E' arrivato,
12 mesi dopo,
24 giorni in quel di Dicembre,
è arrivato.
Siedo e mangio grasso,
nell'inquiete di questi momenti
dimentico chi sono.
Suona il campanello,
un gruppo con croci e aglio
impreca a voci stridule.
Dico no, non sono Satana.
Un'offerta, un'offerta rispondono in coro.
A me dovreste darla grido.
Risiedo e consumo il pasto.
Attendo la mezzanotte
e spengo le luci.
Dico la mia preghiera:
vorrei qualcuno che mi consolasse,
nei giorni di festa.
Un febbrile stato d'angoscia mi colpisce,
forse dovrei smettere di fumare.
Ecco, è giunta l'ora.
Dondolano le campane,
è un inno alla gioia
per voi,
un altro giorno solo per me.
Nelle strade la gente si riversa.
E' un fiume di neve infreddolito,
e io assaporo i loro malumori.
E' dura come il ghiaccio,
è fragile come la neve,
è fredda come il maestrale
la vita.
Non dimentico la fatica,
non scordo il tuo respiro,
ma ora non cresce erba
nel giardino e il suono
di un piano dimenticato
anima la mia solitudine:
cara e dolce infanzia,
odori di te emergono dal basso,
ti rivedo in qualche foto,
ti sento in qualche bambino,
e quando rinasci
un'altra parte di te scompare.
Il solo vivere non ti rende viva.
Altre candeline si sono spente
ma il richiamo di felicità
che scaldava pure nell'inverno
non osa più bussare alla mia porta.
La gente pian piano a sottovoce
si avvia alle case.
I colori spariscono attorno alle loro anime,
è una nuova nevica.
Ritorna la pace e il silenzio.
E' giunto il momento.
La scatola è pronta sotto il letto,
mi aspettava da molto tempo.
Soffio come sulla torta
per togliere la polvere,
il mio sguardo ritorna allegro.
Strappo la carta della scatola,
il cuore batte,
so già cosa contiene
ma il cuore batte.
Le mani si muovono sempre più veloci,
la carta salta in mille coriandoli
e cade come neve a terra.
Appare mia mamma che sorride
i miei amici attorno commossi,
zio Alfredo, Fausto, papà è a lavoro,
è tutto così caldo ora.
La sento.
La estraggo lentamente, tutti sono incuriositi.
Scattano qualche foto, anche il gatto mi guarda.
E' lei.
Tutti sorridono.
Mi abbracciano, mi stringono forte.
Ora mi sento amato.
Mi fanno coraggio, mi dicono adagio.
La impugno, è il mio regalo.
La punto alla testa.
Un sospiro,
un sorriso
AUGURI.
Simon Trumpet
martedì 22 dicembre 2009
sabato 12 dicembre 2009
SE SOLO FOSSI
In una pupilla
riflessa
sei,
se solo
fossi
viva,
se solo
fossi
qui, vicina.
E assumi le
sembianze
di una percezione,
sei solo
nella mia mente,
non sei mai
stata niente.
Un immagine
che sviene al battito
di una ciglia,
se solo
fossi
memoria,
se solo
fossi
qui, ora.
In una lacrima
ti sciogli e scivoli
lontano lontano,
se solo
fossi,
ti amo,
se solo
fossi
nella mia mano.
In forma liquida
dormi da molto tempo,
sei solo parte di un
momento,
sei tutto ciò per cui
mi lamento.
Se solo
fossi
lento,
se solo
fossi
contento,
altro avrei da chiedere
al tuo sentimento.
Se solo
fossi
sereno,
se solo
fossi
pieno
della ragione
che smuove
il mio calore,
altro in te
vorrei porre,
per farti
sentire
il mio core.
Se solo
fosse
per sempre,
se solo
arse
le orse
nel mare di latte,
in ogni dove
piove
cenere di rose,
e se tu
fossi cadente
cometa,
in me
avresti
meta.
Simon Trumpet
riflessa
sei,
se solo
fossi
viva,
se solo
fossi
qui, vicina.
E assumi le
sembianze
di una percezione,
sei solo
nella mia mente,
non sei mai
stata niente.
Un immagine
che sviene al battito
di una ciglia,
se solo
fossi
memoria,
se solo
fossi
qui, ora.
In una lacrima
ti sciogli e scivoli
lontano lontano,
se solo
fossi,
ti amo,
se solo
fossi
nella mia mano.
In forma liquida
dormi da molto tempo,
sei solo parte di un
momento,
sei tutto ciò per cui
mi lamento.
Se solo
fossi
lento,
se solo
fossi
contento,
altro avrei da chiedere
al tuo sentimento.
Se solo
fossi
sereno,
se solo
fossi
pieno
della ragione
che smuove
il mio calore,
altro in te
vorrei porre,
per farti
sentire
il mio core.
Se solo
fosse
per sempre,
se solo
arse
le orse
nel mare di latte,
in ogni dove
piove
cenere di rose,
e se tu
fossi cadente
cometa,
in me
avresti
meta.
Simon Trumpet
sabato 5 dicembre 2009
NOVA
Sei nebbia fina,
e come brina
copri ogni mio pianto.
D'incanto tutto è bianco,
un soffio di farina
ti fa volare carina.
Allergia diffondi nell'aria,
non sei sana,
sei solo acqua piovana.
Lo spirito muove ancora,
il mio sogno caldo cova
la speranza di una nova,
che illumini, che splenda lenta
nella mia placenta, che ora
schiude, affoga, alimenta
un ricordo che esplora
ogni strato della mia memoria.
Simon Trumpet
e come brina
copri ogni mio pianto.
D'incanto tutto è bianco,
un soffio di farina
ti fa volare carina.
Allergia diffondi nell'aria,
non sei sana,
sei solo acqua piovana.
Lo spirito muove ancora,
il mio sogno caldo cova
la speranza di una nova,
che illumini, che splenda lenta
nella mia placenta, che ora
schiude, affoga, alimenta
un ricordo che esplora
ogni strato della mia memoria.
Simon Trumpet
domenica 29 novembre 2009
EGO
Ella si va
sentendosi laudare
di velleità vestuta,
posandosi lieve
su abito bianco.
Pura ella essere,
morbida ella nutre.
Da cielo in terra,
su e giù,
su e giù,
con atto sacro
smuove le vesti.
Quanto cadore,
quanto calore,
col tuo spirito,respiri
armonioso e silenzioso.
Condividi col tuo popolo
questa gioia
tanto da farti male,
abbraccia come il Signore,
bianco è bianco.
Nel tuo corpo a far memoria,
col tuo membro a far retorica.
Santo è il tuo nome,
macchiato è il tuo ormone.
Prega,è domenica.
Inginocchiati,hai peccato.
Divino sia mentire,
giusto sia dormire.
Col dono nel senno,
con la guancia porgi,
col gesto segni,
con l'occhio leggi,
con la parola menti,
con la mano,ego.
Simon Trumpet
sentendosi laudare
di velleità vestuta,
posandosi lieve
su abito bianco.
Pura ella essere,
morbida ella nutre.
Da cielo in terra,
su e giù,
su e giù,
con atto sacro
smuove le vesti.
Quanto cadore,
quanto calore,
col tuo spirito,respiri
armonioso e silenzioso.
Condividi col tuo popolo
questa gioia
tanto da farti male,
abbraccia come il Signore,
bianco è bianco.
Nel tuo corpo a far memoria,
col tuo membro a far retorica.
Santo è il tuo nome,
macchiato è il tuo ormone.
Prega,è domenica.
Inginocchiati,hai peccato.
Divino sia mentire,
giusto sia dormire.
Col dono nel senno,
con la guancia porgi,
col gesto segni,
con l'occhio leggi,
con la parola menti,
con la mano,ego.
Simon Trumpet
giovedì 26 novembre 2009
Il dono del creatore
Inquieta sensazione, i due si guardano,
annusano i loro sensi in cerca di perdizione.
Il buio oscura le loro soglie, ma non le loro
voglie. Senza parole, solo atti in riproduzione,
come vuole il Signore, come vuole il loro
cuore.
Uno sull'altro sospirano in continuazione,
le lingue si toccano, la saliva scende, bagna i loro
visi, mitiga i loro sorrisi, risveglia i loro esili
macabri istinti.
La pelle si fa turgida, si toccano li,
posti sulla chiesa, gli spiriti mano nella mano urlano
d'ira nell'oscurità della loro morte. Maledicono quell'atto
impuro, dita che scivolano, seni che si sfiorano, labbra
che si leccano.
Niente può fermare loro, le anime silenzi
venti sono, condannano con una malefica magia.
Lei che tante dita vuole, perderà l'uso del corpo.
Lui che tanto ama, solo vivrà assorto.
Per ora loro godono di nascosto. Parole che spariscono,
sentimenti che svaniscono, preti che inorridiscono.
Consumato con atto devoto, lei viene in un tremito remoto.
Questo fu l'ultimo sussurro della madre chiesa.
Per tempo e tempo nulla più emerse, solo silenzio e false
promesse. Lei che vide spegnersi ogni sentimento come l'uso
della mano, lui che soffriva per un amore che lo tradiva.
Niente poteva più salvarli, la condanna venne adoperata e mai
altri coinvolgimenti videro i due vecchi amanti.
La storia vide mutare lei non come una suora, ma in sembianze
di una troia senza protuberanze. Lui visse con tristezza
la perdita della sua bellezza e mai ne vide altra di tale
altezza. Nient'altro ci fu da ricordare, sono un vecchio luogo da
non violare.
Ma per sesso e allegria cosa potevano sapere
i due giovani in quello stato di euforia?
Maledetto sia, chi condannò quel amore per invidia e accidia.
Un attimo di pazzia, e il resto della vita vissuto in una lenta agonia.
Questo è il dono del creatore, questo è il segno del suo amore.
Simon Trumpet
annusano i loro sensi in cerca di perdizione.
Il buio oscura le loro soglie, ma non le loro
voglie. Senza parole, solo atti in riproduzione,
come vuole il Signore, come vuole il loro
cuore.
Uno sull'altro sospirano in continuazione,
le lingue si toccano, la saliva scende, bagna i loro
visi, mitiga i loro sorrisi, risveglia i loro esili
macabri istinti.
La pelle si fa turgida, si toccano li,
posti sulla chiesa, gli spiriti mano nella mano urlano
d'ira nell'oscurità della loro morte. Maledicono quell'atto
impuro, dita che scivolano, seni che si sfiorano, labbra
che si leccano.
Niente può fermare loro, le anime silenzi
venti sono, condannano con una malefica magia.
Lei che tante dita vuole, perderà l'uso del corpo.
Lui che tanto ama, solo vivrà assorto.
Per ora loro godono di nascosto. Parole che spariscono,
sentimenti che svaniscono, preti che inorridiscono.
Consumato con atto devoto, lei viene in un tremito remoto.
Questo fu l'ultimo sussurro della madre chiesa.
Per tempo e tempo nulla più emerse, solo silenzio e false
promesse. Lei che vide spegnersi ogni sentimento come l'uso
della mano, lui che soffriva per un amore che lo tradiva.
Niente poteva più salvarli, la condanna venne adoperata e mai
altri coinvolgimenti videro i due vecchi amanti.
La storia vide mutare lei non come una suora, ma in sembianze
di una troia senza protuberanze. Lui visse con tristezza
la perdita della sua bellezza e mai ne vide altra di tale
altezza. Nient'altro ci fu da ricordare, sono un vecchio luogo da
non violare.
Ma per sesso e allegria cosa potevano sapere
i due giovani in quello stato di euforia?
Maledetto sia, chi condannò quel amore per invidia e accidia.
Un attimo di pazzia, e il resto della vita vissuto in una lenta agonia.
Questo è il dono del creatore, questo è il segno del suo amore.
Simon Trumpet
giovedì 19 novembre 2009
RIFLESSO
E' un continuo scavare nel riflesso del volto sull'acqua.
Ed così che mi appaiono nitide le bolle, le mille bolle in questa
vasca vuota.
Lenti movimenti sospingono l'azzurro più in là,
mentre mi tuffo nel profondo sotto i mie piedi.
In una placenta nuoto, a rana abbaio per respirare.
Emergo, cloro ingoio, freddo assaporo.
La pelle si ritira, canali segnano il mio volto, goccie scendono.
Solo con l'oceano ondeggia il mio specchio, sono in esso perfetto.
Sorseggia la mia bocca ma sono una un'onda morta.
Galleggio come un insetto perchè sono un inetto.
Fiumi scorrono, inseguo loro, sprofondo nel profondo blu.
Negli abissi oscuri dove nulla vede, dove tutto è chiaro
è leggero ogni pensiero di vita, pesce.
Manca ossigeno qui, sostanze liquide volteggiano, isola.
Manca materia, tutto disciolto vola nelle bolle nuvole.
Manca peso per sollevarmi da dove sono.
Manca peso per sollervarmi da quello che ora mi tiene, da quello che traspare,
dal mio riflesso nell'acqua di una vasca vuota.
Simon Trumpet
Ed così che mi appaiono nitide le bolle, le mille bolle in questa
vasca vuota.
Lenti movimenti sospingono l'azzurro più in là,
mentre mi tuffo nel profondo sotto i mie piedi.
In una placenta nuoto, a rana abbaio per respirare.
Emergo, cloro ingoio, freddo assaporo.
La pelle si ritira, canali segnano il mio volto, goccie scendono.
Solo con l'oceano ondeggia il mio specchio, sono in esso perfetto.
Sorseggia la mia bocca ma sono una un'onda morta.
Galleggio come un insetto perchè sono un inetto.
Fiumi scorrono, inseguo loro, sprofondo nel profondo blu.
Negli abissi oscuri dove nulla vede, dove tutto è chiaro
è leggero ogni pensiero di vita, pesce.
Manca ossigeno qui, sostanze liquide volteggiano, isola.
Manca materia, tutto disciolto vola nelle bolle nuvole.
Manca peso per sollevarmi da dove sono.
Manca peso per sollervarmi da quello che ora mi tiene, da quello che traspare,
dal mio riflesso nell'acqua di una vasca vuota.
Simon Trumpet
venerdì 13 novembre 2009
LA STANZA
Avevo iniziato in una piccola stanza, ora mi ritrovavo in una enorme arena.
Era stato come svegliarsi durante un sogno con la bocca asciutta e il pigiama bagnato. Un brutto sogno, di quelli da dimenticare, ma dal finale positivo e inatteso in cui ti scopri padrone di te stesso, padrone delle tue volontà, padrone di ogni tuo gesto, di ogni tuo movimento, padrone di ogni tua ferita, di ogni tua sensazione, padrone di non condividere tale esperienza con nessuno, salvo poi capire, che quella personale esperienza poteva diventare un sentimento condivisibile con tutti, qualcosa di rivoluzionario.
Ma purtroppo non tutti sono in grado di comandare e di essere padroni. Spesso molti preferiscono farsi governare, farsi sottomettere, decidono di non decidere, di non agire per paura. Si ha come la sensazione che si vada oltre una linea, un qualcosa che non si sa chi ha stabilito che non si debba superare. È come sentirsi legate delle sbarre attorno al collo, sentirsi in trappola, in gabbia. E quando ti liberi da tutto ciò, da queste catene legate al nostro cervello, nulla ha più lo stesso significato: inizi a vivere, il respiro si fa meno affannoso, le mani più sensibili, i pensieri più ragionati.
È la paura di raggiungere mondi ignoti che blocca la maggior parte di noi.
Esplorare emozioni sconosciute, raggiungere orgasmi multipli nelle tue coscienze, sono discorsi che scuotono le anime dei comuni mortali e li costringono a rimanere animali in trappola.
Io ho sempre desiderato sentirmi libero, come una foglia spinta dal vento. E ho trovato il modo per esserlo. Le cose stanno cambiando, molti lo stanno capendo, e bisogna farlo comprendere a chiunque prima che tutto questo diventi uno stupido spettacolo.
Enry per esempio, lui ancora non si rassegna. Il mio migliore amico, colui che è sempre stato presente ad ogni fase del mio sviluppo liberatorio, si è sempre incuriosito a chiedermi cosa si provasse ogni volta, ma mai che si fosse deciso a fare il passo più importante: andare oltre.
Come sono strane le persone, si accontentano di guardare.
All'inizio dubitavo anch'io che le cose potessero cambiare, non che non volessi farlo, ma se sei il primo a compiere una nuova azione non sai mai quali possono essere gli esiti. E per fortuna le conseguenze sono state positive, così positive che ora mi pagano per esibirmi; ma capiamoci, io non voglio commercializzare la cosa, voglio che si mantenga il più pura possibile. Se prendo soldi è solo per vivere e comunque molte volte percorro miglia e miglia per diffondere il mio messaggio senza che nessuno mi dia un dollaro, pagando di tasca mia la benzina, la stanza, gli specchi, i mobili, la televisione, la radio. Una volta volendo esagerare pure un giradischi del '70 comprai, con la speranza che la dimostrazione fosse più efficace con qualche vecchio LP degli Who.
Coloro che in genere decidono di investire su di me non sono le classiche multinazionali, parliamoci chiaro, nessuno avrebbe intenzione di far pubblicità ad un prodotto che va distrutto. In genere sono piccole associazioni, come per esempio quella degli animalisti. Costoro vedono di buon occhio il mio operare nella speranza che tale azione si trasformi in una maggiore sensibilizzazione verso il mondo animale da noi trucidato. Oppure abbiamo le associazioni femministe, che lottano contro l'oggettualizzazione delle donne e contro tutto ciò che ha reso la donna una schiava dell'uomo grazie all'uso degli elettrodomestici. E infine capita che si uniscono anche gruppi fanatici di qualche oscura setta che vede nell'emancipazione dell'uomo la libera presa di coscienza contro le macchine che annientano ogni funzione primaria dell'umanità. A me vanno benissimo tutti questi partner, ognuno può vedere nel mio operato la propria presa di posizione verso questo mondo subdolo e ignorante.
Ma ci sono delle zone in cui il messaggio non viene recepito, come se a queste persone avessero sostituito il cervello con un elettrodo.
Nell'estremo sud per esempio. In mezzo al deserto, alla steppa, dove nessuno vuole sponsorizzarmi, perché sono più probabili i fallimenti. Nessun esponente animalista azzarderebbe a mettere piede nella terra dei cow-boy. È li che una volta subii una delle mie delusioni totali. Di solito capita che almeno uno capisca quello che voglio comunicare, e questo è di grande soddisfazione e ti ripaga di tanto sforzo, ma quella volta la gente se ne andò quasi disprezzata.
Finisci lo spettacolo e poi arriva sempre il classico tipo timido che sembra sempre lo stesso in ogni Stato, un po' impaurito di presentarsi.
Ciao, gli dici, serve qualcosa?
Mi è piaciuto quello che hai fatto, ti risponde con le mani tremanti questo o questi, si comportano tutti allo stesso modo, e vorrei poterlo fare anch'io conclude.
Amico vivi in in paese libero, puoi fare quello che vuoi. Vai diffondi il verbo, dimostra a tutti quanti quello che si prova ad andare oltre gli schemi.
Grazie mille, ti dice inginocchiandosi.
Grazie a te di fare qualcosa per questo fottuto mondo.
Di solito capita che le cose vanno in questa maniera, per cui il fallimento è probabile quanto il successo. Ma quella volta non successe niente del genere, tutto secco come la terra di quelle sperdute ande di cazzoni contadini retrogradi.
La prima volta avevo circa quindici o sedici anni.
È nato tutto così, quasi per caso.
Era un po' un periodo del cazzo. Tutti hanno il loro periodo del cazzo. Ma il mio periodo lo aveva proprio eroso il mio cazzo. Magari avrei potuto spararmi una bella sega risolutrice, oppure fumarmi qualche canna per lesionarmi un po', insomma fare le classiche cose che si fanno in circostanze simili, e invece no.
Entrai in camera. Mi stesi sul letto. Girai il collo a 360 gradi guardandomi attorno.
Tutti quei poster, quelle stronzate attaccate ai muri, tutti quei giocattoli, quelli oggetti inutili, il canestro appeso, i libri di filastrocche, la raccolta di figurine dei giocatori di basket, le videocassette dei classici cartoni, i modellini di automobili, i lego, crearono in me uno stato di rabbia. Come per un istinto naturale il mio pugno si chiuse da solo afferrando qualcosa, e poi fu come penetrare in uno stato di trance.
E quando mi svegliai, tutto era sparito. Non esisteva più niente, tutto era stato distrutto. Un uragano era passato dentro la mia stanza. Il mio volto si rispecchiava su un frammento dello schermo della TV finito a terra.
Feci un grosso sorriso: non avevo mai visto tutti i mie denti.
Ero felice, ero libero.
Mi ero staccato da ogni cosa, da ogni ricordo, da ogni oggetto, da tutto ciò che finora mi aveva condizionato e bloccato o impedito di essere un altro.
Ma subito non me ne resi conto, ero troppo giovane, avevo fatto un passo troppo lungo.
Enry fu il primo a cui raccontai tutto, mi prese per pazzo. E io insistevo descrivendogli le sensazioni che avevo provato, cercando di trasportarlo con me in quello status, levitando in infiniti spasimi di sollevazione morale.
Ma niente, va dallo psicologo diceva. Fanculo pensavo dentro me.
Dovevo avere una conferma di quanto era accaduto. Dovevo riprovare e ritrovare le stesse sensazioni un'altra volta per assicurarmi che quello non fu solo un abbaglio, uno sbaglio, una sensazione sporadica, un effetto casuale. Inoltre volevo constatare se la cosa funzionasse anche con altri oggetti e non solo con cose legate alla mia vita, e vedere se nell'atto di distuzione potesse essere coinvolto tutto il mondo materiale e tutto ciò che ogni giorno ci fa male.
Così un pomeriggio mentre i miei genitori erano a lavoro andai in garage. Il box era grande per contenere un'auto sola e le pareti erano rivestite da scaffali dove si posava un po' di tutto: dalle scorte di cibo ai vecchi vestiti, dai libri scolastici alle cassette degli attrezzi. Mi misi lì al centro con una mazza da baseball in mano. Ci volle un attimo, fissai lo sguardo per un microsecondo su quella faccia da culo di Arold T. che pubblicizzava con la sua enorme bocca una marca di cereali. I fiocchi d'avena formarono una cascata croccante che espoldeva ad ogni colpo che rifilavo su quel brutto volto ed ad ogni altro oggetto addossato sulle mensole. Colpo su colpo tutto saltava per aria sbriciolandosi come cereali calpestati. Pochi minuti ci vollero per completare l'opera. Ancora una volta essa si dimostrava nella sua più magnifica bellezza, ed ogni cosa ora giaceva distrutta e privata di ogni originario significato.
No, non era stato un unico stato di follia, questa, questa era la soluzione a tutto, la soluzione alla nostra vita legata ad ogni oggetto inutile che ci vendono, che ci fanno adorare, che ci fanno acquistare. Un nuovo verbo era nato quel giorno.
Mai prima d'ora la parola libertà aveva acquisito un significato così intenso da sormontare ogni ipotesi realizzativa tramite la democrazia.
Avevo avuto quindi la mia conferma. Dovevo convincere ora qualcun altro. Pensai ancora a Enry. Sulle mie parole era stato scettico, ma forse partecipando ad un evento simile avrebbe capito. Si, di certo lui sarebbe stato un ottimo banco di prova. L'elemento giusto a cui dimostrare la caduta di ogni convinzione su questo schifo di mondo.
Ora che la mia camera e il mio garage non avevano più niente di utile da distruggere dovevo trovare un altro luogo disponibile a contenere la verità.
Feci un giro per la zona industriale, qua e là emergevano vecchi capannoni deserti e abbandonati da lungo tempo. Perquisii ogni interno di questi vecchi edifici di cemento fino a trovare quello adatto per me. Si trattava di una carrozzeria dismessa. Dentro essa trovai il materiale adatto: porte, sedili, cofani, stocche d'auto, parabrezzi, parafanghi. Disposi il materiale a circonferenza senza però un ordine preciso poi andai a chiamare Enry. Era ormai sera e il buio iniziava ad illuminare le strade. Enry non era molto felice di muoversi per vedere qualcosa che ritenava una pura cazzata. Un po' mi stavo lasciando convincere dalla sua ostilità, perchè finora non avevo mai fatto quella cosa di fronte ad un pubblico. Ero teso pure io. Lungo il tragitto non dissi niente, cercavo di concentrarmi. Ripensavo e ripensavo a quello che era successo a casa mia, allo stato di trance che mi sparava in azioni incomprensibili a prima vista ma liberatorie. Dissi a Enry di tenersi abbastanza lontano e gli fornii un paio di occhiali per protezione. Non sapevo fin dove i detriti sarebbero schizzati e non sapevo quando e dove mi sarei fermato.
Enry si allontanò, disse che se volevo potevo anche evitare tutto quello, che non dovevo dimostrargli niente, era mio amico comunque. Rimasi in silenzio, feci un bel respiro profondo, strinsi per bene la mazza, chiusi per un attimo gli occhi e poi vidi, vidi benissimo quello stemma, quel marchio automobilistico su quella vecchia scocca di chi sa quale macchima. E i vetri si infransero, i pezzi si staccarono, i cofani si bollarono, Enry ebbe quasi paura. Il miracolo si compì ancora, ma ormai non era più una realtà virtuale ma un dato di fatto. Non rimase quasi più nulla, ero esausto.
A passo lento e ancora con la mascherina Enry si avvicinò.
Tutto bene? Disse.
Certo che sto benissimo! Guarda! Hai visto? Funziona! Enry questo è incredibile, è una liberazione, è una cosa che noi umani abbiamo nel nostro DNA, è una cosa primordiale che ci è sempre stata nascosta, occultata, mascherata, ma ora io l'ho riscoperta!
Scoperto cosa, scusa? Rispose lui.
Ma non capisci? Munisci una persona normale come me di una mazza e circondalo di qualsiasi oggetto che abbia a che fare con la sua vita, con il suo mondo, con ciò con cui entra in contatto quotidianamente e poi che succede? Cade in una sorta di stato paranormale in cui si libera di tutto con il semplice atto distruttivo verso queste catene che lo addossano. È straordinario!
Si ma questo è ciò che avverti te, io non ho avertito niente, anzi mi sei sembrato un pazzo teppista che si diverte a picchiare ogni cosa che gli capita davanti. Però se devo essere obbiettivo mi pari felice, sollevato, ed è questo che non comprendo.
Esatto! La cosa magnifica che dopo ti senti rinato. È questa la cosa straordinaria. È come aver avuto la visione di Dio, di aver avuto un rapporto spirituale che coinvolge te e la tua anima. Avanti prova anche tu!
No, non importa, sono contento per te e anzi sai, ti credo perché da quando mi racconti di questi eventi sei cambiato, sei felice e mi fa piacere, però io non credo in nessuna modificazione e poi a me vanno bene così come stanno le cose.
Ero un po' deluso, la mia dimostrazione era stata un fallimento. Se non riuscivo a coinvolgere un mio conoscente figuriamoci un estraneo. Chissà come avrebbero reaggito altre persone comuni. Decisi di preservare la cosa solo per me, non volevo rischiare altre figuracce. Avevo in mano la più grande scoperta di sempre, ma dopo aver fallito con Enry ritenevo che la cosa fosse importante solo per me e non per l'intera umanità.
Passò del tempo, raggiunsi e superai la maggiore età. Io ero cambiato, molto cambiato. La liberazione non si era solo rivelata nell'atto pratico ma anche nella mia testa, nella mia coscienza. Smisi di guardare la TV, evitavo ogni oggetto di marca, iniziai a mangiare cibi biologici, ridussi il consumo di carne, non andai più a votare, non credevo più a nessuna notizia letta sui giornali. Mi opponevo a tutto quello a cui normalmente le persone non si oppongono, per questo ero diverso. Talmente diverso che mi sentii solo.
Ma io continuavo. Mi chiudevo in qualche luogo abbandonato, in qualche abitazione in costruzione, riunivo un po' di cianfrusaglie raccolte per strada o in casa e mazza in mano colpivo, spaccavo, massacravo, quei marchi, quei prodotti, quella cultura di massa, quegli organi inquinanti, quegli obblighi, quei veleni, quei codici.
Avevo ormai distrutto ogni simbolo, ogni immagine, avevo eliminato tutto. Ero puro.
Intatto come appena nato. Di nuovo alla fonte a battezzarmi, a bagnarmi la fronte. Che l'acqua ritorni acqua, che i pesci ritornino pesci, che il vino diventi vino.
Enry stava sempre lì a vedermi quando poteva.
Avanti gli dicevo, prova anche tu, devo sapere se funziona anche sugli altri, se anche gli altri facendolo provano i mie stessi stati d'animo.
Si limitava solo a farmi domande curiose e basta, non gli interessava continuava a dirmi.
Lui era l'unico che sapeva della mia attività, non ne parlai mai a nessuno, ma comunque la cosa cominciò a diventare abbastanza pericolosa per le voci che si diffusero in città circa un vandalo che distruggeva ogni cosa nei vecchi capannoni abbandonati. Sempre più spesso iniziai a trovare gli edifici chiusi o controllati da cani. Ci fu un breve periodo di crisi, non avevo più luoghi dove liberarmi. Divenni nervoso e così decisi, visto che non potevo più rovinare oggetti inutili, di recarmi nelle industrie in attività per distruggere ogni macchinario, ogni attrezzo della nostra schiavitù, ogni mezzo meccanico, ogni automa. Ora rischiavo grosso. Era la prima volta che causavo danni volontari a qualcosa che non mi apparteneva, ma rovinare quei robot creava nuove sensazioni, diverse, particolari, più sensibli al lato umano della vendetta, della riscossa, del riconoscersi essere vivente.
Alla terza volta smisi. Pensai a come sfogarmi senza rischi. Affittai un garage, un piccolo box, era la cosa giusta da fare. Lo arredavo di volta in volta con oggetti differenti, rubavo nelle discariche vecchi televisori, frigoriferi, caldaie, piastrelle, stendini, potevo aprire una società per demolizioni, riducevo tutto in brandelli. Passai dall'uso della mazza a quello di una motosega fino all'ascia dei pompieri rubata a scuola. Tutto questo fu una fase di un'evoluzione continua, una maturazione esterna e interna che mi portò fino al massimo estremo delle mie potenzialità: l'utilizzo delle mani nude.
Piegavo, contorcevo, la latta degli elettrodomestici, tiravo pugni ai lampadari sospesi, stringevo forte calici da vino fino a sbriciolarli, poi saltavo contro specchi messi in piedi e lanciavo sedie di plastica contro stufe a legna. Strappavo i cuscini del divano e piegavo i cerchi della bici facendo risuonare il campanello. Il sangue pioveva sopra la mia testa e come un animale danzante macchiavo le mie prede sintetiche e le sporcavo di rosso, le assalivo con rabbia morsicando i cavi dei loro motorini elettrici e scaricavo con forza ogni mia pulsione interna. Il freon e l'ammoniaca si spandevano a terra insieme al mio liquido vitale. La bestia che c'era in me osservava furente a battiti elevati l'assassinio di quegli oggetti inutili. Tremolanti, abbattuti, pestai l'ultimo neon rimasto integro. La bava scendeva dalla mia bocca aperta, la mia maglia si era strappata e il mio corpo mostrava tagli ovunque.
Questo era l'estremo.
Fu la prima e ultima volta che mi spinsi oltre ogni limite fino ad arrivare, ad essere un animale in cerca di sangue e vittime urlanti cariche di pietà.
Compresi che ogni tanto bisognava rilassarsi. Così una volta disposi dei barattoli d'alluminio e di vetro uno sopra l'altro fino a formare una piramide, divertendomi a colpire questi vasetti con una pallina. Le lattine s'incurvavano mostrandomi i lati opposti delle loro facce mentre le bottiglie formavano crepe diramanti a goccie di lacrime. Era una sorta d'allenamento per la mia mira. Un'altra volta invece gremii il box con centinaia di bottigliette di plastica riempite d'acqua e distesi tanti sacchetti della spesa aperti. Creai una sorta di piscina dove galleggiare avvolto da una matassa di polietilene. Mi immergevo per risalire sentendo lo strofinarsi delle bottigliette calpestate. Con l'acqua facevo dei gargarismi spruzzando i recipienti contro il muro. Qualche pesce emergeva da sotto le maglie dei sacchetti e io staccavo loro la testa a morsi, finché decisi che quell'idillio doveva finire. La liberazione consiste nel non esprimere attaccamento alle cose, così estrassi il coltello dal foderino che avevo appeso alla cintura e bucai, bucai in fondo al cuore di queste millesimali particelle di H2O fino a farle sgorgare come spruzzi di balena. E tutto divenne bagnato e tutto si sgonfiò come palloncini senz'aria. Fontanelle sempre meno fluenti fuoriuscivano dai fori praticati alle bottiglie che ora si afflosciavano stancamente povere di vita.
L'ennesima forma di liberazione sottoforma di gioco divertente.
Arrivai perfino a concepire l'inutilità dell'auto, salvo poi capire che era l'unico mezzo che avevo per diffondere il verbo. Comunque all'epoca niente aveva un importanza tale da sopravvivere al mio desiderio. Portai la mia macchina all'interno del garage. Occupava l'intero spazio esistente. Giravo attorno a quella sagoma, indeciso su come agire, come un leone che osserva da lontano la sua colazione prima di correre per sbranarla. Poi mi venne fame: tirai un calcio allo specchietto laterale, ma non si staccò del tutto, rimase penzolante. Con un salto salii sul cofano passando sopra il parabrezza che si crepò con un lungo taglio dall'andamento verticale. La cappotta si piegò in una fossetta interna. Scesi e presi il piccone da miniera e sparai una serie di colpi su ogni lato dell'auto. I cerchioni delle ruote si staccarono e poi me la presi con i sedili e l'autoradio che ebbe una reazione di autoaccensione appena colpita. Botte ricoprivano il telaio ormai non più distinguibile con l'originario. Alzai il cofano e picchettai il motore. Il rumore era duro, assordante, come se stessi colpendo una roccia. Ci fu un sibilo, una sbuffata di vapore e del liquido iniziò a scendere da sotto la macchina. Un aspro odore di gasolio si espanse nell'aria e decisi di completare l'opera gettando l'accendino a benzina su quel liquido che sgorgava come pipì. In un attimo le fiamme, le fiamme liberatore che rendono tutto cenere, scoppiarono e ogni cosa divenne rossa. Un acre fumo si estese. Corsi fuori dal box e afferrai l'estintore di sicurezza e cercai di spegnere l'incendio. Fu allora che un uomo di un altro garage si accorse dell'accaduto dandomi una mano a spegnere il rogo. Di fronte all'evidenza dovetti raccontare tutto a Jefri, come se ormai frustrato di tenermi dentro quel segreto avessi avuto la necessità in quel momento di liberarmi ancora una volta di qualcosa.
E spiegai, come quando ad un bimbo si racconta una favola, quello che avevo vissuto negli ultimi anni compiendo gesti contro ogni simbolo imposto.
E Jefri ascoltava, ascoltava assolto e interessato finché, mentre ancora il motore della mia auto spifferava i restanti fumi neri, disse che voleva provare la stessa cosa nel suo garage. Le mie parole lo avevano affascinato e quest'uomo sulla quarantina, di cui non conoscevo nulla, volle provare; per la prima volta potevo avere una conferma delle potenzialità di tale gesto. Chiusi nel suo box Jefri sfogò, scappò, evase: da ogni sua antica emozione, da ogni cupezza nella società, da anni chiuso in fabbrica, dal mutuo per la casa, dalla marca di sigarette, dal consumo di cibi in scatola, dal TG delle 20.00, dalla caldaia che non funziona, dalla calcolatrice scarica, dalle ricariche del cellulare, dal pieno dell'auto, dalla politica, dal pago con la carta, dalla raccolta punti, dal 3x2, dai grandi magazzini, dalla carta igienica, dal giornale gratis in stazione, dai biglietti, dalle partite alla TV, dal divano scucito, dal computer col virus, dalle domeniche in famiglia, dalla messe di Natale, dall'invasione degli alieni, dallo sbarco sulla luna, dalle guerre umanitarie, dai quattro in matematica, dalla spazzatura, dai soldi per vivere.
Quest'uomo più colpiva e più rideva e io telespettore attonito mi rendevo conto che funzionava. Un nuovo prodotto stava per sbarcare sui mercati mondiali. L'economia mondiale poteva tremare freddo: la fine di ogni azione era pronta per essere servita, prego favoritene abbondantemente umani. Data di scandenza 00.00.00.
Jefri mi ringraziò, mi strinse la mano, piangeva. Commosso, vide la sua vita passargli davanti, ma solo in quel momento si rese conto di ciò che egli era, che noi siamo.
A terra, stremato, mi disse vai, che aspetti. Tutti devono conoscere, capire il significato dell'esistenza, il motivo per cui nasciamo e delle maschere che ci hanno per secoli nascosto la verità di essere umani. Il verbo ripeteva, il verbo che tutti noi dovremmo usare, diffondilo.
E io presi fiducia, la prima prova era stata superata. Avevo avuto la benedizione da Jefri. Adesso sarei passato a dimostrazioni più efficaci.
Diedi appuntamento, una domenica pomeriggio, a cinque vecchi amici e a Enry nel mio garage. Per l'occasione riunii un po' di materiale classico: un televisore, una bandiera nazionale, dei poster di gente famosa, alcuni libri, un frigo, qualche specchio, alcune delle bibite più consumate, dei segnali autostradali, il monitor di un computer obsoleto, alcune pentole e attrezzi da cucina vari, una panchina e uno stendino. Misi tutto lì in cerchio, come sempre. Feci un breve discorso introduttivo, cautelandoli dal fatto che non avrebbero capito e che comunque dovevano solo guardare, interpretare e poi provare. E incomicia senza timori. Pochi minuti ci vollero, come sempre. Mi volsi verso gli altri, mi osservavano immobili. Con questo è tutto, conclusi.
Qualche giorno dopo venne Mett a casa mia. Mi raccontò che, insomma, balbettava, che aveva fatto una cosa pure lui simile alla mia, aveva distrutto tutto a casa sua, compreso suo padre. Si mise a piangere, aveva aspettavo anni, poi vedendo me ebbe la risposta a quello che doveva fare. Si sentiva benissimo adesso, era felice, non aveva mai provato nulla di simile, continuava a ripetermi.
Vai gli risposi, porta la tua testimonianza ad altri, ai tuoi amici, a gente sconosciuta, raccontagli, dimostragli gli effetti benefici della liberazione dalle cose che più ci legano. Dai loro la possibiltà di un cambiamento, di una rivoluzione, renditi partecipe pure te della metamorfosi. Ho bisogno di persone che credano in questo.
Così passo dopo passo, persona dopo persona la voce si espanse. Le mie esibizioni divennero sempre più organizzate. Per un po' di tempo continuai nel mio garage, richiamando gli abitanti del luogo: dai ragazzi del liceo, ai padri di famiglia. Il tutto avveniva solo con la circolazione delle parole, niente volantini, niente pubblicità. Assistevano sempre un massimo di venti persone alle dimostrazioni, ma quello che mi piaceva era che i volti erano di volta in volta nuovi. Qualcuno si offrì come aiutante nel recupero dei materiali. Addirittura fecero un articolo sul giornalino della città: "Ragazzo fonda una nuova rivoluzione", era il titolo recato sulla carta.
Dopo un po' iniziai a spostarmi nelle città vicine. Affittavo una camera, richiamavo l'attenzione delle persone che sembravano più in difficoltà, facevo provare loro quella sensazione e uscivano col solo intento di diffondere il verbo. Certo non è che il 100% recepiva il messaggio, la percentuale rimaneva bassa, ma quello che importava era che almeno qualcuno capisse. Viaggiavo da est a ovest, da nord a sud, stavo via qualche settimana col camper e qualche sostenitore, percorrevo ogni miglio possibile, fino a dove potevo. I contatti si aprirono, numerosi seguaci ci attendevano sempre più numerosi nelle parti più remote del paese. Arrivarono poi le sponsorizzazioni delle associazioni che resero più semplice il sostentamento alla nostra attività. Ma non tutto era rose e fiori. Alcuni politici in certe contee vietarono le mie esibizioni, in altri luoghi fui attaccato e in altre come nel sud non mi dava ascolto nessuno.
È sempre difficile lottare contro le quotidiane abitudini delle persone e solo in pochi sono disposti a credere che esista un altro modo per vivere.
Ma che importa, io ho continuato. Non mi sono fermato di fronte alle migliaia di rifiuti che ho accumulato in ogni posto in cui sono stato. Ho proseguito sicuro che un giorno tutti capiranno che niente ti obbliga a essere quello che la società scrive sull'agenda della tua vita. Sono sicuro che un giorno avrò ragione e che in molti si renderanno conto di aver sbagliato a non considerare seriamente la nostra sottomissione ai simboli, al materialismo, alla cronaca quotidiana, alle bugie dei governi, all'affarismo economico, ai nostri stessi sentimenti.
Io sono qui a testimoniare come le catene possono essere spezzate e rese innoqui filamenti a cui aggrappare ricordi di un epoca a cui l'uomo non ha più da rivolgersi.
Oggi sono qua, in questa enorme arena davanti a migliaia di persone che credono in un futuro migliore. Le urla crescono, i flash sempre più luminosi.
Sono io contro tutto.
Come la prima volta le stesse emozioni mi percuotono. Questo è il segno, è il segno che smettendo di legarci agli oggetti che condizionano e caratterizzano la nostra vita, possiamo tutti noi ancora una volta sentirci liberi.
I suoni spariscono, penetro nello stato di trance. La mia stanza: la vedo, l'annuso, la sento, prendo la mazza, nulla sarà come prima, nulla.
Simon Trumpet
Era stato come svegliarsi durante un sogno con la bocca asciutta e il pigiama bagnato. Un brutto sogno, di quelli da dimenticare, ma dal finale positivo e inatteso in cui ti scopri padrone di te stesso, padrone delle tue volontà, padrone di ogni tuo gesto, di ogni tuo movimento, padrone di ogni tua ferita, di ogni tua sensazione, padrone di non condividere tale esperienza con nessuno, salvo poi capire, che quella personale esperienza poteva diventare un sentimento condivisibile con tutti, qualcosa di rivoluzionario.
Ma purtroppo non tutti sono in grado di comandare e di essere padroni. Spesso molti preferiscono farsi governare, farsi sottomettere, decidono di non decidere, di non agire per paura. Si ha come la sensazione che si vada oltre una linea, un qualcosa che non si sa chi ha stabilito che non si debba superare. È come sentirsi legate delle sbarre attorno al collo, sentirsi in trappola, in gabbia. E quando ti liberi da tutto ciò, da queste catene legate al nostro cervello, nulla ha più lo stesso significato: inizi a vivere, il respiro si fa meno affannoso, le mani più sensibili, i pensieri più ragionati.
È la paura di raggiungere mondi ignoti che blocca la maggior parte di noi.
Esplorare emozioni sconosciute, raggiungere orgasmi multipli nelle tue coscienze, sono discorsi che scuotono le anime dei comuni mortali e li costringono a rimanere animali in trappola.
Io ho sempre desiderato sentirmi libero, come una foglia spinta dal vento. E ho trovato il modo per esserlo. Le cose stanno cambiando, molti lo stanno capendo, e bisogna farlo comprendere a chiunque prima che tutto questo diventi uno stupido spettacolo.
Enry per esempio, lui ancora non si rassegna. Il mio migliore amico, colui che è sempre stato presente ad ogni fase del mio sviluppo liberatorio, si è sempre incuriosito a chiedermi cosa si provasse ogni volta, ma mai che si fosse deciso a fare il passo più importante: andare oltre.
Come sono strane le persone, si accontentano di guardare.
All'inizio dubitavo anch'io che le cose potessero cambiare, non che non volessi farlo, ma se sei il primo a compiere una nuova azione non sai mai quali possono essere gli esiti. E per fortuna le conseguenze sono state positive, così positive che ora mi pagano per esibirmi; ma capiamoci, io non voglio commercializzare la cosa, voglio che si mantenga il più pura possibile. Se prendo soldi è solo per vivere e comunque molte volte percorro miglia e miglia per diffondere il mio messaggio senza che nessuno mi dia un dollaro, pagando di tasca mia la benzina, la stanza, gli specchi, i mobili, la televisione, la radio. Una volta volendo esagerare pure un giradischi del '70 comprai, con la speranza che la dimostrazione fosse più efficace con qualche vecchio LP degli Who.
Coloro che in genere decidono di investire su di me non sono le classiche multinazionali, parliamoci chiaro, nessuno avrebbe intenzione di far pubblicità ad un prodotto che va distrutto. In genere sono piccole associazioni, come per esempio quella degli animalisti. Costoro vedono di buon occhio il mio operare nella speranza che tale azione si trasformi in una maggiore sensibilizzazione verso il mondo animale da noi trucidato. Oppure abbiamo le associazioni femministe, che lottano contro l'oggettualizzazione delle donne e contro tutto ciò che ha reso la donna una schiava dell'uomo grazie all'uso degli elettrodomestici. E infine capita che si uniscono anche gruppi fanatici di qualche oscura setta che vede nell'emancipazione dell'uomo la libera presa di coscienza contro le macchine che annientano ogni funzione primaria dell'umanità. A me vanno benissimo tutti questi partner, ognuno può vedere nel mio operato la propria presa di posizione verso questo mondo subdolo e ignorante.
Ma ci sono delle zone in cui il messaggio non viene recepito, come se a queste persone avessero sostituito il cervello con un elettrodo.
Nell'estremo sud per esempio. In mezzo al deserto, alla steppa, dove nessuno vuole sponsorizzarmi, perché sono più probabili i fallimenti. Nessun esponente animalista azzarderebbe a mettere piede nella terra dei cow-boy. È li che una volta subii una delle mie delusioni totali. Di solito capita che almeno uno capisca quello che voglio comunicare, e questo è di grande soddisfazione e ti ripaga di tanto sforzo, ma quella volta la gente se ne andò quasi disprezzata.
Finisci lo spettacolo e poi arriva sempre il classico tipo timido che sembra sempre lo stesso in ogni Stato, un po' impaurito di presentarsi.
Ciao, gli dici, serve qualcosa?
Mi è piaciuto quello che hai fatto, ti risponde con le mani tremanti questo o questi, si comportano tutti allo stesso modo, e vorrei poterlo fare anch'io conclude.
Amico vivi in in paese libero, puoi fare quello che vuoi. Vai diffondi il verbo, dimostra a tutti quanti quello che si prova ad andare oltre gli schemi.
Grazie mille, ti dice inginocchiandosi.
Grazie a te di fare qualcosa per questo fottuto mondo.
Di solito capita che le cose vanno in questa maniera, per cui il fallimento è probabile quanto il successo. Ma quella volta non successe niente del genere, tutto secco come la terra di quelle sperdute ande di cazzoni contadini retrogradi.
La prima volta avevo circa quindici o sedici anni.
È nato tutto così, quasi per caso.
Era un po' un periodo del cazzo. Tutti hanno il loro periodo del cazzo. Ma il mio periodo lo aveva proprio eroso il mio cazzo. Magari avrei potuto spararmi una bella sega risolutrice, oppure fumarmi qualche canna per lesionarmi un po', insomma fare le classiche cose che si fanno in circostanze simili, e invece no.
Entrai in camera. Mi stesi sul letto. Girai il collo a 360 gradi guardandomi attorno.
Tutti quei poster, quelle stronzate attaccate ai muri, tutti quei giocattoli, quelli oggetti inutili, il canestro appeso, i libri di filastrocche, la raccolta di figurine dei giocatori di basket, le videocassette dei classici cartoni, i modellini di automobili, i lego, crearono in me uno stato di rabbia. Come per un istinto naturale il mio pugno si chiuse da solo afferrando qualcosa, e poi fu come penetrare in uno stato di trance.
E quando mi svegliai, tutto era sparito. Non esisteva più niente, tutto era stato distrutto. Un uragano era passato dentro la mia stanza. Il mio volto si rispecchiava su un frammento dello schermo della TV finito a terra.
Feci un grosso sorriso: non avevo mai visto tutti i mie denti.
Ero felice, ero libero.
Mi ero staccato da ogni cosa, da ogni ricordo, da ogni oggetto, da tutto ciò che finora mi aveva condizionato e bloccato o impedito di essere un altro.
Ma subito non me ne resi conto, ero troppo giovane, avevo fatto un passo troppo lungo.
Enry fu il primo a cui raccontai tutto, mi prese per pazzo. E io insistevo descrivendogli le sensazioni che avevo provato, cercando di trasportarlo con me in quello status, levitando in infiniti spasimi di sollevazione morale.
Ma niente, va dallo psicologo diceva. Fanculo pensavo dentro me.
Dovevo avere una conferma di quanto era accaduto. Dovevo riprovare e ritrovare le stesse sensazioni un'altra volta per assicurarmi che quello non fu solo un abbaglio, uno sbaglio, una sensazione sporadica, un effetto casuale. Inoltre volevo constatare se la cosa funzionasse anche con altri oggetti e non solo con cose legate alla mia vita, e vedere se nell'atto di distuzione potesse essere coinvolto tutto il mondo materiale e tutto ciò che ogni giorno ci fa male.
Così un pomeriggio mentre i miei genitori erano a lavoro andai in garage. Il box era grande per contenere un'auto sola e le pareti erano rivestite da scaffali dove si posava un po' di tutto: dalle scorte di cibo ai vecchi vestiti, dai libri scolastici alle cassette degli attrezzi. Mi misi lì al centro con una mazza da baseball in mano. Ci volle un attimo, fissai lo sguardo per un microsecondo su quella faccia da culo di Arold T. che pubblicizzava con la sua enorme bocca una marca di cereali. I fiocchi d'avena formarono una cascata croccante che espoldeva ad ogni colpo che rifilavo su quel brutto volto ed ad ogni altro oggetto addossato sulle mensole. Colpo su colpo tutto saltava per aria sbriciolandosi come cereali calpestati. Pochi minuti ci vollero per completare l'opera. Ancora una volta essa si dimostrava nella sua più magnifica bellezza, ed ogni cosa ora giaceva distrutta e privata di ogni originario significato.
No, non era stato un unico stato di follia, questa, questa era la soluzione a tutto, la soluzione alla nostra vita legata ad ogni oggetto inutile che ci vendono, che ci fanno adorare, che ci fanno acquistare. Un nuovo verbo era nato quel giorno.
Mai prima d'ora la parola libertà aveva acquisito un significato così intenso da sormontare ogni ipotesi realizzativa tramite la democrazia.
Avevo avuto quindi la mia conferma. Dovevo convincere ora qualcun altro. Pensai ancora a Enry. Sulle mie parole era stato scettico, ma forse partecipando ad un evento simile avrebbe capito. Si, di certo lui sarebbe stato un ottimo banco di prova. L'elemento giusto a cui dimostrare la caduta di ogni convinzione su questo schifo di mondo.
Ora che la mia camera e il mio garage non avevano più niente di utile da distruggere dovevo trovare un altro luogo disponibile a contenere la verità.
Feci un giro per la zona industriale, qua e là emergevano vecchi capannoni deserti e abbandonati da lungo tempo. Perquisii ogni interno di questi vecchi edifici di cemento fino a trovare quello adatto per me. Si trattava di una carrozzeria dismessa. Dentro essa trovai il materiale adatto: porte, sedili, cofani, stocche d'auto, parabrezzi, parafanghi. Disposi il materiale a circonferenza senza però un ordine preciso poi andai a chiamare Enry. Era ormai sera e il buio iniziava ad illuminare le strade. Enry non era molto felice di muoversi per vedere qualcosa che ritenava una pura cazzata. Un po' mi stavo lasciando convincere dalla sua ostilità, perchè finora non avevo mai fatto quella cosa di fronte ad un pubblico. Ero teso pure io. Lungo il tragitto non dissi niente, cercavo di concentrarmi. Ripensavo e ripensavo a quello che era successo a casa mia, allo stato di trance che mi sparava in azioni incomprensibili a prima vista ma liberatorie. Dissi a Enry di tenersi abbastanza lontano e gli fornii un paio di occhiali per protezione. Non sapevo fin dove i detriti sarebbero schizzati e non sapevo quando e dove mi sarei fermato.
Enry si allontanò, disse che se volevo potevo anche evitare tutto quello, che non dovevo dimostrargli niente, era mio amico comunque. Rimasi in silenzio, feci un bel respiro profondo, strinsi per bene la mazza, chiusi per un attimo gli occhi e poi vidi, vidi benissimo quello stemma, quel marchio automobilistico su quella vecchia scocca di chi sa quale macchima. E i vetri si infransero, i pezzi si staccarono, i cofani si bollarono, Enry ebbe quasi paura. Il miracolo si compì ancora, ma ormai non era più una realtà virtuale ma un dato di fatto. Non rimase quasi più nulla, ero esausto.
A passo lento e ancora con la mascherina Enry si avvicinò.
Tutto bene? Disse.
Certo che sto benissimo! Guarda! Hai visto? Funziona! Enry questo è incredibile, è una liberazione, è una cosa che noi umani abbiamo nel nostro DNA, è una cosa primordiale che ci è sempre stata nascosta, occultata, mascherata, ma ora io l'ho riscoperta!
Scoperto cosa, scusa? Rispose lui.
Ma non capisci? Munisci una persona normale come me di una mazza e circondalo di qualsiasi oggetto che abbia a che fare con la sua vita, con il suo mondo, con ciò con cui entra in contatto quotidianamente e poi che succede? Cade in una sorta di stato paranormale in cui si libera di tutto con il semplice atto distruttivo verso queste catene che lo addossano. È straordinario!
Si ma questo è ciò che avverti te, io non ho avertito niente, anzi mi sei sembrato un pazzo teppista che si diverte a picchiare ogni cosa che gli capita davanti. Però se devo essere obbiettivo mi pari felice, sollevato, ed è questo che non comprendo.
Esatto! La cosa magnifica che dopo ti senti rinato. È questa la cosa straordinaria. È come aver avuto la visione di Dio, di aver avuto un rapporto spirituale che coinvolge te e la tua anima. Avanti prova anche tu!
No, non importa, sono contento per te e anzi sai, ti credo perché da quando mi racconti di questi eventi sei cambiato, sei felice e mi fa piacere, però io non credo in nessuna modificazione e poi a me vanno bene così come stanno le cose.
Ero un po' deluso, la mia dimostrazione era stata un fallimento. Se non riuscivo a coinvolgere un mio conoscente figuriamoci un estraneo. Chissà come avrebbero reaggito altre persone comuni. Decisi di preservare la cosa solo per me, non volevo rischiare altre figuracce. Avevo in mano la più grande scoperta di sempre, ma dopo aver fallito con Enry ritenevo che la cosa fosse importante solo per me e non per l'intera umanità.
Passò del tempo, raggiunsi e superai la maggiore età. Io ero cambiato, molto cambiato. La liberazione non si era solo rivelata nell'atto pratico ma anche nella mia testa, nella mia coscienza. Smisi di guardare la TV, evitavo ogni oggetto di marca, iniziai a mangiare cibi biologici, ridussi il consumo di carne, non andai più a votare, non credevo più a nessuna notizia letta sui giornali. Mi opponevo a tutto quello a cui normalmente le persone non si oppongono, per questo ero diverso. Talmente diverso che mi sentii solo.
Ma io continuavo. Mi chiudevo in qualche luogo abbandonato, in qualche abitazione in costruzione, riunivo un po' di cianfrusaglie raccolte per strada o in casa e mazza in mano colpivo, spaccavo, massacravo, quei marchi, quei prodotti, quella cultura di massa, quegli organi inquinanti, quegli obblighi, quei veleni, quei codici.
Avevo ormai distrutto ogni simbolo, ogni immagine, avevo eliminato tutto. Ero puro.
Intatto come appena nato. Di nuovo alla fonte a battezzarmi, a bagnarmi la fronte. Che l'acqua ritorni acqua, che i pesci ritornino pesci, che il vino diventi vino.
Enry stava sempre lì a vedermi quando poteva.
Avanti gli dicevo, prova anche tu, devo sapere se funziona anche sugli altri, se anche gli altri facendolo provano i mie stessi stati d'animo.
Si limitava solo a farmi domande curiose e basta, non gli interessava continuava a dirmi.
Lui era l'unico che sapeva della mia attività, non ne parlai mai a nessuno, ma comunque la cosa cominciò a diventare abbastanza pericolosa per le voci che si diffusero in città circa un vandalo che distruggeva ogni cosa nei vecchi capannoni abbandonati. Sempre più spesso iniziai a trovare gli edifici chiusi o controllati da cani. Ci fu un breve periodo di crisi, non avevo più luoghi dove liberarmi. Divenni nervoso e così decisi, visto che non potevo più rovinare oggetti inutili, di recarmi nelle industrie in attività per distruggere ogni macchinario, ogni attrezzo della nostra schiavitù, ogni mezzo meccanico, ogni automa. Ora rischiavo grosso. Era la prima volta che causavo danni volontari a qualcosa che non mi apparteneva, ma rovinare quei robot creava nuove sensazioni, diverse, particolari, più sensibli al lato umano della vendetta, della riscossa, del riconoscersi essere vivente.
Alla terza volta smisi. Pensai a come sfogarmi senza rischi. Affittai un garage, un piccolo box, era la cosa giusta da fare. Lo arredavo di volta in volta con oggetti differenti, rubavo nelle discariche vecchi televisori, frigoriferi, caldaie, piastrelle, stendini, potevo aprire una società per demolizioni, riducevo tutto in brandelli. Passai dall'uso della mazza a quello di una motosega fino all'ascia dei pompieri rubata a scuola. Tutto questo fu una fase di un'evoluzione continua, una maturazione esterna e interna che mi portò fino al massimo estremo delle mie potenzialità: l'utilizzo delle mani nude.
Piegavo, contorcevo, la latta degli elettrodomestici, tiravo pugni ai lampadari sospesi, stringevo forte calici da vino fino a sbriciolarli, poi saltavo contro specchi messi in piedi e lanciavo sedie di plastica contro stufe a legna. Strappavo i cuscini del divano e piegavo i cerchi della bici facendo risuonare il campanello. Il sangue pioveva sopra la mia testa e come un animale danzante macchiavo le mie prede sintetiche e le sporcavo di rosso, le assalivo con rabbia morsicando i cavi dei loro motorini elettrici e scaricavo con forza ogni mia pulsione interna. Il freon e l'ammoniaca si spandevano a terra insieme al mio liquido vitale. La bestia che c'era in me osservava furente a battiti elevati l'assassinio di quegli oggetti inutili. Tremolanti, abbattuti, pestai l'ultimo neon rimasto integro. La bava scendeva dalla mia bocca aperta, la mia maglia si era strappata e il mio corpo mostrava tagli ovunque.
Questo era l'estremo.
Fu la prima e ultima volta che mi spinsi oltre ogni limite fino ad arrivare, ad essere un animale in cerca di sangue e vittime urlanti cariche di pietà.
Compresi che ogni tanto bisognava rilassarsi. Così una volta disposi dei barattoli d'alluminio e di vetro uno sopra l'altro fino a formare una piramide, divertendomi a colpire questi vasetti con una pallina. Le lattine s'incurvavano mostrandomi i lati opposti delle loro facce mentre le bottiglie formavano crepe diramanti a goccie di lacrime. Era una sorta d'allenamento per la mia mira. Un'altra volta invece gremii il box con centinaia di bottigliette di plastica riempite d'acqua e distesi tanti sacchetti della spesa aperti. Creai una sorta di piscina dove galleggiare avvolto da una matassa di polietilene. Mi immergevo per risalire sentendo lo strofinarsi delle bottigliette calpestate. Con l'acqua facevo dei gargarismi spruzzando i recipienti contro il muro. Qualche pesce emergeva da sotto le maglie dei sacchetti e io staccavo loro la testa a morsi, finché decisi che quell'idillio doveva finire. La liberazione consiste nel non esprimere attaccamento alle cose, così estrassi il coltello dal foderino che avevo appeso alla cintura e bucai, bucai in fondo al cuore di queste millesimali particelle di H2O fino a farle sgorgare come spruzzi di balena. E tutto divenne bagnato e tutto si sgonfiò come palloncini senz'aria. Fontanelle sempre meno fluenti fuoriuscivano dai fori praticati alle bottiglie che ora si afflosciavano stancamente povere di vita.
L'ennesima forma di liberazione sottoforma di gioco divertente.
Arrivai perfino a concepire l'inutilità dell'auto, salvo poi capire che era l'unico mezzo che avevo per diffondere il verbo. Comunque all'epoca niente aveva un importanza tale da sopravvivere al mio desiderio. Portai la mia macchina all'interno del garage. Occupava l'intero spazio esistente. Giravo attorno a quella sagoma, indeciso su come agire, come un leone che osserva da lontano la sua colazione prima di correre per sbranarla. Poi mi venne fame: tirai un calcio allo specchietto laterale, ma non si staccò del tutto, rimase penzolante. Con un salto salii sul cofano passando sopra il parabrezza che si crepò con un lungo taglio dall'andamento verticale. La cappotta si piegò in una fossetta interna. Scesi e presi il piccone da miniera e sparai una serie di colpi su ogni lato dell'auto. I cerchioni delle ruote si staccarono e poi me la presi con i sedili e l'autoradio che ebbe una reazione di autoaccensione appena colpita. Botte ricoprivano il telaio ormai non più distinguibile con l'originario. Alzai il cofano e picchettai il motore. Il rumore era duro, assordante, come se stessi colpendo una roccia. Ci fu un sibilo, una sbuffata di vapore e del liquido iniziò a scendere da sotto la macchina. Un aspro odore di gasolio si espanse nell'aria e decisi di completare l'opera gettando l'accendino a benzina su quel liquido che sgorgava come pipì. In un attimo le fiamme, le fiamme liberatore che rendono tutto cenere, scoppiarono e ogni cosa divenne rossa. Un acre fumo si estese. Corsi fuori dal box e afferrai l'estintore di sicurezza e cercai di spegnere l'incendio. Fu allora che un uomo di un altro garage si accorse dell'accaduto dandomi una mano a spegnere il rogo. Di fronte all'evidenza dovetti raccontare tutto a Jefri, come se ormai frustrato di tenermi dentro quel segreto avessi avuto la necessità in quel momento di liberarmi ancora una volta di qualcosa.
E spiegai, come quando ad un bimbo si racconta una favola, quello che avevo vissuto negli ultimi anni compiendo gesti contro ogni simbolo imposto.
E Jefri ascoltava, ascoltava assolto e interessato finché, mentre ancora il motore della mia auto spifferava i restanti fumi neri, disse che voleva provare la stessa cosa nel suo garage. Le mie parole lo avevano affascinato e quest'uomo sulla quarantina, di cui non conoscevo nulla, volle provare; per la prima volta potevo avere una conferma delle potenzialità di tale gesto. Chiusi nel suo box Jefri sfogò, scappò, evase: da ogni sua antica emozione, da ogni cupezza nella società, da anni chiuso in fabbrica, dal mutuo per la casa, dalla marca di sigarette, dal consumo di cibi in scatola, dal TG delle 20.00, dalla caldaia che non funziona, dalla calcolatrice scarica, dalle ricariche del cellulare, dal pieno dell'auto, dalla politica, dal pago con la carta, dalla raccolta punti, dal 3x2, dai grandi magazzini, dalla carta igienica, dal giornale gratis in stazione, dai biglietti, dalle partite alla TV, dal divano scucito, dal computer col virus, dalle domeniche in famiglia, dalla messe di Natale, dall'invasione degli alieni, dallo sbarco sulla luna, dalle guerre umanitarie, dai quattro in matematica, dalla spazzatura, dai soldi per vivere.
Quest'uomo più colpiva e più rideva e io telespettore attonito mi rendevo conto che funzionava. Un nuovo prodotto stava per sbarcare sui mercati mondiali. L'economia mondiale poteva tremare freddo: la fine di ogni azione era pronta per essere servita, prego favoritene abbondantemente umani. Data di scandenza 00.00.00.
Jefri mi ringraziò, mi strinse la mano, piangeva. Commosso, vide la sua vita passargli davanti, ma solo in quel momento si rese conto di ciò che egli era, che noi siamo.
A terra, stremato, mi disse vai, che aspetti. Tutti devono conoscere, capire il significato dell'esistenza, il motivo per cui nasciamo e delle maschere che ci hanno per secoli nascosto la verità di essere umani. Il verbo ripeteva, il verbo che tutti noi dovremmo usare, diffondilo.
E io presi fiducia, la prima prova era stata superata. Avevo avuto la benedizione da Jefri. Adesso sarei passato a dimostrazioni più efficaci.
Diedi appuntamento, una domenica pomeriggio, a cinque vecchi amici e a Enry nel mio garage. Per l'occasione riunii un po' di materiale classico: un televisore, una bandiera nazionale, dei poster di gente famosa, alcuni libri, un frigo, qualche specchio, alcune delle bibite più consumate, dei segnali autostradali, il monitor di un computer obsoleto, alcune pentole e attrezzi da cucina vari, una panchina e uno stendino. Misi tutto lì in cerchio, come sempre. Feci un breve discorso introduttivo, cautelandoli dal fatto che non avrebbero capito e che comunque dovevano solo guardare, interpretare e poi provare. E incomicia senza timori. Pochi minuti ci vollero, come sempre. Mi volsi verso gli altri, mi osservavano immobili. Con questo è tutto, conclusi.
Qualche giorno dopo venne Mett a casa mia. Mi raccontò che, insomma, balbettava, che aveva fatto una cosa pure lui simile alla mia, aveva distrutto tutto a casa sua, compreso suo padre. Si mise a piangere, aveva aspettavo anni, poi vedendo me ebbe la risposta a quello che doveva fare. Si sentiva benissimo adesso, era felice, non aveva mai provato nulla di simile, continuava a ripetermi.
Vai gli risposi, porta la tua testimonianza ad altri, ai tuoi amici, a gente sconosciuta, raccontagli, dimostragli gli effetti benefici della liberazione dalle cose che più ci legano. Dai loro la possibiltà di un cambiamento, di una rivoluzione, renditi partecipe pure te della metamorfosi. Ho bisogno di persone che credano in questo.
Così passo dopo passo, persona dopo persona la voce si espanse. Le mie esibizioni divennero sempre più organizzate. Per un po' di tempo continuai nel mio garage, richiamando gli abitanti del luogo: dai ragazzi del liceo, ai padri di famiglia. Il tutto avveniva solo con la circolazione delle parole, niente volantini, niente pubblicità. Assistevano sempre un massimo di venti persone alle dimostrazioni, ma quello che mi piaceva era che i volti erano di volta in volta nuovi. Qualcuno si offrì come aiutante nel recupero dei materiali. Addirittura fecero un articolo sul giornalino della città: "Ragazzo fonda una nuova rivoluzione", era il titolo recato sulla carta.
Dopo un po' iniziai a spostarmi nelle città vicine. Affittavo una camera, richiamavo l'attenzione delle persone che sembravano più in difficoltà, facevo provare loro quella sensazione e uscivano col solo intento di diffondere il verbo. Certo non è che il 100% recepiva il messaggio, la percentuale rimaneva bassa, ma quello che importava era che almeno qualcuno capisse. Viaggiavo da est a ovest, da nord a sud, stavo via qualche settimana col camper e qualche sostenitore, percorrevo ogni miglio possibile, fino a dove potevo. I contatti si aprirono, numerosi seguaci ci attendevano sempre più numerosi nelle parti più remote del paese. Arrivarono poi le sponsorizzazioni delle associazioni che resero più semplice il sostentamento alla nostra attività. Ma non tutto era rose e fiori. Alcuni politici in certe contee vietarono le mie esibizioni, in altri luoghi fui attaccato e in altre come nel sud non mi dava ascolto nessuno.
È sempre difficile lottare contro le quotidiane abitudini delle persone e solo in pochi sono disposti a credere che esista un altro modo per vivere.
Ma che importa, io ho continuato. Non mi sono fermato di fronte alle migliaia di rifiuti che ho accumulato in ogni posto in cui sono stato. Ho proseguito sicuro che un giorno tutti capiranno che niente ti obbliga a essere quello che la società scrive sull'agenda della tua vita. Sono sicuro che un giorno avrò ragione e che in molti si renderanno conto di aver sbagliato a non considerare seriamente la nostra sottomissione ai simboli, al materialismo, alla cronaca quotidiana, alle bugie dei governi, all'affarismo economico, ai nostri stessi sentimenti.
Io sono qui a testimoniare come le catene possono essere spezzate e rese innoqui filamenti a cui aggrappare ricordi di un epoca a cui l'uomo non ha più da rivolgersi.
Oggi sono qua, in questa enorme arena davanti a migliaia di persone che credono in un futuro migliore. Le urla crescono, i flash sempre più luminosi.
Sono io contro tutto.
Come la prima volta le stesse emozioni mi percuotono. Questo è il segno, è il segno che smettendo di legarci agli oggetti che condizionano e caratterizzano la nostra vita, possiamo tutti noi ancora una volta sentirci liberi.
I suoni spariscono, penetro nello stato di trance. La mia stanza: la vedo, l'annuso, la sento, prendo la mazza, nulla sarà come prima, nulla.
Simon Trumpet
giovedì 5 novembre 2009
SEI FINTA MA VIVA
Forse non ci vedremo mai, ma che importa.
Ci siamo conosciuti su internet, un luogo come un altro. Ricordo tutto di te.
Ho vissuto la tua infanzia come un padre, e ti ho vista mutare da bimba a donna grazie a tutte quelle foto che ti ritraggono da quando eri piccina fino all'ultimo carnevale. Contatti con te gli ho ogni giorno, ogni minuto, basta che mi connetta senza che tu lo sappia, senza che tu mi dica va bene. Rapporti posso stabilirne a centinaia, unisco attorno a me ogni tuo conoscente fino a formare la tua fisionomia caratteriale. Per video sei sempre sorridente e simpatica ed è così che ti voglio. Non consumo nemmeno denaro per le chiamate, i messaggi, le cene, così è molto più ricettivo, immediato, veloce, facile. Il sesso non mi manca, in tutte quelle tue pose non serve nemmeno che ti spogli, faccio tutto io.
Ed è così che navigo tra mille e mille fantasie, tra cavi che si intrecciano e linee che si intasano. Non scarico e dormo senza te, non ciatto e parlo senza te, non collego e imparo senza te.
Quanti bei momenti assieme, i natali, i compleanni, le domeniche, io di qua e tu di là dello schermo, in perfetta distanza, senza che ogniuno invada gli spazi altrui. E' bello sapere sempre a quali eventi parteciperai, è bello sapere sempre dove vai. Imparo i tuoi gusti con un semplice click e mi adeguo a te per non disturbarti, per non fare un brutto commento che possa rovinare il nostro etico rapporto.
E mi muovo fra circuiti sensoriali in cerca di una materia di plastica che sappia dare un senso ai miei sensi, che sappia darmi un'emozione, che sappia darmi una vera consolazione, che possa rendermi qualcuno in questa rete che ci cattura e ci rende pc complessi.
Quanta musica ascolti, vieni visita il mio blog, il mio clog, il mio svog, assimilami come un concetto, come un sistema binario. Io uno tu due, oppure tu uno e io due, o entrambi uno, x y, che scrivi?
Informazioni scambiamo ogni giorno, e una volta si usavano le lettere, poi gli sms, ora esiste msn e un cuore finto per dire ti amo. Tvb perchè ti voglio bene occupa troppo spazio su queste finte pagine. Lo scriverei su tutti i link del mondo tvb, tvb, tvb, salvo poi scambiarmi per una spam. Ricordi come una volta con un bacio si prendeva la mononucleosi e ora con un bacio magnetico rischi un virus? Quante insidie su questo web e poi tutti questi visitatori che ci osservano, che vogliono essere amici, che fanno i simpaticoni con te e poi s'amazzano di seghe sulla tele. No, noi siamo diversi, il destino ci ha uniti, due nickname così simili ci hanno fatto conoscere.
E così sei un pixel nel mio cuore, sei un soffio nel mio cuore, sei una pila per il mio cuore, sei un cancro per il mio cuore, sei una mail per il mio cuore, sei una ram per il mio cuore, sei una mela per il mio cuore; ed è così che noi cresciamo, ed così che i nostri rapporti non mutano, ed è così che rimaniamo uguali e distanti, ed è così che ti catturo via cavo, ed è così che satellite mio ti osservo, ed è così che mio screen saver ti imposto su sfondo colorato.
In fondo sei sempre li e non importa cosa tu sia, perchè so che sei finta ma viva.
Simon Trumpet
Ci siamo conosciuti su internet, un luogo come un altro. Ricordo tutto di te.
Ho vissuto la tua infanzia come un padre, e ti ho vista mutare da bimba a donna grazie a tutte quelle foto che ti ritraggono da quando eri piccina fino all'ultimo carnevale. Contatti con te gli ho ogni giorno, ogni minuto, basta che mi connetta senza che tu lo sappia, senza che tu mi dica va bene. Rapporti posso stabilirne a centinaia, unisco attorno a me ogni tuo conoscente fino a formare la tua fisionomia caratteriale. Per video sei sempre sorridente e simpatica ed è così che ti voglio. Non consumo nemmeno denaro per le chiamate, i messaggi, le cene, così è molto più ricettivo, immediato, veloce, facile. Il sesso non mi manca, in tutte quelle tue pose non serve nemmeno che ti spogli, faccio tutto io.
Ed è così che navigo tra mille e mille fantasie, tra cavi che si intrecciano e linee che si intasano. Non scarico e dormo senza te, non ciatto e parlo senza te, non collego e imparo senza te.
Quanti bei momenti assieme, i natali, i compleanni, le domeniche, io di qua e tu di là dello schermo, in perfetta distanza, senza che ogniuno invada gli spazi altrui. E' bello sapere sempre a quali eventi parteciperai, è bello sapere sempre dove vai. Imparo i tuoi gusti con un semplice click e mi adeguo a te per non disturbarti, per non fare un brutto commento che possa rovinare il nostro etico rapporto.
E mi muovo fra circuiti sensoriali in cerca di una materia di plastica che sappia dare un senso ai miei sensi, che sappia darmi un'emozione, che sappia darmi una vera consolazione, che possa rendermi qualcuno in questa rete che ci cattura e ci rende pc complessi.
Quanta musica ascolti, vieni visita il mio blog, il mio clog, il mio svog, assimilami come un concetto, come un sistema binario. Io uno tu due, oppure tu uno e io due, o entrambi uno, x y, che scrivi?
Informazioni scambiamo ogni giorno, e una volta si usavano le lettere, poi gli sms, ora esiste msn e un cuore finto per dire ti amo. Tvb perchè ti voglio bene occupa troppo spazio su queste finte pagine. Lo scriverei su tutti i link del mondo tvb, tvb, tvb, salvo poi scambiarmi per una spam. Ricordi come una volta con un bacio si prendeva la mononucleosi e ora con un bacio magnetico rischi un virus? Quante insidie su questo web e poi tutti questi visitatori che ci osservano, che vogliono essere amici, che fanno i simpaticoni con te e poi s'amazzano di seghe sulla tele. No, noi siamo diversi, il destino ci ha uniti, due nickname così simili ci hanno fatto conoscere.
E così sei un pixel nel mio cuore, sei un soffio nel mio cuore, sei una pila per il mio cuore, sei un cancro per il mio cuore, sei una mail per il mio cuore, sei una ram per il mio cuore, sei una mela per il mio cuore; ed è così che noi cresciamo, ed così che i nostri rapporti non mutano, ed è così che rimaniamo uguali e distanti, ed è così che ti catturo via cavo, ed è così che satellite mio ti osservo, ed è così che mio screen saver ti imposto su sfondo colorato.
In fondo sei sempre li e non importa cosa tu sia, perchè so che sei finta ma viva.
Simon Trumpet
martedì 27 ottobre 2009
FAMIGLIA DI PLASTICA
Poteva ritenersi fortunata, ben sei mesi di servizio con due cambi di stagione. Non era minimamente mutata in tutto questo tempo, Nemi. I suoi lunghi capelli neri scendevano lungo i semicerchi delle sue guancie andando a formare semicurve all'altezza delle dritte spalle. Gli occhi erano rimasti fissi nella stessa direzione a scrutare ogni cosa che si muovesse nel mondo di fuori. Mondo che a lei non era mai stato concesso di sfiorare, nemmeno tramite il vetro freddo. La bocca socchiusa a forma di cuore aveva perso un po' di smalto, come il rosso delle sue lunghe unghie parte terminale di mani così affusolate da sembrare capillari sottili sottili. Mani morbide da suonatrice di piano che soffiano su tasti bianchi e neri come foglie autunnali che volano leggere leggere e secche di morte. Il busto era un giovane arbusto che si rammificava allungando le sue gambe e snervandole i muscoli in dolci ripiani dove l'acqua della pioggia poteva scivolare via verso le radici dei suoi piedi.
Ora, anche per lei era giunto quel momento che tutti noi attendiamo per un' intera vita.
Erano iniziati i saldi.
Non ci fu una musica solenne ad accompagnarla. Non ci furono petali di rose rosse nel giardino dell'Eden che lievi si poggiano verso il vento. Non ci furono lacrime e abiti neri. Non ci furono colombe bianche colpite al cuore ma solo un semplice fazzoletto con cui le fu tolto ogni segno di sorriso dalla bocca.
Serviva per servire un nuovo servo, qualcuno di fresco; si è vecchi a vent'anni, giovani a dieci, anziani al primo figlio.
Nemi fu messa a giacere seminuda nel ripostiglio in compagnia dei suoi simili.
Li, in quella stanza, venivano stipate quelle e quelli come lei, a fine carriera lavorativa e pronte per la raccolta differenziata. Un po' come in un ospizio, dove nonni e nonni vengono chiusi in stanzine in attesa che si decompongano. E tu dolce e caro nipote, amico, figlio, osservi attraverso una finestra i passaggi del degrado della loro pelle: ora rugosa, poi consumata, dopo lercia.
Ma ce sempre qualcuno che non ti dimentica e ti ammira per quello che sei, e non importa se è di plastica, di metallo, o d'argento la tua sensibilità.
Costui per Nemi era Iron.
Era lui che si prese cura delle sue parti in pensione, facendo il possibile per restituirle vitalità e bellezza di un tempo.
La bellezza detta anche "lo strumento" da coloro di quell'ambiente, un concetto però estendibile all'intera razza umana. Strumento di misurazione, di classificazione, di categorizzazione che stabilisce il grado d'apprezzamento degli altri verso di te e di conseguenza la tua fama, il tuo successo, la tua visibilità, la tua carriera in quel mondo d'alta moda in cui questo era l'unico sentimento di valore consentito.
Il ripostiglio era al buio, non c'erano finestre e quel poco di luce che entrava filtrava da sotto la porta. Ogni volta che qualcuno metteva piedi li dentro una nuvola di polvere s' inalzava creando l'effetto della nebbia. Un luogo dimenticato dove addossare gli addobbi natalizi o per farsi una santa scopata fra colleghi.
Iron ricordava quando Nemi splendeva su quella vetrina affacciata alla strada del corso, illuminata notte e giorno da piccoli faretti posti sopra la sua testa e sotto ai suoi piedi. Sicuramente lei era la più bella delle colleghe e non per niente si trovava al centro dell'allestimento. Quella pelle scura in polistirene così liscia avvolgevano i suoi sensi come una colata di cioccolata calda e dolce da renderlo così sensibile ad assaggiare quel corpo.
Indossava per la sua ultima stagione estiva una gonnellina verde acqua stretta in vita che andava allargandosi all'altezza delle ginocchia, dove terminava. Calze bianche con dei pizzi a forma di fiori si estendevano lungo le gambe e una maglietta a maniche corte con strisce azzurre-bianche avvolgeva il suo corpo. Infine il suo piccolo seno era coperto da un misero reggiseno che non assicurava nessun calore a quel petto.
Gli abiti che ricoprivano i manichini spesso avevano imperfezioni e si allargavano stando sempre appoggiati su quelle ossa finte, ed era per questo non venivano mai venduti, ma per Nemi non ci fu nessuna pietà, nessuna compassione.
Come ogni Lunedì mattina a Iron toccò il turno di riposo, ma mai si sarebbe aspettato nulla di simile al suo ritorno. Felice e contento di un lavoro che solo ora aveva iniziato ad avere un significato ebbe uno stato di malessere quando vide che quei faretti nella vetrina non illuminavano più niente. Corse dentro il negozio in uno stato quasi di delirio col cuore che batteva a mille in cerca di Nemi e la vide là nel ripostiglio in piedi come una vecchia scopa. Con le mani si coprì il seno: le erano rimaste sole le mutande. Era tutto ciò che restava della fortunata stagione estiva. Quello che indossava fu venduto ad una ragazzina che voleva osservare da vicino quella bellezza nuda e umiliata, con l'odio d' invidia che si genera dai modelli televisivi basati sul fisico e non sull' intelligenza, a cui questa bambina voleva assomigliare.
E' così strano credere come un abito possa vivere con chi lo usa.
Una goccia cadde dalle guancie di Iron.
Ma Nemi era ancora viva, nuda ma viva. Forse a causa del suo splendore fu semplicemente appoggiata al muro da quei carnefici, mentre le altre ragazze della vetrina furono gettate come sacchi della spazzatura e ora giacevano morenti fra gli addobbi e le scatole di Natale. Per loro non ci fu niente da fare, era arrivato tardi.
Dispiaciuto per l'accaduto, il giorno seguente Iron si recò a lavoro in anticipo di dieci minuti per rivestire Nemi con alcuni abiti indossati dalla madre quando era in giovane età. Erano un po' fuori moda ma almeno l' umiliazione della donna sarebbe finita. Nemi assunse un' espressione sollevata; non doveva aver passato una bella notte.
Ma lei non era la prima a essere salvata. Anche Mr Mi, Am e Siria subirono sorti simili e anche allora, Iron si era preso cura di loro sottraendogli ad una morte certa. Siria sopratutto doveva ritenersi una miracolata, perchè era stata ricomposta dopo una serie di botte subite da un commesso violento. Ci vollero tutte le pause di una settimana lavorativa per ricomporle i pezzi. Non sempre però Iron riusciva a sistemare tutti gli arti ai manichini feriti. Capitava che nella caduta che subivano, come sorta di omicidio vendicativo da parte di chi doveva vestirle per mesi, si perdevano o spezzavano le viti interne che reggono lo scheletro di plastica e infatti il pavimento risultava essere un cimitero di braccia, gambe e teste senza nome. Inoltre c'era qualcuno che si divertiva a rubare una tetta, un piede, un busto, chissà per quale scopo, rendendo spesso gli interventi impraticabili se non impossibili.
Iron non si demoralizzava, anzì, aveva già pensato di sostituire le braccia mancanti alla povera Kila con due attaccapanni, mentre per le gambe di Steve voleva usare uno di quei appendi abiti con le rotelline.
Avrebbe fatto di tutto per loro, per la sua famiglia, la sua famiglia di plastica.
Durante le pause pranzo, invece di recarsi al bar o di stare in compagnia con i colleghi, preferiva trascorrere il tempo nello sgabuzzino. Si sedeva tra di loro, ricuciva una maglietta sfibrata, stringeva un foulard attorno al collo di una delle signore, o scambiava piccoli pareri sui nuovi arrivi. Nemi spesso stava in silenzio, si poteva intravedere da quei suoi occhi scuri una timidezza fine a se stessa.
Ma la situazione non era facile: i suoi colleghi sapevano tutto su Iron e malvedevano quei suoi comportamenti familiari con i manichini, quasi invidiosi della sue donne.
Un giorno entrando nella stanza trovò Isma, un ragazzo che lavorava li da pochi mesi, seduto sopra Am. Notò chiaramente il membro del collega uscire dalla zip mentre la ragazza aveva i jeans abbassati e una cintura stretta attorno al collo.
Rimase scioccato, più della stessa Am.
Non poteva crederci. Isma scappò recuperando la cintura. Non ebbe la forza di urlare e picchiarlo. Ripulì il viso della donna sporco di saliva e altro rimanendo in silenzio.
Uno stupro davanti ai suoi occhi. Avevano violato qualcosa che lui aveva creato col suo amore. Strinse attorno a sè la sua famiglia e bagnò con le sue lacrime le teste perfette di quelle figure indifese.
Era impotente davanti a questa situazione, non poteva recarsi dal direttore a raccontare dell'accaduto, l'avrebbe licenziato se fosse venuto a sapere che manteneva in vita dei manichini. Aveva paura ora, non sapeva cosa fare, non poteva contare su nessuno a difesa di chi amava e sapeva che quello era solo l'inizio, perchè gli altri avrebbero approffitato della situazione.
Tornato a casa quella sera fu sovrastato da un senso di vuoto. L'incolumità di persone innocenti era stata violata. E' questo quello che fanno gli uomini: rovinano la serenità di altri individui per divertimento, per piacere, per amore. E' questo che fa l'uomo: distrugge per avere, rovina per rinascere, sconvolge per maturare, amazza per generare.
Passò un po' di tempo, la situazione ritornò alla normalità. Iron dimenticò quello che era successo e riprese a respirare. A volte la troppa sicurezza e la troppa fiducia ci inducono a non pensare, a non considerare, a non temere il nemico. Era stato ingenuo, lo sapeva, se solo avesse avuto le chiavi di quella stanza, ma ora il peggio sembrava passato, anche l'odio andava svanendo.
Poi un Lunedì pomeriggio la paura ritornò.
Iron arrivò a lavoro ansioso di vedere la sua famiglia dopo il week-end, aveva con sè una scatola di cioccolatini fatti da lui il giorno prima. Elegante con tanto di cravatta sopra la camicia bianca entrò sorridendo nello stanzino. Appena aprì la porta i suoi occhi però si strinsero. Lasciò la scatola che cadde a terra. I cioccolatini iniziarono con movimenti circolari a correre lungo tutta la stanza. Stava per urlare ma si trattenne. Nemi, Mr Mi, Am e Siria erano legati e imbavagliati. I loro corpi erano immobili e freddi come se fossero morti. Le donne erano nude con le gambe aperte. Spuntavano braccia amputate di altri manichini dalle loro vagine, mentre Mr Mi era piegato in avanti con ancora delle macchioline nell'area anale.
Ebbe una fitta dolorosa. Si sentì male come se il cuore gli stesse bloccando la gola. L'aria iniziò a mancargli mentre i suoi occhi si facevano grossi e gonfi in cerca d'ossigeno. Si inginocchiò per gli sforzi di vomito che prepotenti risalivano dallo stomaco. Tossì forte un paio di volte, sputando sul pavimento un liquido verde. Non aveva mai visto una scena così schifosa. Avebbe voluto castrare quei vili maiali in quel momento.
Povere le sue creature, pensava, era esterefatto.
Ripulì con uno straccio quei corpi freddi, li rivestì e raccolse i cioccolatini buttandoli nel cestino. Poi corse in bagno per sciacquarsi la faccia e sistemarsi.
Come si poteva fare una tale violenza nei confronti di donne indifese?
Ancora una volta i suoi sentimenti erano stati violati.
Stupri di massa tenuti a tacere come capita ogni giorno a migliaia di donne nel mondo, e ora, pure lui si sentiva una di queste vittime del cazzo.
Doveva reagire. Capì che l'unico modo per proteggere la sua famiglia da quei maniaci, fosse quello di rendere quelle modelle delle persone normali.
Regalò a Nemi un maglione viola e sostituì la gonna della madre con dei semplici jeans. Così fece con gli altri. Coprì le loro pelli con abiti che non potessero attirare l'attenzione di nessuno. Levò il trucco da quelle guancie facendo apparire lievi forme di acne, mentre a Mr Mi lasciò crescere un po' di barba. Spettinò i loro capelli e poi con uno specchio mostrò loro quel viso naturale da troppo tempo nascosto.
Ora erano persone normali, senza fama, senza gloria, disontossicate dalle mille attenzioni che genera ciò che è bello, che genera ciò che è scopabile.
Si strinsero attorno ad Iron, volevano dirgli grazie ma la loro voce era stroncata dalla commozione.
Iron ebbe ragione, solo pochi sanno vedere al di là della bellezza fisica.
Nessuno mise più piede dentro il ripostiglio. Ora l'attenzione dei suoi colleghi era rivolta ai quattro fusti sistemati per la vetrina dei saldi. Iron ne approfittò per ordinare lo stanzino. Raggruppò gli arti rovinati e le parti mancanti dentro dei scatoloni da consegnare a chi cercasse qualcosa d'amare. La polvere sparì da quella stanza ed assunse le sembianze di una casa ordinata, pulita, vivibile e adatta per persone perfette come i suoi familiari.
Nuovi stimoli muovevano gli atteggiamenti di Iron nella vita di tutti i giorni, ora.
Un mese dopo circa finì la stagione degli sconti.
Iron si aspettava una nuova mattanza verso i malcapitati. Si era già preparato per accudire e riparare i nuovi vecchietti. Così come ormai di consegueto, per non sconvolgerlo, nella mattinata libera fu svuotata la vetrina.
Arrivato a lavoro, però non andò subito a controllare il ripostiglio. Attese. Verso le sei del pomeriggio, visto l'assenza di clienti, entrò.
I quattro stavano in piedi, intatti, vicini agli altri.
Forse avevano capito, il tempo delle brutalità era finito.
Incredulo osservava la stanza completamente in ordine come lui l' aveva lasciata.
Una voce lo svegliò da quell'abbaglio. Era Carl, il direttore che lo avvisava che il giorno seguente avrebbe dovuto sistemare Nemi, Mr Mi, Am, Siria per l'allestimento invernale.
Certo, rispose ancora più confuso. Da un lato era estremamente felice perchè la sua famiglia ritornava sotto i riflettori e nei prossimi tre mesi sarebbe stata sotto la visione di centinaia di persone. Dall' altro non capiva se Carl fosse venuto a conoscienza della manutenzione che lui operava nello sgabuzzino, e per promuovere il suo amore avesse deciso di usare la sua famiglia invece di ordinare altri manichini.
Fatto sta che all'indomani di buon gusto pulì per bene quei corpi. Poi li rivestì con abiti adeguati al rigido inverno e spostò tutti con molta cura nella vetrina. Mise Nemi al centro, alla sua sinistra Am, alla destra Mr Mi e infine Siria.
Spostò le luci dei riflettori in modo che tutto il fascio di luce potesse splendere su quei volti felici del nuovo lavoro. Tutti insieme, ancora una volta inseparabili.
Un bel regalo tanto sognato; poter ridare importanza a qualcuno dimenticato da tutti.
Ora la mattina si fermava davanti al negozio qualche secondo, compiaciuto, prima di entrare. Dimenticò quanto aveva sofferto.
Ci si avvicinò a Natale. A Iron piaceva molto quella fase preparativa, tutti insieme ad allestire addobbi e palline in attesa dei giorni che portano la pace e la gioia nei cuori delle persone.
Andò a cercare lo scatolone delle cose natalizie nel ripostiglio, di cui non si era più preoccupato di curare con la consapevolezza che tutto si era sistemato.
Aprendo la porta una nuvola di polvere salì verso l'alto, come nei momenti peggiori, e come nei momenti peggiori accendendo la luce trovò un nuovo cimitero riverso sul pavimento. Teste, mani, gambe, busti, ciglia, contenuti nei vari scatoloni erano stati di nuovo profanati e i quattro manichini dei saldi violati nei peggiori dei modi.
Catene, manette, frustini coronavano i corpi di questi, un piede di uno di essi era infilzato nell'ano di un altro. Macchie marroncine comparivano sui muri, sulle faccie dei poveri. L'odore era molto intenso e assomigliava a quello di un formaggio troppo stagionato. La cosa più oscena fu che a uno di essi fu disegnato anche un pene sul finto pacco. No, non fu un semplice diversivo creato dai quattro per riempire il tempo.
I maniaci erano ritornati all'opera, più decisi e in modo più estremo.
La sua famiglia era di nuovo in pericolo. Non poteva far finta ancora di niente e il suo animo sensibile richiamava vendetta anche per questi ultimi innocenti. Era troppo, doveva finire questa persecuzione.
E il tempo delle morti deve finire su quei sguardi inoqui che di notte nel buio delle loro paure, pensano e ripensavo agli abusi subiti e nessuno consola la loro trita tristezza consumata in anni e anni di silenzi mentre te, stupratore, col sorriso violi un altro bambino.
Collante ed estratti di piante urticanti. Questi due semplici ingredienti servivano.
I carnefici avevano finora sempre agito il Lunedì mattina, quando Iron era assente.
La neve già scendeva fitta in quell' inverno giunto presto. Le strade erano bianche, le persone si coloravano di bianco, il viso di Nemi si rifletteva bianco sulla vetrina.
Durante il periodo natalizio si lavorava pure la Domenica pomeriggio; la folla assaliva i negozi per i dovuti e inutili regali. Così alla sera di quella giornata festiva Iron si recò nello stanzino. Con una piccola torcia prelevata da casa e dei guantini, come un perfetto ladro, operò la sua vendetta. Chiese gentilmente ai quattro se erano disposti ad aiutarlo a porre fine ai quei soprusi nei confronti di tutti loro. La risposta fu unanime: avrebbero sofferto per un' ultima volta affinchè giustizia fosse fatta.
Spogliò i quattro piegandoli in avanti ad angolo retto e poi mise nei loro ani l'estratto alle piante urticanti col collante. La colla non era di quelle a presa rapida ma di quelle utilizzate dai piastrellisti, per cui ci volevano dalle sei alle dodici ore per aderire completamente.
Il giorno seguente si svegliò molto tardi, aveva deciso di non fare niente quel Lunedì mattina. Un lungo caffè fumante beveva, osservando fuori dalla finestra dei bambini biondi come angeli giocare nel parchetto sotto casa nel manto innevato. Correvano felici e spesso cadevano sporcandosi di neve. E anche lui, nel suo cuore avvertiva uno stato di gioia con la consapevolezza che qualcosa sarebbe cambiato da quel giorno e non gli importava se per lui ci sarebbero state conseguenze negative.
Col capotto pesante si avviò a lavoro. Il sole splendeva, le persone sembravano serene: domani sarebbe stato Natale, un Natale con la neve.
L'autobulanza era ferma davanti al negozio: stavano caricando Isma che ancora urlava dal dolore. Come se nulla fosse, Iron posò le sue cose e iniziò a piegare dei maglioni. Poi arrivò Carl e gli raccontò di quanto era successo. Disse che solamente ora i medici erano riusciti a staccare il pene di Isma, mentre per Samir non ci fu nulla da fare, dovettero amputargli il menbro. Sapevano tutti che era stato lui, ma di certo denunciare Iron significava denunciare se stessi per quei stupri.
Dei due martiri non rimase più nulla, segati a metà furono gettati nella spazzatura. Carl riferì che al momento della loro morte nessuno urlò ma anzi avevano assunto una sorta di sorriso compiaciuto nei loro sguardi.
Adesso tutto era finito.
Sapeva che quello era un' addio; Nemi, Mr Mi, Am e Siria, non deveno più temere niente, erano salvi, quello era il suo ultimo regalo. Salutò commosso uno ad uno attraverso la fredda vetrina e poi dietro il buio della notte sparì mentre la neve ancora cadeva.
Le campane di mezzogiorno lo svegliarono. Aveva dormito male e poco, sogni e ricordi confusamente si erano intrecciati nella sua mente, momenti intensi che non avrebbe più vissuto.
Sbadigliando e in pigiama andò in bagno, ma sentiva nell'aria qualcosa di strano. Era un calore, una sensazione che lo riportarono con la mente a giornate come quelle vissute da bambino, con il fuoco acceso, i regali sotto l'albero e sua madre pronta a fargli gli auguri.
Un'allucinazione, l'effetto della notte insonne doveva essere. E invece no, sentiva anche delle parole provenienti dal soggiorno, non capiva chi fosse, si preoccupò e senza farsi sentire attraversò il corridoio. Si fermò sulla porta e con la coda dell'occhio spiò dentro la stanza. Am stava sistemando gli adobbi sull'albero insieme a Siria, Mr Mi invece era intento ad accendere il fuoco, mentre la sua Nemi scriveva gli auguri su un bigliettino.
I singulti attirarono l'attenzione degli altri su di lui. Appoggiato alla porta piangeva come un bimbo. Era stato Carl. Carl aveva deciso di portare tutti a casa sua, aveva capito che senza di loro Iron non avrebbe vissuto felice.
La piccola Nemi di nuovo nelle sue braccie, quel piccolo cioccolatino sorrideva abbracciata a colui che l'aveva resa una cosa importante, a colui che aveva reso vivo qualcosa di morto, a colui che aveva fatto capire ad altri uomini l'importanza della dignità delle persone, delle donne, di ogni creatura sensibile.
La sua famiglia, la sua famiglia di plastica lo abbracciava forte in quel Natale nevoso.
Simon Trumpet
Ora, anche per lei era giunto quel momento che tutti noi attendiamo per un' intera vita.
Erano iniziati i saldi.
Non ci fu una musica solenne ad accompagnarla. Non ci furono petali di rose rosse nel giardino dell'Eden che lievi si poggiano verso il vento. Non ci furono lacrime e abiti neri. Non ci furono colombe bianche colpite al cuore ma solo un semplice fazzoletto con cui le fu tolto ogni segno di sorriso dalla bocca.
Serviva per servire un nuovo servo, qualcuno di fresco; si è vecchi a vent'anni, giovani a dieci, anziani al primo figlio.
Nemi fu messa a giacere seminuda nel ripostiglio in compagnia dei suoi simili.
Li, in quella stanza, venivano stipate quelle e quelli come lei, a fine carriera lavorativa e pronte per la raccolta differenziata. Un po' come in un ospizio, dove nonni e nonni vengono chiusi in stanzine in attesa che si decompongano. E tu dolce e caro nipote, amico, figlio, osservi attraverso una finestra i passaggi del degrado della loro pelle: ora rugosa, poi consumata, dopo lercia.
Ma ce sempre qualcuno che non ti dimentica e ti ammira per quello che sei, e non importa se è di plastica, di metallo, o d'argento la tua sensibilità.
Costui per Nemi era Iron.
Era lui che si prese cura delle sue parti in pensione, facendo il possibile per restituirle vitalità e bellezza di un tempo.
La bellezza detta anche "lo strumento" da coloro di quell'ambiente, un concetto però estendibile all'intera razza umana. Strumento di misurazione, di classificazione, di categorizzazione che stabilisce il grado d'apprezzamento degli altri verso di te e di conseguenza la tua fama, il tuo successo, la tua visibilità, la tua carriera in quel mondo d'alta moda in cui questo era l'unico sentimento di valore consentito.
Il ripostiglio era al buio, non c'erano finestre e quel poco di luce che entrava filtrava da sotto la porta. Ogni volta che qualcuno metteva piedi li dentro una nuvola di polvere s' inalzava creando l'effetto della nebbia. Un luogo dimenticato dove addossare gli addobbi natalizi o per farsi una santa scopata fra colleghi.
Iron ricordava quando Nemi splendeva su quella vetrina affacciata alla strada del corso, illuminata notte e giorno da piccoli faretti posti sopra la sua testa e sotto ai suoi piedi. Sicuramente lei era la più bella delle colleghe e non per niente si trovava al centro dell'allestimento. Quella pelle scura in polistirene così liscia avvolgevano i suoi sensi come una colata di cioccolata calda e dolce da renderlo così sensibile ad assaggiare quel corpo.
Indossava per la sua ultima stagione estiva una gonnellina verde acqua stretta in vita che andava allargandosi all'altezza delle ginocchia, dove terminava. Calze bianche con dei pizzi a forma di fiori si estendevano lungo le gambe e una maglietta a maniche corte con strisce azzurre-bianche avvolgeva il suo corpo. Infine il suo piccolo seno era coperto da un misero reggiseno che non assicurava nessun calore a quel petto.
Gli abiti che ricoprivano i manichini spesso avevano imperfezioni e si allargavano stando sempre appoggiati su quelle ossa finte, ed era per questo non venivano mai venduti, ma per Nemi non ci fu nessuna pietà, nessuna compassione.
Come ogni Lunedì mattina a Iron toccò il turno di riposo, ma mai si sarebbe aspettato nulla di simile al suo ritorno. Felice e contento di un lavoro che solo ora aveva iniziato ad avere un significato ebbe uno stato di malessere quando vide che quei faretti nella vetrina non illuminavano più niente. Corse dentro il negozio in uno stato quasi di delirio col cuore che batteva a mille in cerca di Nemi e la vide là nel ripostiglio in piedi come una vecchia scopa. Con le mani si coprì il seno: le erano rimaste sole le mutande. Era tutto ciò che restava della fortunata stagione estiva. Quello che indossava fu venduto ad una ragazzina che voleva osservare da vicino quella bellezza nuda e umiliata, con l'odio d' invidia che si genera dai modelli televisivi basati sul fisico e non sull' intelligenza, a cui questa bambina voleva assomigliare.
E' così strano credere come un abito possa vivere con chi lo usa.
Una goccia cadde dalle guancie di Iron.
Ma Nemi era ancora viva, nuda ma viva. Forse a causa del suo splendore fu semplicemente appoggiata al muro da quei carnefici, mentre le altre ragazze della vetrina furono gettate come sacchi della spazzatura e ora giacevano morenti fra gli addobbi e le scatole di Natale. Per loro non ci fu niente da fare, era arrivato tardi.
Dispiaciuto per l'accaduto, il giorno seguente Iron si recò a lavoro in anticipo di dieci minuti per rivestire Nemi con alcuni abiti indossati dalla madre quando era in giovane età. Erano un po' fuori moda ma almeno l' umiliazione della donna sarebbe finita. Nemi assunse un' espressione sollevata; non doveva aver passato una bella notte.
Ma lei non era la prima a essere salvata. Anche Mr Mi, Am e Siria subirono sorti simili e anche allora, Iron si era preso cura di loro sottraendogli ad una morte certa. Siria sopratutto doveva ritenersi una miracolata, perchè era stata ricomposta dopo una serie di botte subite da un commesso violento. Ci vollero tutte le pause di una settimana lavorativa per ricomporle i pezzi. Non sempre però Iron riusciva a sistemare tutti gli arti ai manichini feriti. Capitava che nella caduta che subivano, come sorta di omicidio vendicativo da parte di chi doveva vestirle per mesi, si perdevano o spezzavano le viti interne che reggono lo scheletro di plastica e infatti il pavimento risultava essere un cimitero di braccia, gambe e teste senza nome. Inoltre c'era qualcuno che si divertiva a rubare una tetta, un piede, un busto, chissà per quale scopo, rendendo spesso gli interventi impraticabili se non impossibili.
Iron non si demoralizzava, anzì, aveva già pensato di sostituire le braccia mancanti alla povera Kila con due attaccapanni, mentre per le gambe di Steve voleva usare uno di quei appendi abiti con le rotelline.
Avrebbe fatto di tutto per loro, per la sua famiglia, la sua famiglia di plastica.
Durante le pause pranzo, invece di recarsi al bar o di stare in compagnia con i colleghi, preferiva trascorrere il tempo nello sgabuzzino. Si sedeva tra di loro, ricuciva una maglietta sfibrata, stringeva un foulard attorno al collo di una delle signore, o scambiava piccoli pareri sui nuovi arrivi. Nemi spesso stava in silenzio, si poteva intravedere da quei suoi occhi scuri una timidezza fine a se stessa.
Ma la situazione non era facile: i suoi colleghi sapevano tutto su Iron e malvedevano quei suoi comportamenti familiari con i manichini, quasi invidiosi della sue donne.
Un giorno entrando nella stanza trovò Isma, un ragazzo che lavorava li da pochi mesi, seduto sopra Am. Notò chiaramente il membro del collega uscire dalla zip mentre la ragazza aveva i jeans abbassati e una cintura stretta attorno al collo.
Rimase scioccato, più della stessa Am.
Non poteva crederci. Isma scappò recuperando la cintura. Non ebbe la forza di urlare e picchiarlo. Ripulì il viso della donna sporco di saliva e altro rimanendo in silenzio.
Uno stupro davanti ai suoi occhi. Avevano violato qualcosa che lui aveva creato col suo amore. Strinse attorno a sè la sua famiglia e bagnò con le sue lacrime le teste perfette di quelle figure indifese.
Era impotente davanti a questa situazione, non poteva recarsi dal direttore a raccontare dell'accaduto, l'avrebbe licenziato se fosse venuto a sapere che manteneva in vita dei manichini. Aveva paura ora, non sapeva cosa fare, non poteva contare su nessuno a difesa di chi amava e sapeva che quello era solo l'inizio, perchè gli altri avrebbero approffitato della situazione.
Tornato a casa quella sera fu sovrastato da un senso di vuoto. L'incolumità di persone innocenti era stata violata. E' questo quello che fanno gli uomini: rovinano la serenità di altri individui per divertimento, per piacere, per amore. E' questo che fa l'uomo: distrugge per avere, rovina per rinascere, sconvolge per maturare, amazza per generare.
Passò un po' di tempo, la situazione ritornò alla normalità. Iron dimenticò quello che era successo e riprese a respirare. A volte la troppa sicurezza e la troppa fiducia ci inducono a non pensare, a non considerare, a non temere il nemico. Era stato ingenuo, lo sapeva, se solo avesse avuto le chiavi di quella stanza, ma ora il peggio sembrava passato, anche l'odio andava svanendo.
Poi un Lunedì pomeriggio la paura ritornò.
Iron arrivò a lavoro ansioso di vedere la sua famiglia dopo il week-end, aveva con sè una scatola di cioccolatini fatti da lui il giorno prima. Elegante con tanto di cravatta sopra la camicia bianca entrò sorridendo nello stanzino. Appena aprì la porta i suoi occhi però si strinsero. Lasciò la scatola che cadde a terra. I cioccolatini iniziarono con movimenti circolari a correre lungo tutta la stanza. Stava per urlare ma si trattenne. Nemi, Mr Mi, Am e Siria erano legati e imbavagliati. I loro corpi erano immobili e freddi come se fossero morti. Le donne erano nude con le gambe aperte. Spuntavano braccia amputate di altri manichini dalle loro vagine, mentre Mr Mi era piegato in avanti con ancora delle macchioline nell'area anale.
Ebbe una fitta dolorosa. Si sentì male come se il cuore gli stesse bloccando la gola. L'aria iniziò a mancargli mentre i suoi occhi si facevano grossi e gonfi in cerca d'ossigeno. Si inginocchiò per gli sforzi di vomito che prepotenti risalivano dallo stomaco. Tossì forte un paio di volte, sputando sul pavimento un liquido verde. Non aveva mai visto una scena così schifosa. Avebbe voluto castrare quei vili maiali in quel momento.
Povere le sue creature, pensava, era esterefatto.
Ripulì con uno straccio quei corpi freddi, li rivestì e raccolse i cioccolatini buttandoli nel cestino. Poi corse in bagno per sciacquarsi la faccia e sistemarsi.
Come si poteva fare una tale violenza nei confronti di donne indifese?
Ancora una volta i suoi sentimenti erano stati violati.
Stupri di massa tenuti a tacere come capita ogni giorno a migliaia di donne nel mondo, e ora, pure lui si sentiva una di queste vittime del cazzo.
Doveva reagire. Capì che l'unico modo per proteggere la sua famiglia da quei maniaci, fosse quello di rendere quelle modelle delle persone normali.
Regalò a Nemi un maglione viola e sostituì la gonna della madre con dei semplici jeans. Così fece con gli altri. Coprì le loro pelli con abiti che non potessero attirare l'attenzione di nessuno. Levò il trucco da quelle guancie facendo apparire lievi forme di acne, mentre a Mr Mi lasciò crescere un po' di barba. Spettinò i loro capelli e poi con uno specchio mostrò loro quel viso naturale da troppo tempo nascosto.
Ora erano persone normali, senza fama, senza gloria, disontossicate dalle mille attenzioni che genera ciò che è bello, che genera ciò che è scopabile.
Si strinsero attorno ad Iron, volevano dirgli grazie ma la loro voce era stroncata dalla commozione.
Iron ebbe ragione, solo pochi sanno vedere al di là della bellezza fisica.
Nessuno mise più piede dentro il ripostiglio. Ora l'attenzione dei suoi colleghi era rivolta ai quattro fusti sistemati per la vetrina dei saldi. Iron ne approfittò per ordinare lo stanzino. Raggruppò gli arti rovinati e le parti mancanti dentro dei scatoloni da consegnare a chi cercasse qualcosa d'amare. La polvere sparì da quella stanza ed assunse le sembianze di una casa ordinata, pulita, vivibile e adatta per persone perfette come i suoi familiari.
Nuovi stimoli muovevano gli atteggiamenti di Iron nella vita di tutti i giorni, ora.
Un mese dopo circa finì la stagione degli sconti.
Iron si aspettava una nuova mattanza verso i malcapitati. Si era già preparato per accudire e riparare i nuovi vecchietti. Così come ormai di consegueto, per non sconvolgerlo, nella mattinata libera fu svuotata la vetrina.
Arrivato a lavoro, però non andò subito a controllare il ripostiglio. Attese. Verso le sei del pomeriggio, visto l'assenza di clienti, entrò.
I quattro stavano in piedi, intatti, vicini agli altri.
Forse avevano capito, il tempo delle brutalità era finito.
Incredulo osservava la stanza completamente in ordine come lui l' aveva lasciata.
Una voce lo svegliò da quell'abbaglio. Era Carl, il direttore che lo avvisava che il giorno seguente avrebbe dovuto sistemare Nemi, Mr Mi, Am, Siria per l'allestimento invernale.
Certo, rispose ancora più confuso. Da un lato era estremamente felice perchè la sua famiglia ritornava sotto i riflettori e nei prossimi tre mesi sarebbe stata sotto la visione di centinaia di persone. Dall' altro non capiva se Carl fosse venuto a conoscienza della manutenzione che lui operava nello sgabuzzino, e per promuovere il suo amore avesse deciso di usare la sua famiglia invece di ordinare altri manichini.
Fatto sta che all'indomani di buon gusto pulì per bene quei corpi. Poi li rivestì con abiti adeguati al rigido inverno e spostò tutti con molta cura nella vetrina. Mise Nemi al centro, alla sua sinistra Am, alla destra Mr Mi e infine Siria.
Spostò le luci dei riflettori in modo che tutto il fascio di luce potesse splendere su quei volti felici del nuovo lavoro. Tutti insieme, ancora una volta inseparabili.
Un bel regalo tanto sognato; poter ridare importanza a qualcuno dimenticato da tutti.
Ora la mattina si fermava davanti al negozio qualche secondo, compiaciuto, prima di entrare. Dimenticò quanto aveva sofferto.
Ci si avvicinò a Natale. A Iron piaceva molto quella fase preparativa, tutti insieme ad allestire addobbi e palline in attesa dei giorni che portano la pace e la gioia nei cuori delle persone.
Andò a cercare lo scatolone delle cose natalizie nel ripostiglio, di cui non si era più preoccupato di curare con la consapevolezza che tutto si era sistemato.
Aprendo la porta una nuvola di polvere salì verso l'alto, come nei momenti peggiori, e come nei momenti peggiori accendendo la luce trovò un nuovo cimitero riverso sul pavimento. Teste, mani, gambe, busti, ciglia, contenuti nei vari scatoloni erano stati di nuovo profanati e i quattro manichini dei saldi violati nei peggiori dei modi.
Catene, manette, frustini coronavano i corpi di questi, un piede di uno di essi era infilzato nell'ano di un altro. Macchie marroncine comparivano sui muri, sulle faccie dei poveri. L'odore era molto intenso e assomigliava a quello di un formaggio troppo stagionato. La cosa più oscena fu che a uno di essi fu disegnato anche un pene sul finto pacco. No, non fu un semplice diversivo creato dai quattro per riempire il tempo.
I maniaci erano ritornati all'opera, più decisi e in modo più estremo.
La sua famiglia era di nuovo in pericolo. Non poteva far finta ancora di niente e il suo animo sensibile richiamava vendetta anche per questi ultimi innocenti. Era troppo, doveva finire questa persecuzione.
E il tempo delle morti deve finire su quei sguardi inoqui che di notte nel buio delle loro paure, pensano e ripensavo agli abusi subiti e nessuno consola la loro trita tristezza consumata in anni e anni di silenzi mentre te, stupratore, col sorriso violi un altro bambino.
Collante ed estratti di piante urticanti. Questi due semplici ingredienti servivano.
I carnefici avevano finora sempre agito il Lunedì mattina, quando Iron era assente.
La neve già scendeva fitta in quell' inverno giunto presto. Le strade erano bianche, le persone si coloravano di bianco, il viso di Nemi si rifletteva bianco sulla vetrina.
Durante il periodo natalizio si lavorava pure la Domenica pomeriggio; la folla assaliva i negozi per i dovuti e inutili regali. Così alla sera di quella giornata festiva Iron si recò nello stanzino. Con una piccola torcia prelevata da casa e dei guantini, come un perfetto ladro, operò la sua vendetta. Chiese gentilmente ai quattro se erano disposti ad aiutarlo a porre fine ai quei soprusi nei confronti di tutti loro. La risposta fu unanime: avrebbero sofferto per un' ultima volta affinchè giustizia fosse fatta.
Spogliò i quattro piegandoli in avanti ad angolo retto e poi mise nei loro ani l'estratto alle piante urticanti col collante. La colla non era di quelle a presa rapida ma di quelle utilizzate dai piastrellisti, per cui ci volevano dalle sei alle dodici ore per aderire completamente.
Il giorno seguente si svegliò molto tardi, aveva deciso di non fare niente quel Lunedì mattina. Un lungo caffè fumante beveva, osservando fuori dalla finestra dei bambini biondi come angeli giocare nel parchetto sotto casa nel manto innevato. Correvano felici e spesso cadevano sporcandosi di neve. E anche lui, nel suo cuore avvertiva uno stato di gioia con la consapevolezza che qualcosa sarebbe cambiato da quel giorno e non gli importava se per lui ci sarebbero state conseguenze negative.
Col capotto pesante si avviò a lavoro. Il sole splendeva, le persone sembravano serene: domani sarebbe stato Natale, un Natale con la neve.
L'autobulanza era ferma davanti al negozio: stavano caricando Isma che ancora urlava dal dolore. Come se nulla fosse, Iron posò le sue cose e iniziò a piegare dei maglioni. Poi arrivò Carl e gli raccontò di quanto era successo. Disse che solamente ora i medici erano riusciti a staccare il pene di Isma, mentre per Samir non ci fu nulla da fare, dovettero amputargli il menbro. Sapevano tutti che era stato lui, ma di certo denunciare Iron significava denunciare se stessi per quei stupri.
Dei due martiri non rimase più nulla, segati a metà furono gettati nella spazzatura. Carl riferì che al momento della loro morte nessuno urlò ma anzi avevano assunto una sorta di sorriso compiaciuto nei loro sguardi.
Adesso tutto era finito.
Sapeva che quello era un' addio; Nemi, Mr Mi, Am e Siria, non deveno più temere niente, erano salvi, quello era il suo ultimo regalo. Salutò commosso uno ad uno attraverso la fredda vetrina e poi dietro il buio della notte sparì mentre la neve ancora cadeva.
Le campane di mezzogiorno lo svegliarono. Aveva dormito male e poco, sogni e ricordi confusamente si erano intrecciati nella sua mente, momenti intensi che non avrebbe più vissuto.
Sbadigliando e in pigiama andò in bagno, ma sentiva nell'aria qualcosa di strano. Era un calore, una sensazione che lo riportarono con la mente a giornate come quelle vissute da bambino, con il fuoco acceso, i regali sotto l'albero e sua madre pronta a fargli gli auguri.
Un'allucinazione, l'effetto della notte insonne doveva essere. E invece no, sentiva anche delle parole provenienti dal soggiorno, non capiva chi fosse, si preoccupò e senza farsi sentire attraversò il corridoio. Si fermò sulla porta e con la coda dell'occhio spiò dentro la stanza. Am stava sistemando gli adobbi sull'albero insieme a Siria, Mr Mi invece era intento ad accendere il fuoco, mentre la sua Nemi scriveva gli auguri su un bigliettino.
I singulti attirarono l'attenzione degli altri su di lui. Appoggiato alla porta piangeva come un bimbo. Era stato Carl. Carl aveva deciso di portare tutti a casa sua, aveva capito che senza di loro Iron non avrebbe vissuto felice.
La piccola Nemi di nuovo nelle sue braccie, quel piccolo cioccolatino sorrideva abbracciata a colui che l'aveva resa una cosa importante, a colui che aveva reso vivo qualcosa di morto, a colui che aveva fatto capire ad altri uomini l'importanza della dignità delle persone, delle donne, di ogni creatura sensibile.
La sua famiglia, la sua famiglia di plastica lo abbracciava forte in quel Natale nevoso.
Simon Trumpet
lunedì 19 ottobre 2009
SVEGLIO
Lenti movimenti si sussuegono in bianco e nero.
E' solo uno stupido scherzo del cervello ,è solo parte del mio microcosmo.
Sbocci come un fiore, apri i tuoi petali al sole.
Immagini che si sovrastano scorrono nei miei occhi.
Ombre di alberi, pioppi, io in bici, lei dietro me ride.
La primavera scivola fra i capelli mentre lei vola via come una foglia.
Semplici carezze, mani che si stringono, corpi che si baciano. Viole che si aprono.
Io corro e corro solo. Il sudore mi bagna la maglia.
Lei sul letto attende me.
Bocche di leone tagliate da forbici, bocche cucite da silenzi.
L'aurora si poggia nel mio orgasmo e parole sussurate spariscono sotto battiti forti.
Cielo in contrasto nero, piango su una tomba.
Nuvole di pioggia, accompagno la bara, sono io con un azalea bianca in mano a dire ciao.
Pedali e pedali e scappi e sfuggi e non ti volti e non mi guardi e non mi ascolti e non mi parli e non canto e non vivo e non credo e penso a te.
Onde sbattono sulla spiaggia e tu dormi tra le mie braccia, stelle del mattino mi chiamano, dicono proteggila, dicono amala, ma lei non sente.
Sveglio assapporo il denso odore del grano mentre mi perdo nella mia testa a cercarti.
E trovo solo lacrime e paure, e trovo solo sogni e trovo solo illusioni ma eri vera.
Stringo questa rosa, invecchia pure lei, invecchio pure io, non sento altro che volerti, non sento altro che i tuoi affetti, non sento altro che i nostri ricordi, che pungono, che salgono, che feriscono, come spine nel sangue, come alberi senza foglie, senza il tuo sole senza il tuo amore.
Simon Trumpet
E' solo uno stupido scherzo del cervello ,è solo parte del mio microcosmo.
Sbocci come un fiore, apri i tuoi petali al sole.
Immagini che si sovrastano scorrono nei miei occhi.
Ombre di alberi, pioppi, io in bici, lei dietro me ride.
La primavera scivola fra i capelli mentre lei vola via come una foglia.
Semplici carezze, mani che si stringono, corpi che si baciano. Viole che si aprono.
Io corro e corro solo. Il sudore mi bagna la maglia.
Lei sul letto attende me.
Bocche di leone tagliate da forbici, bocche cucite da silenzi.
L'aurora si poggia nel mio orgasmo e parole sussurate spariscono sotto battiti forti.
Cielo in contrasto nero, piango su una tomba.
Nuvole di pioggia, accompagno la bara, sono io con un azalea bianca in mano a dire ciao.
Pedali e pedali e scappi e sfuggi e non ti volti e non mi guardi e non mi ascolti e non mi parli e non canto e non vivo e non credo e penso a te.
Onde sbattono sulla spiaggia e tu dormi tra le mie braccia, stelle del mattino mi chiamano, dicono proteggila, dicono amala, ma lei non sente.
Sveglio assapporo il denso odore del grano mentre mi perdo nella mia testa a cercarti.
E trovo solo lacrime e paure, e trovo solo sogni e trovo solo illusioni ma eri vera.
Stringo questa rosa, invecchia pure lei, invecchio pure io, non sento altro che volerti, non sento altro che i tuoi affetti, non sento altro che i nostri ricordi, che pungono, che salgono, che feriscono, come spine nel sangue, come alberi senza foglie, senza il tuo sole senza il tuo amore.
Simon Trumpet
sabato 17 ottobre 2009
TRL 4
-Buona sera amici telespettatori e benvenuti a questa edizione del TRL 4.
Apriamo con la prima pagina. Siamo in attesa, ripeto in attesa, della sentenza della corte costituzione sul Lodo Albano. Dovrebbe esserci in collegamento da Roma, se non sbaglio, Arcole? Mi dicono Arcole e allora passiamo subito la linea ad Arcole.-
- Pronto?-
-Si Jimmy ti sentiamo,allora dicci, c-o-m'-è l-i-l-a-s-i-t-u-a-z-i-o-n-e?
-Qui Fede è tutto pronto, fervono i preparativi alla grande festa che durerà alcuni giorni, stanno arrivando, come si vede alle mie spalle, varie Escort che allestiranno la serata, sentite a proposito il rombo di questi motori da 157 cc, una potenza inaudita per occasioni di tale importanza.-
-Ma Jimmy, spiegaci bene, che ci sarà? Un concerto? I fuochi d'artificio? La presenza di qualche personaggio importante?-
-Allora, si è prevista la rappresentazione teatrale in concerto gospel dell'albun : Le farfalle ad Arcole del famoso cantante, se non amico del presidente, Arpicella. Poi mi giunge ora voce, sai abbiamo anche noi i nostri metodi seduttivi, che ci sarà la presenza di Obama da Castiglione senza la moglie e "de Sergio Putìn", inoltre ci saranno i reduci che conquistarono il primo scudetto con il Milan nel 1901-1902. Quindi grandi nomi, gran prestigio, grande serata, qui ad Arcole. Ricordiamo poi agli amici telespettatori che potrete seguire l'evento in diretta su Metà Shopping a partire dalle 20e30, l'orario in cui è previsto l'atteraggio del presidente qui sull'aiula appositamente realizzata per l'occasione, a te la linea, bacio.-
-Bac..Eh bene, passiamo ad un'altra notizia prima della sentezza. Scusate non aprite l'inquadratura che si vede lo champagne qui sulla scrivania, scusate amici, si dicevo.
Si apre quest'oggi la settima mostra del cavaliere in Via Cavour 12. Quadri, esposizioni, giochi medioevali, passaggiete equine, tutto all'insegna del vessillo del cavaliere e della sua nobilis famejia. Una mostra aperta a tutti e con un piccolo contributo di soli 50 euro si possono visitare inoltre : le stalle, il fienile, l'officina dove il cavalier cura e gestisce le proprie bestie. Tra gli animali più interessanti vi consigliamo: il Fano molto buono ai ferri, poi abbiamo il Ledini famoso per la sua velocità, il Lossi temibile rapace e molti altri. Mi cambiate l'immagine alle mie spalle, grazie. Abbiamo ora un servizio, preparato dal nostro Valerio Serio, sapete voi tutto come il premier ultimamente abbia dichiarato di essere il miglior presidente degli ultimi 150 anni, ecco abbiamo preparato un piccolo contributo riassuntivo con le varie comparazione, tra quello che hanno fatto i governi precedenti e quello attuale. Prego col servizio.-
-(Porca puttana, avevo detto di non parlare dei processi che deve sostenere il cavaliere!) Siamo in onda? Si, ci colleghiamo subito con Roma col nostro inviato Sirio perchè la corte ha stabilito il verdetto.
(Che cazzo di figur...)-
-Si Fede sembra tutto pronto per il verdetto, ecco il giudice sentiamolo :
"La corte ha stabilito che il lodo Albano è incostituzionale."
No, scusate ci deve essere un problema di audio.-
-Eccoci di nuovo in studio, vediamo se riusciamo a riprestinare il collegamento, vai Sirio.-
-Ci deve essere stato un problema, sentiamo il giudice :
"Il lodo non rispetta gli articoli 3 e 187 della costituzione, per cui è incostituzionale."
Scusami Fede, ma ci deve essere ancora qualche problema tecnico con la giustizia.
(Ma che cazzo sta dicendo questo).-
-Ritorniamo pure in studio, probabilmente ci deve essere la mano di qualche comunista sul circuito e sta creando qualche piccolo inconveniente ma sistemeremo le cose in fretta.
(Regia mandate i cani contro questo traditore)
Ma che succede Sirio?! Sirio che succede?-
-Eh Fede niente, sono andato a "stimolare" diciamo il giudice perchè forse ha commesso qualche errore nel leggere la sentenza.-
-Si ma vedo le forze dell'ordine, dei medici, che è successo?-
-Mi è scivolta il microfono, cose che succedono Fede, non ti preoccupare.-
-Sirio ci sono due carrabiniere che stanno per arrivare alle tue spalle.-
-(E' lei il signor Sirio?)-
-Si-
-(Prego venga pure con noi in questura.)-
-Questa è opera dei comunisti! W il partito! W l'Italia! W il cavaliere!-
-Scusate amici, quando la legge non è uguale per tutti e si ha una magistratura bolscevica succede pure questo. Ma passerei ora la linea a Sonia che si trova fuori dal Parlamento per raccogliere le prime dichiarazioni del Premier in base a questa sconcertante vicenda che si commenta da sola, Sonia?-
-Eccomi, sono qui fuori dal Parlamento, in attesa, volevo per prima cosa dirvi che...Ma vedo che star per uscire! Presidente una dichiarazione sulla bocciatura del lodo!-
"Niente, non succede nulla, andiamo avanti, abbiamo governato per cinque anni senza lodo..."
-Mi scusi presidente è un anno e mezzo circa che siete al governo per la precisione.-
"Dicevo abbiamo governato per un anno e mezzo senza lodo, io non ci ho mai creduto perchè una corte costituzionale con undici giudici di sinistra..."
-Mi scusi ancora, ma su quindici giudici sei erano favorevoli.-
"Con nove giudici di sinistra era impossibile che approvassero tutto questo. Dopotutto voglio dire meno male che il cavaliere c'è, perchè se non ci fosse il cavaliere e tutti i suoi cavalieri e con l'apporto del 70 % degli italiani..."
-In realtà il suo partito ha preso il 37,38% dei voti e con la coalizzazione siete arrivati al 46,81% per essere precisi.-
"Dicevo abbiamo il 37,38% del favore degli italiani, grazie signorina, che altrimenti sarebbe in mano alla sinistra che farebbe quello che tutti sapete..."
-La sinistra alle ultime elezioni non ha preso neanche un seggio presidente, ora c'è il partito democratico.-
"Se fosse in mano al partito democratico, comunque e quindi bene così, abbiamo una maggioranza di magistrati rossi.."
-La toga però è nera.-
"Abbiamo la maggioranza di magistrati con la toga nera, abbiamo il 72% della stampa di sinistra.."
-Scusi se la interrompo però se consideriamo le sue testate giornalistiche o quelle che sono di destra abbiamo che: Il Foglio in cui sua moglie è stata la direttrice, Il Giornale di cui detiene il 82%, Il Secolo d'Italia di destra, poi abbiamo LaPadania, L'Indipendente, la Gazzetta dello Sport e Panorama di sua proprietà.-
"Tutte questi giornali sono a mio favore? Le pongo la mia ignoranza, allora la stampa non è tutta di sinistra comunque abbiamo tutti gli spettacoli d'approffondimento della tv pubblica che sono di sinistra..."
-Si ma presidente, si sa che la Rai è in mano al governo.-
"Mi giungono informazioni che non sapevo, ne prendo atto, ci prendono in giro con gli spettacoli comici a Zeling e Colorado..."
-Vanno in onda sulle sue reti!-
"Va bene, abbiamo un capo dello stato che sapete da che parte sta..."
-E' neutrale, è il capo dello stato.-
"neutrale e abbiamo undici nella corte costituzionale..."
-Nove.-
"Nove nella corte costituzionale eletti dai tre capi dello stato..."
-Uno-
"Uno. Noi andiamo avanti prego per favore camminiamo, i processi di Milano sono
delle autentiche cagate, io andrò li cinque minuti, darò qualche mazzetta per sbugiadarli tutti. E poi sono stufo di questa tv di sinsitra..."
-Lei detiene tre reti nazionali-
"Io detengo tre reti nazionali. Sono stanco di questa sinistra, sono stanco che gli italiani debbano avere una mano sinistra, proporrò ai miei collaboratori un progetto di legge per l'amputazione IMMEDIATA di tutti gli organi di sinistra. Sono in fase di realizzazione delle nuove infrastrutture autostradali, facenti parti delle grandi opere che questo governo ha da tempo in programma, in cui è proibita la svolta a sinistra. Abbiamo poi pensato alla castrazione chimica per tutti coloro che sono mancini, il Milan non lo vendo,e tutta una serie di provvedimenti contro la sinistra. Bene con questo concludo. A me queste cose caricano, agli italiani li caricano con i manganelli, W la fig, W l'Italia, W il cavaliere, W re Artù e la tavola rotonda! Arrivederci.
-Un caro saluto al presidente, e che dire, grazie ai comunisti di aver rovinato una sera di gala ad Arcole, grazie ai giudici di aver applicato la legge, grazie a tutti per averci rovinato la festa e le Escort, ma vaffancu...e ora le prevvisioni del meteo.-
Simon Trumpet
Apriamo con la prima pagina. Siamo in attesa, ripeto in attesa, della sentenza della corte costituzione sul Lodo Albano. Dovrebbe esserci in collegamento da Roma, se non sbaglio, Arcole? Mi dicono Arcole e allora passiamo subito la linea ad Arcole.-
- Pronto?-
-Si Jimmy ti sentiamo,allora dicci, c-o-m'-è l-i-l-a-s-i-t-u-a-z-i-o-n-e?
-Qui Fede è tutto pronto, fervono i preparativi alla grande festa che durerà alcuni giorni, stanno arrivando, come si vede alle mie spalle, varie Escort che allestiranno la serata, sentite a proposito il rombo di questi motori da 157 cc, una potenza inaudita per occasioni di tale importanza.-
-Ma Jimmy, spiegaci bene, che ci sarà? Un concerto? I fuochi d'artificio? La presenza di qualche personaggio importante?-
-Allora, si è prevista la rappresentazione teatrale in concerto gospel dell'albun : Le farfalle ad Arcole del famoso cantante, se non amico del presidente, Arpicella. Poi mi giunge ora voce, sai abbiamo anche noi i nostri metodi seduttivi, che ci sarà la presenza di Obama da Castiglione senza la moglie e "de Sergio Putìn", inoltre ci saranno i reduci che conquistarono il primo scudetto con il Milan nel 1901-1902. Quindi grandi nomi, gran prestigio, grande serata, qui ad Arcole. Ricordiamo poi agli amici telespettatori che potrete seguire l'evento in diretta su Metà Shopping a partire dalle 20e30, l'orario in cui è previsto l'atteraggio del presidente qui sull'aiula appositamente realizzata per l'occasione, a te la linea, bacio.-
-Bac..Eh bene, passiamo ad un'altra notizia prima della sentezza. Scusate non aprite l'inquadratura che si vede lo champagne qui sulla scrivania, scusate amici, si dicevo.
Si apre quest'oggi la settima mostra del cavaliere in Via Cavour 12. Quadri, esposizioni, giochi medioevali, passaggiete equine, tutto all'insegna del vessillo del cavaliere e della sua nobilis famejia. Una mostra aperta a tutti e con un piccolo contributo di soli 50 euro si possono visitare inoltre : le stalle, il fienile, l'officina dove il cavalier cura e gestisce le proprie bestie. Tra gli animali più interessanti vi consigliamo: il Fano molto buono ai ferri, poi abbiamo il Ledini famoso per la sua velocità, il Lossi temibile rapace e molti altri. Mi cambiate l'immagine alle mie spalle, grazie. Abbiamo ora un servizio, preparato dal nostro Valerio Serio, sapete voi tutto come il premier ultimamente abbia dichiarato di essere il miglior presidente degli ultimi 150 anni, ecco abbiamo preparato un piccolo contributo riassuntivo con le varie comparazione, tra quello che hanno fatto i governi precedenti e quello attuale. Prego col servizio.-
-(Porca puttana, avevo detto di non parlare dei processi che deve sostenere il cavaliere!) Siamo in onda? Si, ci colleghiamo subito con Roma col nostro inviato Sirio perchè la corte ha stabilito il verdetto.
(Che cazzo di figur...)-
-Si Fede sembra tutto pronto per il verdetto, ecco il giudice sentiamolo :
"La corte ha stabilito che il lodo Albano è incostituzionale."
No, scusate ci deve essere un problema di audio.-
-Eccoci di nuovo in studio, vediamo se riusciamo a riprestinare il collegamento, vai Sirio.-
-Ci deve essere stato un problema, sentiamo il giudice :
"Il lodo non rispetta gli articoli 3 e 187 della costituzione, per cui è incostituzionale."
Scusami Fede, ma ci deve essere ancora qualche problema tecnico con la giustizia.
(Ma che cazzo sta dicendo questo).-
-Ritorniamo pure in studio, probabilmente ci deve essere la mano di qualche comunista sul circuito e sta creando qualche piccolo inconveniente ma sistemeremo le cose in fretta.
(Regia mandate i cani contro questo traditore)
Ma che succede Sirio?! Sirio che succede?-
-Eh Fede niente, sono andato a "stimolare" diciamo il giudice perchè forse ha commesso qualche errore nel leggere la sentenza.-
-Si ma vedo le forze dell'ordine, dei medici, che è successo?-
-Mi è scivolta il microfono, cose che succedono Fede, non ti preoccupare.-
-Sirio ci sono due carrabiniere che stanno per arrivare alle tue spalle.-
-(E' lei il signor Sirio?)-
-Si-
-(Prego venga pure con noi in questura.)-
-Questa è opera dei comunisti! W il partito! W l'Italia! W il cavaliere!-
-Scusate amici, quando la legge non è uguale per tutti e si ha una magistratura bolscevica succede pure questo. Ma passerei ora la linea a Sonia che si trova fuori dal Parlamento per raccogliere le prime dichiarazioni del Premier in base a questa sconcertante vicenda che si commenta da sola, Sonia?-
-Eccomi, sono qui fuori dal Parlamento, in attesa, volevo per prima cosa dirvi che...Ma vedo che star per uscire! Presidente una dichiarazione sulla bocciatura del lodo!-
"Niente, non succede nulla, andiamo avanti, abbiamo governato per cinque anni senza lodo..."
-Mi scusi presidente è un anno e mezzo circa che siete al governo per la precisione.-
"Dicevo abbiamo governato per un anno e mezzo senza lodo, io non ci ho mai creduto perchè una corte costituzionale con undici giudici di sinistra..."
-Mi scusi ancora, ma su quindici giudici sei erano favorevoli.-
"Con nove giudici di sinistra era impossibile che approvassero tutto questo. Dopotutto voglio dire meno male che il cavaliere c'è, perchè se non ci fosse il cavaliere e tutti i suoi cavalieri e con l'apporto del 70 % degli italiani..."
-In realtà il suo partito ha preso il 37,38% dei voti e con la coalizzazione siete arrivati al 46,81% per essere precisi.-
"Dicevo abbiamo il 37,38% del favore degli italiani, grazie signorina, che altrimenti sarebbe in mano alla sinistra che farebbe quello che tutti sapete..."
-La sinistra alle ultime elezioni non ha preso neanche un seggio presidente, ora c'è il partito democratico.-
"Se fosse in mano al partito democratico, comunque e quindi bene così, abbiamo una maggioranza di magistrati rossi.."
-La toga però è nera.-
"Abbiamo la maggioranza di magistrati con la toga nera, abbiamo il 72% della stampa di sinistra.."
-Scusi se la interrompo però se consideriamo le sue testate giornalistiche o quelle che sono di destra abbiamo che: Il Foglio in cui sua moglie è stata la direttrice, Il Giornale di cui detiene il 82%, Il Secolo d'Italia di destra, poi abbiamo LaPadania, L'Indipendente, la Gazzetta dello Sport e Panorama di sua proprietà.-
"Tutte questi giornali sono a mio favore? Le pongo la mia ignoranza, allora la stampa non è tutta di sinistra comunque abbiamo tutti gli spettacoli d'approffondimento della tv pubblica che sono di sinistra..."
-Si ma presidente, si sa che la Rai è in mano al governo.-
"Mi giungono informazioni che non sapevo, ne prendo atto, ci prendono in giro con gli spettacoli comici a Zeling e Colorado..."
-Vanno in onda sulle sue reti!-
"Va bene, abbiamo un capo dello stato che sapete da che parte sta..."
-E' neutrale, è il capo dello stato.-
"neutrale e abbiamo undici nella corte costituzionale..."
-Nove.-
"Nove nella corte costituzionale eletti dai tre capi dello stato..."
-Uno-
"Uno. Noi andiamo avanti prego per favore camminiamo, i processi di Milano sono
delle autentiche cagate, io andrò li cinque minuti, darò qualche mazzetta per sbugiadarli tutti. E poi sono stufo di questa tv di sinsitra..."
-Lei detiene tre reti nazionali-
"Io detengo tre reti nazionali. Sono stanco di questa sinistra, sono stanco che gli italiani debbano avere una mano sinistra, proporrò ai miei collaboratori un progetto di legge per l'amputazione IMMEDIATA di tutti gli organi di sinistra. Sono in fase di realizzazione delle nuove infrastrutture autostradali, facenti parti delle grandi opere che questo governo ha da tempo in programma, in cui è proibita la svolta a sinistra. Abbiamo poi pensato alla castrazione chimica per tutti coloro che sono mancini, il Milan non lo vendo,e tutta una serie di provvedimenti contro la sinistra. Bene con questo concludo. A me queste cose caricano, agli italiani li caricano con i manganelli, W la fig, W l'Italia, W il cavaliere, W re Artù e la tavola rotonda! Arrivederci.
-Un caro saluto al presidente, e che dire, grazie ai comunisti di aver rovinato una sera di gala ad Arcole, grazie ai giudici di aver applicato la legge, grazie a tutti per averci rovinato la festa e le Escort, ma vaffancu...e ora le prevvisioni del meteo.-
Simon Trumpet
martedì 13 ottobre 2009
UNA SERATA DI SANA BALDORIA
Gli avevo frequentati ormai tutti questi locali da quattro soldi della zona, ma mai uno schifoso come questo. Posti per persone senza futuro, per vecchi rodies, per puttane consuamate, e per gente nullafacente come me.
In luoghi come questi l'attrazione principale è, oltre al bancone, il palco.
Palchi ricavati da bancali e assi di legno alti qualche centimetro da terra, sporchi di sangue, birra e residui organici, dove misere band si eseguivano per un po' d'alcol e una serata di sana baldoria.
Già la baldoria. Questo interessava ai poveri Cristo che guardavano questi gruppi. Bisognava creare caos, lanciare sedie e tavolini, pogare, rovesciare birra, e se avevi fortuna fottere una al cesso mentre la band si eseguiva in una cover storica come Louie Louie, perchè chiunque abbia un gruppo si sente figo solo se non fa soldi, e noi per sentirci fighi dovevamo distruggere più cose possibili, compresi i nostri bei faccini.
Così mi ritrovai in questo posto, postaccio, illuminato con luci rosse molte fastidiose. Già stava suonando un gruppo al mio arrivo, ma io non ero li per loro.
Ero venuto per assistere all'esibizione dei Vincent e dei Forty Moostachy, degli altri non me ne fregava un cazzo.
Mi accomodai al bancone al fianco di una ragazza, la squadrai di brutto, indossava un paio di Dottor Martins viola alte, pantaloni neri, e un top sempre nero; era proprio una dark ma oltre alle grosse tette che spuntavano da quel top non aveva altro di interessante, perchè non riuscivo a vederle il volto da quanto era truccata.
Presi una birra, guardai di nuovo le tette della tipa e lei sembrò quasi volermi dire qualcosa, ma rimase zitta, per fortuna.
Con la pinta feci un giro del locale. Oltre la zona centrale con il palco, c'era un corridoio stretto dal quale si aprivano stanze senza porte con all'interno sedie e divanetti. Tutto al semibuio con nebbie di fumo che sbucavano da ogni parte e che rendevano la perlustrazione ancora più difficile. Lattine e bicchieri di vetro sepolti a terra completavano l'atmosfera sporca che si respirava.
Sembrava un centro sociale, solo che le faccie che comparivano tra i vapori erano molto peggiori. Vecchi nostalgici del metal sbucavano dalle stanzine abbracciati a ventenni tossiche in cerca di una dose. Qualcuno limonava con coraggio, sporcando i muri di saliva e sputi, affianco ad altri che rotolavano a terra fra il loro vomito.
Il corridoio proseguiva e terminava con una scala di legno traballante e senza corrimano. Salii al piano superiore. Qua la situazione sembrava più tranquilla. Il fumo era scomparso, la musica non si sentiva più. Questa era una zona particolare, un'area adatta per chi aveva i soldi per scoparsi la puttana di turno, che al momento da quanto vedevo, erano però tutte impegnate tra bocchini e pecorelle nelle tre stanze che formavano il piano.
Ritornai indietro passando tra tossici minorenni e vacche sbronze e mi fermai al bancone per prendere un'altra birra. La dark era sempre li, ma ora stava parlando con un ragazzo della sua età.
Il gruppo stava ancora suonando quella merda che non sopportavo e la situazione si manteneva calma per ora : la gente non era ancora ubriaca.
Andai fuori per fumare una Pall Mall in pace, senza quel casino.
Tra un tiro e l'altro vidi quella faccia da cazzo di Steve. Andai a salutarlo per farmi un po' di compagnia.
-Ciao figlio di puttana, come butta?-
-Ah guarda qua il vecchio Trumpet, tutto bene. Allora vivi ancora scrivendo quelle cazzo di storielle da coglioni?-
-Certo finchè mi pagano. E tu che combini? Sei qui anche te per loro?-
-Si. Iniziano a girare tante voci in città su questi due gruppi. Stasera verrà anche qualche produttore per ascoltarli. Probabilmente uno dei due uscirà con un contratto.-
-E qualcuno con una bottiglia nel culo.-
-Così è il mondo della musica.-
-Uno schifo.-
-Già amico.-
-Vado a pisciare, Steve, ci si vede dopo.-
Il locale si era riempito. A fatica riuscivo a farmi strada tra le borchie e le darkettone che rompevano i coglioni con le loro pasticche chimiche.
Raggiunsi il bagno. Se il locale faceva schifo, la puzza di merda del cesso superava ogni limite. Il piscio colava a terra come un fiume in piena color marrone-giallastro. Lavandomi le scarpe raggiunsi la latrina. Mi misi a fianco di un uomo. Tirai fuori il mio pisello senza abbassare lo sguardo.
-Ehi amico, vediamo chi lo ha più lungo?-
Feci finta di niente. Scrollai il cazzo per spargere ogni goccia di piscio.
-Ehi amico, allora? Parlo con te.-
Sputai sulla latrina. Misi la mano in tasca e tirai fuori il coltello poggiandolo sul cazzo del vecchio, con calma. Il freddo della lama fece tremare le sue arruginite palle.
-Se te lo taglio, chi dei due lo avrà più lungo?-
Quel posto mi stava rendendo nervoso, mandai a fanculo anche la tipa che mi chiese d'accendere fuori dal bagno e spinsi via i bongioni che ti circondavano ogni volta passavi per il cesso chiedendoti se volevi una dose.
Finalmente era l'ora dei più giovani Vincent. Erano in gamba questi quattro. Avevano stile, avevano personalità, avevano il Rock'n'Roll nelle vene e sopratutto avevano una dose di fighe come amiche.
Il pubblico iniziava a muoversi, e poi vidi lei che ballava in compagnia di un'altra tipa.
Era Diane, una a cui avrei sempre voluto ficcaglierlo nel culo, ma finora non mi aveva mai cagato. Si strusciava adosso a quest'altra troietta come una perfetta lesbica in calore. Su e giù sulla schiena dell'amica, palpandogli tette e sedere.
Poi vedo che le due iniziare a baciarsi, con le lingue come serpenti si sbavano le labbra appassionatamente; iniziai a capire molto sul nostro mai esistito rapporto e penso: che spreco.
Ma nonostante ciò, mentre spio tutto dal bancone, non evito di masturbarmi mentalmente su questa puttanella bionda ed ormai è chiaro che questa è una sfida a cui non posso rinunciare.
Prendo il mio Jack. Mi bagno le labbra e lei è li che mi osserva. E più mi osserva e più si sbatte sull'altra. Forte, più forte, più forte ancora assortita in tale divertimento. La sua gonnellina si alza palpata dalle mani di coloro che ha attorno e lei sorride, mostra i denti e le mutande, e mi guarda.
Prendo un altro Jack, ma questa volta non per me.
Entro nella bolgia cercando di trattenere i bicchierini. Mi avvicino a lei e mi dice:
-Era ora.-
Le passo il whisky, cercando di domare il suo sguardo e le dico mentre ha il bicchiere in bocca:
-E' da tanto che ti desidero.-
-Sorprendimi, Trumpet-
Risponde.
E così, se lei è una brava comunicatrice, io sono un grande comunicatore con il mio cazzo.
Tutta scena quella con la lesbica, questa Diane urla più di qualsiasi cantante metal, e io godo nel sentir il suo verso animale mentre qualcuno bussa alla porta del cesso per pisciare.
Oh Cristo Santo, questo si che è un miracolo. Come lo succhia e non c'è niente che riesca a farla smettere. Questa deve avere iniziato presto con i lecca-lecca. Sembra che non faccia altro a colazione, a pranzo, a cena e prima di dormire.
Ma poi, come ogni cosa è tempo di venire ed è tempo di ripartire, così la scopo per la seconda volta dopo che me lo ha leccato, e la lascio ansimante chiudendo la porta, mentre dalle pareti rimbomba l'ultima canzone dei Vincent.
Peccato penso, avrebbe potuto tirarsela meno in tutto questo tempo.
Mi avvicino al cantante che ripete l'ultimo fuck you, e vado fuori per fumare e prendere un po'd'aria. Le urla e gli applausi accompagnano la mia e la loro fuoriuscita.
La gente all'esterno si saluta, si abbraccia, parla, rumoreggia, rovescia birra e io sto li tirando da questa cazzo di sigaretta che si consuma e le dico:
-Ti amazzo prima io.-
Poi uno stronzo ubriacone mi si avvicina e mi interrompe dai miei fottuti pensieri filosofici per chiedermi se gliene offro una.
Senti bello, dico, non rompermi le palle.
-Ti ho-ho chiesto solo una-una sigaretta.-
Mi dice traballando la voce.
-Non te la do una cazzo di sigaretta.-
Rispondo gentile.
-Senti vaffa-vaffanculo amico.-
-Io non sono mai stato tuo amico!-
Urlo conficcandogli la sigaretta nella guancia.
-Fumatela tutta ora, coglione-
E me ne vado.
Rientro dentro, la nebbia rossa causata dalle luci rende tutto pesante e sanguinoso. E' una gabbia caustrofobica. La gente è riversata sul bancone a ordinare da bere come se chiedesse cibo da dentro una gabbia.
Volano spinte, qualcuno bestemmia per l'attesa o grigna, io passo indifferente a questi animali e vedo la cagna che spunta fuori dal cesso. Ancora ha la gonna mezza calata ed è tutta entusiasta. Cammina come se l'eroina le avesse riempito gli occhi e ritorna dall'amica fanto-lesbica. Sembra volerne ancora, e ricominica a baciarsi con l'altra.
Nel frattempo mi ricompare davanti la dark dalle tette grandi, penso a che cazzo vuole questa. Mi passa affianco strusciando i seni sul mio braccio destro, quasi in cerca di innescare qualche effetto speciale.
Fallita.
Mi inserisco anchio nella folla assetata ma non per prendermi da bere.
I Forty Moostacchy attaccano le distorsioni e niente nel locale rimane quello che era prima. Il ritmo è un veleno che ci fa stare male. Tutto inizia a girare, i corpi si fondono, il sudore cade come pioggia dai nostri capelli.
La psicadelia dei suoni mi cattura e mi trasporta lontano e come in un orgia riverso le mie forze su quei corpi danzanti, e con il cazzo duro mi appoggio al culo dell'amica di Diane.
Sembra apprezzare, forse pure lei è una finto lesbo, o probabilmente ha sentito il servizietto che ho fatto all'altra e ha tanta voglia di sentire un cazzo venirle in bocca. Si certo lei non è figa come Diane, però se me la faccio amica è facile che a fine serata avrò due finto-lesbo a succhiarmelo mentre leggo il giornale.
Le infilo la mano ancora puzzante di sborra sul culo.
-Sei aggressivo.-
Mi dice.
-A letto non si possono di certo usare le buone maniere.-
-Ma noi non siamo ancora a letto.-
-Se vuoi posso offrirti il bagno per ora, e il letto a fine serata.-
Un attimo dopo sono nello stesso cesso di prima. Una doppietta difficilmente ripetibile. Questa tizia, di cui non so ancora il nome, è molto più tranquilla, lo lecca con calma, però quando è il momento che glielo ficchi dentro lo vuole tutto nel culo. Tutto nel culo ripete. Così si gira, mi sputo sul cazzo e le chiedo il nome.
Rose, che cazzo di nome è? Ora capisco perchè lo vuoi nel culo, Rose.
Conseguenza vuole che la tenuta in quel ruvido corridoio non sia uguale, però contenta lei a soffrire contenti tutti. Sembra desiderosa di parlare,accenna a qualcosa ansimando e allora spingo più forte con la speranza che il dolore la faccia urlare invece di chiaccherare. Vengo sporcandole le mutande e il retro dei jeans.
Tiro l'acqua del cesso come se avessi fatto una cagata e me ne esco trovandomi di fronte il tipo della gara al pisello più lungo.
Sembra incazzato, io molto più svuotato.
Apro la porta del bagno mostrandogli Rose seminuda e gli dico che se lui vuole, lei può farci da giudice alla gara. Ma a quanto pare il tizio non capisce che gli stavo offrendo una scopata così mi rifila un destro.
Barcollo stordito nel cesso affianco a Rose la quale mi spinge fuori.
Il tizio mi riprende e mi spinge contro il lavandino. Prendo un bel colpo alle costole. Cazzo, penso, sto subendo. Il tipo continua, inizia a farmi male. Devo reaggire, aggrappo qualcosa fra le mani, una saponetta, la lancio per distrarlo e gli sferro un bel calcio nelle palle.
Riprendo fiato e osservo il tipo steso a terra agonizzante che si tocca il pacco con entrambe le mani. Rose lo scavalca e scappa via.
Ritorno al concerto.
The Forty Moostacchy urla il cantante accompagnato dal pubblico che riversa ogni porco sui tre musicisti.
Prendo una pinta, sta cazzo di darkettona è sempre li. All'attacco del nuovo pezzo vedo che si scatena un violento pogo.
La dark ne approfitta appoggiando le tette su di me e mi chiede una sigaretta.
La fisso negli occhi e non sulle tette, estraggo il pacchetto di sigarette, glielo mostro, stringo il bicchiere, lo lancio in mezzo al pogo e io mi getto all'inseguimento dellla sua traiettoia e sparisco fra braccia e gambe che saltano.
E' il caos totale la al centro. Qualcuno sta perdendo sangue che schizza sul mio volto. E' un groviglio umano, un onda anomala che travolge tutto. Alcuni si gettano dai pochi centimentri di palco sopra le teste di nuotatori ubriachi. I trampolini sono liberi a tutti e in molti si tuffano senza cuffia.
I Forty sbraitano come cani, eccitati da tanto movimento, ma presto il ballo si trasforma in rabbia. Compare una sedia, qualche bottiglia, subisco una gomitata che mi fa perdere sangue dal naso.
Grignando prendo il primo che mi capita davanti per il collo e con una testata lo colpisco. Un suo amico accorre per metterlo in piedi prima che lo finisca, e allora sferro un calcio in pancia anche a questo stronzo.
Poi un altro si getta verso di me e mi placa tenendomi sulla cinta. Cerco di liberarmi ma mi arriva un pugno sul mento. Sputo sangue in testa a questo che mi tiene e calpesto forte i suoi piedi con i mie bei scarponi in cuoio. Molla così la presa quel tanto che mi basta per prenderlo a gomitate e a calci.
L'adrenalina mi entra in corpo e inizio a divertirmi.
Il pogo si è straformato in una rissa. Il suono delle chitarre si unisce a quello dei vetri rotti e allo scricchiolare dei tavolini che si infrangono sulle schiene dei malcapitati.
I pugni accompagnano i tum tum della batteria, i denti che partono ricordano i dadi lanciati nei casinò della Las Vegas, un altro numero basso, merda. Questo lo colpisco con una ginocchiata in pancia, tanto per toglierli il respiro.
Solo uno rimarrà in piedi, solo uno otterrà la libertà, solo uno conquisterà Roma.
Mi passa per la testa il trailer del "Gladiatore".
Un po' alla volta la sala sembra svuotarsi come un ring abbandonato dai wrestlers stanchi e sconfitti, finchè si accendono le luci che abbagliano i presenti mentre la musica viene spenta.
La baldoria è finita.
I feriti si ricompongono, a terra ci sono decine di bottiglie morte. Tutti si guardano storditi; è stato divertente, questo sembra circolare fra i pensieri dei presenti con occhi neri e bocche saguinanti. Ora con la luce e senza rumore è tutto triste.
Un ragazzo strisciando si avvicina al palco e sputacchiando sangue chiede ai Forty di suonare ancora. Il cantante scuote la testa, non è possibile sembra dirgli.
Ancora ripete, ancora ripeto io, anfora ripete quello a cui ho spaccato il naso.
-Forty! Forty! Forty!-
Si inalza dalla sala, forza, ancora, bis, urlano tutti.
La chitarra prima stona qualcosa, poi stride come una puttana non pagata, e infine accenna quattro accordi e il concerto riprende.
Il locale ritorna nelle tenebre, parte un applauso e come la Madonna ai fedeli illuminata da un raggio di sole compare nuovamente la dark di fronte a me.
Santo Cristo, Santissima Trinità. Va bene le dico, andiamo. La porto in bagno. Ormai non ho neanche più la forza per venire e infatti mi siedo sulla turca e lascio che faccia tutto lei con quelle enormi tette mentre mi fumo in pace una fottuta bastarda. Dopo un bel po' e sforzandomi tanto che a momenti invece di sborare le piscio sulle tette, riesco a liberarmi mentre lei lancia baci che non prenderò mai.
Ormai non capisco più un cazzo. Sono ubriaco, stanco, col cazzo a pezzi.
I Forty nel frattempo hanno finito e io mi ordino l'ultimo Jack della buona notte. La sala piano piano va svuotandosi ed esco pure io, devo rimediare un passaggio. Vado nel parcheggio quasi vuoto. C'è un gruppo di persone vicine ad una Mustang blu scuro del '64, sono in tre o quattro. Al buio poco si vede. Decido di andare a chiedere a loro uno strappo con il whisky ancora in mano.
-Scusate ragazzi, per caso...-
Solo li mi rendo conto di aver fatto una cazzata.
-Ma guarda qui chi si vede.-
Porca puttana è ancora il tipo della gara al cazzo più grosso con al suo fianco il tipo a cui ho spento la sigaretta sulla guancia ed è ancora li che se la strofina.
E' proprio vero che le mosche girano attorno alla merda, e io ora sono nella merda più molla che una vacca possa fare.
-Sentite ragazzi penso che dentro al locale ci siano stati dei malintesi.-
Dico camminando all'indietro sfoggiando un sorriso amichevole e allargando le braccia.
-Certo figlio di puttana, ci sono stati dei malintesi, prima sei riuscito ad avere la meglio, ora sei un uomo morto.-
Aumento il passo camminando all'indietro e poi lancio il bicchiere in testa a quello con la guancia bruciata e di scatto mi giro iniziando a correre senza voltarmi.
Sento solo il suono degli animali alle mie spalle che come bufali inpazziti corrono sulla ghiaia alzando polvere e sabbia.
Sono morto e me ne rendo conto, non ho possibilità, nessuna via di fuga. Ho il coltello in tasca, lo so, ma in tre contro uno è un'arma inutile.
Poi nel parcheggio qualcosa si accende. Anche se il sudore mi bagna gli occhi intravedo chiaramente che è un auto che in retro sta facendo manovra per partire.
-Aiuto! Aiuto!-
Inizio ad urlare mentre quegli dietro quasi ridono.
La macchina si avvia, ma lentamente, urlo ancora, forse mi hanno sentito o visto. Raggiungo l'auto, una Charger nera del 69', che però non si ferma ma prosegue piano. Quasi riesco ad aprire la portiera del passeggero ma non ci riesco.
-Aiuto quegli mi vogliono amazzare!-
Dico allungando il collo senza riuscire però a vedere il conducente dal finestrino opposto.
Sono finito, altri dieci metri e cado.
-Aiuto per favore, portatemi via.-
Sto quasi piangendo per lo sforzo.
Poi la macchina rallenta quel tanto che mi permette di aprire la portiera e saltare dentro, mentre una risata femminile accompagna il mio fiatone, prima di alzare la testa per vedere di chi si tratta.
-Rose! Sei tu! Che bello rivederti!-
-Arrivo al momento giusto vedo, problemi col bagno?
-Più o meno.-
Sapevo che dovevo farmela amica questa Rose, penso dentro me, mentre lei accellera col bolide lasciando nebbia sull'asfalto reso chiaro dal sorgere del sole.
-Eh la tua amica Diane, che fine ha fatto?-
Le chiedo ancora col cuore che pompa a mille.
-E' dietro che riposa.-
Poggio la mano sulla coscia di Rose e osservo l'alba ridendo.
E' stata una serata di sana baldoria. E' stata semplicemente una serata di sana baldoria.
-Vi amo.-
Le dico
-Vi amo.-
Simon Trumpet
In luoghi come questi l'attrazione principale è, oltre al bancone, il palco.
Palchi ricavati da bancali e assi di legno alti qualche centimetro da terra, sporchi di sangue, birra e residui organici, dove misere band si eseguivano per un po' d'alcol e una serata di sana baldoria.
Già la baldoria. Questo interessava ai poveri Cristo che guardavano questi gruppi. Bisognava creare caos, lanciare sedie e tavolini, pogare, rovesciare birra, e se avevi fortuna fottere una al cesso mentre la band si eseguiva in una cover storica come Louie Louie, perchè chiunque abbia un gruppo si sente figo solo se non fa soldi, e noi per sentirci fighi dovevamo distruggere più cose possibili, compresi i nostri bei faccini.
Così mi ritrovai in questo posto, postaccio, illuminato con luci rosse molte fastidiose. Già stava suonando un gruppo al mio arrivo, ma io non ero li per loro.
Ero venuto per assistere all'esibizione dei Vincent e dei Forty Moostachy, degli altri non me ne fregava un cazzo.
Mi accomodai al bancone al fianco di una ragazza, la squadrai di brutto, indossava un paio di Dottor Martins viola alte, pantaloni neri, e un top sempre nero; era proprio una dark ma oltre alle grosse tette che spuntavano da quel top non aveva altro di interessante, perchè non riuscivo a vederle il volto da quanto era truccata.
Presi una birra, guardai di nuovo le tette della tipa e lei sembrò quasi volermi dire qualcosa, ma rimase zitta, per fortuna.
Con la pinta feci un giro del locale. Oltre la zona centrale con il palco, c'era un corridoio stretto dal quale si aprivano stanze senza porte con all'interno sedie e divanetti. Tutto al semibuio con nebbie di fumo che sbucavano da ogni parte e che rendevano la perlustrazione ancora più difficile. Lattine e bicchieri di vetro sepolti a terra completavano l'atmosfera sporca che si respirava.
Sembrava un centro sociale, solo che le faccie che comparivano tra i vapori erano molto peggiori. Vecchi nostalgici del metal sbucavano dalle stanzine abbracciati a ventenni tossiche in cerca di una dose. Qualcuno limonava con coraggio, sporcando i muri di saliva e sputi, affianco ad altri che rotolavano a terra fra il loro vomito.
Il corridoio proseguiva e terminava con una scala di legno traballante e senza corrimano. Salii al piano superiore. Qua la situazione sembrava più tranquilla. Il fumo era scomparso, la musica non si sentiva più. Questa era una zona particolare, un'area adatta per chi aveva i soldi per scoparsi la puttana di turno, che al momento da quanto vedevo, erano però tutte impegnate tra bocchini e pecorelle nelle tre stanze che formavano il piano.
Ritornai indietro passando tra tossici minorenni e vacche sbronze e mi fermai al bancone per prendere un'altra birra. La dark era sempre li, ma ora stava parlando con un ragazzo della sua età.
Il gruppo stava ancora suonando quella merda che non sopportavo e la situazione si manteneva calma per ora : la gente non era ancora ubriaca.
Andai fuori per fumare una Pall Mall in pace, senza quel casino.
Tra un tiro e l'altro vidi quella faccia da cazzo di Steve. Andai a salutarlo per farmi un po' di compagnia.
-Ciao figlio di puttana, come butta?-
-Ah guarda qua il vecchio Trumpet, tutto bene. Allora vivi ancora scrivendo quelle cazzo di storielle da coglioni?-
-Certo finchè mi pagano. E tu che combini? Sei qui anche te per loro?-
-Si. Iniziano a girare tante voci in città su questi due gruppi. Stasera verrà anche qualche produttore per ascoltarli. Probabilmente uno dei due uscirà con un contratto.-
-E qualcuno con una bottiglia nel culo.-
-Così è il mondo della musica.-
-Uno schifo.-
-Già amico.-
-Vado a pisciare, Steve, ci si vede dopo.-
Il locale si era riempito. A fatica riuscivo a farmi strada tra le borchie e le darkettone che rompevano i coglioni con le loro pasticche chimiche.
Raggiunsi il bagno. Se il locale faceva schifo, la puzza di merda del cesso superava ogni limite. Il piscio colava a terra come un fiume in piena color marrone-giallastro. Lavandomi le scarpe raggiunsi la latrina. Mi misi a fianco di un uomo. Tirai fuori il mio pisello senza abbassare lo sguardo.
-Ehi amico, vediamo chi lo ha più lungo?-
Feci finta di niente. Scrollai il cazzo per spargere ogni goccia di piscio.
-Ehi amico, allora? Parlo con te.-
Sputai sulla latrina. Misi la mano in tasca e tirai fuori il coltello poggiandolo sul cazzo del vecchio, con calma. Il freddo della lama fece tremare le sue arruginite palle.
-Se te lo taglio, chi dei due lo avrà più lungo?-
Quel posto mi stava rendendo nervoso, mandai a fanculo anche la tipa che mi chiese d'accendere fuori dal bagno e spinsi via i bongioni che ti circondavano ogni volta passavi per il cesso chiedendoti se volevi una dose.
Finalmente era l'ora dei più giovani Vincent. Erano in gamba questi quattro. Avevano stile, avevano personalità, avevano il Rock'n'Roll nelle vene e sopratutto avevano una dose di fighe come amiche.
Il pubblico iniziava a muoversi, e poi vidi lei che ballava in compagnia di un'altra tipa.
Era Diane, una a cui avrei sempre voluto ficcaglierlo nel culo, ma finora non mi aveva mai cagato. Si strusciava adosso a quest'altra troietta come una perfetta lesbica in calore. Su e giù sulla schiena dell'amica, palpandogli tette e sedere.
Poi vedo che le due iniziare a baciarsi, con le lingue come serpenti si sbavano le labbra appassionatamente; iniziai a capire molto sul nostro mai esistito rapporto e penso: che spreco.
Ma nonostante ciò, mentre spio tutto dal bancone, non evito di masturbarmi mentalmente su questa puttanella bionda ed ormai è chiaro che questa è una sfida a cui non posso rinunciare.
Prendo il mio Jack. Mi bagno le labbra e lei è li che mi osserva. E più mi osserva e più si sbatte sull'altra. Forte, più forte, più forte ancora assortita in tale divertimento. La sua gonnellina si alza palpata dalle mani di coloro che ha attorno e lei sorride, mostra i denti e le mutande, e mi guarda.
Prendo un altro Jack, ma questa volta non per me.
Entro nella bolgia cercando di trattenere i bicchierini. Mi avvicino a lei e mi dice:
-Era ora.-
Le passo il whisky, cercando di domare il suo sguardo e le dico mentre ha il bicchiere in bocca:
-E' da tanto che ti desidero.-
-Sorprendimi, Trumpet-
Risponde.
E così, se lei è una brava comunicatrice, io sono un grande comunicatore con il mio cazzo.
Tutta scena quella con la lesbica, questa Diane urla più di qualsiasi cantante metal, e io godo nel sentir il suo verso animale mentre qualcuno bussa alla porta del cesso per pisciare.
Oh Cristo Santo, questo si che è un miracolo. Come lo succhia e non c'è niente che riesca a farla smettere. Questa deve avere iniziato presto con i lecca-lecca. Sembra che non faccia altro a colazione, a pranzo, a cena e prima di dormire.
Ma poi, come ogni cosa è tempo di venire ed è tempo di ripartire, così la scopo per la seconda volta dopo che me lo ha leccato, e la lascio ansimante chiudendo la porta, mentre dalle pareti rimbomba l'ultima canzone dei Vincent.
Peccato penso, avrebbe potuto tirarsela meno in tutto questo tempo.
Mi avvicino al cantante che ripete l'ultimo fuck you, e vado fuori per fumare e prendere un po'd'aria. Le urla e gli applausi accompagnano la mia e la loro fuoriuscita.
La gente all'esterno si saluta, si abbraccia, parla, rumoreggia, rovescia birra e io sto li tirando da questa cazzo di sigaretta che si consuma e le dico:
-Ti amazzo prima io.-
Poi uno stronzo ubriacone mi si avvicina e mi interrompe dai miei fottuti pensieri filosofici per chiedermi se gliene offro una.
Senti bello, dico, non rompermi le palle.
-Ti ho-ho chiesto solo una-una sigaretta.-
Mi dice traballando la voce.
-Non te la do una cazzo di sigaretta.-
Rispondo gentile.
-Senti vaffa-vaffanculo amico.-
-Io non sono mai stato tuo amico!-
Urlo conficcandogli la sigaretta nella guancia.
-Fumatela tutta ora, coglione-
E me ne vado.
Rientro dentro, la nebbia rossa causata dalle luci rende tutto pesante e sanguinoso. E' una gabbia caustrofobica. La gente è riversata sul bancone a ordinare da bere come se chiedesse cibo da dentro una gabbia.
Volano spinte, qualcuno bestemmia per l'attesa o grigna, io passo indifferente a questi animali e vedo la cagna che spunta fuori dal cesso. Ancora ha la gonna mezza calata ed è tutta entusiasta. Cammina come se l'eroina le avesse riempito gli occhi e ritorna dall'amica fanto-lesbica. Sembra volerne ancora, e ricominica a baciarsi con l'altra.
Nel frattempo mi ricompare davanti la dark dalle tette grandi, penso a che cazzo vuole questa. Mi passa affianco strusciando i seni sul mio braccio destro, quasi in cerca di innescare qualche effetto speciale.
Fallita.
Mi inserisco anchio nella folla assetata ma non per prendermi da bere.
I Forty Moostacchy attaccano le distorsioni e niente nel locale rimane quello che era prima. Il ritmo è un veleno che ci fa stare male. Tutto inizia a girare, i corpi si fondono, il sudore cade come pioggia dai nostri capelli.
La psicadelia dei suoni mi cattura e mi trasporta lontano e come in un orgia riverso le mie forze su quei corpi danzanti, e con il cazzo duro mi appoggio al culo dell'amica di Diane.
Sembra apprezzare, forse pure lei è una finto lesbo, o probabilmente ha sentito il servizietto che ho fatto all'altra e ha tanta voglia di sentire un cazzo venirle in bocca. Si certo lei non è figa come Diane, però se me la faccio amica è facile che a fine serata avrò due finto-lesbo a succhiarmelo mentre leggo il giornale.
Le infilo la mano ancora puzzante di sborra sul culo.
-Sei aggressivo.-
Mi dice.
-A letto non si possono di certo usare le buone maniere.-
-Ma noi non siamo ancora a letto.-
-Se vuoi posso offrirti il bagno per ora, e il letto a fine serata.-
Un attimo dopo sono nello stesso cesso di prima. Una doppietta difficilmente ripetibile. Questa tizia, di cui non so ancora il nome, è molto più tranquilla, lo lecca con calma, però quando è il momento che glielo ficchi dentro lo vuole tutto nel culo. Tutto nel culo ripete. Così si gira, mi sputo sul cazzo e le chiedo il nome.
Rose, che cazzo di nome è? Ora capisco perchè lo vuoi nel culo, Rose.
Conseguenza vuole che la tenuta in quel ruvido corridoio non sia uguale, però contenta lei a soffrire contenti tutti. Sembra desiderosa di parlare,accenna a qualcosa ansimando e allora spingo più forte con la speranza che il dolore la faccia urlare invece di chiaccherare. Vengo sporcandole le mutande e il retro dei jeans.
Tiro l'acqua del cesso come se avessi fatto una cagata e me ne esco trovandomi di fronte il tipo della gara al pisello più lungo.
Sembra incazzato, io molto più svuotato.
Apro la porta del bagno mostrandogli Rose seminuda e gli dico che se lui vuole, lei può farci da giudice alla gara. Ma a quanto pare il tizio non capisce che gli stavo offrendo una scopata così mi rifila un destro.
Barcollo stordito nel cesso affianco a Rose la quale mi spinge fuori.
Il tizio mi riprende e mi spinge contro il lavandino. Prendo un bel colpo alle costole. Cazzo, penso, sto subendo. Il tipo continua, inizia a farmi male. Devo reaggire, aggrappo qualcosa fra le mani, una saponetta, la lancio per distrarlo e gli sferro un bel calcio nelle palle.
Riprendo fiato e osservo il tipo steso a terra agonizzante che si tocca il pacco con entrambe le mani. Rose lo scavalca e scappa via.
Ritorno al concerto.
The Forty Moostacchy urla il cantante accompagnato dal pubblico che riversa ogni porco sui tre musicisti.
Prendo una pinta, sta cazzo di darkettona è sempre li. All'attacco del nuovo pezzo vedo che si scatena un violento pogo.
La dark ne approfitta appoggiando le tette su di me e mi chiede una sigaretta.
La fisso negli occhi e non sulle tette, estraggo il pacchetto di sigarette, glielo mostro, stringo il bicchiere, lo lancio in mezzo al pogo e io mi getto all'inseguimento dellla sua traiettoia e sparisco fra braccia e gambe che saltano.
E' il caos totale la al centro. Qualcuno sta perdendo sangue che schizza sul mio volto. E' un groviglio umano, un onda anomala che travolge tutto. Alcuni si gettano dai pochi centimentri di palco sopra le teste di nuotatori ubriachi. I trampolini sono liberi a tutti e in molti si tuffano senza cuffia.
I Forty sbraitano come cani, eccitati da tanto movimento, ma presto il ballo si trasforma in rabbia. Compare una sedia, qualche bottiglia, subisco una gomitata che mi fa perdere sangue dal naso.
Grignando prendo il primo che mi capita davanti per il collo e con una testata lo colpisco. Un suo amico accorre per metterlo in piedi prima che lo finisca, e allora sferro un calcio in pancia anche a questo stronzo.
Poi un altro si getta verso di me e mi placa tenendomi sulla cinta. Cerco di liberarmi ma mi arriva un pugno sul mento. Sputo sangue in testa a questo che mi tiene e calpesto forte i suoi piedi con i mie bei scarponi in cuoio. Molla così la presa quel tanto che mi basta per prenderlo a gomitate e a calci.
L'adrenalina mi entra in corpo e inizio a divertirmi.
Il pogo si è straformato in una rissa. Il suono delle chitarre si unisce a quello dei vetri rotti e allo scricchiolare dei tavolini che si infrangono sulle schiene dei malcapitati.
I pugni accompagnano i tum tum della batteria, i denti che partono ricordano i dadi lanciati nei casinò della Las Vegas, un altro numero basso, merda. Questo lo colpisco con una ginocchiata in pancia, tanto per toglierli il respiro.
Solo uno rimarrà in piedi, solo uno otterrà la libertà, solo uno conquisterà Roma.
Mi passa per la testa il trailer del "Gladiatore".
Un po' alla volta la sala sembra svuotarsi come un ring abbandonato dai wrestlers stanchi e sconfitti, finchè si accendono le luci che abbagliano i presenti mentre la musica viene spenta.
La baldoria è finita.
I feriti si ricompongono, a terra ci sono decine di bottiglie morte. Tutti si guardano storditi; è stato divertente, questo sembra circolare fra i pensieri dei presenti con occhi neri e bocche saguinanti. Ora con la luce e senza rumore è tutto triste.
Un ragazzo strisciando si avvicina al palco e sputacchiando sangue chiede ai Forty di suonare ancora. Il cantante scuote la testa, non è possibile sembra dirgli.
Ancora ripete, ancora ripeto io, anfora ripete quello a cui ho spaccato il naso.
-Forty! Forty! Forty!-
Si inalza dalla sala, forza, ancora, bis, urlano tutti.
La chitarra prima stona qualcosa, poi stride come una puttana non pagata, e infine accenna quattro accordi e il concerto riprende.
Il locale ritorna nelle tenebre, parte un applauso e come la Madonna ai fedeli illuminata da un raggio di sole compare nuovamente la dark di fronte a me.
Santo Cristo, Santissima Trinità. Va bene le dico, andiamo. La porto in bagno. Ormai non ho neanche più la forza per venire e infatti mi siedo sulla turca e lascio che faccia tutto lei con quelle enormi tette mentre mi fumo in pace una fottuta bastarda. Dopo un bel po' e sforzandomi tanto che a momenti invece di sborare le piscio sulle tette, riesco a liberarmi mentre lei lancia baci che non prenderò mai.
Ormai non capisco più un cazzo. Sono ubriaco, stanco, col cazzo a pezzi.
I Forty nel frattempo hanno finito e io mi ordino l'ultimo Jack della buona notte. La sala piano piano va svuotandosi ed esco pure io, devo rimediare un passaggio. Vado nel parcheggio quasi vuoto. C'è un gruppo di persone vicine ad una Mustang blu scuro del '64, sono in tre o quattro. Al buio poco si vede. Decido di andare a chiedere a loro uno strappo con il whisky ancora in mano.
-Scusate ragazzi, per caso...-
Solo li mi rendo conto di aver fatto una cazzata.
-Ma guarda qui chi si vede.-
Porca puttana è ancora il tipo della gara al cazzo più grosso con al suo fianco il tipo a cui ho spento la sigaretta sulla guancia ed è ancora li che se la strofina.
E' proprio vero che le mosche girano attorno alla merda, e io ora sono nella merda più molla che una vacca possa fare.
-Sentite ragazzi penso che dentro al locale ci siano stati dei malintesi.-
Dico camminando all'indietro sfoggiando un sorriso amichevole e allargando le braccia.
-Certo figlio di puttana, ci sono stati dei malintesi, prima sei riuscito ad avere la meglio, ora sei un uomo morto.-
Aumento il passo camminando all'indietro e poi lancio il bicchiere in testa a quello con la guancia bruciata e di scatto mi giro iniziando a correre senza voltarmi.
Sento solo il suono degli animali alle mie spalle che come bufali inpazziti corrono sulla ghiaia alzando polvere e sabbia.
Sono morto e me ne rendo conto, non ho possibilità, nessuna via di fuga. Ho il coltello in tasca, lo so, ma in tre contro uno è un'arma inutile.
Poi nel parcheggio qualcosa si accende. Anche se il sudore mi bagna gli occhi intravedo chiaramente che è un auto che in retro sta facendo manovra per partire.
-Aiuto! Aiuto!-
Inizio ad urlare mentre quegli dietro quasi ridono.
La macchina si avvia, ma lentamente, urlo ancora, forse mi hanno sentito o visto. Raggiungo l'auto, una Charger nera del 69', che però non si ferma ma prosegue piano. Quasi riesco ad aprire la portiera del passeggero ma non ci riesco.
-Aiuto quegli mi vogliono amazzare!-
Dico allungando il collo senza riuscire però a vedere il conducente dal finestrino opposto.
Sono finito, altri dieci metri e cado.
-Aiuto per favore, portatemi via.-
Sto quasi piangendo per lo sforzo.
Poi la macchina rallenta quel tanto che mi permette di aprire la portiera e saltare dentro, mentre una risata femminile accompagna il mio fiatone, prima di alzare la testa per vedere di chi si tratta.
-Rose! Sei tu! Che bello rivederti!-
-Arrivo al momento giusto vedo, problemi col bagno?
-Più o meno.-
Sapevo che dovevo farmela amica questa Rose, penso dentro me, mentre lei accellera col bolide lasciando nebbia sull'asfalto reso chiaro dal sorgere del sole.
-Eh la tua amica Diane, che fine ha fatto?-
Le chiedo ancora col cuore che pompa a mille.
-E' dietro che riposa.-
Poggio la mano sulla coscia di Rose e osservo l'alba ridendo.
E' stata una serata di sana baldoria. E' stata semplicemente una serata di sana baldoria.
-Vi amo.-
Le dico
-Vi amo.-
Simon Trumpet
lunedì 12 ottobre 2009
PRIMA DI TUTTO DOVREI CONOSCERTI
-Prima di sederti, rimani li e ascolta.
So già quello che vuoi. Lo so che sei qui solo per cercare di scoparmi.
Mi dirai ciao, ti presenterai allungando la mano. Poi farai tutto il gentile, sorridendo e mostrando il tuo petto rigoroso. Inizierai con dei complimenti perchè sai che a noi donne piacciono.
Omaggerai i miei occhi azzurri, ma sono così a causa delle lenti, poi i miei bellissimi capelli biondi tinti, sono castana, e poi le mie labbra che sono rifatte. Dopo aver fatto i complimenti a qualcosa che non è mio, passerai a parlare di qualcosa di inutile e poco interesante, come del locale, della musica o su qualcuno che deve arrivare.
Ti aspetti, ora che hai sciolto un po' il ghiaccio con me, che io ti dica che puoi pure accomodarti sulla sedia libera del mio tavolino, posta al mio fianco. E allora tu dirai grazie e prenderai posto. Ordinerai da bere qualcosa con ghiaccio.
Poi muoverai le mani cercando di mostrarmi il Rolex che hai al polso, per farmi capire di quale categoria sei, cosa già abbastanza comprensibile guardando il tuo abbigliamento fatto di camicetta bianca con colletto alto, pantalone in lino nero stretto a mezza zampa e scarpa lucida Prada. Inizierai a parlare del tuo lavoro. Dirai che sei il boss di una concessionaria di auto.
Cercherai di farmi sentire il profumo che hai adosso, perchè un buon odore è sintomo di sicurezza per noi donne e tu sei un uomo che vuole andare fino in fondo. Io dimostrerò poco interesse, e allora tu cambierai argomento puntando sui tuoi hobby sperando che anchio abbia le tue stesse passioni.
Ma non è la tua giornata fortunata, o io non sono proprio la tua tipa o sono una fottuta stronza.
Non demordi, hai conquistato donne più difficili, pensi dentro te, motivandoti che niente è impossibile e tu puoi avere le chiavi per ogni buco. E poi hai altri mille assi nelle maniche da giocarti, ma sai pure che devi fare presto prima che tutto il ghiaccio del whisky si sciolga e io me ne vada.
Un dubbio ti appare : non sei ancora sicuro se quella sedia posta sul mio tavolino fosse libera o occupata da qualcuno che momentaneamente è assente.
Così punti sui sentimenti e mi racconti di come tu spesso organizzi aste di beneficenza per raccogliere offerte per la realizzazione di un ospedale in Congo, una scuola in Corea e un parco giochi in Cile.
Io rimango un po' stupita da questo, sono una donna, e ti dico vai avanti.
Mi fai sapere che ogni Natale mandi regali ai bambini dell'orfanotrofio di San Michele e nuove coperte ai vecchi dell'ospizio di San Rocco, stringendo le dita che mio nonno o mia nonna riposino in quell'ospizio.
Un occhio inizia allora a lacrimare ma non perchè sono commossa ma perchè ne ho le palle piene di guardarti, tu fraintendi e mi abbracci.
Credi di esserci quasi, e io aspetto solo che qualcuno mi chiami per andarmene fuori dal cazzo.
Allora insisterai perchè io ti racconti qualcosa di me.
Ne approfitto per prenderti per il culo fingendo di essere stata anchio uno dei trovatelli di San Michele, solo che quando io ero piccola, sottolineo,a Natale, l'unica cosa che ricevevo era il ghiaccio che si formava vicino ai termi perennemente spenti. Ora il gioco sta nelle mie mani e ti faccio capire pure, che mio nonno a morire in un ospizio dimenticato da tutti non lo mando.
Scopri di aver rovinato tutto, controlli l'ora dal Rolex, comprendi di aver perso dieci minuti abbondanti questa sera.
Ma non ti preoccupi, fai finta di niente e come se tutto quello che hai detto e fatto, con quei capelli ingellati da finocchietto, i denti bianchi perfettamente in linea, fossero serviti a farmi innamorare di te, e visto che stasera non te la darò, pretendi il mio numero perchè la prossima volta, portandomi a cena nel più lussuoso locale della città,riuscirai mentre mi riporti a casa col tuo bel macchinone argentato tedesco, con qualche scusa, a concludere la serata nella tua villa, dove finalmente dopo avermi drogato il coktail infilerai il tuo cazzo rasato nella mia figa pelosa. Per cui me la tiro e non lo te lo lascio il numero.
Allora con un colpo di magia fai uscire da qualche tasca dei pantaloni un bigliettino da visita della tua agenzia di auto, dove da sfondo al tuo nome e al tuo telefono, compare la foto di una di quelle macchine di lusso.
Per un attimo mi immagino in cima ad una di quelle auto, dopo averti fatto un pompino, in cui con la palle di uno stantman spingo l'acceleratore al massimo con i tacchi da dodici, sfidando tornanti e automobilisti lenti.
Ma è solo un immagine di passaggio nella mia mente e lascio cadere il foglietto a terra invece che in borsa senza che tu te ne accorga.
Ti senti risollevato, credi di avere ancora qualche possibilità e che prima o poi, se non già il giorno seguente, io possa farti uno squillo per chiederti il costo di un auto o per avere un nuovo incontro con te.
Sfigato.
Dovresti saperlo che non siamo noi donne a chiamare per un appuntamento, almeno che il tipo non ci piaccia tantissimo. E così come il bigliettino, senza che tu te ne accorga mi hai persa.
Si, sono proprio una puttana, una bella puttana, perchè ogni volta che appoggio le mani sul tavolo, pensi che le stia allungando verso le tue e mi guardi a bocca aperta. E io godo nel farlo, godo nel tenerti per le palle, allungartele, darti qualche fasulla possibilità.
Ma quella sarà stata la prima e l'ultima volta che mi avrai vista, e te, per alcune settimane attenderai una chiamata che non arriverà mai su quel cazzuto cellulare.
E allora capirai e io inizierò a vivere solo nei tuoi sogni mentre tu per me non sarai mai esistito.
Il tempo è scaduto, il ghiaccio nel mio bicchiere si è sciolto. Immagino che per te sia tutto chiaro, non provare nemmeno a fare tutto ciò, io non ci penso nemmeno a una botta con te. Siete tutti uguali, volete solo quello, vi comportate tutti alla stessa maniera, vuoi uomini.
Se hai da dire una cosa breve, prima che me ne vada, dimmi.-
-Che io ti voglia scopare, o ti voglia sposare, o voglia un pompino, prima di tutto dovrei conoscerti, io sono Trumpet e comunque volevo solo andare al cesso.-
Simon Trumpet
So già quello che vuoi. Lo so che sei qui solo per cercare di scoparmi.
Mi dirai ciao, ti presenterai allungando la mano. Poi farai tutto il gentile, sorridendo e mostrando il tuo petto rigoroso. Inizierai con dei complimenti perchè sai che a noi donne piacciono.
Omaggerai i miei occhi azzurri, ma sono così a causa delle lenti, poi i miei bellissimi capelli biondi tinti, sono castana, e poi le mie labbra che sono rifatte. Dopo aver fatto i complimenti a qualcosa che non è mio, passerai a parlare di qualcosa di inutile e poco interesante, come del locale, della musica o su qualcuno che deve arrivare.
Ti aspetti, ora che hai sciolto un po' il ghiaccio con me, che io ti dica che puoi pure accomodarti sulla sedia libera del mio tavolino, posta al mio fianco. E allora tu dirai grazie e prenderai posto. Ordinerai da bere qualcosa con ghiaccio.
Poi muoverai le mani cercando di mostrarmi il Rolex che hai al polso, per farmi capire di quale categoria sei, cosa già abbastanza comprensibile guardando il tuo abbigliamento fatto di camicetta bianca con colletto alto, pantalone in lino nero stretto a mezza zampa e scarpa lucida Prada. Inizierai a parlare del tuo lavoro. Dirai che sei il boss di una concessionaria di auto.
Cercherai di farmi sentire il profumo che hai adosso, perchè un buon odore è sintomo di sicurezza per noi donne e tu sei un uomo che vuole andare fino in fondo. Io dimostrerò poco interesse, e allora tu cambierai argomento puntando sui tuoi hobby sperando che anchio abbia le tue stesse passioni.
Ma non è la tua giornata fortunata, o io non sono proprio la tua tipa o sono una fottuta stronza.
Non demordi, hai conquistato donne più difficili, pensi dentro te, motivandoti che niente è impossibile e tu puoi avere le chiavi per ogni buco. E poi hai altri mille assi nelle maniche da giocarti, ma sai pure che devi fare presto prima che tutto il ghiaccio del whisky si sciolga e io me ne vada.
Un dubbio ti appare : non sei ancora sicuro se quella sedia posta sul mio tavolino fosse libera o occupata da qualcuno che momentaneamente è assente.
Così punti sui sentimenti e mi racconti di come tu spesso organizzi aste di beneficenza per raccogliere offerte per la realizzazione di un ospedale in Congo, una scuola in Corea e un parco giochi in Cile.
Io rimango un po' stupita da questo, sono una donna, e ti dico vai avanti.
Mi fai sapere che ogni Natale mandi regali ai bambini dell'orfanotrofio di San Michele e nuove coperte ai vecchi dell'ospizio di San Rocco, stringendo le dita che mio nonno o mia nonna riposino in quell'ospizio.
Un occhio inizia allora a lacrimare ma non perchè sono commossa ma perchè ne ho le palle piene di guardarti, tu fraintendi e mi abbracci.
Credi di esserci quasi, e io aspetto solo che qualcuno mi chiami per andarmene fuori dal cazzo.
Allora insisterai perchè io ti racconti qualcosa di me.
Ne approfitto per prenderti per il culo fingendo di essere stata anchio uno dei trovatelli di San Michele, solo che quando io ero piccola, sottolineo,a Natale, l'unica cosa che ricevevo era il ghiaccio che si formava vicino ai termi perennemente spenti. Ora il gioco sta nelle mie mani e ti faccio capire pure, che mio nonno a morire in un ospizio dimenticato da tutti non lo mando.
Scopri di aver rovinato tutto, controlli l'ora dal Rolex, comprendi di aver perso dieci minuti abbondanti questa sera.
Ma non ti preoccupi, fai finta di niente e come se tutto quello che hai detto e fatto, con quei capelli ingellati da finocchietto, i denti bianchi perfettamente in linea, fossero serviti a farmi innamorare di te, e visto che stasera non te la darò, pretendi il mio numero perchè la prossima volta, portandomi a cena nel più lussuoso locale della città,riuscirai mentre mi riporti a casa col tuo bel macchinone argentato tedesco, con qualche scusa, a concludere la serata nella tua villa, dove finalmente dopo avermi drogato il coktail infilerai il tuo cazzo rasato nella mia figa pelosa. Per cui me la tiro e non lo te lo lascio il numero.
Allora con un colpo di magia fai uscire da qualche tasca dei pantaloni un bigliettino da visita della tua agenzia di auto, dove da sfondo al tuo nome e al tuo telefono, compare la foto di una di quelle macchine di lusso.
Per un attimo mi immagino in cima ad una di quelle auto, dopo averti fatto un pompino, in cui con la palle di uno stantman spingo l'acceleratore al massimo con i tacchi da dodici, sfidando tornanti e automobilisti lenti.
Ma è solo un immagine di passaggio nella mia mente e lascio cadere il foglietto a terra invece che in borsa senza che tu te ne accorga.
Ti senti risollevato, credi di avere ancora qualche possibilità e che prima o poi, se non già il giorno seguente, io possa farti uno squillo per chiederti il costo di un auto o per avere un nuovo incontro con te.
Sfigato.
Dovresti saperlo che non siamo noi donne a chiamare per un appuntamento, almeno che il tipo non ci piaccia tantissimo. E così come il bigliettino, senza che tu te ne accorga mi hai persa.
Si, sono proprio una puttana, una bella puttana, perchè ogni volta che appoggio le mani sul tavolo, pensi che le stia allungando verso le tue e mi guardi a bocca aperta. E io godo nel farlo, godo nel tenerti per le palle, allungartele, darti qualche fasulla possibilità.
Ma quella sarà stata la prima e l'ultima volta che mi avrai vista, e te, per alcune settimane attenderai una chiamata che non arriverà mai su quel cazzuto cellulare.
E allora capirai e io inizierò a vivere solo nei tuoi sogni mentre tu per me non sarai mai esistito.
Il tempo è scaduto, il ghiaccio nel mio bicchiere si è sciolto. Immagino che per te sia tutto chiaro, non provare nemmeno a fare tutto ciò, io non ci penso nemmeno a una botta con te. Siete tutti uguali, volete solo quello, vi comportate tutti alla stessa maniera, vuoi uomini.
Se hai da dire una cosa breve, prima che me ne vada, dimmi.-
-Che io ti voglia scopare, o ti voglia sposare, o voglia un pompino, prima di tutto dovrei conoscerti, io sono Trumpet e comunque volevo solo andare al cesso.-
Simon Trumpet
giovedì 8 ottobre 2009
GLI ALTRI MORTI
Nessuno dice che sia giusto.
Nessuno dice che sia sbagliato.
Le trasmissioni televisive furono subito interrotte.
Il primo giornalista trovato in redazione,dava la notizia così come era uscita dall'Ansa.
- Attentato ad un convoglio militare italiano a Kabul, 6 morti e 4 feriti fra i nostri soldati, mentre si riscontrano 10 morti tra i civili. Dalle prime informazione sembra che un'auto bomba sia esplosa durante il passaggio dei mezzi italiani, ma andiamo subito in collegamento con la nostra inviata Elsa Maggio. -
Le immagini erano quelle che oramai si vedono ogni giorno. In primo piano il mezzo blindato che trasportava i militari quasi completamente distrutto.
Poco lontano quello che riamaneva dell'auto kamikaze, ridotta a un cumulo di rottami. Lungo la strada detriti di ogni tipo, una grossa buca causata dall'espolosione, un casco dei soldati; l'asfalto non esisteva più, poi c'erano altre auto capovolte, una bici, una scarpa, una ruota, un brandello della bandiera italiana.
Tutt'attorno il set per un film di guerra, con autoambulanze che corrono all'impazzata, gente che urla, persone che si improvvisano pompieri per spegnere le fiamme, altri armati in difesa di qualcosa che non ha più bisogno di difese, una donna piange disperata sul ciglio della strada, bambini in silenzio che cercano qualcosa tra le macerie, curiosi, corpi coperti da lenzuoli azzurri, vecchi che pregano.
A volte la cosa giusta da fare per preservare una buona giornata è spegnere la tv.
Nessuno dice che sia giusto.
Nessuno dice che sia sbagliato.
Durante il giorno i servizi si susseguirono, segnalando inutili dettagli quali il tipo di vettura dell'attentatore, le minaccie dei politici italiani contro il nemico, i kili usati nello scoppio, tutto per la gioia di noi, teledipendenti in cerca dello show.
E allora lacrime, canzoni tristi, un po'di sangue, e interviste ai parenti della vittime, che come sempre scoprono che il figlio è esploso guardando Studio Aperto.
Tanto e tanto dolore, lutto nazionale, parlamentari in coro uniti per la patria regia causa onoris, minuto di silenzio allo stadio.
Tutto questo per noi, noi popolo italiano.
Tutto questo senza una considerazione.
Gli altri.
Gli altri morti.
Ci furono 10 vittime fra i civili.
Nessuno servizio parlò di loro, nessuno nominò i loro nomi.
Solo così si può capire perchè quella donna inquadrata piangeva disperata, di sicuro non per i militari, anche lei afghana provava dolore.
Nessuno dice che sia giusto, parlarne.
Nessuno dice che sia sbagliato, parlarne.
Aadel Wais,35 anni.
Passava di li come ogni mattina. Lascia una moglie, Laila e 3 figli, perchè il quarto è scoppiato in aria pure lui. La bici rivvenuta sul luogo pare fosse la sua, stava accompagnado il piccolo Saabir di 7 anni a scuola, come ogni giorno, su quel mezzo acquistato dopo anni di sacrifici a coltivare patate.
Omar Yasaman di anni 73.
Vedovo, lascia una numerosa famiglia. Stava semplicemente passeggiando, prima di recarsi a pregare come sempre. Definito come grande saggio e maestro nel suo villaggio, non si sarebbe mai aspettato una morte simile, visto che l'età media di vita in Afghanistan è di 44 anni.
Faiza Zalaikah di anni 17.
Lascia un fidanzato, Jabar di anni 20, col quale si sarebbe sposata a breve. Si stava recando al mercato, perchè le donne ancora non possono studiare, come spesso faceva in compagnia della madre.
Deeba Mahsooma di anni 40, aveva bisogno di un po' di riso e del cardamomo per preparare il Ferni, un piatto tipico del luogo.Macinata come la trovarono qualcuno pensò di usare lei al posto del riso, ma questo era solo un sarcastico pensiero.
Raamiz Yaaseen e Nabil Qudsia rispettivamente di anni 27 e 24.
Erano a bordo di una delle auto capovolte. Erano due meccanici, si stavano recando in paese a recuperare alcuni pezzi di ricambio e una marmitta. Da quello che si nota dalle immagini pare che Raamiz abbia cercato di sterzare per evitare l'esposione senza però riuscirci, venendo colpito con l'amico dalla onda d'urto che ha scaraventato il loro mezzo. La foto bruciata di una donna rivvenuta a terra apparteneva a Nabil.
Ibraheem Chaghcharan di anni 30 invece, si stava recando all'aeroporto, perchè quella era la strada per raggiungerlo. Lavora da diversi anni come adetto al trasporto dei bagagli dal check-in all'aereo. Era molto felice del suo lavoro e si riteneva molto fortunato perchè prendeva abbastanza soldi da poter mantenere senza problemi la sua famiglia, in un paese dove il reddito pro-capite ammonta a 650 euro annuali.
Vida Zam-Zama,di anni 20.
Si stava recando a prendere dell'acqua, visto che sono poche le fontane in cui è possibile prelevare acqua pulita. Parte della sua mano è stata trovata ancora attaccata al secchio che portava con sè. Era sposata e i due bambini che ha avuto sono entrambi morti piccolissimi per il colera e tifo dovuti all'acqua sporca. Ma questo è normale in una nazione dove la mortalità infantile sale a 153,47 morti su 1000 nascite. Per fare un esempio negli Stati Uniti si arriva a 6,37 morti su 1000 nati.
Certe notizie per un Tg sono inutili. Si fa una scaletta, si fanno le proporzioni sui tempi dei servizi, sul numero di parole che lo speaker deve dire, tutto per una mezzora di diretta, compresa la pubblicità. Meglio quindi evitare cose superflue o poco emozionanti per il telespettatore medio.
Infine Fairooz Haaroon e sua moglie Taj Nafeesa, anche loro si stavano recando al mercato. Fairooz era un'agricoltore, o meglio faceva il fioraio, coltivava papaveri da oppio. Qui l'oppio è la maggior fonte di reddito per molte famiglie come la sua, solo che a differenza dell'Europa, lui con la droga non ha mai guadagnato miliardi di euro, ma solo il stretto necessario per vivere.
L'ennesimo notiziario mostrava le nauseanti immagini del disastro mentre tutta una nazione mostrava il suo cordoglio e il suo lutto.
Inni di gioia e di vittoria, intonavano a destra e a sinistra i politici dalle loro poltrone.
E lei, quella donna afghana che ancora piangeva su quel cratere sulla strada, pensava a quando era bambina e camminava libera per la strada senza paura per una mina; di quando pur sempre con mille difficoltà si viveva in pace, senza militari; di quando nell'ignoranza più assoluta non conosceva gli Stati uniti, i carrarmati, gli A-129 "Mangusta", gli MG 42/59, i talebani stessi.
E pure lei tutto quello che era successo ancora non lo capiva; questi militari sono qui a portare la pace sottoforma di vittime innocenti, doveva essere proprio ignorante, pensava.
Ma questo non fa notizia, a noi la morte dei civili rende gioisa ogni immagine di guerra mostrata durante i nostri pranzi domenicali; sono persone che non conosciamo, come i nostri militari.
Fratelli d'Italia ora si inalzava da Roma a Kabul come sabbia sospinta dal vento e noi tutti a cantare in terra straniera dando molta più importanza del dovuto ai nostri morti perchè i cadaveri afghani non creano lacrime e dolore, a noi, vittime innocenti fissate sullo schermo.
Servizi spacca lacrime, hobby e desideri dei soldati vengono narrati come una grande fiaba; anche Aadel, Omar, Vida, avevano sogni e speranze di vita, ma che importa ora.
Alza bandiera e morti in bara, funerali di Stato e targhe commorative ora dovevano filmare i Tg, inquadrando per bene le lacrime sui volti della gente mentre a quei 10 civili una pietra con un nome era riservato come ricordo e come lacrime sabbia.
Ma nessuno dice che sia giusto e nessuno dice che sia sbagliato, tutto questo.
Simon Trumpet
Nessuno dice che sia sbagliato.
Le trasmissioni televisive furono subito interrotte.
Il primo giornalista trovato in redazione,dava la notizia così come era uscita dall'Ansa.
- Attentato ad un convoglio militare italiano a Kabul, 6 morti e 4 feriti fra i nostri soldati, mentre si riscontrano 10 morti tra i civili. Dalle prime informazione sembra che un'auto bomba sia esplosa durante il passaggio dei mezzi italiani, ma andiamo subito in collegamento con la nostra inviata Elsa Maggio. -
Le immagini erano quelle che oramai si vedono ogni giorno. In primo piano il mezzo blindato che trasportava i militari quasi completamente distrutto.
Poco lontano quello che riamaneva dell'auto kamikaze, ridotta a un cumulo di rottami. Lungo la strada detriti di ogni tipo, una grossa buca causata dall'espolosione, un casco dei soldati; l'asfalto non esisteva più, poi c'erano altre auto capovolte, una bici, una scarpa, una ruota, un brandello della bandiera italiana.
Tutt'attorno il set per un film di guerra, con autoambulanze che corrono all'impazzata, gente che urla, persone che si improvvisano pompieri per spegnere le fiamme, altri armati in difesa di qualcosa che non ha più bisogno di difese, una donna piange disperata sul ciglio della strada, bambini in silenzio che cercano qualcosa tra le macerie, curiosi, corpi coperti da lenzuoli azzurri, vecchi che pregano.
A volte la cosa giusta da fare per preservare una buona giornata è spegnere la tv.
Nessuno dice che sia giusto.
Nessuno dice che sia sbagliato.
Durante il giorno i servizi si susseguirono, segnalando inutili dettagli quali il tipo di vettura dell'attentatore, le minaccie dei politici italiani contro il nemico, i kili usati nello scoppio, tutto per la gioia di noi, teledipendenti in cerca dello show.
E allora lacrime, canzoni tristi, un po'di sangue, e interviste ai parenti della vittime, che come sempre scoprono che il figlio è esploso guardando Studio Aperto.
Tanto e tanto dolore, lutto nazionale, parlamentari in coro uniti per la patria regia causa onoris, minuto di silenzio allo stadio.
Tutto questo per noi, noi popolo italiano.
Tutto questo senza una considerazione.
Gli altri.
Gli altri morti.
Ci furono 10 vittime fra i civili.
Nessuno servizio parlò di loro, nessuno nominò i loro nomi.
Solo così si può capire perchè quella donna inquadrata piangeva disperata, di sicuro non per i militari, anche lei afghana provava dolore.
Nessuno dice che sia giusto, parlarne.
Nessuno dice che sia sbagliato, parlarne.
Aadel Wais,35 anni.
Passava di li come ogni mattina. Lascia una moglie, Laila e 3 figli, perchè il quarto è scoppiato in aria pure lui. La bici rivvenuta sul luogo pare fosse la sua, stava accompagnado il piccolo Saabir di 7 anni a scuola, come ogni giorno, su quel mezzo acquistato dopo anni di sacrifici a coltivare patate.
Omar Yasaman di anni 73.
Vedovo, lascia una numerosa famiglia. Stava semplicemente passeggiando, prima di recarsi a pregare come sempre. Definito come grande saggio e maestro nel suo villaggio, non si sarebbe mai aspettato una morte simile, visto che l'età media di vita in Afghanistan è di 44 anni.
Faiza Zalaikah di anni 17.
Lascia un fidanzato, Jabar di anni 20, col quale si sarebbe sposata a breve. Si stava recando al mercato, perchè le donne ancora non possono studiare, come spesso faceva in compagnia della madre.
Deeba Mahsooma di anni 40, aveva bisogno di un po' di riso e del cardamomo per preparare il Ferni, un piatto tipico del luogo.Macinata come la trovarono qualcuno pensò di usare lei al posto del riso, ma questo era solo un sarcastico pensiero.
Raamiz Yaaseen e Nabil Qudsia rispettivamente di anni 27 e 24.
Erano a bordo di una delle auto capovolte. Erano due meccanici, si stavano recando in paese a recuperare alcuni pezzi di ricambio e una marmitta. Da quello che si nota dalle immagini pare che Raamiz abbia cercato di sterzare per evitare l'esposione senza però riuscirci, venendo colpito con l'amico dalla onda d'urto che ha scaraventato il loro mezzo. La foto bruciata di una donna rivvenuta a terra apparteneva a Nabil.
Ibraheem Chaghcharan di anni 30 invece, si stava recando all'aeroporto, perchè quella era la strada per raggiungerlo. Lavora da diversi anni come adetto al trasporto dei bagagli dal check-in all'aereo. Era molto felice del suo lavoro e si riteneva molto fortunato perchè prendeva abbastanza soldi da poter mantenere senza problemi la sua famiglia, in un paese dove il reddito pro-capite ammonta a 650 euro annuali.
Vida Zam-Zama,di anni 20.
Si stava recando a prendere dell'acqua, visto che sono poche le fontane in cui è possibile prelevare acqua pulita. Parte della sua mano è stata trovata ancora attaccata al secchio che portava con sè. Era sposata e i due bambini che ha avuto sono entrambi morti piccolissimi per il colera e tifo dovuti all'acqua sporca. Ma questo è normale in una nazione dove la mortalità infantile sale a 153,47 morti su 1000 nascite. Per fare un esempio negli Stati Uniti si arriva a 6,37 morti su 1000 nati.
Certe notizie per un Tg sono inutili. Si fa una scaletta, si fanno le proporzioni sui tempi dei servizi, sul numero di parole che lo speaker deve dire, tutto per una mezzora di diretta, compresa la pubblicità. Meglio quindi evitare cose superflue o poco emozionanti per il telespettatore medio.
Infine Fairooz Haaroon e sua moglie Taj Nafeesa, anche loro si stavano recando al mercato. Fairooz era un'agricoltore, o meglio faceva il fioraio, coltivava papaveri da oppio. Qui l'oppio è la maggior fonte di reddito per molte famiglie come la sua, solo che a differenza dell'Europa, lui con la droga non ha mai guadagnato miliardi di euro, ma solo il stretto necessario per vivere.
L'ennesimo notiziario mostrava le nauseanti immagini del disastro mentre tutta una nazione mostrava il suo cordoglio e il suo lutto.
Inni di gioia e di vittoria, intonavano a destra e a sinistra i politici dalle loro poltrone.
E lei, quella donna afghana che ancora piangeva su quel cratere sulla strada, pensava a quando era bambina e camminava libera per la strada senza paura per una mina; di quando pur sempre con mille difficoltà si viveva in pace, senza militari; di quando nell'ignoranza più assoluta non conosceva gli Stati uniti, i carrarmati, gli A-129 "Mangusta", gli MG 42/59, i talebani stessi.
E pure lei tutto quello che era successo ancora non lo capiva; questi militari sono qui a portare la pace sottoforma di vittime innocenti, doveva essere proprio ignorante, pensava.
Ma questo non fa notizia, a noi la morte dei civili rende gioisa ogni immagine di guerra mostrata durante i nostri pranzi domenicali; sono persone che non conosciamo, come i nostri militari.
Fratelli d'Italia ora si inalzava da Roma a Kabul come sabbia sospinta dal vento e noi tutti a cantare in terra straniera dando molta più importanza del dovuto ai nostri morti perchè i cadaveri afghani non creano lacrime e dolore, a noi, vittime innocenti fissate sullo schermo.
Servizi spacca lacrime, hobby e desideri dei soldati vengono narrati come una grande fiaba; anche Aadel, Omar, Vida, avevano sogni e speranze di vita, ma che importa ora.
Alza bandiera e morti in bara, funerali di Stato e targhe commorative ora dovevano filmare i Tg, inquadrando per bene le lacrime sui volti della gente mentre a quei 10 civili una pietra con un nome era riservato come ricordo e come lacrime sabbia.
Ma nessuno dice che sia giusto e nessuno dice che sia sbagliato, tutto questo.
Simon Trumpet
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