente.

Oh fortuna, tu che plagi le storie degli uomini,
cambia le sorti,
risorgi dalle ceneri, saremo i petali del tuo fiore.

Oh fortuna, tu che discendi dalla nostre madri,
affossa
il demonio, ordina l'ingannevole fiducia nell'ave.

Oh fortuna, tu che preoccupi se non ti vedo arrivata,
interpreta
i segni della terra, qui il fuoco brucia la nostra aria.

Oh fortuna,
nella profondità dei cieli, muoiono i nostri sogni,
col lutto al braccio viviamo i nostri odiati giorni.

Oh fortuna,
la prosperità è dono del demonio, gli alberi di nero segni,
l'immortalità bramata con te non ha più alcuna durata.

Oh fortuna,
tu che cangi le brame delle nostre speranze,
tu che semini stirpe nella bocca delle viscere,
tu che accogli gli inverni a noi più freddi,
attendo l'occasione che da te mi sarà rilevata.

Oh fortuna,
nel giorno in cui la luna splende oscura,
aprimi le tue porte al mio animo inquieto,
cedimi posto accanto alla tua infinita fama,
e per sempre ti sarò negli inferi grata.
Simon Trumpet

giovedì 9 settembre 2010

SACRA VERGINE MORTALE

Nella notte del cielo cantante,
ho sognato di mangiarmi il mio cervello.
Era così tenero e croccante,
avrei pensato che ci fossi tu, per un istante.

I miei amici si sono inchinati,
hanno lavato, di seguito, i piatti.
Era un strano mondo, quello,
tutti attorno a gridare ubriachi.

Ogni cosa pensata si è sciolta,
come una crema di ricotta;
è stato anche bello sai,
vedermi morire fra le mie mani.

Distaccavo brandelli con i miei coltelli,
e svanì ogni ricordo passato;
tutti insieme abbiamo guardato:
sangue amoroso! Avete gridato.

All'interno del mio cranio,
niente più è rimasto,
tale e quale a come sono nato,
ma nessuno, si è lamentato.

Sono il tuo odio, sono la tua pace,
sono la tua disfatta, sono una stella
fatta, sono quello che nessuno vuole,
sono colui che annusa le povere viole.

Nel buio di quel piccolo buco,
si innalza il senso di rinascita,
questa vita è solo una mela marcia,
tutto qui, è segno della tua traccia.

Il flusso si è spento, oggi è il giorno
del sacramento. L'agnello nel fuoco
trae beneficio per il suo sacrificio,
i miei occhi sono la notte, le mie parti sepolte.

La speranza è una gabbia chiusa,
non potrei dire di non averci provato,
nel furore dell'incendio mi sono illuminato,
è così che mi è apparsa la tua disfatta.

Guarda a quello che pensavo,
ogni tuo sorriso sarà insanguinato,
sarò ancora il tuo frutto preferito,
colui che ha deciso di finire seppellito.

Le lacrime si diffondono dai miei occhi staccati,
tutti i miei sogni da scarpe calpestati,
la retina s'aggrappa alle tue pelli,
raschi i mie sensi di primavera violati.

La materia grigia è quella sulla tua camicia,
la lavi come se puzzasse d'ossa di liscivia,
all'inferno berremo olio d'oliva,
è così confortante il vomito che striscia.

Nel mio mondo immaginario,
le orde di schiavi frustano l'amore,
nella mia vita desiderata,
un buco alla testa mi ha ridato vigore.

E satana siede nel nostro cerchio,
l'osservo come se fossi allo specchio,
l'angelo nero consola il mio cuore,
alimenta col tuo nome il mio tumore.

Un'altra vita che è andata,
un'altra vita che è rinata,
un'altra vita che è fiorita,
un'altra faccia che è sparita.

Il funebre momento ha, i colori bigi,
le mani sono colate di sangue scuro,
il tuo sguardo un riflesso del buio,
non sono sicuro di essermi perso nell'oscuro.

Ti aggrappi alla tua croce,
nell'inferno ti illumina il signore,
là, dove il miele disciolto t'incanta
dal lungi essere frutto infernale.

Oh sacra vergine mortale,
non ti curare di aver male,
qua, dove tutto di rosso esplode,
cantiamo per te, ogni beata lode.

Costruiremo un bell'altare,
sul quale morta vorremo vederti adagiare,
qui, accanto ad ogni malato terminale,
qui, col tuo cuscino di forma maiale.

La pioggia è una resina dalla quale non ti puoi staccare,
come quando, per la prima volta, mi misi a guardare
quella piccola parte del tuo fiore,
che ora s'adagia sulla lastra che ti dice di ricordare.

L'innocenza scorreva sul libro scritto per sognare,
ma con la vasellina hai cancellato ogni rima,
ogni gusto mi hai tolto e nulla è come prima,
ma l'anima più bella è quella che ancora osa provare.

Ed è così che il sogno è svanito,
nulla ricordo, se no, che tu sei ancora lì,
appesa come un quadro sbiadito
che aspetta di essere gettato là, nell'infinito.

Abbraccia, di tanto in tanto,
le persone che hai ferito,
la vendetta col tempo rimane ferma,
tutto si risolve, se vuoi un amico.


Simon Trumpet

domenica 25 luglio 2010

MELA

Districo una porzione di volontà,
sono l'arme della tua serenità
che separa le nuvole come pietre
nel fiume, per nuotare verso la luna
che come te, mai sarà così vicina.

Nelle tue labbra di rosa velenosa,
inietto la pioggia della tua tempesta,
che fa di te una persona misteriosa,
e desiderosa d'essere pura bagnata
del mio essere complice dei tuoi spasimi.

Infiniti sono gli istanti dei tuoi sorrisi,
emani profumo di petalo alla vaniglia
e ansimi di sospiri di intensa rossa voglia,
sei l'estasi di quello che posso avere dentro,
sei l'alito che smuove le foglie dal vento.

Brividi che scorrono nei nostri sensi,
avverto la sensazione di averti come fiore,
fuchi che inseguono la regina volano alti,
persone che inseguono sogni volano alte,
animali che cercano frutti viaggiano per ore.

Il male scompare nello stato in orgasmo,
riempi di inutilità il senso delle cose,
nella primavera che esplode la serpe
muta la sua pelle per farsi corazza,
per farsi favola agli occhi della sua mela.

Il cambiamento rende farfalle vermi,
le nostre ali si aprono di fronte alle nuvole,
sei il mio organo di respiro in quest'aria
densa del colore del cielo sereno,
sei il mio giorno di vita dopo l'essere stato larva.

Desidero che il vino inebri questa estate,
semmai fosse inverno che mi scaldi meglio,
come nebbia autunnale nient'altro traspare,
solo il suono del tuo profondo sentimento,
che come sole ormai chiarisce il mio viso dall'essere triste.

Simon Trumpet

mercoledì 7 luglio 2010

SPARA

Avanti carica il tuo fucile,
no, non sarai mica tu,
l'essere meno imbecille.

Coraggio, spara il tuo colpo,
non sarà la mira a mancarti,
esplodigli col mitra il volto.

Fagli ciao ciao, con la manina,
è solo un semplice nemico,
quella nonna con la nipotina.

Bam, bam, prendilo alla gamba,
bem, bem, fallo un po' sperare,
bum bum, prendilo nella sua casa.

Non sarai tu a scavare la sua buca,
i suoi sogni, morti nel giorno ostile,
ridi col tuo bicchiere di rossa aperta nuca.

Il tuo desiderio è una nuova munizione,
il suo incubo la gloria della tua nazione,
il tuo pensiero sparare in continuazione.

Sei tu il salvatore della sua patria,
colui che lo aiuta ad aprirgli una banca,
mentre il fumo nero invade la sua pulita aria.

E così sono una manciata di sassi,
sono una fossa comune senza nome,
sono l'odio che scorre sotto i tuoi passi.

Nella desolazione della città distrutta,
coltivi il frutto della democrazia,
di ciò che crescerà senza speranza

con l'illusione della migliore polizia,
perché la legge sia sovrana,
perché la popolazione sia schiava e puritana.

I re e le regine vivono con le loro teste,
le vostre sono l'obiettivo del missile perfetto,
per loro ogni rispetto, per voi ogni male infetto.

Il suo desiderio è un po' di consolazione,
il tuo incubo una brutta meditazione,
il suo pensiero salvarsi per colazione.

Il suo capo chino verso l'infinito giardino,
meglio morire per una condanna al suicidio,
la schiera è pronta a insultarlo da cretino,

non c'è rispetto per chi non ama lo stesso Dio,
d'ora in poi sarà più semplice il suo cammino,
ogni corpo morto brucia nel grande giardino.

In cerchio a pregare attorno all'acre grigio fumo,
c'è chi piange, chi ride per quelle parti in fusione,
nella guerra combattuta vince solo il consumo.

Le sirene cantano canzoni poco serene,
ad ogni nota il grido della popolazione,
le madri con le figlie intonano macabre cantilene.

Ti pieghi con la medaglia del tuo Io,
la stringi al cuore, la baci con onore,
le bandiere si alzano nei cieli conquistati.

Uno sputo per gli ultimi rifugiati,
la parola libertà che scompare
come le ultime vittime bruciate,

sei tu l'eroe, a loro ogni dolore.
La gloria si tinge di rosso colore,
i politici trattano la merce da comprare,

il petrolio schizza da ogni parte,
i mutilati lasciati in ospizi dimenticati,
come è illusorio il senso della vittoria.

Ti senti un oggetto da rendere alla storia,
sei l'ennesimo prodotto dell'esercito,
un uovo messo nel posto più fresco.

Ancora, ancora, passano gli anni, si cancella la memoria,
ancora, ancora, cambiano i nemici, no l'uomo, e le sue radici.

E dopo l'ennesima guerra per una nuova rogna,
diranno che hanno reso giustizia alla noia.
Si distrugge per ricostruire,

anche il cemento ha il suo commercio,
le case di paglia non sono più di moda,
la coca-cola diventa la nuova droga.

Avanti amico, carica il fucile,
non essere tu, il più imbecille,
spara, non essere così vile,
spara, non essere ostile,
spara dentro il cortile,
un brivido passa sottile sottile,
sarà tardi, ma vorrei vederti morire,
tu, col tuo lutto alla nazione,
tu, col tuo proposito di globalizzazione,
tu, col tuo gusto alla contaminazione.

Stringiamoci tutti attorno al grande fuoco,
coraggio,
neri e religiosi,
bianchi e vergognosi,
stretti per mano, insieme urliamo:
ciao ciao
umana schifosa razza...

Simon Trumpet

domenica 20 giugno 2010

COME VANNO VIA

Ho vagato e ti ho cercato a lungo,
ed eccoti nel tuo splendore,
in quel fossato che non sa odore,
dove la pioggia batte il tempo, e le ore.

I fiori secchi si poggiano sui tuoi marmi,
sembrano dirmi ora puoi andare,
ora puoi venire tra le radici bigie,
in cui gli insetti masticano le tue materie grigie.

Vedo oltre la tua buia tomba,
il tuo suono è un eco per la memoria,
potremmo camminare per un'istante,
ascoltare quello che il vento ha da soffiare.

Oggi il cielo è come lo decido io,
non ci saranno altri scogli sulla riva,
sarà libero e sereno il passaggio
nella parte della storia. Stringimi a te

e cantami di come vola una nuvola,
sono un piccolo pesce nel grande mare,
i mie pensieri navi da cui salpare,
non temere se la vita un frutto andato a male.

Noi possiamo partire, quel che si apre
non il mondo reale, è l'immagine
delle stelle che nessuno sa ascoltare,
di quel buco che si estende voragine.

Il terreno è morbido, io assaporo il tuo
trascorso, è come un tesoro nascosto,
io, te, altro di dimenticato, scordato
è il tuo canto che suona lamentato.

Esprimere per perdere, non è predilezione,
altro avrei voluto fare nella calma,
ma il cielo ha raccomandato l'iniezione,
ed così che posso concepirti come salma.

Gli eventi scolpiscono pure la pietra,
il tuo nome e anche l'età è segnata,
il destino prega ogni sera per le mie sorti,
mi sento più vicino a voi, non morti.

La necessità di scoprirti da queste foglie,
io sono così nudo senza le mie parole
e soffoco nel non sapere comunicare
quello che alle persone diresti col tuo suonare.

Piano piano le lacrime cadono dalle nuvole,
l'ultima volta è per sentirsi vivi,
un tremolio che scuote le terra e tutto scompare,
non temere, pensa a quello che sarai, per sempre.

Attraverso questo infuso,
la nebbia m'avvolge attorno,
la linfa vien mancare,
il sonno un calmo navigare,
un'altra nota d'accordare
prima che ti veda dimenticare,
la tua voce scorre nel verseggiare,
il tuo nome è inciso nelle mie vene.

Come vanno via,
come vanno via,
le speranze...

dedicata a Nick Drake
Simon Trumpet

lunedì 14 giugno 2010

TRASCORSI

Maggio,
col campo ingiallito,
è così, che l'ho sempre
immaginato.

Giugno,
il prato è seccato,
è così, il mio sguardo
diurno.

Luglio,
il grano è sbucato,
è questo, quello che ho
sognato.

Agosto,
il sole è bruciato,
questo calore, mi ha
soffocato.

Settembre,
la vigna inebria la mente,
è questo, quello che mostro
lievemente.

Ottobre,
la pioggia cade pesantemente,
è questo, il senso che voglio dirvi,
costantemente.

Novembre,
la neve scende lentamente,
scava la buca, la povera
lepre.

Dicembre,
il freddo blocca la gente,
è questo, quello che ella,
ebbe.

Gennaio,
il campo è ancora innevato,
è così chiuso, quello che ho
provato.

Febbraio,
il tempo non è ancora gaio,
io mi stampo libro, dal
libraio.

Marzo,
i mille volti dell'essere pazzo,
io mi rovino, in un
fascio.

Aprile,
qui non oso dire,
il mese che più mi vide,
piangere e sorridere.

Di nuovo Maggio,
quanto tempo è
passato?

Simon Trumpet

mercoledì 2 giugno 2010

VIOLA

Viola passeggia, passeggia sola,
come una rosa semina petali
fra le costellazioni e i pianeti.
L'universo è la sua casa,
il luogo dove si identifica di essere nata.
Come una nuvola che copre il sole
lei piega, e riduce le ore.

San Lorenzo è il giorno che ella attende,
l'unica sera in cui nulla pretende.
Contenta riderà con i fiori dei suoi dolori,
di ogni sensazione che le diranno i colori,
gli amori,
lo stare nel nuovo orizzonte celeste di nove,
in cui ella rinnova il suo essere simile alle viole.

In questa notte la luce del sole la ingoia.
Essa scalda la sua eterna gioia
e scioglie ogni sua noia,
mentre il suo stato di agonia
scivola, scivola via
come una cometa con la sua scia.

Il cosmo è un suo riflesso,
l'anima ne diviene uno specchio
in cui adagiare ogni urlo emesso.

I fasci degli astri danzano,
le forme simulano sesso,
la nuova nova è qui,
ora,
fra le costellazioni e plutone,
verso il pianeta remoto
denso di implume dorato,
Pleide del mio mare illuminato.

Estenditi fra mondi paralleli.
La flora echeggia l'aurora.
L'ape sorvola nell'ultima ora.
I pensieri si alzano su piccole ali.
La volta celeste ti rende mora,
solo il tempo cancella la memoria.

Cresci nella primavera di questa esile luna,
non aspettare che il sole si schiuda.
All'alba tutto scompare e ritorna normale,
come lo stelo di una viola nuda
il tuo corpo si nasconde per premura.
Nell'inverno soffia la frescura,
al freddo il tuo sguardo non è sereno,
il vento ne rovescia la fortuna,
il tuo seme attecchisce la natura.

È già Maggio inoltrato,
quanto tempo hai aspettato?
Il cielo è ormai calato,
il ricordo scava ogni strato.
Il passato libera il fiato,
le foglie cadono lungo il prato.
Forse hai già dimenticato,
è la primula colei che avevi a lato.
Lo spazio è infinito,
il suo viso un petalo staccato.
Il chicco è stato aratro,
il viale alberato rimane un triste baràtro.
Il polline è oramai penetrato,
anche l'universo si è addormentato
e sogna quel che hai rimembrato:
l'essere stato quello che ti ha creato.

La notte è finita,
lei ritorna ad essere stella primitiva,
così lontana e infinita,
come la distanza del pianeta
da quella che ora splende la su,
eterna viola cometa.

Simon Trumpet

mercoledì 26 maggio 2010

TERAPIA ANIMALE

È il suo segreto, questa forma di terapia.
Alle cinque, quando ha finito, non vede l’ora di tornare a casa, di togliersi le scarpe e di mettersi in poltrona.
Di solito ha un giornale e una bibita già pronti sul tavolino perché a Paola piace coccolarlo.
Lui beve, legge, si riposa, poi va a fumare una sigaretta sul balcone e aspetta.
Verso le sei e mezzo spunta il gatto sul terrazzo di fronte.
È un persiano bianco, di quelli di razza.
Si guarda intorno, poi con un salto raggiunge il cornicione più in basso e fa quella cosa.
Fa quella cosa che noi umani, distratti dalle parole, dai gesti, dai pensieri, dimentichiamo di fare:

osservare.

Da un cornicione all’altro, fissa il crescere degli eventi che passano sotto il suo sguardo. Le orecchie tese, acute, in direzione udito.
La percezione dell’animale è infallibile, così come il suo metabolismo: sono le sei e mezzo e Francesco ha appena finito di fumare una sigaretta fuori nel terrazzo. Una consuetudine, quella del fumo, come quella di ogni altro gesto ripetuto in continuazione ogni giorno. Tutti noi cerchiamo qualcosa che ci dia stabilità, in un rapporto, in un sentimento, nel fumare. Ma oggi, da quando era giunto a casa, non aveva fatto altro che accendere sigarette:

il giornale e la bibita non si trovavano sul tavolino.

Il suo equilibrio, era venuto meno.

Quello del felino, no.

Lui è perfetto.
Ondeggia fra gli appigli delle abitazioni inoltrandosi fra i rami degli alberi, leggero, stabile, con il sole del tramonto che lo illumina rendendolo una nuvola rosa. Scivola fra le ringhiere, vola fra i coppi invisibile, insensibile ai condizionamenti esterni, come le urla provenienti dalla casa di Francesco.

Paola è rientrata.

L’equilibrio andava ristabilito. È lei ora, la sua finestra aperta.
Il persiano avverte il mutare della situazione, è attratto, si avvicina fino a sobbalzare sull’inferriata del loro terrazzo. La ragione, spesso, è il mezzo che usiamo per giustificare i nostri comportamenti.
Lui la sgrida, l’animale ascolta, si spaventa, Paola non trattiene le lacrime, il gatto si rattrista, si fa cupo in volto, ma Francesco insiste, passa alla minacce, le orecchie del gatto diventano antenne, le sue pupille si aprono attente, Paola cerca allora di reagire, di ribattere quasi scusandosi. L’apparire è illusorio. L’apparire nasconde, cela altro, e se non siamo attenti osservatori, finiamo per considerare le persone che ci circondano per quello che sembrano a prima vista: umane. I battiti del cuore aumentano, gli occhi danzano da un lato all’altro della sala.
Francesco la scuote, urla, il felino allunga una zampetta, Paola indietreggia, cerca di farlo ragionare, ma è tardi, lui si allunga per spingerla, lei scivola, l’animale si tuffa nuotando nell’aria: diventano così infiniti, i pochi istanti che separano loro dal suolo.

Simili, tutti e tre in completa disarmonia: chi è l’animale, adesso?

Poi una mosca, la palla bianca sobbalza dal balcone e corre, la insegue, s’allontana, anche lui come Francesco è un predatore. Da un tetto ad una terrazza, fra muretti, alberi, tutto che scorre veloce, senza pensieri, solo la mosca che vaga per salvarsi, per sfuggire, come sotto Paola che si allontana da casa in mezzo al traffico di persone, nascondendosi tra mille volti uguali; sopra tutto libero, volatile. L’insetto sembra prendersi gioco del felino: è lui la mosca cieca.
Da un coppo all’altro, ancora, su e giù, l’animale è liquido, non demorde, come Francesco vuole quel senso della misura che serve per ricreare quella stabilità nei rapporti, nei sentimenti, nell’essere animali, non ha ostacoli, e salta, salta alto per catturare l’insetto. Preso. La caccia è finita, in basso Paola è un piccolo puntino nell’orizzonte. Il gatto annusa, segue l’aria che lo riconduce a casa. Giunge sul suo terrazzo, si mette accucciato. Nell’edificio opposto, il giornale e la bibita sono ricomparsi sul tavolino; Francesco è steso, rilassato, mentre Paolaè lontana fuori casa.

Dall’osservazione acuta del suo mutismo, l’animale ha capito di non essere l’unico.

«Felix, vieni qui che è pronta la pappa…»
L’equilibrio è di nuovo, per tutti, ristabilito.


(incipit a cura di Giusi Marchetta,concorso blusubianco.it)
Simon Trumpet

martedì 25 maggio 2010

L'OSCURO

Sta arrivando.

Non lo vedi,
non lo senti,
lo avverti,
lo odori,
lo pensi.

Si nasconde
al di là
del monte
e ti prende
nella notte.

Respira
prima di
sentirlo.

Il cielo
fa paura,
la nuvola
cerula trema,
la luna
oscura neve
imbruna.

Ti colpisce,
nell'essere
triste,
e ti maledice
se dice,
ma ti spreme
alla radice.

Insinua stasera,
è un molle dolce
il silenzio
che mitiga
il gelo,
ma sereno
è lo sguardo
del tuo melo.

E' l'osmosi
della tua sorte,

è l'oscuro
occhio
della
tua
morte.



Simon Trumpet

martedì 4 maggio 2010

QUELLO CHE VUOI TU

Aiutami a pensare,
non ho sbagliato,
aiutami a pensare,
avanti,
credo nella cecità
e nel futuro dell'aldilà.

Andiamo giù,
dove il tempo è buono,
non è un buon affare
quello che voglio dirti.

Penso di averti amata,
stoppa ancora il mio ghigno,
nel foro s'estende un grande mare.

Non avere paura di guardare,
il cielo è uno solo,
il ricordo è solo uno.

E sono sveglio,
smuovo le mani come un bimbo,
nel futuro aprimi,
il suono è uno solo che senti.

Quello che voglio darti
è un fazzoletto sporco,
la cura è una previsione astratta,
non baciare il destino, bimba.

Nell'arco del tempo,
ricredere è un amaro sentimento,
ocra credimi cara rendimi.

Nell'est dove la pianta cresce,
nel nord dove calamiti tu,
nel sud della sincerità,
nell'ovest dell'oscurità,
oh è qua,
in nessun dove
soffia il vento che vuoi tu.

Simon Trumpet

domenica 2 maggio 2010

TU, NELLA GLORIA

Penetri nella nebbia
col tuo passo canticchiante,
sei il richiamo della foresta,
sei il mio sguardo che si fa
orchidea fra le fronde del sole.

Voce del mio spirito, voce di
questo infinito organo di gloria.
Gioca, non voltarti, non credere
siano alte le montagne sempre verdi.

Nel nostro infinito bruciare,
sei la fiamma che scorre fra le mie vene,
fra i miei profondi sensi.

Vieni madre del mio seme,
tu,
per sempre nell'ade del mio spettro.

Danza,
ora,
dietro tutto scorre nelle nostre voci.

Fuma la cenere del mio animo,
i fiori saliranno nella tua mente.

Vedremo i colori danzare in nero,
le nascite si uniranno alle morti.

Nell'eden, i frutti sacri ti profumeranno
vestendoti di angeliche movenze.
Nell'eden, gli dei secernano il vino
del peccato che inebria il tuo sangue.

Il ragno tesse il nostro amore,
le api impollinano le nostre pupille,
le mosche vomitano le nostre emozioni.

Discende la linfa dell'uva,
si fanno rossi di macchie gli occhi,
le viole si schiudono nell'ombra,
la luna eclissa il sole,
la notte illumina le stelle,
nell'universo,
al campo di margherite
nevica col solstizio d'estate.

Non vedere quello che vedi,
non sentire quello che senti,
non baciare quello che mangi,
tu,
nel vigneto,
in un tappeto di petali camminerai.

Nel tuo dentro,
i sospiri della tua mente
respirano,
non scordarlo,
nel tuo dentro,
questo suono
è la voce del tuo dono.

Simon Trumpet

giovedì 29 aprile 2010

SCENA MADRE

"Sei bella, nessuna cosa al mondo può fermarti. Le tue capacità, vanno oltre a quelle di tutte queste ragazze qua. Forza Giulia, questo è il tuo momento, è l'occasione che cercavi per diventare famosa. Avanti, un bel sorriso, positività, intelligenza, questo devi trasmettere."
A tutti noi è concessa un'occasione nella vita, a tutti noi è concesso di sentirci grandi per un giorno e merde per il resto dei secoli.
"Un respiro profondo, Giulia, cancella la tensione, scivola, fai scivolare quelle braccia, che il tuoi movimenti diventino ali, che le tue emozioni diventino energia."
Vorremmo tutti essere protagonisti di una storia, inconsapevolmente lo siamo ogni giorno. Nulla ci distingue, la ripetizione delle nostre azioni crea il migliore film mai visto.
"Così, perfetta, serena, non mostrare paura."
In un rapporto le due unità entrano in confronto per unirsi.
"Concentrati, Giulia, ci sei tu, ora, e nient'altro."
Siamo il soggetto della nostra sceneggiatura. Il copione mai letto, mai provato, eppure siamo eccellenti recitatori di rapporti fasulli. Ed è in questo modo che pensiamo sia sempre tutto un sogno, quando in realtà non c'è mai stato nulla di così vero. Con incredibile maestria, siamo decine di personaggi in una stessa persona.
Maschere diverse di una stessa mente.
Registi di ogni nostra scena madre.
STOP!
Ci urlano.
Ci fermiamo, siamo burattini senza fili.
Grazie ragazze, siete state bravissime, ci dice.
Alcuni sorrisi si formano larghi fra alcune di noi. Altre si abbracciano soddisfatte, si palpano i secchi sederi, trasmettono successo.
Vorrei anch'io, far parte di qualcosa.
Sono una scarna figura, un essere dicono. Di me, notano prima le gambe, dicono. A me, fanno mille complimenti riguardo il mio viso. A me, dicono che mi faranno grande. Di me, tutti dicono che ho doti. Per me, hanno molti progetti, dicono.
In me, penso, vedono solo la figa.
"Coraggio! Cos'è quella faccia? Sei stata tu, la migliore!"
Uno stato di tristezza, mi prende. Diranno ancora che ho possibilità?
"Oggi, Giulia, di te faranno una stella"
Si, cometa, di quelle che brillano pochi secondi e poi si schiantano al suolo.
Sono il satellite mai scoperto.
Il set si svuota come fanno molti uomini vedendomi.
Sono l'erba del vicino.
"Già ti sto immaginando su tutte le riviste fra qualche anno."
Si, a causa della mia morte accidentale con una sega.
Rimango in attesa, di qualcuno, che mi dia la mano, che mi dia consolazione, che mi tocchi per farmi sentire importante.
Sono il frutto proibito.
Giulia avanza, nessuno è rimasto per lei.
I corridoi diventano lunghe autostrade.
"Non ti preoccupare, il successo è dietro l'angolo."
Sono la punta del triangolo.
Sono il fuco morente.
Tutti sembrano scomparsi, dove saranno?
Sono l’illusione del mago.
Poi un qualcuno mi benda da dietro.
Come ho fatto a non sentirlo?
È una sorpresa dicono.
Sono l'albero di Natale.
"Forza, Giulia, ecco la tua occasione!"
Sono un desiderio mancato.
Mi portano chissà dove, sono giocattolo per bimbi.
Spinge la porta.
È questo il mio camerino?
Si chiede curiosa.
Le mani poste in avanti, protese verso l'oscurità. Solo il suo respiro che vaga in cerca di un appiglio, una luce, qualcosa che le apra gli occhi. Passo dopo passo si inoltra in quella camera che sembra non avere pareti. Piccole sensazioni, prova, nell'innocenza di quel buio avvolgente che limpido carezza la sua pelle ribrezza. Il tatto che sembra sfiorare fantasmi multiformi che come nuvole si disegnano attorno al suo corpo magro; il seno che si fa turgido dai brividi. Nulla di solido che si fa avanti: la stanza sembra avere i contorni dell'infinito. Il viso si prolunga, s'avverte una presenza, la sua salvezza. Prova, si tira su, c'è qualcuno? Dichiara. Le stelle non illuminano questa stanza, le lacrime invadono questa luna, le mura non sono una gabbia sicura. Oltre i confini, il nulla. Un passo all'indietro, il viso che si fa preoccupato, le mani in allerta, la calma che diviene apparenza. La porta ora, dov'è ora la porta? Dei sospiri, quasi dei respiri smuovono l'aria. I peli si rizzano, i piedi che si muovono più veloci. Timori le corrono lungo la schiena, la porta, non la vedo, l'uscita, c'è mai stata un'entrata? Poi un attimo veloce, la sensazione di essere di nuovo sola, il passo che sta per bloccarsi, le braccia che si abbassano di nuovo rilassate, dopo, delle dita che toccano le sue spalle.
Lo sguardo le si blocca, il piede non ha ancora toccato a terra, il respiro rimane sospeso.
Un uomo nudo, sente chiaramente il suo corpo peloso.
Nessuna reazione.
La donna non sente più il suo corpo.
Le mani pelose che grattano le sue braccia scoperte.
Gli occhi che si aprono improvvisi senza che nulla si possa vedere.
Scorge la presenza di qualcun'altro, una nuova mano la solletica. Davanti, di fianco, ancora dietro, non è uno, sono due, tre, quattro, tanti. I respiri si sovrappongono, i membri si confondono.
Le tolgono la benda.
È circondata.
La fortuna è cieca.
Le mani si intrecciano a labbra, gambe, altro, sembrano tutti rasati.
I sospiri aumentano, diventano urla, parole, saliva.
Per la prima volta non può comandarsi.
Le lacrime sono un freddo cubetto di ghiaccio, la sua bocca è costretta ad aprirsi.
Come vermi attorno al cibo scaduto, i corpi si fondono, si muovono viscidi come vasellina fusa.
Sono l’agnello sacrificale.
Il tacchino di ringraziamento.
“Giulia, vedrai, arriverà!”
È già arrivato, vorrei dirle, un po’ di qua, un po’ di là, fra la bocca, i seni, i capelli.
Sono la panna sulla torta.
Una zuppa di piselli.
“Sei unica!”
No, sono sola.
“Sei grandiosa!”
No, le altre sono più furbe.
“Sei un tesoro!”
Mi hanno solo aperto le gambe.
“La fama, Giulia, la fama!”
Sono sandwich.
“Niente potrà fermarti!”
Sono a centinaia.
“Hai fatto colpo, Giulia, hai fatto colpo!”
Sono una cartuccia inesplosa.
“BANG, Giulia, BANG!”
GANG, purtroppo, GANG.

Simon Trumpet

PERSO

Non lo so,
non lo so cosa farò,
domani.
Il nero respiro,
soffia,
artesia.
Primule,
si poggiano
sulle tue labbra,
erika.
Palpiti di ricordi,
spasimi
freddi penetrano.
Assaporo
baci di morte,
orchidea.
Il respiro sparisce,
non è pace,
unica.
Non lo so,
non lo so dove sarò,
domani.
Il mio animo
muore,
edera.
Rose
si seccano
sul tuo viso,
chiara.
Lieve,
miele,
viola.
Sfiora
il mio ardore,
gardenia.
Floreale
istinto,
di te, fragile incanto.
Non lo so,
non lo so come sarò,
domani.
Sfuggi,
sogno mio,
ginestra.
Mimosa
accarezzi
la mia natura,
vuota.
Pura,
cadente
nuvola di neve.
Sottile,
volo intatto
di loto.
Vano pensiero,
bocca di leone,
amo.
Non lo so,
non lo so se ti avrò,
domani,
perso.

Simon Trumpet

venerdì 19 marzo 2010

POESIA MIA BELLA...

Mi alzo,
dal mio divanetto.
Stacco le cuffie dallo stereo.
La cassa inizia a mettere un suono continuo, per aver staccato l'alimentazione.
Mi muovo verso la mia camera, una chiamata persa, emette il mio cellulare.
Chi sarà?
Mi chiedo.
Controllo.
Mia mamma, mi ha chiamato.
Ritorno in soggiorno. Vado verso il comò, a fianco della credenza.
Compongo il numero.
Il telefono squilla.
Qualche battito tu tu, e poi rispondono.
Pronto?
Ma?
Ciao, come stai?
Bene.
Stai mangiando?
Si.
Ma poi che vai a fare, hai trovato un lavoro?
Ma, sono qui per andare a scuola!
Ah, come va con le coperte?
Bene.
Ah, statti attento.
Si, Ma, ciao.
Eh, e poi statti attento che lì ci stanno brutta gente.
Si, Ma, ciao!
Ah, ciao.
Riattacco, mi giro, muovo il piede.
Scivola.
La ciabatta perde aderenza, pongo il destro avanti, non cado.

Stanno venendo,
stanno venendo, Stefan e Glori, dice Isma.
Va bene, rispondo.
Arrivano,
si apre la porta.
Entrano.
Ci presentiamo, Mortale, allungo la mano, dico.
Piacere, in coro,
essi rispondono.
Quiete nell'aria, lode ai cieli.
Sediamo, a tavola,
non mangiamo.
Si apron le bottiglie, e le feste.
Fumiamo gli incensi,
ci intrippiamo i sensi.
Parlano di lavoro,
loro,
io ascolto saggiamente.
Attendo il mio turno,
e parlo di ubriacature.
Ridono essi, gran esperienza, li fa maestri.
Calo gli assi,
parlo di quelle volte in cui ho sfiorato,
la morte.
Quiete rende loro, la conversazione,
io ne prendo in atto oneroso.
Fan presto,
è giunta l'ora.
Con gran maestria a dispetto dell'ultimo creato,
alzan i tacchi, e se ne van stanchi.
Non saluto,
dalla mia alta rincoglionia.

Preparo la doccia,
eccola che arriva,
pensa la mia pazzia.

È la morte,
che ci rende decrepiti.
Siamo saggi,
non mi sento stabile.
Lutto al braccio,
questo è facile.
Siate simpatici,
ridiate al mio salmo di salici.
E' una strana malattia,
la para che io muoia.
Si depongano le armi,
al mio ultimo saluto.

Mutande, calzini e canottiera
poso sul davanzale.
Accendo la doccia,
attendo che sia fortunato:
che l'acqua calda mi riempia!
Resistenza pongo nudo
davanti alla fonte di purezza.
Vapore evapora.
Entro nella piana con piedi stabili.
Che Dio mi salva,
oltre la porta sacra.
Palpitante mi reggo costante.

Acqua in sangue si immagini.
Che sopruso,
morire così giovane e in allegria.
Porte aprite.
Acqua cala,
sempre più calma.
Sono fortunata,
nulla accade,
cari fratelli.
Potrebbe capitare
se non tengo duro.
Che la premura sia ammazzata!
Vile fortuna,
di prosperità speravi che mi fossi alimentata?
Non siate preoccupati,
qui non giace un fortunello minorato.

Resti incerto sulla necessità
di porre fine a questa cosa qua.

Ti convinci che null'accadrà!
Su veloce,
come l'olio nel motore,
nulla potrà fermarti,
Dio ti salverà!
Di pulirti finisci,
i vetri sono dissolubili.

Digerisci,
piede a terra,
sta attento dell'intervento!
Si prepara,
si muove agile,
si muove forte!
Discende,
si salvi!
Non lasci solchi!
Sta attento!
Il tuo orgoglio si prepara,
a temere alla tua sbadataggine,
che non sia morte.
Nulla accade mentre discendevi.

Avanzi,
ti vesti,
inorridito per il paradiso.
Molte persone,
se per caso
non sono responsabili,
alla morte vanno.

Torni alla cucina,
metti una pentola
per l'occasione mancata.
La tua passione per la cucina,
è innata,
tiri fuori i pugni,
se verrai pugnalato,
ma il tuo rispetto
è rispettato,
quick quick,
odi dal cavo lì!

Mi confondi tu,
fiamma abbruttita,
ti aggrappi alla cosa arrugginita!
Sei tu la regina nevrotica,
a te faremo causa con profondità
e che ti sia cieca
la voglia di essere eroina.
Se ti perdi,
di te faran candeggina.
Sian fatte leggi,
per le sue gesta instabili,
l'eccezione non sia contemplata.
Ora ti fai meno problemi digestivi.

Saltano zampilli,
formidabili!
Il cordone si è rotta,
sia il paradise,
impetuoso,
sempre detto:
gran il fuoco di cerchio!
Fammi pensare,
che altro fare, responsabile?

In fiamme,
son vulnerabile
come gli occhiali rifrangenti.
Se mi salvo,
te lo giuro,
se mi seguirai ancora,
farò una statua rinforzata sottolio!
Le olive son bruciate,
metti sù
i pop-corn salvati!
Non preoccuparti,
la polizia non arriva da queste parti!
Non per scelte fortunate,
ora le ascelle ti son bruciate!
Resisti,
anche se l'aria è cieca!
Lì c'è il muro,
aggrappati,
avrai speranza di non ustionarti!

Se riposerai,
ricorda ai tuoi figli,
non giocare con vitti e alloggi.

Porte sante
elettrificanti,
corron da tutte le parti.

Porca vacca!
Mannaggia!
Sistema i miei problemi diuretici!
Stai attento,
se per caso,
togli il salve,
esploderai oltre la corte!

Tango non ne sai ballare,
guarda quel bambino sui trampoli belli!
Se xe rumpe una gamba,
io non lo invidierò
di sicuro!
Se ti senti sicuro,
salta oltre il muro!
Prosperità sbarbata,
ecco l'imbranata.
A lei un posto è riservato,
prima che sparirò!

Rispettato sia il correttivo,
questo, che sia un viaggio celebrativo!
Arrivatum,
non è ancora autunnum.

La maternità,
mai sarà da me, comprovata.
Ma stamattina ero sicuro,
non avrei mai visto
un mio nascituro.

Sei quasi arrivato,
manca poco alla chiamata:
componi il numero,
dagli un'occhiata,
non potrà
Dio non salvarti.
Son momenti palpitanti,
che a nessun altro, capiti,
nemmeno a te, che ci abiti.

Questa è un'esperienza nel bel mezzo di una tabaccata.
Nulla di che detto, riguarda la morte.

Prolunghi il tuo onore,
il telefono non suona,
AH Malasorte!

Ora ti liberi,
scommetti che a nessun succedi!

Ora lo dicono pure alla tivù dei cieli,
quel bambino, tra mille belli, non verrà alla casa della sfiga innata.

Ti rinforzi nel sonno,
si è avverato quello da tanto sognato.
È arrivato
con ritardo e noncuranza,
quello che ai miei seguaci
farò leggere con costanza.

Nei cieli salirò,
e nessun altro dispetto
avrò,
verso gli scrittori corrotti.

Mi sia stato detto,
che io non son bello,
ma che grande storia
io abbia narrata.
Ora togli quella benda che ti tiene cieca.
Che questa storia io ti abbia raccontata,
è quello che cogli.

Se pur sempre,
io cadrò in trincea,
a te lettera,
darò un'attenzione da regina.

Vita o morte,
quel che sia,
nulla frase mi rende ostile,
questa è la mia lingua,
quella è la vostra antipatia.

A Sant'Antonio
han reso ogni cosa santa,
io mostrerò testimonianza
per ogni segno della mia importanza.
Il tempo è instabile,
questo è risaputo,
anche gli elevati,
san dar valore a essere fortunati.

Questa cosa ti rende adirata,
mia passione,
ogni cosa sia scritta
per gli attenti ispettori della noncuranza
se qui si è preoccupati
per una n dimenticata!

Mi serve il correttivo,
non so scrivere come un divo!
Questa cosa mi rende nevrotica,
è voglia di sesso alla cieca,
là, sull'altare t'attendo, mia Musa.

Ora basta con questa cazzata,
la gente è stanca e annoiata,
troppo antipatici son questi
versi senza registri, poco linguistici,
spastici e inmagnifici.
Legge saggia, sia sparire
da questa spiaggia di roccia solubile.

S'aggiustato il sangue in corpo,
sono stanco,
ma non morto.

Chiunque abbia problemi linguistici,
corra subito dai giudici,
io a quel che dici
non oso metter radici.

Fuori dal paradiso,
ritorna al tuo stato di buona sorte,
ti prego,
rendimi forte,
con te conquisterò
ogni intemperanza
al mio impegno maturo.

Non capisco se di sonno o altro, coronarie,
sia questo metodo narrativo.

Gran confusione è appicciata,
il seggio
non regge in cella,
la legge sei sempre te,
poesia mia bella...

Simon Trumpet

giovedì 11 marzo 2010

QUEI GIORNI...

Quei giorni in cui
il sole cade presto,
riavvisi il suo di

viso, et innocua ti
par quella visione
d'amore, et serena

al chiaro compare
la luna. L'Ottobre
cala come una stella,

non è di primavera
il soffio che il vento
t'accompagna, la sera.

Solo allora senti
al core l'orrore di
aver mentito e

tradito il tuo di onore.
Un momento di sole,
non è un'estate di lode.

L'estasi di un fiore
ti fa or più lieve,
ma le brevi visioni

non fanno del passato
una lieta emozione.

Il tempo non verrà più
indietro, in quei giorni...

Simon Trumpet

martedì 2 marzo 2010

VIENI DA ME

Vieni da me,
e che queste parole soffiate
non siamo come petali
appassiti mossi dal vento.
Vieni da me,
come l'amore di un miraggio
che possa scalare la vetta
fredda del mio cuore.
Vieni da me,
come questa luna piena che
canta a lupi grigi orgogliosi
delle loro u-urla oscure.
Vieni da me,
come sole nella nebbia
che scioglie le barriere
del mio muro di silenzio.
Vieni da me,
perché ti sia più facile
sentirti viva, perché mi sia
più facile legarmi alla vita.
Vieni da me,
oltre questa pioggia di legami
che crea primavera tra i miei
sentimenti e tra questi rami spogli.
Vieni da me,
dove gli angeli neri cadono
in fiumi di lava sospinti e
generati dalle loro stesse bugie.
Vieni da me,
come cerchi nel grano disegnamo
la nostra storia, la nostra memoria
che spargiamo come semi nella bocca.
Vieni da me,
come sguardi nella penombra
cercami in fondo ad un pozzo di
verità nascoste, di acque incolte.
Vieni da me,
perché tutto passa e nulla resta
se non lo fotografi nella tua testa,
se non segni la tua, di data.
Vieni da me,
perché ti sia difficile capire altro,
perché ad ogni goccia ci sia amore,
perché ad ogni alba ci sia il sole,
vieni da me,
vieni da me.

Simon Trumpet

sabato 20 febbraio 2010

DOMENICA

Domenica,
si sveglia la mattina,
si addormenta l'eroina.
Il popolo è reduce
della battaglia notturna,
non ha visto vincitori
ma solo giovani morti.
Anch'io partecipo all'impresa
in cerca della sorpresa,
ma oggi è Domenica
e quel che ho avuto
ora è svenuto.

Non lo voglio il tuo aiuto;
ieri? Si, ho provato di tutto e
non si leva la puzza dell'ero.
Sto così, con l'arancia in mano,
la spada calata al mio fianco,
ma che importa, è il giorno del
Signore, sono il re dell'illusione.

Il sole si alza, la droga m'ammazza,
l'ho detto: ho una visione. Provo
a muovere le stelle qui vicine ma
ho una strana allucinazione: parte
dalla mia sbranza, prosegue
oltre la mia stanza fino al luogo
della mia vacanza, via via riduciti
in un sentimento di mancanza.

Sono fatto e nulla provo,
chi ha detto che sia brutto essere vuoti?
Quando chiudo gli occhi provo quello
che tocchi, guarda come siamo ridotti.

Ma oggi è Domenica,
ieri è nevicata farina bianca,
ero così imbiancato che mi sono nascosto
nel buio del mio corpo bucato e ho
raccontato di come raccogliere le pere
dalle terre incolte e di come provare
una nuova vita con un ago nella vena.

Perdonami se sono stato egoista,
mi hai colto senza provvista; l'amo
tutta, la voglio fusa, non senti come
attorno a noi si staglino nuove noie?

Un vento freddo, l'alito della morte soffia
lungo la mia schiena; non ho paura, pure il
Signore è risorto di Domenica e
io attendo il mio ovulo pasquale.

Così confuso, così apatico sembro un malato,
ma il Signore calerà la mano sul mio capo pelato
e riempirà il mio sangue di nuovo zucchero velato.

Ho fiducia nella luce bianca
la vedo sempre dopo la pera,
non sto neppure così male,
qualcosa è rimasto nella scatolina nera?

Pazienza se resto senza; una volta ho
chiesto clemenza a santità demenza;
tutto bianco e assuefatto gli ho chiesto
se per caso aveva una dose nel suo vaso;
mosse il bastone e il parruccone
e dall'acqua ne venne fuori un mattone:
conobbi così le doti del santone.

D'allora siamo grandi amici,
riempie sempre le mie narici,
amiamo fumarci pure le radici,
dice che così evitiamo di sniffare vernici.

Ma oggi è Domenica che importa
pensare ai nemici, guarda quei mici,
litigano sotto i tralicci dove mi si
son fatti i capelli ricci.

Forse sto esagerando col metadone,
sparo frasi da coglione; nell'oscurità
volteggio, non penso a nulla, non sono
nulla, non mangio nulla, non capisco nulla.

Ti voglio perché sei perfetta, con te nulla
medita vendetta; ho solo bisogno di una
schiarita, di una pausa di riflessione,
di togliermi quell'alone da pillolone,
di qualcuno che mi dica smettila,
di qualcuno che mi dica mettila,
di qualcuno che me la faccia assaggiare,
che mi dica ora sale
non fa male,
che mi aiuti se il cuore si ferma,
che mi aiuti a battere,
che mi prepari una riga.

E' solo Domenica,
l'overdose non so dove sia.
Prendo il cucchiaino,
l'accendino,
un groppo con il calzino,
l'ammonica,
alzo la manica;
la inietto piano piano,
così, senza rumore;
lo spillo si solleva,
gli occhi si aprono,
è una dose sterile,
mi vibrano le pupille,
ditemi fermati,
ricarico le pile,
è solo il giorno del Signore,
è solo un giorno in cui si spegne
un coglione.
L'ho messa tutta,
la siringa rimane appesa,
la mia speranza è sospesa,
la mia vita spesa,
la mia testa lesa,
la luce ora è accesa,
non è una discesa,
non c'è altra soluzione,
questo è il giorno del Signore.

Simon Trumpet

sabato 6 febbraio 2010

LA CURA

«Voglio che lei mi curi, dottore.»
Concluse Vika.
Prese la ricetta uscendo dall'ambulatorio a testa bassa.
Si recò in farmacia con un passo monotono e stanco per le vie di un paese silenzioso e innocuo alle tre del pomeriggio.
L'insegna verde e con la croce rossa segnalò il suo arrivo. Anche con lei il miracolo si compì: la fotocellula aprì le porte come fece Mosè col mare. Un fascio di luci bianche investì la ragazza rendendole la testa lucida mentre col suo naso poteva odorare l'aria medica della farmacia.
La bionda farmacista dal lungo camice bianco si avvicinò alla piccola.
«Dimmi tutto tesoro.»
Disse in modo gentile stampando sulla bocca un sorriso formato Natale.
All'altezza del seno destro, la donna, aveva un cartellino di riconoscimento con una foto: Lyse c'era scritto. L'immagine la ritraeva sorridente su uno sfondo bianco. Lo scatto doveva essere stato fatto qualche anno prima a vedere dai segni lasciati dall'acne su quelle guance all'epoca paffute.
Sembrava quasi un volto familiare, quello. Rimase a fissare la donna, sicura di averla già vista da qualche parte. Poi si scostò. Rimase in silenzio, allungò solo la mano mostrandole il foglietto.
«Ma piccola mia, non posso fornirti questo medicinale.»
Pronunciò la farmacista quasi scioccata da quello che aveva potuto leggere sulla ricetta medica.
«Me l'ha ordinato il medico, me lo deve dare.»
Rispose dura Vika, pronta a tutto per ottenere ciò che le era dovuto.
«Non posso. Sei troppo piccola e poi a che ti serve? Non mi sembra che tu ne abbia bisogno.»
Continuò il medico, con un tono più da madre che da commerciante.
«Mi serve per la mia cura, e poi non sono piccola ho 16 anni.»
Ribatté la ragazza con decisione dal suo metro e cinquanta nascosto dal bancone.
«Va bene calmati, ma figlia mia, ci sono altri modi per combattere certe malattie. E poi alla tua età avrai tanti divertimenti, tante cose da fare, e sicuramente avrai mille modi per far passare il tempo.»
Con tono persuasivo la commessa cercò di far cambiare idea a Vika.
«E' questo che non voglio, che il tempo passi.»
«Un giorno capirai che solo il tempo può farti stare meglio.»
«Una vita di attese non fa per me, Lyse.»
Fine dei discorsi.
Zitta la donna consegnò la scatoletta a Vika.
Si recò a casa di corsa. Le chiavi strillavano dentro la borsa a tracolla ogni volta che saliva e scendeva sui marciapiedi. Le strade erano ancora semi deserte. Giunta nel vialetto dell'abitazione Block, il suo cane, si mise ad abbaiare sentendola arrivare. Aprì la porta e la chiuse sbattendola. Si sedette di fronte al tavolo in castagno della cucina ed estrasse la scatolina dalla bustina di carta recante il nome della farmacia.
Osservava la scatola con ammirazione come se fosse un'antica reliquia. Con fiato sospeso e sguardo attonito rimaneva seduta senza accorgersi che il cane, sotto le sue gambe, ringhiava in cerca di attenzioni, non riuscendo però a distrarla dal suo prezioso medicinale.
La scatola rimaneva lì, chiusa; sembrava che a Vika mancasse la chiave per aprirla. Si fece forza, non poteva rimanere in attesa tutto il pomeriggio. Fece un gran respiro e strappò l'involucro.
All'interno un'unica pastiglia.
Vika rimase stupita.
" ? " Pensò.
Forse il dottore ha sbagliato ricetta, o forse mi ha prescritto una medicina fasulla per farmi felice; e se fosse stata la farmacista a farmi un brutto scherzo?
Tutti questi interrogativi circolavano nella sua testa mentre guardava quella pillola appoggiata sul tavolo. Perfino Block sembrava essersi ammutolito.
Vika guardò bene all'interno della confezione in cerca di qualcos'altro e infilandoci un dito trovò un piccolo foglietto illustrativo.
Non sembrava però il classico foglio pieno di indicazioni e controindicazioni, consigli sull'uso, sul monouso, sulle dosi da prendere.
Recava una sola e semplice frase in una delle due facciate:

" TUTTO CAMBIERÀ DOPO L'USO "

La fronte della ragazzina si corrugò maggiormente dopo aver letto quelle parole.
Che significava? Che doveva fare? Doveva fidarsi?
Diede un attimo retta al cane che ancora ringhiava versandogli un po' di cibo nella scodella. Poi tornò sui suoi passi.
Tra poco sarebbe rientrata sua mamma, forse avrebbe potuto chiedere un suggerimento a lei, magari assumendo solo mezza pasticca per il momento.
Si sedette di nuovo sulla sedia di fronte alla tavola.
Prese in mano l'involucro. Lo smontò e lo ricompose, ma niente di nuovo emergeva. Non c'erano date di scadenza né marchi nel cartone, ma solo il nome del medicinale che come sempre non si sa mai cosa significa:

" DOXEPINA "

Medicina, medicina mia, per un motivo ti ho comprata ma quanto sei strana.
Disse fra sé e sé.
Ovale, simile ad un ovetto di cioccolato, color roseo, almeno dalla forma sembrava un farmaco normale e nessun odore particolare emergeva annusandolo.
Doveva sentire il parere di qualcuno. Prese il cellulare dalla borsetta e chiamò la sua migliore amica, Venarea.
«Pronto Venarea, ciao sono Vika, senti ti devo assolutamente parlare, puoi venire a casa mia, ora?»
«Ciao, adesso? Io stavo per uscire, devo trovarmi con Ania al parchetto tra pochi minuti.»
«Dai ti prego, è importante! Mi devi aiutare. E' una cosa che potrebbe cambiare la mia vita, per sempre!»
«Sembra che parli sul serio Vika, sei incinta?»
«Ma no stupida! Dai vieni qua che ti spiego.»
«E va bene, chiamerò Ania e le dirò che non posso andare, aspettami!»
«Si si, fai presto, a dopo!»
Riattaccò il telefono e 15 minuti passarono prima che il campanello suonasse.
Vika spalancò la porta.
«Eccomi! Allora dimmi tutto!»
Urlò l'amica.
«Parla piano, non vorrai che ci sentano i vicini!»
«Scusa.»
Vika allungò l'indice in direzione della tavola chiudendo la porta.
«Quello è il problema.»
Disse.
«Ma cos'è? Non vedo niente da qui.»
Sentenziò Venarea dalla sua miopia.
«Vieni, avvicinati, forza!»
Entrambe si accostarono alla cucina.
«Una pillola? E tu mi hai fatto venire qui per quella?»
Disse l'amica vedendo il medicinale appoggiato sul tavolo.
«Ascolta lo so che sembra stupido, ma oggi sono andata dal dottore per chiedere una cura e lui mi ha prescritto questa cosa, solo che guarda, guarda la scatola, non c'è scritto niente e leggi sul foglietto.»
«Tutto cambierà dopo l'uso... Che significa?»
«Non lo so, non so che fare, per questo ti ho chiamata. Non so se devo prenderla, se devo buttarla, se darla al cane, non lo so.»
«Potresti si, farla assaggiare a Block, tanto che effetto vuoi che gli faccia?»
«No. Poi se sta male chi lo cura? E se facciamo a metà io e te?»
«A me non mi interessa che tutto cambi!»
«Già, sono io quella che cerca la soluzione ai miei problemi, credo che la prenderò allora.»
«Ora? Aspetta, pensiamoci un momento!»
«È qui davanti a me, che devo aspettare? Ormai, e poi non voglio che mia mamma sappia niente di questa roba, per cui devo. Mi sono convinta, avevo bisogno di qualcuno vicino per farlo.»
«Va bene Vika, se proprio vuoi...»
«Passami un bicchiere d'acqua.»
«Tieni.»
«Stringimi la mano.»
Vika prese la medicina, la scartò dall'involucro, la mise in bocca, bevve dal bicchiere, chiuse gli occhi e la mandò giù con l'acqua.
Ora sarebbe tutto cambiato, almeno secondo il foglio.
«Allora come ti senti?»
Chiese con una smorfia l'amica come se l'avesse presa lei.
«Normale, non sento niente, forse ci vuole un po' affinché faccia effetto.»
Rispose Vika tranquillamente.
«Si probabile. Allora senti Vika, io vado a casa, se hai bisogno, se stai male chiamami,ma non ti preoccupare, non succederà niente...»
Concluse Venarea.
«Ma io voglio che qualcosa succeda.! Altrimenti perché avrei fatto tutto questo? Si sono tranquilla e poi basta non pensarci.»
«Esatto, non pensarci. Ciao, ci sentiamo.»
«Ok ciao!»
Venarea tornò a casa e Vika rimase sola, sola con la sua pillola in corpo.
Un po' di timori li aveva, poi cercava di distrarsi, ma il pensiero era costante e circolava e circolava nella sua testa, finché arrivò sua madre e si calmò.
E venne la notte, bevve una tazza di latte, ma non ebbe sonno.
Continui incubi, sudori, gola secca, insonnia, forse erano gli effetti del medicinale che ora si era sciolto nello stomaco e saliva fino alla punta della lingua.
Alzatasi dal letto la mattina seguente, la ragazza, si guardò allo specchio. Si spogliò scrutando ogni zona del suo corpo, ogni neo, ogni punto nero e pelo incarnito, ma niente era cambiato.
Non stava neanche male, andò a scuola assonnata, passò la giornata normalmente come ogni giorno.
Fu una giornata talmente normale che prese anche un quattro in matematica.
Così fu il giorno seguente, quello successivo ancora e così via. Non succedeva assolutamente niente. Che fregatura quella pillola, tanti problemi, e non accadeva niente, la noia era rimasta uguale, pensava la sfiduciata ragazza.
E poi venne un giorno piovoso piovoso, piovoso a dirotto. Il cielo era grigio, i capelli di sua mamma erano grigi, la strada davanti casa nera, le nuvole scure, sembrava che i colori fossero spariti .Ora su ora e la situazione non cambiava, aveva passato il giorno in totale tristezza per quel cielo oscuro depresso.
Giunse la notte. Bevve una tazza di latte preparata dalla madre. Si mise a letto e sognò semplicemente quello che non aveva visto durante il giorno: gli alberi colorati di azzurro, il cielo arancione, il sole rosso, il prato di casa viola, gli uccelli a pallini e le case rosa. Tutto strano ma normale in quel sogno che esprimeva spruzzi di pigmenti posti in modo causale come se Dio si fosse divertito a invertire ogni sorta di razionalità di riflessione della luce.
«Vika? Vika su svegliati che devi andare a scuola.»
Era già mattina. Non aveva sentito la sveglia. Sbadigliando scese in cucina, fece colazione bevendo una tazza di latte e mangiando una brioche ad occhi semichiusi e poi si chiuse in bagno per lavarsi.
Le mattonelle della stanza stranamente non avevano il solito colore blu scuro, ma riflettevano una luce rosea proveniente dalla finestra. Allora la ragazza si affacciò sbadigliando ancora e vide quello che aveva sognato: le foglie degli alberi azzurre, il cielo arancione, il sole rosso, il prato viola, le case rosa.
Strofinò bene gli occhi con l'acqua, forse è il sonno che mi altera i colori, pensò.
Ritornò alla finestra ma tutto era uguale a prima. Sembrava uno scherzo.
«Mamma che è successo fuori?»
«Fuori dove?»
«Fuori. Agli alberi, al prato, al cielo...»
«Non lo so, provo a guardare, forse tuo padre ha tagliato l'erba!»
La madre si affacciò alla finestra.
«Mi sembra tutto normale. Però forse una cosa è successa. Il signor Alfred ha cambiato cassetta della posta!»
«Lascia stare mamma, vado a scuola, ciao.»
Disse la figlia desolata da tale indifferenza.
E Vika camminava tra mille colori sbagliati e tutto sembrava così irreale e incredibile. Il mondo era cambiato, le foglie le cadevano lungo i lunghi capelli resi bordeaux dal sole, mentre gli occhi si facevano ciliegia tra i prati viola. Un cane bianco con quella luce divenne rosa. Poi passò un uccello a pallini rossi che si fermò a bere l'acqua di una fontanella verde scuro.
Sembrava di essere all'interno di una favola. Mancava forse qualche lupo cattivo e dei maiali intenti a costruire case e tutto sarebbe stato perfetto. Vika iniziò anche a sentirsi felice in quel mondo stralunato.
Giunse a scuola e Venarea le venne incontro.
«Ciao Vika come stai?»
Chiese la compagna.
«Benissimo! Dimmi Venarea, di che colore sono le foglie di quell'albero?»
«Che domande fai? Ti si sono bruciate le pupille? Azzurre come sempre, di che colore devono essere?»
Rispose l'amica.
La favola era conclusa.

" TUTTO CAMBIERA' DOPO L'USO "

Risuonò nella testa di Vika. Il sogno. Il sogno che aveva fatto la sera prima si era misteriosamente realizzato, e ora poteva immaginare tutto ciò che voleva? Chiese a sé stessa. Non solo lei ma anche gli altri vedevano i colori sballati, anche gli altri subivano le conseguenze di quello che aveva pensato e visto nella sua mente. Che altre conseguenze avrebbe potuto indurre all'universo?
E venne notte, bevve del latte, ma aveva paura di addormentarsi. E se avesse fatto un incubo? Sognato la morte di qualcuno? Che cosa sarebbe successo?
Non chiuse occhio per tutta la nottata.
La mattina seguente, pur essendo molto stanca, si preparò come sempre, fece colazione sicura dei cambiamenti che erano avvenuti. Chiuse la porta di casa e attraversando il giardino notò che l'erba era ritornata verde, il cielo azzurro, il sole giallo, le foglie giallastre. Si strofinò per bene gli occhi ma era tutto di nuovo normale. Non capiva, era in preda alle allucinazioni?
Arrivò a scuola e si recò immediatamente dalla sua amica.
«Venarea di che colore sono le foglie di quell'albero?»
Chiese spaventata.
«Ancora? Stai dando i numeri? Me l'hai chiesto ieri!»
Rispose seccata la ragazza.
«Su rispondi! Non fare domande!»
«Verdi-giallastre sta arrivando l'autunno.»
Già l'autunno, poi sarebbe giunto l'inverno, il freddo, il ghiaccio, la neve.
E Vika stanca dopo la scuola si posò sul divano e sognò. E vide lei piccolina che giocava fuori casa con la neve che lanciava contro il povero Block. Il naso era freddo, la bocca ghiacciata e gli addobbi natalizi coloravano le case e i giardini circostanti.
Il luccicare di alcune luci la svegliò. L'albero di Natale sovrastava il divano su cui era distesa. I regali erano pronti e stipati in tanti pacchettini, le canzoni natalizie musicavano l'aria.
Arrivò sua mamma, le mise il cappottino che aveva da piccola, il berretto, i guanti e la portò fuori nel giardino.
La neve scendeva lenta, quasi fosse immobile nell'aria. Non si stava rendendo conto di nulla, intenta a giocare con Block e la madre. Era tornata bambina e il suo cervello non capiva quello che era successo. Le luci lampeggiavano di mille colori, non si udiva nessun rumore, i capelli si facevano bagnati.
«Dai vieni qui a fare il pupazzo di neve!»
Urlava la giovane mamma.
E le sue piccole manine raccoglievano piccole pallottole di ghiaccio che gradualmente andavano a dare forma al manichino. Una carota, due biglie, una vecchia sciarpa: ora l'opera era fatta e magico divenne quel momento lontano.
Poi tutti dentro ad asciugarsi sul fuoco del caminetto bevendo una bella tazza di latte caldo. E Vika osservava i regali recanti il suo nome che domani avrebbe aperto, finché si addormentò sul divano piena di gioia.
«Vika? Vika, su svegliati.»
«Mamma, i regali!»
Esclamò la piccola.
«Quali regali tesoro? Su alzati che è ora di cena.»
«Mah?»
Capì solo in quel momento: la pillola aveva fatto ricomparire le cose pensate. Questa volta erano vecchi ricordi a colori sbiaditi.
Fece un gran respiro, quello che succedeva era troppo strano. Doveva andare dal dottore a chiedere cosa le stesse succedendo, oppure recarsi in farmacia per avere informazioni sul farmaco.
Però ormai era passato del tempo, magari non si ricordano di me o di avermi dato qualcosa; prima o poi tutto questo finirà e questa storia rientrerà nel passato disse la sua mente.
Arrivò la notte, bevve il latte, ma non aveva sonno. Decise di uscire. Mise gli anfibi, una giacca in pelle scura e andò fuori. Si stava stancando di quelle allucinazioni. Stava diventando pazza, confusa. Raggiunto il parco si sedette su una panchina. Si coprì il volto con le mani, meditando su quelle strane esperienze.
Il vento iniziò a soffiare forte, le foglie a terra formarono cerchi danzanti accompagnati da cartacce e lei si ritrovò nel mezzo. La terrà incominciò a tremare sotto i suoi piedi, il cielo divenne scuro, le foglie scomparvero, tuoni caddero dall'alto mentre gli alberi si piegavano dalla forza del suolo. E poi fiamme d'inferno emersero dai crateri formatisi mentre le stelle scappavano veloci come asteroidi sull'atmosfera. In tutto questo caos, Vika rimase immobile con i capelli svolazzanti. Incrociò le gambe, fece brevi e intesi respiri compiendo con le braccia lenti movimenti a spirale con il fuoco che spuntava alle sue spalle e il cielo illuminato a giorno dalle stelle cadenti.
E poi venne, con orgasmo e con pudore, e tutto sopra lei si colorò di bianco e ogni cosa sparì quando scoprì gli occhi ansimando per l'ultima volta.
Era l'alba.
Un altro effetto collaterale della pillola. Doveva subito tornare a casa. Si alzò dalla panchina e inciampò dentro una piccola crepa. Si mise a correre veloce, spaventata, sotto la luna piena che illuminava ogni cosa lungo la strada. Il fiatone aumentava sempre di più ad ogni passo compiuto mentre ad ogni minimo rumore si girava di spalle intimorita che qualcosa o qualcuno la stesse inseguendo.
Entrò in casa.
Sua mamma era in piedi ad attenderla.
«Dove sei stata?»
Chiese cupa in volto.
«Mamma, mi sono addormentata al parco, non lo so cosa sia successo...»
«Non dirmi bugie Vika!»
«Te lo giuro mamma, non mi sono sentita troppo bene, non so cosa mi stia capitando in questi giorni, sto avendo dei strani sogni.»
«Forse potrebbe essere uno sconvolgimento dei tuoi ormoni. Sai questa una fase molto importante nella crescita di un'adolescente, ed è facile nutrire interessi nuovi per i ragazzi. Hai avuto rapporti sessuali? Sei incinta?»
«Ma no!! Che dici! So gestire i mie ormoni e se avrò bisogno di un tuo consiglio verrò a chiedertelo, ora vado in camera e oggi non vado a scuola, ciao!»
Vika si diresse verso le scale.
«E usa il preservativo!!»
Urlò sua madre.
Aspettò che la mamma andasse a lavoro e poi di corsa si recò dal dottore, voleva chiarire, capire cosa le stava succedendo.
«Ciao Vika.»
«Salve dottore, veniamo subito al dunque.»
«Dimmi tutto piccola...»
«Si ricorda che qualche tempo fa sono passata da lei?»
«Certo, e devo anche averti somministrato qualche farmaco se non sbaglio...»
«Esatto, ed è proprio a causa di quel farmaco che sono qui.»
«Ti sei sentita male?»
«Mi sono successe delle strane cose...»
«Probabilmente sarà stato un effetto collaterale magari dovuto ad un sovradosaggio...Vediamo qui cosa ti ho dato...si quel medicinale per la febbre. Che cosa ti è capitato?»
«Ho avuto un qualcosa simile a delle allucinazioni, direi, ma quale febbre scusi?»
«Per la febbre che ti ha colpito, comunque hai avuto mal di gola, insonnia?»
«Si dottore. Comunque si chiama DOXEPINA il farmaco che ho preso.»
«Ah tu intendi la DOXEPINA...Devi sapere che è facile che succeda, sono capitati vari casi del genere su pazienti facilmente suscettibili, penso che tua mamma te ne avrà parlato. La DOXEPINA è un forte antidepressivo per cui può averti indotto a qualche allucinazione visto la tua giovane età. Stai tranquilla...»
«Antidepressivo? Io volevo qualcosa che mi facesse stare meglio, invece quelle non erano semplici visioni: i sogni si sono trasformati in realtà! Che c'entra mia mamma?»
«Forse non avrei dovuto fornirti quel medicinale, ma tua mamma mi ha pregato tanto di porre rimedio alla tua situazione. In genere sono pochi gli esempi in cui questo farmaco viene dato ai minorenni. Solo in caso di un forte trauma un medico ne consiglia l'uso. Chiamerò tua mamma e le dirò di smettere di somministrartelo.»
«Che sta dicendo? Io ho preso l'unica pasticca che c'era nella scatola e c'era pure un bigliettino con scritto che tutto sarebbe cambiato...»
«Su Vika, devi essere un po' frastornata, nella confezione ci sono venti pastiglie.Abbiamo deciso di fartele prendere a tua insaputa per non aggravare la situazione.Tua mamma ne scioglie una la mattina e una alla sera nel latte che bevi. So che non è piacevole, ma tu non ti sei più ripresa...Forse dovremmo stabilire un incontro con un analista, lui saprà gestire meglio la tua situazione. Purtroppo noi non abbiamo ottenuto i risultati sperati. Aspetta! Dove stai andando? Vika!»
Vika non rimase oltre, scappò confusa, incredula, non si era più ripresa da cosa? Corse in farmacia, doveva incontrare la farmacista bionda che le aveva dato la scatoletta e farsi dire esattamente cose le stava capitando.
Entrò nel luogo dall'aria salubre, le venne incontro un anziano dottore.
«Salve, volevo sapere se c'è la signorina Lyse.»
Disse in modo pacato la piccola.
«Come scusi? Lyse?»
«Si esatto, quella ragazza bionda, alta più o meno così che lavora qui da voi.»
«Mi dispiace deluderla signorina, ma qui non lavora e non ha mai lavorato nessuna Lyse.»
Le porte si chiusero prima che la sua ombra potesse uscire. Stava tutto diventando un brutto incubo. Prima il dottore che le confida che sta assumendo un antidepressivo, poi l'infermiera che non è mai esistita. Che altro ancora le avrebbe sconvolto la vita? Guardava le sue mani e si toccava il volto cercando di capire se anche se lei fosse vera, falsa o una allucinazione. Si diresse al parco nell'unico posto in cui avrebbe potuto meditare, sola, sugli eventi.
Si chiuse in se stessa su quella stessa panchina che l'aveva vista protagonista di una visione, e poi, socchiudendo gli occhi, la memoria la portò indietro nello stesso parchetto dove, una Vika un po' più giovane, pareva inseguire una ragazza presumibilmente. Ma costei sfuggiva sempre più distante e lontana senza farsi vedere mentre Vika la rincorreva urlandole di fermarsi.
Si riprese da quel pensiero, il sole che penetrava tra gli alberi le abbagliava la fronte e come un riflesso intravide una figura femminile nel parco. Si alzò e le andò incontro. La donna aveva dei lunghi capelli biondi ed era girata di spalle, pareva Lyse dalla corporatura. Vika urlò, ma la ragazza si scostò maggiormente, Lyse chiamò, perché poi? La donna aumentò il passo della corsa e Vika la vide allontanarsi ancora di più.
«Lyse dove scappi, fermati!»
La donna sembrava non sentire, come un fantasma sfuggiva ad ogni percezione finché sparì nel nulla.
Vika rimase così foglia morta in mezzo alla strada.
Un leggero venticello squassava il fogliame secco e ruvido che strofinava come carta vetrata l'asfalto. La luna alta penetrava nella sua camera rendendo argento ogni cosa al suo interno. Piangeva affacciata alla finestra, al chiaro di quella luce che però non illuminava la sua mente. Aveva fatto finta di bere il latte preparato da sua madre gettandolo nel water; probabilmente il dottore non l'aveva ancora chiamata. Rimase lì immobile a fissare il nulla. Si scostò dalla tristezza del momento, rivolgendo le sue attenzioni ad oggetti del passato posti sulle mensole. Pupazzi che la rimandavano a vecchie memorie, a vecchi giochi, bambole che ricordavano vecchie compagnie, vecchi felici passatempi. E questa Lyse, anche lei faceva parte del passato?
Venne la notte più profonda, il cielo si annuvolò, il vento soffiava prepotentemente, il chiaro di luna sparì invaso da frastuoni di ogni tipo che creavano brevi e intensi attimi di luce.
Sentì lo squillo del telefono, poi dei pesanti tonfi risalire le scale e sua mamma che sbattendo la porta le dice di alzarsi che devono andare subito via.
La pioggia è incessante, Vika non sa nulla, non osa aprire bocca, ha con sé Block. Salgono nell'auto, la madre ansima guidando. La visibilità è scarsa, il tergicristalli sembra impotente a tutto quello scrosciare, i vetri s'appannano ad ogni respiro. Con la fretta di chi sa che qualcosa è successo, la mamma sorpassa le altro auto, gli stop diventavano dei lascia passare.
D'improvviso, come un oasi nel deserto, appaiono delle luci lampeggianti blu in fondo alla via, ma sembrano ancora lontanissime. La mamma apre la portiera, scende, sparisce nell'acqua, Vika la insegue, si inzuppa i piccoli piedini, regge fra le braccia il fradicio cane. Dei poliziotti hanno messo delle transenne e del nastro attorno alle loro auto. La mamma urla, non si capisce, dei medici caricano un corpo ricoperto da un sacco nero all'interno dell'autoambulanza, una vettura distrutta risiede contro un albero. La mamma corre verso la barella, cercano di trattenerla, un dottore apre il sacco, la testa staccata dal corpo scivola giù dalla barella: quello è il volto di Lyse.
In questo momento Vika non sa più delimitare il confine della realtà con quello della finzione.
«Mi dispiace per sua figlia...»
Dice un poliziotto sotto la sua mantellina scura.
Sua mamma l'abbraccia forte, la pioggia si unisce alle lacrime, non c'è nulla che le protegga.
Il volto di Vika è bagnato, il forte vento ha aperto la finestra, la tempesta non è ancora finita. Era tutto un sogno?
«No...»
Emerse dal buio una sagoma che si intravedeva in un angolo della stanza.
«Chi sei?»
«Tua sorella...»
«Lyse?»
«Annelyse...»
Il cuore di Vika smise di battere. Per molto tempo si era sottratta ai pesanti ricordi del passato che invece avevano continuato a vivere dentro di lei consumandola lentamente. Aveva trovato mille scuse per sottrarsi alla realtà, alla scomoda verità, fino a trovare un'illusoria cura a base di farmaci.
«Ci sei sempre stata tu al mio fianco, ora ricordo bene. Era con te che sognavo un mondo colorato e non grigio, dove gli alberi diventavano azzurri e i prati viola,dove non ci fosse razionalità nelle cose ma solo fantasia e divertimento. Era con te che andavo al parco a vedere le stelle cadenti immaginando che cadessero formando grandi fuochi. Erano tuoi i regali che aspettavo sotto l'albero di Natale;la mia sorella che ho sempre chiamato Lyse, colei che ho cancellato per non stare male, a cui ho attribuito tutta la mia tristezza. La persona dalla quale ho cercato una cura per sentirmi felice, ora è qua di fronte a me per dimostrarmi che ho sbagliato, ma io non sapevo cosa fare. Questa è l'unica cosa che posso dirti per discolparmi...»
«Non devi scusarti, né pentirti delle tue azioni. La soluzione, la cura che cerchi è sempre stata dentro di te e non nascosta in una pillola. Hai creduto che cancellando ogni cosa triste avresti iniziato a pensare alle cose felici, invece no Vika, ogni sconfitta, ogni cosa deprimente e brutta nella vita servono a renderti più forte se sai tenerle come testimonianza di come si possa toccare il fondo, perché solo una volta arrivati a tastare il punto più profondo della nostra esistenza si cerca il modo per risalire. Ma tu no, hai voluto fare finta di non esserci mai arrivata e hai cercato di salire per una corda che non è mai esistita. Così hai eliminato me, tutto quello che significavo per te e ogni tuo contatto col passato che tanto amavi, finendo per rendere il tuo presente una lunga agonia...»
«E ora? Che devo fare?»
«Vivi Vika, aggrappati ad una corda e non smettere di salire. Scalare è difficile ma
non impossibile...»
«E tu, dove andrai?»
«Io? Sarò sempre nel tuo presente ora che non dovrai più rinnegare il passato...»
La luce del nuovo giorno penetrò nella stanza, il temporale era finito anche se del suo passaggio non rimaneva nessuna traccia. Aprì un cassetto del comò ed estrasse una polverosa scatolina. All'interno c'era una foto che ritraeva una piccola Vika abbracciata ad Annelyse. Posò la foto su una mensola vicino ad altre foto. Scese le scale, l'odore del caffè si diffondeva nell'aria, sua mamma stava preparando la colazione.
«Buongiorno tesoro! Allora come stai? Ti è passata la febbre? Potresti andare dal dottore oggi se non stai bene...»

Simon Trumpet

venerdì 22 gennaio 2010

DON,DON,DON...

Don,don,don....

suonano le campane: è il richiamo
di un funebre messaggio, non è
un giorno di festa, ne mezzodì.

A tavola risiedono Anna, Maria
e Silvia, ancora non sanno che
quello che fu ora non c'è più.

Don,don,don....

rintocchi d'inquietudine spingono
nell'aria. L'ultimo pane spezzano,
l'ultimo suo pensiero era per loro.

Si affaccia il fringuello, nutre fame
per quel che non ha, non morirà,
non avrà pensieri per quel che sarà.

Don,don,don....

ti rivedono in quello che eri, ti
salutano dai vetri neri, ti coprono di fiori,
tu senti dormi, mi pregano in ogni.

Oggi Dio mi stringe la mano,
ancora suonano le campane,
ancora non sanno chi è morto invano.

Don,don,don....

l'uccello fischietta accanto alla chiesetta,
tutti entrano a formar una setta,
l'ultimo sereno nella loro umile casetta.

Vedo cader nuvole, lacrime e meduse,
gocce di vita inebriano la via,
per un attimo credo che tu sia mia.

Don,don,don....

Canti e menzogne, uccello vola via,
corri da Maria, dille che non dimentichi
il primo giorno in cui matura l'oliva,

di come il vino inebri la fantasia,
di come tutto lasci spazio alla noia
e alla poesia, di come tu eri mia.

Don,don,don....

rinfrescami la memoria, rendimi una
goccia della tua storia, un uomo da
ricordare, un frutto da mangiare.

Raccogli le briciole dalla tavola,
qualcuno recupera le mie ceneri
da terra, ancora spero in un saluto,

in un grido d'aiuto, in te che mi vuoi
baciare, prima che il suono delle
campane spezzi la mia anima
in molecole di pane...

Don,don,don....

Simon Trumpet

martedì 19 gennaio 2010

ANNI

Un altro anno
che se ne va,
che han da far
festa quelli là?

Non odono chi
rimasto è, con
gli occhi tristi
a spegner lumi
di vita passata?

Oh che orrendo
sia il filar di
tremule luci,
e il risveglio di
passati ricordi
rischiarano i sensi
di nostalgia che
qua e là rendon
meno mite l'allegria.

Un soffio che tutto
cancella, un dolce
amaro da dividere
in compagnia sia
per me e per chi
non ci sia.

Come io che me ne
vò, pian piano
tra quella che non
sarà più la mia via.

Non eco di miglioria
solo sospiri di malinconia,
solo anni che risalgono,
solo brividi che nascondono
l'età del bel tempo,
che per me fu, era, sarebbe...mia...

Simon Trumpet

domenica 17 gennaio 2010

STRADE

Ci sono strade che percorri,
altre in cui non corri,
infinite nervature che
ricoprono ogni erba
di cemento.
Alcune vanno
a destra, altre a sinistra,
alcune sono nominate,
altre solo sognate.
I percorsi sono lunghi,
si incrociano, si allontanano,
ma anche si ritrovano con
meraviglia. È uno stupido
inseguirsi in cui non esiste
fine ne inizio. Spesso la
nostra strada la costruiamo
noi, per farla più breve, ma
solo quando la salita si fa
irta riusciamo a comprendere
che il tragitto più corto
non è quello più accorto.
Tutto quello che segni a terra
è una traccia del tuo vissuto
e non esiste passo che sia vano.
Tutto ritorna, le montagne, il sole,
le persone,sono le stesse cose
in luoghi differenti e tu sei
lo stesso in momenti diversi.
Orientarsi a volte è assai difficile,
spesso alcune sono uguali.
Provarle tutte è inutile
ma la stessa strada
porta sempre allo stesso luogo.
Perché allora tutto ti rimanda
a segnalazioni errate?
Il mondo sa farsi piccolo
per te, speranza non ne manca,
lascia parti di te in ogni strada
presto verranno a ricomporti.

Simon Trumpet

venerdì 15 gennaio 2010

TRAPASSO

“Questa è la fine. E' la fine mia inutile vicina, è la fine stronzo di un padre, è la fine di ogni desiderio, di ogni sega sparata all'alba, di ogni momento di gloria, di ogni ricordo passato. E' la fine di ogni cosa che mi manca e di ogni cosa che non ho realizzato, di tutto ciò di cui ho parlato, di quello per cui ho pianto, di te che ho amato, di te che ho sognato, di te che ho scopato. E' la fine della speranza, della mia ignoranza, della voglia di attendere invano. E' la fine di ogni parola, di ogni emozione, di ogni cazzata che Dio mi ha fatto pensare, di te che ti sei fatta male, di te che non mi hai mai detto nulla per cui lottare. E' la fine di ogni canzone, di ogni sensazione, di ogni cosa mangiata. E' la fine delle soste in colonna, del mutuo da pagare, delle leggi per cui lottare, della pioggia che cade, dell'auto che va a puttane, della lotteria dell'ultimo dell'anno, della ricarica del cellulare, del mio amico da svegliare, dell'erba da fumare, della birra da comprare, della pizza arrivata tardi, dell'amica da salvare, del computer che scarica lento, del maglione in cui non entro. E' la fine del viaggio, della sosta per pisciare, di ogni frustrazione, di ogni cagata al cesso della stazione, del treno annullato, del microonde surriscaldato, dell'autostrada piena, di te che divieni una balena. Questa è la fine, per fortuna, la fine del battito del cuore, la fine del mio incubo d'amore, del mio catarro, del mio sorriso amaro, del whisky sorseggiato, del mio cibo vomitato, della luna storta, del sole annacquato, del mio lavoro da operaio, del mio stipendio liquidato, dei giorni di festa, delle serate senza festa, del calzino bucato, del figlio dell'avvocato, del frutto dell'avocado, di quello che ho rispettato.”

-Venga le faccio vedere come noi operiamo nella struttura. Questa è la sala d'accoglienza. Qui è dove lei subirà un primo trattamento di rilassamento per prepararsi alle fasi successive. La faremo sedere su questa morbidissima poltrona. Potrà scegliere una musica di sottofondo, oppure anche il silenzio, come lei preferisce, altri optional riguardano addobbi floreali, o qualsiasi cosa lei vuole, non so, un quadro ad esempio, un acquario, insomma tutto quello che possa rilassarla, ovviamente pagando prima alla cassa. Una piccola precisazione. Se lei osserva le pareti, gli oggetti, le coperte, il soffitto, il pavimento sono di color bianco, le ripeto, di color bianco, in questa stanza come nelle prossime successive. Se le vorrà dare un tocco di fantasia è libero di farlo, ci penseremo noi all'allestimento. Qualche dubbio per questa prima fase?-

-No, tutto chiaro signor Offman.-

-Mi chiami pure Robert...-

-Va bene, Robert.-

-Poi come vede uscirà da questa porta ed entrerà in quest'altra sala. Qui alla sua destra c'è un piccolo spogliatoio, mentre in quest'altra porta si entra nella zona sauna-piscina. Qui tra gli optional disponibili abbiamo la possibilità di riempirle la piscina con del latte, oppure se vuole, può far richiesta, per tempo, della compagnia di una bella donzella, o anche due, o quelle che vuole. Abbiamo una lista di oltre 30 donne! Ma anche di uomini se desidera. Si ricordi che qui ogni suo ultimo sogno può essere realizzato, basta che lasci qualche firma nel modulo. Qui abbiamo una doccia e potrà rivestirsi con degli abiti nuovi e puliti.-

-Avete una lista di abiti su cui scegliere?-

-Certamente! Abbiamo smoking di tutti i colori, i migliori capi delle migliori marche, sia maschili che femminili. Oppure se vuole richiedere qualcosa di particolare faremo di tutto per soddisfarla! Pensava ad un abito speciale?-

-No, al momento no. Credo che potrà andare bene tutto anche senza optional. Sono sempre stato una persona semplice che si è accontentata di poco.-

-Oh ma lasci stare la sua vita passata. Pensi a farsi un regalo per una volta! Questa è l'occasione giusta! Quale modo migliore per dire addio felici di aver provato qualche piccola trasgressione? Su, se il problema sono i soldi, non si preoccupi, credo che sapremo trovare la giusta soluzione, su questo non si faccia problemi, pensi più a lei stesso, noi siamo qui per garantirle un giusto trapasso.-

-La ringrazio. Ci penserò allora.-

-Ci pensi, si prenda tutto il tempo che vuole, prima che lei muoia ovviamente, a quello ci pensiamo noi! Comunque venga, proseguiamo nel viaggio. Dopo la sala svago, eccoci nella stanza rinfresco. Qui lei potrà degustare, mangiare, bere, ogni pietanza che desidera, di qualsiasi tipo, ogni sua richiesta sarà esaudita. Abbiamo i migliori chef del mondo a sua disposizione in grado di farle assaporare ogni ben di Dio. Qui ci sono alcuni menù, se vuole darci un'occhiata, le consiglio di prendere almeno uno dei nostri vini, sono tutti di ottima qualità e invecchiati del tempo giusto per regalare a lei ultimi momenti indimenticabili. Potremmo anche fare un giro nelle cantine se ha tempo.-

-No, non si preoccupi. Mi mostri il resto.-

-Va bene. Dopo mangiato, si sa, è importante una corretta digestione, non vorrà mica presentarsi a Dio col mal di pancia! Così eccoci al piano bar. Qui sono pronti i migliori amari, digestivi e whisky, adatti per garantirle il miglior stato di leggerezza dopo il pasto. Se vuole lei può fumarsi un bel sigaro cubato, o una classica sigaretta, e perché no un Toscanello italiano, oppure signori e signori e questo è il piatto forte, abbiamo la possibilità per lei, visto che è ancora giovane, di farle fumare il più bel cannone di erba di sempre. La nostra erba, è un particolare mix di erbe in grado di assumere un gusto e un odore inconfondibili, la resina si appiccicherà alle sue mani appena la sgranerà, lasciando un intenso aroma che si dilagherà nelle sue narici e nei suoi sensi, creandole quel Karma che solo la nostra erba sa creare. Immagino che lei capisca quello che ho detto. Le sarà capitato di fumare qualche canna con gli amici, vero?-

-Si certo. Per caso avete anche funghetti o LSD?-

-No signore, quel tipo di droghe non sono contemplate nella nostra attività. Riteniamo che possano avere effetti collaterali sul processo di scomparsa. Si sa, una mente troppo alterata, oltre a non garantire la massima degustazione tra un passaggio e l'altro, o meglio per intenderci, tra una stanza all'altra, potrebbe crearle qualche sorta di allucinazione e farle passare per la testa qualche terribile pensiero a fine percorso, e questo è sbagliato. Lei deve arrivare all'appuntamento felice, capisce?-

-Ha ragione, mi scusi della mia domanda...-

-Ma non si preoccupi, mi faccia tutte le domande che vuole! Sono qui apposta per lei, per darle tutte le sicurezze e garanzie che occorrono per questioni delicate come questa. Ma andiamo avanti. Dopo seguirà la sala riposo, dove lei potrà fare un ultimo riposino. Come vede il letto è a due piazze, le coperte in lana merinos, le ricordo bianche. I motivi decorativi può sceglierli lei come sempre. Possiamo anche riprodurre una copia identica della sua camera da letto se ne sente la necessità.-

-Penso che questo letto vada bene, il mio è scomodo e le molle fanno un sacco di rumore quando mi muovo.-

-Dovrebbe comprarsi un materasso della Duralex, gli stessi che usiamo noi qui. Venga, senta questo letto come è morbido e resistente allo stesso tempo, garantito 20 anni, che bellezza, anch'io ne ho uno a casa, lo usa mio figlio. Comunque, dopo il pisolino cosa c'è di meglio dell'angolo cultura? E bene si, anche questo noi le diamo, ha l'occasione di andarsene leggendo i suoi versi preferiti, di Dante per esempio o Poe, Rimbaud anche, tutto quello che vuole. Ma se non le va di leggere può sempre accomodarsi su quest'altra poltrona e vedersi un film a suo piacimento. Che ne dice di un commuovente Titanic, o forse a lei piace la comicità, ecco pronto il classico Tutti pazzi per Mary, ma abbiamo anche i grandi film italiani come Roma città aperta. Comunque può anche semplicemente guardare un po' di televisione come se fosse a casa. Tutto per il suo intrattenimento.
Che genere di film le piacciono?-

-Non c'è un genere che seguo in particolare, anche se mi piacciono i film drammatici.-

-Eh avevo capito che lei è una persona seria, lo si vede dal suo sguardo concentrato, freddo, si sente bene?-

-Si tutto bene...-

-Allora proseguiamo e arriviamo forse alla zona in genere più attesa. Questa è la sala d'incontro. Qui lei potrà vedere per l'ultima volta una persona importante, la ex moglie, suo figlio, la mamma, un vecchio amico, ma anche un personaggio del cinema, della politica, dello sport ma le assicuro che in questo caso i prezzi lievitano enormemente. Qui lei rimane con tale persona, per parlare, in modo di essere felice di aver rivisto tale per un ultima volta. Si ricordi, tutto per il suo bene.-

-Mi scusi ma quando e dove poi avviene il decesso.-

-Vedo che lei è impaziente. Forza, ecco l'ultima sala, la camera del sorriso. Così abbiamo voluto chiamarla, perché questo non deve essere un momento triste e buio, ma allegro e lucente. Qui lei si stenderà sul lettino e la nostra equipe di medici specializzati in eutanasie si prenderà cura di lei per un trapasso indolore.-

-Ma come avviene tecnicamente?-

-E' tutto molto semplice, non deve nemmeno badare a tutti questi attrezzi che vede: seghe, lame pinze. Le faranno una normalissima puntura su un braccio e dopo poco tempo lei si sentirà leggero leggero e man mano col passare dei minuti lei perderà i sensi e sognerà, sognerà il paradiso che tanto desidera e quando sarà morto, senza che se ne sarà accorto, lei sarà beato fra gli angeli e gli dei. Su questo non si deve preoccupare, signor, signor, non ricordo come lei si chiama.-

-Sono Edward, Edward Linch.-

-Benissimo signor Linch. Ora che le ho mostrato il percorso sta a lei decidere. Se ha dubbi, curiosità che le vengono in mente la prego di chiamarmi, le do un biglietto da visita su cui trova il mio numero. Poi se passerà la prossima volta, compileremo il modulo sui vari optional che avrà scelto e formuleremo il contratto e il relativo pagamento. Comunque visto che lei mi sta particolarmente simpatico le faccio io un regalino, le offro la compagnia di una delle nostre ragazze così si toglierà lo sfizio di un ultima scopata. Che ne dice? Va bene?-

-Si, ci penserò signor Offman.-

-Robert, mi chiami Robert per favore.-

-Arrivederci Robert è stato un piacere.-

-Il piacere sarà mio Linch quando lei morirà felice e contento della sua scelta, arrivederla.-

A casa Edward siede sul suo divano marrone sbucciato dove di tanto in tanto qualche batuffolo di cotone esce. Di fronte a lui la televisione è accesa, sullo schermo le immagini di una nuova pubblicità.
Un cineoperatore mette la pellicola su un proiettore e sulla sala cinematografica si diffondono le seguenti parole lette da un narratore:

“La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo.
Il nostro tempo.”

Compaiono fotogrammi di personaggi storici mentre la voce narrante continua a parlare:

“Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze. Sono queste che poi vanno a definirci. Alcune sono più importanti di altre perché formano il nostro carattere. Ci insegnano la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La differenza tra il bene, e il male. Cosa essere, e cosa non essere. Ci insegnano chi vogliamo diventare. In tutto questo alcuni persone, alcune cose, si legano a noi in modo spontaneo e inestricabile. Ci sostengono nell'esprimerci e nel realizzarci, ci legittimano nell'essere autentici e veri, e se significano veramente qualcosa ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve, e allora appartengono a tutti noi e a nessuno.
La nuova Fiat, appartiene a tutti noi”

-Mamma, papà, volevo comunicarvi una cosa importante.-

-Dicci figliolo, ti devi sposare?-

-No mamma.-

-Avanti non ti vergognare, saremo felici io e tuo padre di avere qualche nipotino che scorrazza per la casa.-

-No, non si tratta di donne, ho deciso di farla finita.-

-Farla finita con cosa? Ti droghi?-

-Ma no mamma! Farla finita, voglio suicidarmi, cioè tecnicamente non faccio niente, vado alla clinica “Lieto fine”. Hai presente la pubblicità? Quella che fanno dopo la ruota della fortuna che dice: “Stufo della solita morte accidentale? Del classico attentato aereo durante le vacanze natalizie? Di malori che ti deteriorano in breve tempo? Da oggi puoi morire sereno, senza dolore e senza casualità alla clinica lieto fine.”

-“Non c'è miglior inizio che un lieto fine”-

-Esatto, proprio quella!-

-Ah ho capito, e quanto spendi? Edward spero che questa non sia una delle tue solite bravate che poi ti costano mutui infiniti a cui non sai porre rimedio.-

-No, non ti preoccupare, con i soldi che ho coprirò tutte le spese, mi regalano anche una puttana se vado.-

-Va bene, se ti senti responsabile della tua scelta, tu Alfred che pensi?-

-Per me può fare quello che vuole, non mi interessa.-

-Bene Edward, hai il nostro consenso.-

-Buongiorno signor, signor, scusi mi scappa al momento.-

-Edward Finch, sono passato qui la settimana scorsa.-

-Eh certo, come potrei dimenticami di lei signor Finch. Allora ci ha pensato? Ha preso una decisione?-

-Si accento ben volentieri!-

-Oh benissimo, che bella notizia, allora ha deciso la data?-

-No, in realtà non ho pensato a quello.-

-Non si preoccupi, le trovo io una data perfetta, vedrà. Allora un attimo che controllo la mia agenda. Domani c'è la signora Miller, Giovedì passa il vecchio George, Sabato è pieno, Domenica è chiuso, sa, anche Dio la Domenica si è riposato e chi siamo noi per lavorare alla domenica? Comunque, Venerdì. Ecco.-

-Dopodomani?-

-Si esatto.-

-E che giorno sarebbe?-

-Il diciassette. Venerdì diciassette. Ci sta ripensando?-

-No, no, solo che di Venerdì...-

-Su via, non mi dirà che è superstizioso? Avanti le regalo anche la sauna se viene Venerdì.

-Va bene...-

-Allora ecco qua il contratto. Come può vedere è una sorta di test. Ad ogni quadratino crocetettato corrisponde un optional che lei ha richiesto. Bene, la prima sala, la sala d'accoglienza. Se la ricorda vero?

-Si...-

-Soffitto, tende, pavimento, poltrona, le vuole di qualche colore particolare?-

-No, va bene il bianco.-

-Che musica vuole ascoltare? O se vuole possiamo fare senza musica. Le rammento che questo optional è offerto da noi, non la paga, è gratis.-

-Vorrei The dark side of the moon dei Pink Floyd.-

-Ottima scelta, me lo segno. Poi altro? Fiori, addobbi, vasi?-

-No va benissimo così.-

-Qui abbiamo quindi la stanza da pagare che sono 100 dollari.
Passiamo alla sala divertimento. La piscina costa 15 dollari, gliela segno?-

-Si, visto che viene poco.-

-Perfetto, la sauna gliela offro io, la puttana pure se non sbaglio, poi vuole altro? Uno champagne? Eh che dice, non vorrà mica lasciarmi la donna a bocca asciutta!!

-Va bene, prendo lo champagne.-

-Perfetto, vuole anche qualche stuzzichino? Abbiamo degli ottimi tramezzini.-

-No, non si preoccupi, basta lo champagne.-

-Vestiti? Mantiene i suoi o vuole prenderne di nuovi?-

-Preferisco tenere i miei, sa mi sono affezionato.-

-Capisco, non si preoccupi! Infine sono stanza 150, piscina 15, champagne 100, totale 275 dollari. Perfetto. Andiamo avanti. Sala rinfresco. Il nostro menù base comprende: minestrina di pollo e maccheroni col ragù come primi, insalata o patate come contorni, fegato di vitello o spezzatino come secondi. Da bere acqua, pane e caffè compresi. Questo a 25 dollari. Oppure se vuole altro può vedere nei menù specializzati, può scegliere quello che le gusta.-

-Pensavo che per primo prendo la minestra, per secondo potete farmi una fettina di petto di pollo con maionese?-

-Si certamente.-

-Bene, allora petto di pollo con insalata e da bere acqua.-

-Tutti qui? Gelato? Dolce?-

-No grazie, non vorrei mangiare troppo e star male.-

-Segniamo qui. Sono 100 di stanza, più il petto di pollo non in menù base, quindi 50 per il cibo, uguale a 150.
Prossima tappa, piano bar. Che desidera bere? Fuma? Erba?-

-Un giretto di Jack me lo sparo quasi quasi.-

-Benissimo! Così la voglio, convinto!-

-Si e anche una canna d'erba prenderei!-

-E perché non concludere con un Coca- Avana?-

-No, non esageriamo.-

-Ok, sono 7 il Jack, 20 l'erba, 75 la stanza, fanno 102. Prossima!
Sala riposo, che mi dice?-

-Tutto apposto.-

-Sono altri 100.
Poi sala cultura. Film o libro?-

-Volevo chiederle se potevo veder un mix di parti di film in cui recita Angiolina Jolie.-

-Ma si figuri, per così poco, certo! Avrà tutti gli spezzoni dei migliori film di Angiolina. Sa sono in molti a preferire qualcosa del genere che vedere un film solo. Quindi per cui pop-corn?

-Ok.-

-Film a spezzoni sono 35 dollari, più pop-corn sono altri 10, sala 100, 145.
Penultima stanza, quella degli incontri. Bene signor Linch. Chi vuole vedere? Possiamo farle incontrare la stessa Angiolina.-

-Veramente?-

-Ma certo, siamo qui per i suoi sogni! Non per i nostri!-

-No, non potrei permettermelo. Anzi forse c'è una persona, il mio unico amore, ma sono passati molti anni, che si ricordi ancora di me?-

-Ma signor Linch mi dica nome e cognome e Venerdì questa persona sarà con lei nel momento più importante della sua vita, glielo garantisco sul mio onore!-

-Eh va bene, si chiama Sarah, Sarah Niecekov.-

-Mi scusi Niecvok?-

-Niecekov.-

-Perfetto, vede che anche lei ha una persona a cui tiene? Allora sono 100 della sala, più le spese per rintracciare Sarah altri 300, quindi 400.
Infine l'operazione, mi scusi il trapasso, che viene a costare 500 dollari.
Per cui riassumendo fanno in totale 1772 dollari tondi tondi. Paga in contanti o carta?-

-Visa.-

-Benissimo ecco qui la ricevuta, una firma qui, una qui, un'altra, e l'ultima. Ecco a lei la copia del contratto.-

-Scusi, qui in piccolo che c'è scritto?-

-Ah non si preoccupi piccole clausole, sa come sono le leggi. Quindi noi ci vediamo Venerdì alle 8.00.-

-Alle 8.00? Così presto?-

-Signor Linch è il suo ultimo giorno, vorrà pure goderselo appieno, no?-

-Si ha ragione, a Venerdì, arrivederla.-

-A presto, buona giornata!-

Due giorni per sistemare le cose, rimasero ad Edward. Due giorni per salutare i pochi amici, i pochi parenti, le poche cose degne da ricordare. Fece visita ad ognuno e a tutti lasciò un oggetto, una foto che ricordasse agli altri la sua vita, perché quando si muore solo ciò che ti è appartenuto rimane a tua memoria, tutto il resto scompare. E così ripercorse la propria esistenza all'insegna di poche cose umili, non adatte ai tempi moderni. Le ore passarono in fretta, mise un lucchetto alla propria stanza per preservare il suo mondo prima di scendere le scale e salutare i propri genitori che lo attendevano nell'atrio d'ingresso.

-Bene figliolo, hai fatto la tua scelta e io e tua madre siamo fieri di te. E' importante prendere delle decisioni nella vita, e anche quella di abbandonare il nido famigliare è una scelta coraggiosa e dignitosa. Anch'io avevo all'incirca la tua età quando lasciai casa per girare il mondo, ed ora è giusto che anche tu lasci il mondo per trovare casa.-

-Grazie papà, sono le più belle parole che tu potessi dirmi in un momento simile.-

-Oh Edward, vieni qua, fatti abbracciare.-

-Su mamma non piangere.-

-Mi raccomando, stai attento e fatti valere sempre, chiunque tu trovi lungo la strada che conduce a Dio. Sono sicura che tu c'è la farai.-

-Vado, spero un giorno di rivedervi.-

La porta si chiuse alle sue spalle mentre un'altra si aprì davanti ai suo occhi.
Puntuale Venerdì 17 alle ore 8.00 Edward era alla clinica.

-Benvenuto signor Linch alla clinica “Lieto fine”.-

Una voce metallica accompagnò la sua entrata.

-Prego, segua la luce blu fino all'ingresso della sala Uno.-

Quel luogo sembrava essere deserto. Nessuna persona che camminava lungo i corridoi bianchi, nessun rumore, solo quella voce computerizzata. Edward seguì la luce fino ad arrivare davanti alla porta numero Uno.

-Prego entri pure e si distenda sulla poltrona.-

Edward si distese. Tutto come previsto, pareti bianche, soffitto bianco, pavimento bianco. Pochi istanti d'attesa e poi partì pure la musica. Edward si rilassò, chiuse gli occhi, ma poi capì che qualcosa non andava.

-Ehi ma questa non è la prima traccia di The dark side of the moon come avevo ordinato.-

-Mi scusi, l'album da lei scelto non è stato trovato nell'hard-disk, abbiamo preveduto sostituendolo con Wish you were here sempre dei Pink Floyd..-

-Ma avevate detto che potevo scegliere l'album che volevo... Comunque non importa, anche questo mi piace.-

Driiiiinnnnn

-Prego, si rechi pure alla stanza 2.-

-Di già? Ma se sono appena entrato?-

-Mi dispiace signor Linch, abbiamo alcuni problemi col sistema operativo sala 1 e dobbiamo farla passare alla sala 2.-

-D'accordo se ci sono problemi, ma lo riferirò al signor Offman.-

-Ehi ciao Edward.-

-Ah ciao e tu chi saresti?-

-Sono Clara, la puttana.-

-Mi aspettavo qualcosa di meglio, scusa quanti anni hai?-

-Quaranta, sono un po' stagionata lo so, ma che importa? Sono molto più brava di certe ragazzine!-

-Si, ma il signor Offman mi aveva detto che c'erano 30 donne e pensavo che fossero belle e giovani.-

-Ascolta bello, vuoi o no vuoi?-

-Ormai sei qui...-

-Sono 50 dollari.-

-Come 50 dollari? Ma se mi eri stata data in omaggio?-

-Senti la mia compagnia è in omaggio, il resto lo paghi.-

-No, vattene non voglio pagarti visto che ho già pagato per il tuo servizio e dire che avevo preso anche lo champagne.-

-Che pezzo di stronzo, addio.-

Driiiiinnnnn

-Prego recarsi alla sala 3.-

-Ma devo ancora tuffarmi in piscina!-

-Riteniamo che considerato il fatto che lei abbia fatto uscire la signora Clara non abbia più nessuna voglia di restare nella sala 2, lei non ha rispettato il programma.-

-Avrei voluto farmi un bagnetto però...-

-Prego si accomodi e si gusti la sua ultima cena.-

-Questa minestra è un po' insipida, potrei avere un po' di sale?-

-Mi dispiace ma lei non ha ordinato nessun optional sale.-

-E questa cotoletta è fredda e mezza cruda, una schifezza. Potrei parlare col signor Offman? Voglio parlarci, ora!-

-Il signor Offman al momento non è disponibile, appena lo sarà la metterò in contatto con lui, intanto prosegua pure alla sala 4.-

-Le dica che è importante!-

-Prego ecco il suo Jack e il suo cannone.-

-Speriamo che almeno quest'erba sia buona.
Mi scusi ma questa non sembra erba, sembra più hashish, vuole fregarmi?-

-Abbiamo avuto alcuni problemi col nostro pusher di fiducia.-

-Inizio ad essere stufo delle vostre scuse, non me lo potevate dire prima?-

-Porti pazienza, le chiedo di perdonarci.
Cerchi di riposarsi alla stanza 5. Buona notte.-

-Grazie, speriamo che almeno questa sala possa rimediare alle altre.-

Driiiiinnnnn

-Prego signor si rechi pure alla sesta stanza.-

-Si un momento che mi preparo, ma che ore sono?-

-Le 10.00-

-Solamente?-

-Prego venga nella sala cultura.-

-Potevate mettermi almeno qualche scena di sesso, mi avete messo solo le scene in cui lei parla!-

-Questa è la sala cultura signore, il mostro intento è quello di darle un ultimo abbaglio culturale e non sessuale. Quello glielo abbiamo data alla sala 2 ma lei ha rifiutato.
Venga la prego alla settima sala. Ora la metteremo in contatto con la signora Sarah Niecekov.-

-In che senso scusi? Non è qui?-

-Abbiamo avuto alcuni piccoli problemi a rintracciare la signora che attualmente si trova in Russia.-

-Basta! Voglio parlare con il signor Offman!-

-Il signor Offman arriverà al più presto intanto ecco la chiamata della signora Niecekov.-

-Pronto?-

-Si ciao, ciao Sarah. Non so se tu ti ricordi di me, sono Edward.-

-No scusa, non mi ricordi nessuno, forse hai sbagliato numero.-

-No, sei tu chi volevo sentire. Sono passati 6-7 anni, ma la tua voce è sempre la stessa. Sai, quella sera per me è stata magica, d'allora non ho fatto altro che pensarti, non sono mai stato così felice di spendere quei 50 dollari.-

-Per me siete tutti uguali, siete dei clienti.-

-Non dirmi così Sarah, io ti ho posseduta, ti ho avuta, sono stato dentro di te.-

-E' il mio lavoro avere qualcosa dentro, non vedo cosa ci sia di magico. L'unica magia è quella che qualcuno non sporchi.-

-Io, io penso di provare qualcosa per te.-

-Io cr..e..do che...-

-Pronto? Sarah?! Pronto?-

-Pro...pront..,-

-Mi scusi dovrebbe essere caduta la linea, ma ecco la metto in contatto col signor Offman.-

-Oh pronto! Signor Finch!.-

-Linch, sono Edward Linch.-

-Linch, Finch, si è tutti uguali una volta morti, allora signor Linch mi dica, qualcosa che non va?-

-Si, non va bene niente! Avete sbagliato l'album che volevo ascoltare, la puttana voleva altri soldi, la cena faceva schifo, l'erba era fumo, e non mi avete portato la mia Sarah!-

-Oh mi scusi signor, la prego di accettare le mie scusa, a volte ci possono essere piccoli problemi organizzativi. Se posso rimediare le offro la sensazione ecstasy per l'ultimo passaggio. Vedrà sarà ancora più bello morire in questa maniera. E' una speciale opzione che diamo solo ai clienti migliori e io credo che lei se lo meriti, va bene?-

-Ok, speriamo che tutto vada come deve andare.-

-Non si preoccupi! Comunque la ringrazio di averci scelto e le auguro un buon trapasso, arrivederla signor Linch, a tempi migliori.-

-Grazie, peccato per i piccoli difetti ma vedo che lei è gentilissimo, arrivederla.-

Un piccolo lettino da sala operatoria. Due grosse lampade tonde emergono sopra il letto illuminando quel luogo sterile. Alcuni strumenti elettronici sono posti tutt'attorno compreso quello che sembra un piccolo frigo. Questa è la sala della felicità, l'ultima. Uomini in camici verdi fanno sedere Edward sul letto. Uno di essi buca una vena nel suo braccio e vi applica un flebo.

-Non si preoccupi Edward, ora le metteremo la mascherina dalla quale lei respirerà uno speciale composto che le farà avvertire l'ecstasy e dopodiché lei inizierà a dormire e a sognare e come se nulla fosse ritrovandosi circondato da angeli e vergini.-

Gli occhi di Edward sgranano il soffitto bianco, le pareti bianche, i camici verdi dei dottori da cui emergono solo gli zigomi e le orecchie. Poi la mascherina, qualche respiro e tutto che si spegne.

-Sega. Pinze. Incidi maggiormente qui. Così, tampone. Cazzo quanto sangue. Bene esportazione del fegato riuscita, mettilo in frigo. Che ci manca ora?-

-Mancano i reni, il pancreas e il cuore.-

-Bene, continuiamo col cuore. Pratichiamo il taglio.-

-Sono arrivato? Siete voi, gli angeli? Dove sono?-

-Che succede?-

-Si deve essere svegliato Offman.-

-Ma come è possibile? Presto fate qualcosa!-

-Sono morto? Perché ho un buco nella pancia? E' mio questo sangue?-

-Oh ma signor Linch, non si preoccupi la stiamo ricomponendo, non le faremo nulla di male.-

-Mi state facendo a pezzi, bastardi!-

-Oh ma che dice, stia tranquillo!-

-Lei mi ha fregato! Mi lasci! Figlio di puttana, mi ridia i miei soldi!-

Il paradiso tanto sognato divenne un inferno e quei medici piccoli demoni terreni.
Si scopre così in breve tempo quanto valore abbia la vita; un valore non vendibile ne acquistabile, così come lo sono le cose che ci appartengono, che non sono un'auto, ma i sentimenti che generano l'essere umano e tutto quello che ci distingue.
Non tutto è merce, ne la merce è tutto.
La fine che ci attende appare così non essere la soluzione come Edward credeva, ma si sa che il fascino delle belle cose è illusorio per chi non le vede mai.

-Vedrà che ora tutto sarà finito, come le avevo promesso, perché io mantengo sempre le promesse. Presto incidete al cuore.-

Simon Trumpet