Le mie giornate non sono molto entusiasmanti ultimamente qui in bibioteca, un po’senza note d’interesse, tranne per il fatto che mando ogni giorno al rogo decine e decine di libri usurati.
Per ore e ore lo stesso movimento ripetuto e ripetuto.
Inforco e brutto. Mi stanno spuntando ormai le corna con questi gesti demoniaci, da Anticriso letterario. Da un Cassola a un Hemingway, passando per una Morante fino a Dickens. Tutti al rogo. Se mi vedesse Dante creerebbe un girone degl abissi solo per me, il rogatore.
E'facile l'atto manuale del rogatore : prendo un libro, scrivo su un foglio excel il nome dell'autore, il titolo del testo, la casa editrice, il codice e la motivazione che di solito è arbitraria.
Per Rigoni Stern è per esempio opto per "Imbiancato". Per Pratolini "Popolare". Per Cavalcanti "Novo". Per la Austen "Persuasivo". Per Leopardi "Infinito" e così via. Nessuno si salva.
Compreso me.
Poi entro in un programma sul computer, modifico alcune caselle, metto libro scartato obsoleto e via dentro lo scatolone pronto per la cenere.
Così ripeto e ripeto, libro dopo libro.
Come sono ripetitivo, cosa anch’essa ripetuta.
Niente d’originale se non fosse che Dante mi odia ora e la chiesa mi adora, anche se ho le sembianze dell'Anticristo.
Poi arriva quest'altro libro. "Che tu sia per me il coltello" si chiama. "Che tu sia per me carta straccia" gli rispondo. Ma lui mi guarda con quella copertina seppia. Che vuoi?
Aprimi mi sussurra.
Leggo allora per pietà la prima pagina, e trovo questa lettera scritta da Yair verso la donna amata Myriam.
Oh, Myriam quanti dolci ricordi.
Myriam era una ragazza bellissima che avevo conosciuto al mare. Avevo tredici anni, ingenuo come ora.
Come sono ripetitivo anche nella mia vita.
Conobbi prima il fratello tra una partita di ping-pong e l’altra, a quell’età era un gran svago. Lui era tedesco ma con qualche slang inglese riuscivamo a comunicare tant’è che mi invitò nella sua tenda. Dentro c’era questo suo enorme padre biondo con i baffi alla baffo Moretti tutto muscoli e salsicce. Poi questa madre bionda e abbondante in ogni dove. E lei, Myriam, anch’essa bionda.
Come sono ripetitivi anche i tedeschi, però.
Insomma tra un wurstel e l’altro la serata passa con gli occhi azzurri della bellissima Myriam puntanti come uno squalo su di me. Io faccio finta di nulla, sono ingenuo, che vorrà? Penso.
Intanto il padre mi fa domande di ogni genere e io a volte non capisco e rispondo: I don’t know. E lui allora prende un dizionario qualsiasi, non so, so solo che Myriam continua a mangiarmi come pancetta affumicata. Poi l’uomo se ne esce con un: Non l’osso!
E io, non l’osso? What?
Non l’osso! Non l’osso! Continua a ripetermi l’uomo.
Non capisco.
Non l’osso? Che vuol dire? Cosa centrano gli ossi?
Poi gli occhi di Myriam mi illuminano.
Non l'osso = I don’t Know
Non lo so! Ripeto all’uomo.
Non-lo-so! Urla il signore.
E tutti scoppiamo in una grassa tedesca risata.
Ma quello fu solo l’inizio perché Myriam non demordeva, voleva me.
Nei giorni successivi io continuai a trovarmi col fratello (di cui non ricordo il nome) ad allenarmi col ping-pong: sport nazionale nel mese d’agosto anche in Germania. Tra una battuta e l’altra lui me lo dice chiaramente, con difficoltà me lo fa capire, mi dice: tu piaci a Myriam! E io non capisco.
Piacere? Che vuol dire piacere? Rispondo al tedesco.
Che ingenuo e ripetitivo che sono.
Tu piaci a Myriam! Ancora insiste.
Io scrollo le spalle. Non capisco, o forse si, non lo so; ho solo tredici anni e lei è stupenda.
Dico: va bene, giochiamo?
E così continuammo a giocare.
Myriam, con i suoi occhi ghiaccio, i suoi capelli color spiaggia, con il suo corpo divino da quel giorno non l’ho più incontrata ne avuta.
Io proseguii col ping-pong e quell’estate contro i tedeschi non persi mai, nemmeno la mia ingenuità.
Simon Trumpet
giovedì 29 settembre 2011
mercoledì 28 settembre 2011
ATTESE ...
Freddo come il ghiaccio,
buchi che non danno spazio,
attese attese e attese
un addio fresco e confezionato.
Non ho, non ho, ancora e ancora,
potrebbe essere l’ora,
come vigneti spremuti da piedi
schiaccio oggetti della memoria.
Aria in maschera e sorrisi in bombola,
c’era una volta una donna,
un ragazzo, quel ragazzo
mentre altro si semina sul campo arato.
Così come sei, eri, saresti
stampata su lettere e parole
mai sentite, mai lette
poste su carta gialla e sbiadita.
Distanze, vicinanze, vacanze
nel non dove, nel luogo dell’odio
e delle lacrime, nel luogo delle
cose dimenticate e consumate.
Non dirlo, silenzi di etere
per animarti, per limitarti,
per non sostare nella lontananza
di questa notte senza speranza.
Simon Trumpet
buchi che non danno spazio,
attese attese e attese
un addio fresco e confezionato.
Non ho, non ho, ancora e ancora,
potrebbe essere l’ora,
come vigneti spremuti da piedi
schiaccio oggetti della memoria.
Aria in maschera e sorrisi in bombola,
c’era una volta una donna,
un ragazzo, quel ragazzo
mentre altro si semina sul campo arato.
Così come sei, eri, saresti
stampata su lettere e parole
mai sentite, mai lette
poste su carta gialla e sbiadita.
Distanze, vicinanze, vacanze
nel non dove, nel luogo dell’odio
e delle lacrime, nel luogo delle
cose dimenticate e consumate.
Non dirlo, silenzi di etere
per animarti, per limitarti,
per non sostare nella lontananza
di questa notte senza speranza.
Simon Trumpet
Trauma n.8: LA PAZZIA
La pazzia ha sempre fatto parte della mia vita, e oggi, beh ho fatto una semi pazzia; tanto per non scordarmi di come sono fatto. Nulla di grave comunque anche se non so se questa cosa possa funzionare; non sono ancora così pazzo da impazzire. I miei squilibri psichici si misero in mostra da subito, quasi volessero essi uscire prima della gestazione di mia madre e ci volle poco affinché si misero in evidenza.
Avrò avuto appena qualche mese di vita, e venni riposto come ogni infante dentro quel contenitore per bimbi definito box. La gabbia perfetta per esseri piccoli e innocenti. Osservare gli altri muoversi liberamente mi stava proprio sul cazzo, fin da piccolo. Tutte quelle facce sorridenti che non mi davano retta, mi dava il nervoso, e così decisi di scappare. Mi aggrappai con tutta la forza di quelle mini manine alla rete di bordo e salii altissimo fino a raggiungere la vetta. Fu un gran successo, arrivare così in alto, finché caddi al di fuori della recinzione. Un volo del genere avrebbe rotto la testa e fatto piangere qualsiasi bimbo, e invece a me no. A me causò solo una gran risata di gioia per aver raggiunto il mio scopo ed essermi sentito libero. Subito allora vennero ad accorrermi parenti e amici, ma io stavo benissimo e mi facevo grasse risate alla faccia loro mentre mia mamma sentenziava:
“chist è propr pazz!”
Epiteto che mi ci si appiccicò subito alla fronte, come un marchio distintivo.
Col tempo non smisi di misurare la potenza della mia testa e di certo non sbattendola sui libri, ma su qualsiasi oggetto duro quanto un muro, un lampione o un pavimento. Prove di effimera forza e coraggio che superai sempre con gran successo e con gran risate, mentre la gente attorno gridava sconvolta:
“chist è propr pazz!”
A volte la testa proprio non la usavo e così per esempio, per seguire amicizie e amori, prendevo la bici e mi facevo chilometri e chilometri in statale con gli autocarri che mi sfioravano ad ogni passaggio. Una volta andai da Manuel, un vecchio amico. Si era appena trasferito a venti e passa chilometri da casa mia, ma un giorno partii appena dodicenne, senza dire niente a nessuno con la mia montebike. Arrivai a casa sua e lui fu molto sorpreso nel vedermi, e pure io nel raggiungerlo. La sera sua madre chiamò mia mamma per dirle dov’ero, ed entrambe in coro gridarono:
“chist è propr pazz!”
Rimasi infine da lui tre giorni, senza vestiti puliti, facendomi imprestare qualche maglia dal padre. Fu la cosa più divertente che avessi mai fatto e mai mi pentii di quella cosa pazza.
Meno bene andò invece quando rifeci all’incirca quella stessa strada anni dopo per raggiungere la ragazza che mi aveva appena lasciato. Questa volta l’unico mezzo che avevo a disposizione era una vecchia bici con i freni a bacchetta. A confronto sbattere la testa su un lampione era meno doloroso che pedalare con quel trabiccolo. Ma il mio essere testardo mi portò da lei solo per sentirmi ancora dire:
“chist è propr pazz!”
Cosa che lei ancora crede e ancora mi ripete. D’altronde l’avevo detto che questo epiteto l’avevo stampato in fronte fin da piccolo, e che dovevo farci?
A scuola, quando dichiarai alla mia professa di italiano che volevo iscrivermi a lettere, lei oltre a dirmi che sarei diventato un disoccupato, mi rispose:
“chist è propr pazz!”
Ma io seguii comunque il mio essere. E lo stesso quando racconto che lavoro in quel supermercato da dieci anni. Tutti si sorprendono e mi chiedono come faccio a lavorare in quel posto di matti. Io rispondo sempre che con i pazzi ci sto bene, mi fa sentire a casa.
E quando partii per Londra da solo senza aver mai preso l’aereo in vita mia?
Tutti pensarono:
“chist è propr pazz!”
E quando ritornai a casa con il verbale che dichiarava che ero stato fermato per terrorismo, tutti, ma proprio tutti rimasero in silenzio, prima di dire:
“chist è propr pazz!”
Infine credo che proprio la gente vedendomi per strada o parlando con me pensi:
“chist è propr pazz!”
Tuttavia io non mi vergogno, anzi, mi sento orgoglioso di essere diverso e sempre uguale con quel bernoccolo sulla testa ormai giunto al suo ventiseiesimo compleanno. Non è da tutti fare cose pazze, come quella che ho fatta oggi, solo che ora non ricordo cosa ho fatto, forse troppe botte sul cranio
hanno cancellato la memoria, ma che volete, sono cose da pazzi.
Simon Trumpet
Avrò avuto appena qualche mese di vita, e venni riposto come ogni infante dentro quel contenitore per bimbi definito box. La gabbia perfetta per esseri piccoli e innocenti. Osservare gli altri muoversi liberamente mi stava proprio sul cazzo, fin da piccolo. Tutte quelle facce sorridenti che non mi davano retta, mi dava il nervoso, e così decisi di scappare. Mi aggrappai con tutta la forza di quelle mini manine alla rete di bordo e salii altissimo fino a raggiungere la vetta. Fu un gran successo, arrivare così in alto, finché caddi al di fuori della recinzione. Un volo del genere avrebbe rotto la testa e fatto piangere qualsiasi bimbo, e invece a me no. A me causò solo una gran risata di gioia per aver raggiunto il mio scopo ed essermi sentito libero. Subito allora vennero ad accorrermi parenti e amici, ma io stavo benissimo e mi facevo grasse risate alla faccia loro mentre mia mamma sentenziava:
“chist è propr pazz!”
Epiteto che mi ci si appiccicò subito alla fronte, come un marchio distintivo.
Col tempo non smisi di misurare la potenza della mia testa e di certo non sbattendola sui libri, ma su qualsiasi oggetto duro quanto un muro, un lampione o un pavimento. Prove di effimera forza e coraggio che superai sempre con gran successo e con gran risate, mentre la gente attorno gridava sconvolta:
“chist è propr pazz!”
A volte la testa proprio non la usavo e così per esempio, per seguire amicizie e amori, prendevo la bici e mi facevo chilometri e chilometri in statale con gli autocarri che mi sfioravano ad ogni passaggio. Una volta andai da Manuel, un vecchio amico. Si era appena trasferito a venti e passa chilometri da casa mia, ma un giorno partii appena dodicenne, senza dire niente a nessuno con la mia montebike. Arrivai a casa sua e lui fu molto sorpreso nel vedermi, e pure io nel raggiungerlo. La sera sua madre chiamò mia mamma per dirle dov’ero, ed entrambe in coro gridarono:
“chist è propr pazz!”
Rimasi infine da lui tre giorni, senza vestiti puliti, facendomi imprestare qualche maglia dal padre. Fu la cosa più divertente che avessi mai fatto e mai mi pentii di quella cosa pazza.
Meno bene andò invece quando rifeci all’incirca quella stessa strada anni dopo per raggiungere la ragazza che mi aveva appena lasciato. Questa volta l’unico mezzo che avevo a disposizione era una vecchia bici con i freni a bacchetta. A confronto sbattere la testa su un lampione era meno doloroso che pedalare con quel trabiccolo. Ma il mio essere testardo mi portò da lei solo per sentirmi ancora dire:
“chist è propr pazz!”
Cosa che lei ancora crede e ancora mi ripete. D’altronde l’avevo detto che questo epiteto l’avevo stampato in fronte fin da piccolo, e che dovevo farci?
A scuola, quando dichiarai alla mia professa di italiano che volevo iscrivermi a lettere, lei oltre a dirmi che sarei diventato un disoccupato, mi rispose:
“chist è propr pazz!”
Ma io seguii comunque il mio essere. E lo stesso quando racconto che lavoro in quel supermercato da dieci anni. Tutti si sorprendono e mi chiedono come faccio a lavorare in quel posto di matti. Io rispondo sempre che con i pazzi ci sto bene, mi fa sentire a casa.
E quando partii per Londra da solo senza aver mai preso l’aereo in vita mia?
Tutti pensarono:
“chist è propr pazz!”
E quando ritornai a casa con il verbale che dichiarava che ero stato fermato per terrorismo, tutti, ma proprio tutti rimasero in silenzio, prima di dire:
“chist è propr pazz!”
Infine credo che proprio la gente vedendomi per strada o parlando con me pensi:
“chist è propr pazz!”
Tuttavia io non mi vergogno, anzi, mi sento orgoglioso di essere diverso e sempre uguale con quel bernoccolo sulla testa ormai giunto al suo ventiseiesimo compleanno. Non è da tutti fare cose pazze, come quella che ho fatta oggi, solo che ora non ricordo cosa ho fatto, forse troppe botte sul cranio
hanno cancellato la memoria, ma che volete, sono cose da pazzi.
Simon Trumpet
martedì 27 settembre 2011
Trauma n.7: L'ALTRO
Alla fine c’è sempre l’altro. Un qualcosa, un qualcuno, di indefinito ma pur sempre presente e compromettente. Eh non è mai così semplice, facile, possibile la realizzazione dei tuoi sogni e perché mai io dovrei essere graziato dal cielo? Ancora non sono una madonna piangente; riesco a malapena ad essere un povero Cristo in compenso.
Ti verrebbe anche di lasciarlo stare l’altro, e che poi pensi: ah, allora è lui il fortunato? Lui??
Come l’ultima chiamata con la mia ex:
«Perché non ti fai sentire da due giorni?»
«Eh, perché c’è un altro ...»
Quando meno te l’aspetti l’altro tac, da dietro te la mette nel culo.
Grazie, ma vorrei anch’io dell’altro, ogni tanto.
È un po’come quando vai dal salumiere e ordini un etto di prosciutto; puoi notare come appena lui te lo appoggia nelle mani ti chiede: «Altro?»
E ogni volta schifato rispondo no, per carità non vorrei che mi porgesse qualche altro salume.
Mi sento quasi perseguitato da quest’altro che non so, avverto un senso di frustrazione verso chiunque. E poi ci si mettono i telegiornali, i politici, i puritani, con tutti questi allarmismi sull’altro, quest’altro, quell’altro, cos’altro, allora per timore mi rifugio nel mio essere solo.
L'altro mi fa paura.
L'altro mi porta via ogni cosa che spero si realizzi.
L'altro mi toglie la speranza.
Altro e altro è quello che desidero.
Oh merda, ora capisco.
Sono io che voglio l’altro! Ed è per questo che lui sta sempre nel mezzo tra me e altro. Anni e anni di delusioni, incomprensioni e malesseri ma oggi almeno ho capito: solo io ho messo dell’altro con gli altri e i risultati sono quelli d’essere scavalcato da altro.
No e no, basta così! Da oggi si cambia. Sono stufo.
D’ora in poi sarò io l’altro e nessuno verrà più a dirmi di volere o desiderare l'altro, perché in ogni caso si rivolgerebbe all'altro me stesso.
Simon Trumpet
Ti verrebbe anche di lasciarlo stare l’altro, e che poi pensi: ah, allora è lui il fortunato? Lui??
Come l’ultima chiamata con la mia ex:
«Perché non ti fai sentire da due giorni?»
«Eh, perché c’è un altro ...»
Quando meno te l’aspetti l’altro tac, da dietro te la mette nel culo.
Grazie, ma vorrei anch’io dell’altro, ogni tanto.
È un po’come quando vai dal salumiere e ordini un etto di prosciutto; puoi notare come appena lui te lo appoggia nelle mani ti chiede: «Altro?»
E ogni volta schifato rispondo no, per carità non vorrei che mi porgesse qualche altro salume.
Mi sento quasi perseguitato da quest’altro che non so, avverto un senso di frustrazione verso chiunque. E poi ci si mettono i telegiornali, i politici, i puritani, con tutti questi allarmismi sull’altro, quest’altro, quell’altro, cos’altro, allora per timore mi rifugio nel mio essere solo.
L'altro mi fa paura.
L'altro mi porta via ogni cosa che spero si realizzi.
L'altro mi toglie la speranza.
Altro e altro è quello che desidero.
Oh merda, ora capisco.
Sono io che voglio l’altro! Ed è per questo che lui sta sempre nel mezzo tra me e altro. Anni e anni di delusioni, incomprensioni e malesseri ma oggi almeno ho capito: solo io ho messo dell’altro con gli altri e i risultati sono quelli d’essere scavalcato da altro.
No e no, basta così! Da oggi si cambia. Sono stufo.
D’ora in poi sarò io l’altro e nessuno verrà più a dirmi di volere o desiderare l'altro, perché in ogni caso si rivolgerebbe all'altro me stesso.
Simon Trumpet
lunedì 26 settembre 2011
Trauma n.6: I NOMADI
A pensarci, i Nomadi sono la band che al mondo ha viaggiato più di tutte. Dopo ben 48 anni di attività ancora non si sono fermati, non sostando per più di tre giorni da un luogo all’altro alla ricerca di nuove mete dove suonare. E oggi ho pensato di esserlo pure io un nomade. Da un posto all’altro a postare volantini col mio curriculum per adescare qualche studente in cerca di ripetizioni. Con la mia barba lunga, i miei capelli sciolti, la macchina sporca con la marmitta bucata ad apparire un gran bolide usurato. Per troppo tempo sono stato fermo, in attesa, smettendo di ricercare un luogo mai adatto e adeguandomi allo schifo di una piccola stanza in una piccola casa. Forse per questo i nomadi suonano ancora; perché mai hanno trovato casa ma hanno fatto del mondo itinerante il loro habitat naturale. Ed è così che vorrei sentirmi: zingaro alla Piero Pelù disperdendomi in deserti sabbiosi cantando è festa è festa fino al mattino.
D’altronde non ci vuole molto, basta solo partire.
I nomadi ancora fanno i vagabondi e nessuno mai gli ha impedito di fermarsi.
Simon Trumpet
D’altronde non ci vuole molto, basta solo partire.
I nomadi ancora fanno i vagabondi e nessuno mai gli ha impedito di fermarsi.
Simon Trumpet
domenica 25 settembre 2011
Trauma n.5: Il CIBO
Prendo coscienza del mondo dopo le 19 negli ultimi giorni.
È come se dormissi continuamente avvolto da una carta stagnola che mi rende impermeabile a ciò che accade fuori dalla mia stanza. Passo le ore chiuso in questa gabbia chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E in più si è aggiunta questa sorta di diarrea. La mattina mi sveglio con un gran mal di pancia e subito corro in bagno. Seduto sulla tazza vomito piattole liquide liquide mischiate a grandi dosi di sangue che escono dal mio ano secco. Da un lato sono anche fortunato: se la cacca fosse dura, di me rimarrebbe solo che un gran traforo da cima in fondo. Consumato questo pasto intestinale, vado in cucina per la colazione. Un po’di caffèlatte, qualche fetta biscottata con marmellata e la frittata è fatta. Di nuovo al cesso per una vulcanica cagarella verde-rossa. Però dopo il secondo sforzo sto meglio. Infatti ritorno a dormire perché defecare mi toglie ogni energia per fare il resto. Ma nemmeno dormire mi riesce bene. Sto lì disteso chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Dopodiché accendo il mio computer per connettermi almeno all’energia dello schermo ma non faccio tempo a riprendermi che è già ora del pranzo. Ancora una volta siedo a tavola e mangio. La reazione del mio stomaco però al secondo giro è più ragguardevole e mi risparmia. Qualche insolito brontolio, scoregge di velluto, fatto sta che ritorno al mio portatile senza conquassi improvvisi. Di fronte allo schermo sto ancora ore e ore avvolto in questa apparente stagnola chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Tutto questo assolutismo immobilismo fa di me un uomo stanco e assetato. E allora bevo. Bevo acqua fresca perché spero che possa risvegliarmi, darmi benessere. Invece la frittata è fatta. Scappo al bagno e vomito dal culo anche il pranzo e i residui delle pasquette scorse. In questi momenti ho come la sensazione di avere una pompa nel deretano che succhia, succhia centimetro e centimetro del mio schifoso dentro; il tutto accompagnato da un improvvisato suonatore di tromba. Tra un pezzo sputato e l’altro riversato, sto lì, chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Arrivano le sette di sera e del mio intestino non esiste altro che il ricordo. Comunque è l’ora dell’allenamento. Tra piegamenti che stimolano la diuresi, esercizi che mitigano il metabolismo e doccia fredda è un miracolo che i miei compagni non calcino il mio colon al posto del pallone. Giungo finalmente a casa e bevo un bel bicchiere d’acqua fresca e di nuovo la frittata è fritta. Immergo tutto il malessere in pipì anale chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Ed è così che un giorno sei un re, il giorno dopo sei la regina senza testa.
Un giorno hai culo.
Il giorno dopo hai fette galleggianti di retto nel water.
Tuttavia non mi do per vinto ed esco con gli amici. Evito di bere e digerire qualsiasi alcolico che possa indurmi anche il minimo interesse per versamenti di materia fecale. Ancora una volta tutto pare ruotare nella merda; non solo per il mio corpo ma pure nei discorsi dei compagni.
Una mia amica lamenta di non trovare lavoro e non ha più soldi. Si è appena laureata e la merda le si è riversata addosso come una mandria di vacche inferocite. Decine e decine di curriculum inviati ma nessuno risposta positiva. Eppure andrà in ferie e io sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Nel frattempo qualcosa si smuove nei bassi fondi del ventre: un peto è in arrivo.
Ricordo all’improvviso come da bimbo all’asilo mi capitò di vomitare nel piatto i tortellini che avevo appena mangiato. All’incirca per vent’anni evitai ogni forma tortellinica a causa di quel trauma: osservare da vicino come lo stomaco aveva trasformato quanto appena ingurgitato nel brodo ancora caldo fu come vedere i miei scopare per la prima volta.
Quel rigurgito fetido comportò per me il sacrificio di risparmiarmi per anni e anni la specialità romagnola. Però certe cose le si fan volentieri perché se non perdi certi piacere, non puoi ritrovarli.
Quindi ritorno su questa amica, lei che non ha. Io ho merda in ogni dove invece e potrei scambiarla volentieri con tutto il mondo. Un po’come Gesù con la moltiplicazione dei pesci, o il pane spezzato. Io vi offro feci e feci di buon gusto: chiamatemi pure il Dio della merda.
Comunque io quest’estate ferie non ne ho fatte e non ne farò. Non sto lavorando, non mi sto divertendo, non sto creando nulla ma in compenso sono carico di quello che sapete. Eppure, così come non ho assaggiato tortellini per decenni risparmiandomi quel piacere, so che risparmierò quello che non ho ora, cioè un fegato, per un futuro migliore o almeno non a base di merda. E tutto questo è perché ogni qual volta che poggio il culo sulla tazza sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E poi, dopo tanta cacca, mi faccio coraggio e decido di smetterla, almeno per oggi.
Al bancone ordino una bella grappa al ginepro. Il rischio è solo quello di evaporare in tanto schifo, ma dopotutto è quello che desidero.
Così bevo, ma sorso dopo sorso con stupore lo stomaco si diluisce, si fa più leggero e io sto lì osservando il bicchiere chiedendomi se avrò la meglio con quello che ho dentro una volta bevuto tutto. La sensazione di cadere nel mio stesso buco pian piano si tralascia; i brontolii sussurrano adesso invece di cantare, il fetore si muta in odore. I miracoli dell’alcol. Anche Gesù d’altronde fece resuscitare i morti, e io ora risollevo il mio intestino: chiamatemi pure il Dio della depurazione.
Noto anche che la mia amica ha smesso di lamentarsi, forse qualcosa si è chiesta pure lei, fatto sta,
che nel momento in cui ho agito e ho smesso di chiedermi qualcosa tutto si è risolto.
Adesso posso tranquillamente posarmi sul cesso familiare senza chiedere più nulla, nemmeno al mio culo.
Punto.
Simon Trumpet
È come se dormissi continuamente avvolto da una carta stagnola che mi rende impermeabile a ciò che accade fuori dalla mia stanza. Passo le ore chiuso in questa gabbia chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E in più si è aggiunta questa sorta di diarrea. La mattina mi sveglio con un gran mal di pancia e subito corro in bagno. Seduto sulla tazza vomito piattole liquide liquide mischiate a grandi dosi di sangue che escono dal mio ano secco. Da un lato sono anche fortunato: se la cacca fosse dura, di me rimarrebbe solo che un gran traforo da cima in fondo. Consumato questo pasto intestinale, vado in cucina per la colazione. Un po’di caffèlatte, qualche fetta biscottata con marmellata e la frittata è fatta. Di nuovo al cesso per una vulcanica cagarella verde-rossa. Però dopo il secondo sforzo sto meglio. Infatti ritorno a dormire perché defecare mi toglie ogni energia per fare il resto. Ma nemmeno dormire mi riesce bene. Sto lì disteso chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Dopodiché accendo il mio computer per connettermi almeno all’energia dello schermo ma non faccio tempo a riprendermi che è già ora del pranzo. Ancora una volta siedo a tavola e mangio. La reazione del mio stomaco però al secondo giro è più ragguardevole e mi risparmia. Qualche insolito brontolio, scoregge di velluto, fatto sta che ritorno al mio portatile senza conquassi improvvisi. Di fronte allo schermo sto ancora ore e ore avvolto in questa apparente stagnola chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Tutto questo assolutismo immobilismo fa di me un uomo stanco e assetato. E allora bevo. Bevo acqua fresca perché spero che possa risvegliarmi, darmi benessere. Invece la frittata è fatta. Scappo al bagno e vomito dal culo anche il pranzo e i residui delle pasquette scorse. In questi momenti ho come la sensazione di avere una pompa nel deretano che succhia, succhia centimetro e centimetro del mio schifoso dentro; il tutto accompagnato da un improvvisato suonatore di tromba. Tra un pezzo sputato e l’altro riversato, sto lì, chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Arrivano le sette di sera e del mio intestino non esiste altro che il ricordo. Comunque è l’ora dell’allenamento. Tra piegamenti che stimolano la diuresi, esercizi che mitigano il metabolismo e doccia fredda è un miracolo che i miei compagni non calcino il mio colon al posto del pallone. Giungo finalmente a casa e bevo un bel bicchiere d’acqua fresca e di nuovo la frittata è fritta. Immergo tutto il malessere in pipì anale chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Ed è così che un giorno sei un re, il giorno dopo sei la regina senza testa.
Un giorno hai culo.
Il giorno dopo hai fette galleggianti di retto nel water.
Tuttavia non mi do per vinto ed esco con gli amici. Evito di bere e digerire qualsiasi alcolico che possa indurmi anche il minimo interesse per versamenti di materia fecale. Ancora una volta tutto pare ruotare nella merda; non solo per il mio corpo ma pure nei discorsi dei compagni.
Una mia amica lamenta di non trovare lavoro e non ha più soldi. Si è appena laureata e la merda le si è riversata addosso come una mandria di vacche inferocite. Decine e decine di curriculum inviati ma nessuno risposta positiva. Eppure andrà in ferie e io sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Nel frattempo qualcosa si smuove nei bassi fondi del ventre: un peto è in arrivo.
Ricordo all’improvviso come da bimbo all’asilo mi capitò di vomitare nel piatto i tortellini che avevo appena mangiato. All’incirca per vent’anni evitai ogni forma tortellinica a causa di quel trauma: osservare da vicino come lo stomaco aveva trasformato quanto appena ingurgitato nel brodo ancora caldo fu come vedere i miei scopare per la prima volta.
Quel rigurgito fetido comportò per me il sacrificio di risparmiarmi per anni e anni la specialità romagnola. Però certe cose le si fan volentieri perché se non perdi certi piacere, non puoi ritrovarli.
Quindi ritorno su questa amica, lei che non ha. Io ho merda in ogni dove invece e potrei scambiarla volentieri con tutto il mondo. Un po’come Gesù con la moltiplicazione dei pesci, o il pane spezzato. Io vi offro feci e feci di buon gusto: chiamatemi pure il Dio della merda.
Comunque io quest’estate ferie non ne ho fatte e non ne farò. Non sto lavorando, non mi sto divertendo, non sto creando nulla ma in compenso sono carico di quello che sapete. Eppure, così come non ho assaggiato tortellini per decenni risparmiandomi quel piacere, so che risparmierò quello che non ho ora, cioè un fegato, per un futuro migliore o almeno non a base di merda. E tutto questo è perché ogni qual volta che poggio il culo sulla tazza sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E poi, dopo tanta cacca, mi faccio coraggio e decido di smetterla, almeno per oggi.
Al bancone ordino una bella grappa al ginepro. Il rischio è solo quello di evaporare in tanto schifo, ma dopotutto è quello che desidero.
Così bevo, ma sorso dopo sorso con stupore lo stomaco si diluisce, si fa più leggero e io sto lì osservando il bicchiere chiedendomi se avrò la meglio con quello che ho dentro una volta bevuto tutto. La sensazione di cadere nel mio stesso buco pian piano si tralascia; i brontolii sussurrano adesso invece di cantare, il fetore si muta in odore. I miracoli dell’alcol. Anche Gesù d’altronde fece resuscitare i morti, e io ora risollevo il mio intestino: chiamatemi pure il Dio della depurazione.
Noto anche che la mia amica ha smesso di lamentarsi, forse qualcosa si è chiesta pure lei, fatto sta,
che nel momento in cui ho agito e ho smesso di chiedermi qualcosa tutto si è risolto.
Adesso posso tranquillamente posarmi sul cesso familiare senza chiedere più nulla, nemmeno al mio culo.
Punto.
Simon Trumpet
sabato 24 settembre 2011
Trauma n.4: CIMICI E GINOCCHIA
Negli ultimi giorni, ogniqualvolta rientro a casa la notte, ho un incontro ravvicinato con una cimice. No so se sia sempre la stessa; apparirebbe un evento straordinario. Là ad attendermi nello stesso posto vicino le lucette del frigo, a farmi paura perché è un’apparizione improvvisa.
Che ci fa sempre lì?
E ogni notte rischio di toccarla e ho sempre il timore che inizi a svolazzare in quel zzzzz tanto fastidioso e patetico. Ma lei rimane ferma, compagna fedele di piccoli istanti notturni come in attesa della mia buona notte.
Poi avvenne che una sera, appena accesi la luce della cucina, spiccò il volo e andò a posarsi dentro il lampadario. Pensai che sarebbe morta bruciata rendendomi felice di non incontrarla mai più: l’incontri casuali al buio non mi hanno mai portato fortuna. Tuttavia la meraviglia volle che ventiquattro ore dopo l’insetto si ripresentò nello stesso punto in buonissime condizioni fisiche. Quasi mi venne voglia di salutarla ma fantasticare con le cimici oltre a non avermi mai portato fortuna non ha mai portato buon’odori.
Avvenne che una volta da piccolo schiacciai uno di questi insetti, per cui c’è sempre stato uno storico astio da parte mia verso questa classe di cimicidae, però preso dallo sconforto di quel gesto, volli salvare l’animale prendendomi cura della sua mai pronta guarigione. A suon di pezzetti di biscotti maciullati per bene e lacrime di acqua, cercavo di nutrire l’insetto mentre garze minuscole purtroppo non ne trovai. Dopo vari tentativi di rianimazione, e incitamenti vocali, la cimice si sgonfiò completamente in una grossa scorreggia nauseabonda. Da quel momento decisi non aiutare mai più le cimici dato il loro ricambiato odore evitando anche fraintendimenti che si fraintenderebbero fra di loro se decidessi di aiutarle tutte, le cimici.
E così anche ieri notte, lei stava ad attendermi anche se io non ero molto in vena di saluti dato il mio ginocchio devastato che mi dava un passo alla Iggy Pop.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna.
E il ginocchio sinistro è da 3 anni il mio tallone d’Achille a causa di quel legamento non più crociato. Tutta quella volontà di risistemarmi appare oggi di nuovo andata a fottersi dopo il nuovo gonfiore; e una cimice a sera mi fa solo pensare a quanto ci sia di marcio in me. Allora rivivi quei momenti delicati di una carriera sportiva finita prima che iniziasse.
Così ti rechi presto all'ospedale.
Sono le 7.30 e tu sei puntuale come segnato nell'avviso ma c'è già qualcuno che ti ha preceduto. Ti accomodi in fila, devi operarti e devi fare la fila per consegnare i moduli che hai completato e firmato a casa, nei quali alla domanda, se usa sostanze che hanno effetto sul cervello tu hai risposto: certo, la televisione, i politici, i giornali, la polizia, gli alieni, la chiesa, la vita stessa.
Arriva il tuo turno, sono le 8.15; hai atteso ben 45 minuti; consegni le carte alla segretaria dell'ufficio ricoveri, ti fanno firmare altre dichiarazioni, poi ti dicono che puoi accomodarti al terzo piano con il malloppo cartaceo in mano.
Prendi l'ascensore con la cartella sulle spalle, esci, leggi la targhetta sul muro che reca la scritta "terzo piano"; apri l'unica porta che trovi, entri in corsia, nessuno ti attende.
Avanzi tra stanze aperte con dentro pazienti di vario sesso. Poi finalmente trovi lo stanzino degli infermieri.
Ti si fa incontro una ragazza, saluti con la mano sulla fronte, ti dice riposo, ti fa strada. Ti accompagna alla penultima stanza del corridoio dove non batte il sole, dice 46 II è il tuo letto, 46 II è il tuo armadio.
Ti giri. Nella sala c'è un vecchio che dorme; sulla sedia c'è la moglie, sveglia. Poggi la mano sulla fronte e saluti, vengono da Barletta; pensi al tuo amico pugliese, rimani zitto col sorriso.
Ti spogli, ti vesti comodo, ti abbandoni al letto e aspetti.
Poco dopo arriva un'altra infermiera, qualche domanda e poi ti dice di aspettare e tu aspetti. Ti addormenti, quel posto rende stanchi e gli occhi si sbarrano a x.
Passano un paio d'ore, poi una donna entra nella sala e ti depila la gamba. Ti rade, ti solletica, ti pulisce, ti cura e rende la gamba bianca.
Ore 11, la stessa donna si ripresenta munita di carrozzina.
Preleva il vecchio, è la sua ora, e un po' del mio sangue. Lo porta via, la moglie lo saluta con la manina, tu mano alla fronte.
Ritorni a sognare con la persiana abbassata e il freddo che entra in questo luogo desolato. Quando ritornerà il reduce, se ritornerà l'anziano, toccherà a te, ti auguri.
Passano altre 2 ore.
Vai in bagno. La fai tutta, non vorrai avere complicazioni durante l'operazione.
Esci,vedi la carrozzina senza vecchio, è già sul letto; l'infermiera ti dice "sali" e tu salti sopra il lettino a ruote.
Attraversi il lungo corridoio, sorridi a chi ti osserva, qualcuno fa il segno della croce e tu preghi: preghi ad alta voce di non rivederle più certe persone.
Esci dalla corsia.
Arrivi davanti ad una porta, vedi sul muro una targa,"sala operatoria", la donna preme un pulsante e la porta si apre e tu entri, entri con tutto te stesso.
Ti stipano in una sala a destra.
L'infermiera col camice bianco ti fa ciao ciao con la manina e al posto suo arriva un infermiera col camice verde.
Ti fa appoggiare il braccio destro su un bracciolo.
Ti chiede come stai,
le dici bene,
ti infilza un impianto dal quale collega un flebo.
Poi arriva l'anestesista,
ti chiede come stai,
gli dici b-e-n-e,
ti dice:
girati sul fianco sinistro ti farò una siringa fra la settima e l'ottava vertebra,
tu dici b-e-n-e,
buca la pelle e penetra, e penetra finché tocca qualcosa ed esce.
Conti fino al 10:1-2-3-4-5-6-7-8-9-10,
nessuno si è nascosto ma le gambe inizi a non sentirle più, b-e-n-e.
Sopratutto la sinistra, quella che deve subire il taglio, sparisce da ogni tuo comando.
Passano 20 minuti, sono le 13.20 e ti spostano in un'altra sala, accanto.
L'equipe è pronta.
In mezzo secondo hanno tutti i coltelli in mano. Distendono un velo pietoso davanti al tuo pietoso viso per la privacy del tuo ginocchio; solo che alla tua sinistra c'è un bel schermo e da lì osservi le riprese dell'intervento.
Vedi pinze, aghi, pelle, globuli, leucociti, spaghetti, gomme.
Poi perdi interesse e quasi ti addormenti.
Qualcuno dal camice verde ti chiede come stai. Rispondi che hai freddo.
Pone un telo su di te; ora in un'altra dimensione sei:
soffi di anima emanano i tuoi pori respiratori e tu condensi in 14 secondi il ricordo di quando eri sano e pazzo; rivivi l'inverno sotto la neve con pupazzi verdi che staccano brandelli di pelle e giocano con tuo ovulo genitale;
non sei più bimbo.
Il cuore forma righe spezzate sul monitor, gambe paralizzate, pressione in una pompetta, segano, segano, segano.
Risvegli la tua fantasia, è tutto finito ora;
la guerra è finita, si ritorna a casa. Saluti i compagni, riponi le armi, lasci le tue medaglie come le sostanze interne ai medici.
46 II, eccola lì di nuovo la tua brandina.
Il vecchio dorme, sono le 15.
Ti trafiggono sull'impianto un flebo giallo e tu succhi, succhi tutto lentamente e poi all'improvviso ti prende la stanchezza mentre ancora metà del tuo corpo è morto.
Poi ti risvegli, ti sei appisolato per appena 10 minuti.
La moglie del pugliese ti chiede come stai, mentre lui russa, fai un cenno con la testa, non senti un cazzo, sei pieno di droghe, questo rispondi.
Continui a sospirare quasi stessi affogando e le gamba destra e mezzo culo si risvegliano come se la sera prima avessero bevuto.
Il tempo sembra non passare.
Devi pisciare. Prendi il pappagallo e lo infili sull'uccello. Spingi e spingi ma sei scomodo e da seduti è molto difficile.
Qualcosa esce e si riversa in parte fra le tue cosce.
Chiami gli infermieri, dici che devi pisciare.
Ti dicono falla.
Dici che non riesci e ti serve il catetere.
Non sai nemmeno cosa sia un catetere.
Tastano la tua pancia, rispondono che non sei pieno e devi bere tanta acqua.
Fai il difficile; incazzati ti infilano un cordone collegato ad una sacca attorno alla cappella. Non è una bella sensazione ma almeno sei felice.
La Tv è fissata alta sul muro, il telecomando è al tuo fianco ma proprio non hai voglia di fare qualcosa, compreso contemplare figurine su uno schermo, così dormi e dormi.
Hai freddo e ti copri, poi verso le 18.30 arriva l'infermierina e ti porta una minestrina.
Annaspi tra il brodo e mangi con tanta fame, ti sei fatto 24 ore di digiuno.
Ti senti risollevato mentre il reduce al tuo fianco ancora russa e la moglie l'osserva, osserva il suo vecchio cucciolo che riposa.
Tu sbuffi dalla noia, hai le palle piene, mentre al tuo cazzo è ancora attaccata la cannuccia per la pipì e mai capisci se fai uscire l'urina o se è solo un inganno del tuo corpo anestetizzato.
Arrivano le 20.30; stasera c'è la nazionale, ogni volta che ti sei operato ha giocato la nazionale, per cui accendi la Tv, ma hai sonno, perdi colpi e non segui la partita.
Sull'uno a zero per noi spegni tutto e dici good night al compagno di stanza.
La notte ti sembra interminabile.
Ti svegli alle una.
Poi alla due, alle tre.
Ogni ora osservi con la vista sbiadita il corridoio illuminato da una luce bluastra, mentre qualcuno in modo interminabile fa su e giù per le stanze.
Arrivano le sei. E' la sesta volta che ti risvegli.
Passa l'infermiera; ti fa bere una medicina.
Alle sette, ti misurano la febbre.
Averti che qualcosa non va. Hai mal di testa, nausea, tremolii.
I medici si alternano, ti dicono prendi questo e quello, ma niente funziona.
La colazione intanto rimane lì, accanto al tuo letto e non riesci a mangiare; troppa voglia di vomitare.
Arriva chi ti ha operato, ti visita la gamba ma stai male. Poi è il turno del fisioterapista.
Vuole farti alzare per fare qualche esercizio, tuttavia non puoi per la nausea.
Preghi affinché ti facciano andare in bagno per bagnarti la faccia. Hai tanta sete e le labbra si sgretolano però nessuno pare badarti.
Dopo ore che ti alzano e abbassano il letto si decidono a toglierti il catetere.
L'infermiera sfila il tubo dalla cappella e ti sembra di riversare tanta pipì nel letto mentre stai venendo e invece non succede nulla di questo. La sacca è piena di liquido.
Metti il tutore attorno alla tua malata gamba e ti alzi aiutato da un infermiere. Vai in bagno, pisci qualcosa di nero. Poi ti dai una lavata, le mutande sono gialle e fra le cosce è tutto appiccicoso.
Chiami l'infermiere, ti aiuta a rivestirti mentre il mal di testa e la nausea non smettono un istante.
Ti accomodi sulla poltrona, l'antidolorifico per cavalli ti aiuta a non sentire nessun dolore postoperatorio.
E poi aspetti di vomitare. Qualcuno aveva già appoggiato dei lenzuoli sul letto in caso di bisogno. Ne prendi uno. Chiudi gli occhi e spingi. Nulla esce, tossisci forte e quasi ti manca il fiato. Riprovi e un fiume di sostanze gialle sporcano il panno e il pavimento.
La moglie del vicino di letto chiama aiuto, l'equipe corre e ripulisce ogni traccia.
Ma non è ancora finita,il secondo round si fa ancora più duro e un altro lenzuolo si macchia.
E stai lì, quasi fiero delle tue budella.
Ti ricompongono sul lettino alcolizzato di medicine e narcotizzato di antidolorifici sbavi sul cuscino prendendo sonno.
Arriva anche l’ora del pranzo ma eviti con cura di ingurgitare un minimo briciolo d’aria. Nel frattempo i dottori fanno il check sound completo sul tuo ginocchio sostenendo che puoi tornare a casa.
Saluti il reduce al tuo fianco mentre dorme, attraversi i lunghi corridoio e oltrepassando le sbarre ti ritrovi ad essere libero.
Era solo un ricordo ma il dolore è persistente e la cimice è ancora lì che ti osserva.
D’altronde le cimici non hanno mai portato fortuna e ucciderle ti porta solo rimosso. Però un significato ci deve essere: una cimice non suona mai due volte alla stessa porta per sbaglio.
Allora faccio una piccola ricerca, e scopro.
Scopro che le cimici denotano grandi ricchezze future.
Un po’mi stupisco. Ho sempre pensato a quanto di lercio ci sia in questi insetti e tutto ad un tratto simboleggiano qualcosa di positivo.
Corro in cucina quasi per voler parlare e ringraziare l’insetto chiedendole:
perché io?
Accendo la luce e osservo il frigo.
Non c’è nulla.
La cimice è sparita, di lei nessuna traccia.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna, nemmeno per il mio ginocchio.
Spengo la luce. Anche se per poco è stato bello poter illudersi che quell’insetto avesse un significato diverso della casualità.
Mi volto e mi avvio quando sento un zzzz fermarsi da qualche parte.
Non oso accendere la luce, vorrei che il sogno continuasse anche al buio.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna ma da oggi ho motivo di credere che forse mi sono sempre sbagliato, anche sul mio ginocchio.
Simon Trumpet
Che ci fa sempre lì?
E ogni notte rischio di toccarla e ho sempre il timore che inizi a svolazzare in quel zzzzz tanto fastidioso e patetico. Ma lei rimane ferma, compagna fedele di piccoli istanti notturni come in attesa della mia buona notte.
Poi avvenne che una sera, appena accesi la luce della cucina, spiccò il volo e andò a posarsi dentro il lampadario. Pensai che sarebbe morta bruciata rendendomi felice di non incontrarla mai più: l’incontri casuali al buio non mi hanno mai portato fortuna. Tuttavia la meraviglia volle che ventiquattro ore dopo l’insetto si ripresentò nello stesso punto in buonissime condizioni fisiche. Quasi mi venne voglia di salutarla ma fantasticare con le cimici oltre a non avermi mai portato fortuna non ha mai portato buon’odori.
Avvenne che una volta da piccolo schiacciai uno di questi insetti, per cui c’è sempre stato uno storico astio da parte mia verso questa classe di cimicidae, però preso dallo sconforto di quel gesto, volli salvare l’animale prendendomi cura della sua mai pronta guarigione. A suon di pezzetti di biscotti maciullati per bene e lacrime di acqua, cercavo di nutrire l’insetto mentre garze minuscole purtroppo non ne trovai. Dopo vari tentativi di rianimazione, e incitamenti vocali, la cimice si sgonfiò completamente in una grossa scorreggia nauseabonda. Da quel momento decisi non aiutare mai più le cimici dato il loro ricambiato odore evitando anche fraintendimenti che si fraintenderebbero fra di loro se decidessi di aiutarle tutte, le cimici.
E così anche ieri notte, lei stava ad attendermi anche se io non ero molto in vena di saluti dato il mio ginocchio devastato che mi dava un passo alla Iggy Pop.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna.
E il ginocchio sinistro è da 3 anni il mio tallone d’Achille a causa di quel legamento non più crociato. Tutta quella volontà di risistemarmi appare oggi di nuovo andata a fottersi dopo il nuovo gonfiore; e una cimice a sera mi fa solo pensare a quanto ci sia di marcio in me. Allora rivivi quei momenti delicati di una carriera sportiva finita prima che iniziasse.
Così ti rechi presto all'ospedale.
Sono le 7.30 e tu sei puntuale come segnato nell'avviso ma c'è già qualcuno che ti ha preceduto. Ti accomodi in fila, devi operarti e devi fare la fila per consegnare i moduli che hai completato e firmato a casa, nei quali alla domanda, se usa sostanze che hanno effetto sul cervello tu hai risposto: certo, la televisione, i politici, i giornali, la polizia, gli alieni, la chiesa, la vita stessa.
Arriva il tuo turno, sono le 8.15; hai atteso ben 45 minuti; consegni le carte alla segretaria dell'ufficio ricoveri, ti fanno firmare altre dichiarazioni, poi ti dicono che puoi accomodarti al terzo piano con il malloppo cartaceo in mano.
Prendi l'ascensore con la cartella sulle spalle, esci, leggi la targhetta sul muro che reca la scritta "terzo piano"; apri l'unica porta che trovi, entri in corsia, nessuno ti attende.
Avanzi tra stanze aperte con dentro pazienti di vario sesso. Poi finalmente trovi lo stanzino degli infermieri.
Ti si fa incontro una ragazza, saluti con la mano sulla fronte, ti dice riposo, ti fa strada. Ti accompagna alla penultima stanza del corridoio dove non batte il sole, dice 46 II è il tuo letto, 46 II è il tuo armadio.
Ti giri. Nella sala c'è un vecchio che dorme; sulla sedia c'è la moglie, sveglia. Poggi la mano sulla fronte e saluti, vengono da Barletta; pensi al tuo amico pugliese, rimani zitto col sorriso.
Ti spogli, ti vesti comodo, ti abbandoni al letto e aspetti.
Poco dopo arriva un'altra infermiera, qualche domanda e poi ti dice di aspettare e tu aspetti. Ti addormenti, quel posto rende stanchi e gli occhi si sbarrano a x.
Passano un paio d'ore, poi una donna entra nella sala e ti depila la gamba. Ti rade, ti solletica, ti pulisce, ti cura e rende la gamba bianca.
Ore 11, la stessa donna si ripresenta munita di carrozzina.
Preleva il vecchio, è la sua ora, e un po' del mio sangue. Lo porta via, la moglie lo saluta con la manina, tu mano alla fronte.
Ritorni a sognare con la persiana abbassata e il freddo che entra in questo luogo desolato. Quando ritornerà il reduce, se ritornerà l'anziano, toccherà a te, ti auguri.
Passano altre 2 ore.
Vai in bagno. La fai tutta, non vorrai avere complicazioni durante l'operazione.
Esci,vedi la carrozzina senza vecchio, è già sul letto; l'infermiera ti dice "sali" e tu salti sopra il lettino a ruote.
Attraversi il lungo corridoio, sorridi a chi ti osserva, qualcuno fa il segno della croce e tu preghi: preghi ad alta voce di non rivederle più certe persone.
Esci dalla corsia.
Arrivi davanti ad una porta, vedi sul muro una targa,"sala operatoria", la donna preme un pulsante e la porta si apre e tu entri, entri con tutto te stesso.
Ti stipano in una sala a destra.
L'infermiera col camice bianco ti fa ciao ciao con la manina e al posto suo arriva un infermiera col camice verde.
Ti fa appoggiare il braccio destro su un bracciolo.
Ti chiede come stai,
le dici bene,
ti infilza un impianto dal quale collega un flebo.
Poi arriva l'anestesista,
ti chiede come stai,
gli dici b-e-n-e,
ti dice:
girati sul fianco sinistro ti farò una siringa fra la settima e l'ottava vertebra,
tu dici b-e-n-e,
buca la pelle e penetra, e penetra finché tocca qualcosa ed esce.
Conti fino al 10:1-2-3-4-5-6-7-8-9-10,
nessuno si è nascosto ma le gambe inizi a non sentirle più, b-e-n-e.
Sopratutto la sinistra, quella che deve subire il taglio, sparisce da ogni tuo comando.
Passano 20 minuti, sono le 13.20 e ti spostano in un'altra sala, accanto.
L'equipe è pronta.
In mezzo secondo hanno tutti i coltelli in mano. Distendono un velo pietoso davanti al tuo pietoso viso per la privacy del tuo ginocchio; solo che alla tua sinistra c'è un bel schermo e da lì osservi le riprese dell'intervento.
Vedi pinze, aghi, pelle, globuli, leucociti, spaghetti, gomme.
Poi perdi interesse e quasi ti addormenti.
Qualcuno dal camice verde ti chiede come stai. Rispondi che hai freddo.
Pone un telo su di te; ora in un'altra dimensione sei:
soffi di anima emanano i tuoi pori respiratori e tu condensi in 14 secondi il ricordo di quando eri sano e pazzo; rivivi l'inverno sotto la neve con pupazzi verdi che staccano brandelli di pelle e giocano con tuo ovulo genitale;
non sei più bimbo.
Il cuore forma righe spezzate sul monitor, gambe paralizzate, pressione in una pompetta, segano, segano, segano.
Risvegli la tua fantasia, è tutto finito ora;
la guerra è finita, si ritorna a casa. Saluti i compagni, riponi le armi, lasci le tue medaglie come le sostanze interne ai medici.
46 II, eccola lì di nuovo la tua brandina.
Il vecchio dorme, sono le 15.
Ti trafiggono sull'impianto un flebo giallo e tu succhi, succhi tutto lentamente e poi all'improvviso ti prende la stanchezza mentre ancora metà del tuo corpo è morto.
Poi ti risvegli, ti sei appisolato per appena 10 minuti.
La moglie del pugliese ti chiede come stai, mentre lui russa, fai un cenno con la testa, non senti un cazzo, sei pieno di droghe, questo rispondi.
Continui a sospirare quasi stessi affogando e le gamba destra e mezzo culo si risvegliano come se la sera prima avessero bevuto.
Il tempo sembra non passare.
Devi pisciare. Prendi il pappagallo e lo infili sull'uccello. Spingi e spingi ma sei scomodo e da seduti è molto difficile.
Qualcosa esce e si riversa in parte fra le tue cosce.
Chiami gli infermieri, dici che devi pisciare.
Ti dicono falla.
Dici che non riesci e ti serve il catetere.
Non sai nemmeno cosa sia un catetere.
Tastano la tua pancia, rispondono che non sei pieno e devi bere tanta acqua.
Fai il difficile; incazzati ti infilano un cordone collegato ad una sacca attorno alla cappella. Non è una bella sensazione ma almeno sei felice.
La Tv è fissata alta sul muro, il telecomando è al tuo fianco ma proprio non hai voglia di fare qualcosa, compreso contemplare figurine su uno schermo, così dormi e dormi.
Hai freddo e ti copri, poi verso le 18.30 arriva l'infermierina e ti porta una minestrina.
Annaspi tra il brodo e mangi con tanta fame, ti sei fatto 24 ore di digiuno.
Ti senti risollevato mentre il reduce al tuo fianco ancora russa e la moglie l'osserva, osserva il suo vecchio cucciolo che riposa.
Tu sbuffi dalla noia, hai le palle piene, mentre al tuo cazzo è ancora attaccata la cannuccia per la pipì e mai capisci se fai uscire l'urina o se è solo un inganno del tuo corpo anestetizzato.
Arrivano le 20.30; stasera c'è la nazionale, ogni volta che ti sei operato ha giocato la nazionale, per cui accendi la Tv, ma hai sonno, perdi colpi e non segui la partita.
Sull'uno a zero per noi spegni tutto e dici good night al compagno di stanza.
La notte ti sembra interminabile.
Ti svegli alle una.
Poi alla due, alle tre.
Ogni ora osservi con la vista sbiadita il corridoio illuminato da una luce bluastra, mentre qualcuno in modo interminabile fa su e giù per le stanze.
Arrivano le sei. E' la sesta volta che ti risvegli.
Passa l'infermiera; ti fa bere una medicina.
Alle sette, ti misurano la febbre.
Averti che qualcosa non va. Hai mal di testa, nausea, tremolii.
I medici si alternano, ti dicono prendi questo e quello, ma niente funziona.
La colazione intanto rimane lì, accanto al tuo letto e non riesci a mangiare; troppa voglia di vomitare.
Arriva chi ti ha operato, ti visita la gamba ma stai male. Poi è il turno del fisioterapista.
Vuole farti alzare per fare qualche esercizio, tuttavia non puoi per la nausea.
Preghi affinché ti facciano andare in bagno per bagnarti la faccia. Hai tanta sete e le labbra si sgretolano però nessuno pare badarti.
Dopo ore che ti alzano e abbassano il letto si decidono a toglierti il catetere.
L'infermiera sfila il tubo dalla cappella e ti sembra di riversare tanta pipì nel letto mentre stai venendo e invece non succede nulla di questo. La sacca è piena di liquido.
Metti il tutore attorno alla tua malata gamba e ti alzi aiutato da un infermiere. Vai in bagno, pisci qualcosa di nero. Poi ti dai una lavata, le mutande sono gialle e fra le cosce è tutto appiccicoso.
Chiami l'infermiere, ti aiuta a rivestirti mentre il mal di testa e la nausea non smettono un istante.
Ti accomodi sulla poltrona, l'antidolorifico per cavalli ti aiuta a non sentire nessun dolore postoperatorio.
E poi aspetti di vomitare. Qualcuno aveva già appoggiato dei lenzuoli sul letto in caso di bisogno. Ne prendi uno. Chiudi gli occhi e spingi. Nulla esce, tossisci forte e quasi ti manca il fiato. Riprovi e un fiume di sostanze gialle sporcano il panno e il pavimento.
La moglie del vicino di letto chiama aiuto, l'equipe corre e ripulisce ogni traccia.
Ma non è ancora finita,il secondo round si fa ancora più duro e un altro lenzuolo si macchia.
E stai lì, quasi fiero delle tue budella.
Ti ricompongono sul lettino alcolizzato di medicine e narcotizzato di antidolorifici sbavi sul cuscino prendendo sonno.
Arriva anche l’ora del pranzo ma eviti con cura di ingurgitare un minimo briciolo d’aria. Nel frattempo i dottori fanno il check sound completo sul tuo ginocchio sostenendo che puoi tornare a casa.
Saluti il reduce al tuo fianco mentre dorme, attraversi i lunghi corridoio e oltrepassando le sbarre ti ritrovi ad essere libero.
Era solo un ricordo ma il dolore è persistente e la cimice è ancora lì che ti osserva.
D’altronde le cimici non hanno mai portato fortuna e ucciderle ti porta solo rimosso. Però un significato ci deve essere: una cimice non suona mai due volte alla stessa porta per sbaglio.
Allora faccio una piccola ricerca, e scopro.
Scopro che le cimici denotano grandi ricchezze future.
Un po’mi stupisco. Ho sempre pensato a quanto di lercio ci sia in questi insetti e tutto ad un tratto simboleggiano qualcosa di positivo.
Corro in cucina quasi per voler parlare e ringraziare l’insetto chiedendole:
perché io?
Accendo la luce e osservo il frigo.
Non c’è nulla.
La cimice è sparita, di lei nessuna traccia.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna, nemmeno per il mio ginocchio.
Spengo la luce. Anche se per poco è stato bello poter illudersi che quell’insetto avesse un significato diverso della casualità.
Mi volto e mi avvio quando sento un zzzz fermarsi da qualche parte.
Non oso accendere la luce, vorrei che il sogno continuasse anche al buio.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna ma da oggi ho motivo di credere che forse mi sono sempre sbagliato, anche sul mio ginocchio.
Simon Trumpet
mercoledì 21 settembre 2011
Trauma 3: CONTO ALLA AICSEVOR
Da qualche settimana sono impegnato, anche se il termine impegnato risulta eccessivo anche per una persona modesta come il me medesimo, nello svolgimento di quello che viene definito “stage formativo”, cioè ciò che in qualche qual modo o maniera dovrebbe formarmi o formattarmi per il tanto ambito e sconosciuto mondo del lavoro. Negli ultimi giorni le mie energie sono state impegnate nel riordino della saletta per la letteratura infantile in quella fascia d’età che oscilla tra gli 0 fino ai 26 anni dato il mio grande interesse nel scovare remoti del passato tra le infinite e amorevoli pagine di questa narrativa impegnata, e, al di là dell’utilissimo e richiestissimo ma scomparso dallo scaffale “Occhio alle stringhe” visto il mio infantile Trauma nell’incapacità di allacciarmi le scarpe (problema che a quanto osservo coinvolge ancora decine di bambini colmando finalmente il mio senso di solitudine a riguardo di tale avversità) ecco che arriva il conto alla aicsevor lampeggiante sul 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Il computer della biblioteca si spegne; il timer è impostato per esplodere dopo un’ora di utilizzo. Per rientrare nel fantastico mondo di internet fantastico quanto il mondo del lavoro, dopo essermi disinnescato, devo reinserire la fantastica password numero 1 costituita dalle fantastiche lettere del mio altrettanto fantastico codice fiscale e in seguito aggiungere la fantastica password numero 2 formata dalle fantastiche cifre della mia strepitosa data di nascita scritta però al oirartnco. Un po’ come per entrare negli uffici del Pentagono dove devi attraversare 5 porte per ogni stanza che vuoi oltrepassare. Comunque, inseriti i comandamenti, una scritta rossa salsiccia mi segnala che devo aspettare almeno 5 minuti per ricollegarmi; un po’ come quando fai rifornimento all’automobile al distributore automatico in cui non fai in tempo ad immettere il denaro nella fessura e recarti alla pompa che ti esce lo scontrino della ricevuta perché non ti sei rifornito entro il tempo limite e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Allora, per impegnare questi minuti, dato che “lavoro” in una biblioteca, mi procuro il libro che mi sono già da ieri sistemato nel mio banchetto d’alunno stagista. L’autore è Anthony Burgess e questo nome l’altro giorno mi tintinnò così forte che dovetti subito prenderlo in considerazione. Era successo, che dopo essermi fatto l’ennesima cultura infantile con tutti quei libri di Richard Scarry (e fidatevi che anche voi sicuramente nella vostra tenera età avrete avuto per le mani un suo testo; se nel caso non vi ricordate o non avete mai letto questo scrittore probabilmente, significa che anche voi a 26 anni sarete alle prese con testi quali “Occhio alle stringhe” per imparare quello che mai non avete voluto imparare) dovetti sistemare alcuni libri ritornati a casa dopo il prestito. Così tra uno sconosciuto e l’altro e tra un Cornwell e l’altro, mi imbattei nel tanto alcolico Bukowsky e il suo “A sud di nessun Nord” fiero del fatto che tempo fa lo lessi. Quindi, seguendo l’ordine alfabetico lo posizionai tra il mitico Burroughs e il suo Checca, sempre fiero del fatto che tempo fa lo lessi, e appunto Burgess che nientedimeno è l’autore dell’inossidabile “Arancia meccanica” anche se il titolo qui appare tradotto letteralmente in “Un’arancia a orologeria”.
Ma il dubbio di questo titolo subito scomparve quando alla seconda riga lessi “C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta.”
Quasi mi divenne duro, così come in un’altra giornata quando mi ritrovai per le mani “Il giovane Holden” di Salinger e dopo accurate ricerche scoprii che si trattava del libro che Mark Chapman, colui che aveva ucciso Lennon, aveva con sé al momento dell’omicidio, riuscendo così a capire il perché quel titolo mi aveva attratto e fatto venire a galla angoli remoti della mia memoria.
Ma puntuale eccolo il conto alla aicsevor nuovamente lampeggiante e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Fedele alla linea, riprendo in mano l’arancia sbucciandone un'altra lieve dose di gustoso succo nel tentativo di imbevermi di codesto difficoltoso linguaggio. L’effetto collaterale che mi si riproduce nella mente è quello di addossarmi completamente contro colei che in questo momento è il mio capo.
La tentazione è ampia.
La biblioteca vuota.
I cinque minuti passano. Reinserisco la password numero 1. Reinserisco la mia strepitosa data di nascita al oirartnco. Reinserisco me stesso nel fantastico mondo di internet. Reinserisco me stesso nell’incapacità di fare qualcosa quest’oggi dato che non ho nulla da fare. Reinserisco la mia bravura nell’annullarmi con gli altri e nel crearmi effetti strabilianti nel vedermi di fronte uno dei gatti del “Fantastico mondo di Richard Scarry”.
«Ciao …»
Dico a Sandrino.
«Sssss!»
Mi fa lui.
«Non vorrai farti sentire …»
Prosegue.
Anche intelligenti gli hanno fatti questi gatti.
Il capo è ancora fra gli scaffali incurante di quanto io vedo. Sistema con cura e in ordine alfabetico i libri come un’ape operaia. Il gatto nel frattempo mi fa segno di inseguirlo.
Ci muoviamo con calma, silenziosi e in ombra fino a raggiungere lui.
«Scusa tanto, fratello.»
Disse Sandrino.
Gli venne una gran grippa quando locchiò noi che ci si avvicinava così tranquilli, cortesi e sorridenti, ma disse: -Si? Cosa c’è?- con una ciangotta molto sonora da maestro, come se cercasse di farci vedere che non era un grippone. Il gatto disse:
-Vedo che hai dei libri sotto il braccio, fratello. È davvero un raro piacere imbattersi in qualcuno che legge ancora, fratello.
-Oh,- disse lui tutto tremante. –Davvero? Oh, capisco-. E continua a guardare dall’uno all’altro di noi, perché adesso si ritrovava al centro di un quadrato molto sorridente e cortese.
-Sì- disse il gatto. –Sarei enormemente lieto, fratello, se tu fossi così cortese da lasciarmi vedere i libri che tieni sotto braccio. Non c’è nulla al mondo che mi piaccia più di un buon libro edificante, fratello.
-Edificante?- disse lui. –Edificante, eh? – E poi gli strappai questi due libri e li porsi in giro allampo. Essendo due, ce ne toccò uno a testa da locchiare.
Poi, con una ciangotta molto scandalizzata, il gatto disse: -Ma cosa vedo? Cos’è questa parola sporca? Arrossisco solo a guardarla. Tu mi deludi, fratello, mi deludi proprio.
-Ma,- cercò di dire lui, -ma, ma.
-Un uomo della tua età, fratello, -disse Sandrino, e cominciò a strappare il libro che aveva, e io feci lo stesso.
Il bigio profio cominciò a scriccare: -Ma quei libri non sono miei, sono proprietà del Municipio, ma questo è puro vandalismo, ma questo è inaudito,- o mottate del genere. E cercò anche di riprendersi indietro i libri a forza, il che era alquanto patetico. -Ti meriti una bella lezione, fratello, te la meriti proprio, gli disse il gatto.
Poi cominciammo a scapricciare un po’con lui. Gli tenni le granfie e il Sandrino gli spalancò il truglio. A terra ci feci il trattamento crash con lo stivale. Il vecchio poldo cominciò a fare degli sguerzi strani, «uaf, uof, uef», e così il gatto gli lasciò andare le lerfie e gliene mollò uno sul truglio sdentato col pugno con l’anello, e allora il vecchio si mise a lamentarsi sul serio, poi ecco che viene fuori il sangue, fratelli, una vera bellezza. Allora la piantammo lì e gli tirammo via soltanto le palandre, lasciandolo in camicia e mutande lunghe e poi il gatto gli dà un bel calcione nel buzzo e lo lasciammo andare quando ecco che arriva il conto alla aicsevor lampeggiante.
«Grazie Sandrino»
Dico.
«Sssss!»
Mi fa lui con un miao.
10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e vaffanculo.
È mezzogiorno e il mio turno mattutino da stagista è finito.
Altro che auguri e festeggiamenti, oggi pomeriggio ci saranno altre quattro ore di nulla e chissà se Sandrino verrà a ritrovarmi.
Simon trumpet
Altro che auguri e festeggiamenti.
Il computer della biblioteca si spegne; il timer è impostato per esplodere dopo un’ora di utilizzo. Per rientrare nel fantastico mondo di internet fantastico quanto il mondo del lavoro, dopo essermi disinnescato, devo reinserire la fantastica password numero 1 costituita dalle fantastiche lettere del mio altrettanto fantastico codice fiscale e in seguito aggiungere la fantastica password numero 2 formata dalle fantastiche cifre della mia strepitosa data di nascita scritta però al oirartnco. Un po’ come per entrare negli uffici del Pentagono dove devi attraversare 5 porte per ogni stanza che vuoi oltrepassare. Comunque, inseriti i comandamenti, una scritta rossa salsiccia mi segnala che devo aspettare almeno 5 minuti per ricollegarmi; un po’ come quando fai rifornimento all’automobile al distributore automatico in cui non fai in tempo ad immettere il denaro nella fessura e recarti alla pompa che ti esce lo scontrino della ricevuta perché non ti sei rifornito entro il tempo limite e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Allora, per impegnare questi minuti, dato che “lavoro” in una biblioteca, mi procuro il libro che mi sono già da ieri sistemato nel mio banchetto d’alunno stagista. L’autore è Anthony Burgess e questo nome l’altro giorno mi tintinnò così forte che dovetti subito prenderlo in considerazione. Era successo, che dopo essermi fatto l’ennesima cultura infantile con tutti quei libri di Richard Scarry (e fidatevi che anche voi sicuramente nella vostra tenera età avrete avuto per le mani un suo testo; se nel caso non vi ricordate o non avete mai letto questo scrittore probabilmente, significa che anche voi a 26 anni sarete alle prese con testi quali “Occhio alle stringhe” per imparare quello che mai non avete voluto imparare) dovetti sistemare alcuni libri ritornati a casa dopo il prestito. Così tra uno sconosciuto e l’altro e tra un Cornwell e l’altro, mi imbattei nel tanto alcolico Bukowsky e il suo “A sud di nessun Nord” fiero del fatto che tempo fa lo lessi. Quindi, seguendo l’ordine alfabetico lo posizionai tra il mitico Burroughs e il suo Checca, sempre fiero del fatto che tempo fa lo lessi, e appunto Burgess che nientedimeno è l’autore dell’inossidabile “Arancia meccanica” anche se il titolo qui appare tradotto letteralmente in “Un’arancia a orologeria”.
Ma il dubbio di questo titolo subito scomparve quando alla seconda riga lessi “C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta.”
Quasi mi divenne duro, così come in un’altra giornata quando mi ritrovai per le mani “Il giovane Holden” di Salinger e dopo accurate ricerche scoprii che si trattava del libro che Mark Chapman, colui che aveva ucciso Lennon, aveva con sé al momento dell’omicidio, riuscendo così a capire il perché quel titolo mi aveva attratto e fatto venire a galla angoli remoti della mia memoria.
Ma puntuale eccolo il conto alla aicsevor nuovamente lampeggiante e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Fedele alla linea, riprendo in mano l’arancia sbucciandone un'altra lieve dose di gustoso succo nel tentativo di imbevermi di codesto difficoltoso linguaggio. L’effetto collaterale che mi si riproduce nella mente è quello di addossarmi completamente contro colei che in questo momento è il mio capo.
La tentazione è ampia.
La biblioteca vuota.
I cinque minuti passano. Reinserisco la password numero 1. Reinserisco la mia strepitosa data di nascita al oirartnco. Reinserisco me stesso nel fantastico mondo di internet. Reinserisco me stesso nell’incapacità di fare qualcosa quest’oggi dato che non ho nulla da fare. Reinserisco la mia bravura nell’annullarmi con gli altri e nel crearmi effetti strabilianti nel vedermi di fronte uno dei gatti del “Fantastico mondo di Richard Scarry”.
«Ciao …»
Dico a Sandrino.
«Sssss!»
Mi fa lui.
«Non vorrai farti sentire …»
Prosegue.
Anche intelligenti gli hanno fatti questi gatti.
Il capo è ancora fra gli scaffali incurante di quanto io vedo. Sistema con cura e in ordine alfabetico i libri come un’ape operaia. Il gatto nel frattempo mi fa segno di inseguirlo.
Ci muoviamo con calma, silenziosi e in ombra fino a raggiungere lui.
«Scusa tanto, fratello.»
Disse Sandrino.
Gli venne una gran grippa quando locchiò noi che ci si avvicinava così tranquilli, cortesi e sorridenti, ma disse: -Si? Cosa c’è?- con una ciangotta molto sonora da maestro, come se cercasse di farci vedere che non era un grippone. Il gatto disse:
-Vedo che hai dei libri sotto il braccio, fratello. È davvero un raro piacere imbattersi in qualcuno che legge ancora, fratello.
-Oh,- disse lui tutto tremante. –Davvero? Oh, capisco-. E continua a guardare dall’uno all’altro di noi, perché adesso si ritrovava al centro di un quadrato molto sorridente e cortese.
-Sì- disse il gatto. –Sarei enormemente lieto, fratello, se tu fossi così cortese da lasciarmi vedere i libri che tieni sotto braccio. Non c’è nulla al mondo che mi piaccia più di un buon libro edificante, fratello.
-Edificante?- disse lui. –Edificante, eh? – E poi gli strappai questi due libri e li porsi in giro allampo. Essendo due, ce ne toccò uno a testa da locchiare.
Poi, con una ciangotta molto scandalizzata, il gatto disse: -Ma cosa vedo? Cos’è questa parola sporca? Arrossisco solo a guardarla. Tu mi deludi, fratello, mi deludi proprio.
-Ma,- cercò di dire lui, -ma, ma.
-Un uomo della tua età, fratello, -disse Sandrino, e cominciò a strappare il libro che aveva, e io feci lo stesso.
Il bigio profio cominciò a scriccare: -Ma quei libri non sono miei, sono proprietà del Municipio, ma questo è puro vandalismo, ma questo è inaudito,- o mottate del genere. E cercò anche di riprendersi indietro i libri a forza, il che era alquanto patetico. -Ti meriti una bella lezione, fratello, te la meriti proprio, gli disse il gatto.
Poi cominciammo a scapricciare un po’con lui. Gli tenni le granfie e il Sandrino gli spalancò il truglio. A terra ci feci il trattamento crash con lo stivale. Il vecchio poldo cominciò a fare degli sguerzi strani, «uaf, uof, uef», e così il gatto gli lasciò andare le lerfie e gliene mollò uno sul truglio sdentato col pugno con l’anello, e allora il vecchio si mise a lamentarsi sul serio, poi ecco che viene fuori il sangue, fratelli, una vera bellezza. Allora la piantammo lì e gli tirammo via soltanto le palandre, lasciandolo in camicia e mutande lunghe e poi il gatto gli dà un bel calcione nel buzzo e lo lasciammo andare quando ecco che arriva il conto alla aicsevor lampeggiante.
«Grazie Sandrino»
Dico.
«Sssss!»
Mi fa lui con un miao.
10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e vaffanculo.
È mezzogiorno e il mio turno mattutino da stagista è finito.
Altro che auguri e festeggiamenti, oggi pomeriggio ci saranno altre quattro ore di nulla e chissà se Sandrino verrà a ritrovarmi.
Simon trumpet
martedì 20 settembre 2011
Trauma 2: Il Blog
Quando decisi di fare questo blog, lo concepii come uno stimolo per me stesso innanzitutto. Avrei potuto far leggere i miei scritti ai miei amici ricevendo così le loro opinioni e commenti. Un esercizio di confronto tra chi come me scrive e chi come loro legge. Non mi era mai apparsa troppo entusiasmante l’idea di una scrittura quotidiana e la relativa pubblicazione sugli argomenti più svariati che avrebbe richiesto un impegno costante nei mie lettori. Anche perché il dubbio perenne che mi alimenta è che comunque pochissimi leggano quello che scrivo e pubblico in questo blog.
E chi avrebbe la pazienza di leggere sciocchezze ogni giorno?
Io no di certo.
Per cui, dato il poco interesse che potrei suscitare nel scrivere opinioni, pensieri, argomentazioni di vario genere, mi dilettai e mi diletto a proporre un’opera più o meno plausibile. Poesie, racconti e gli ultimissimi aforismi. Un po’di tutto per allietare voi giudici supremi dell’entertainment e per avere un po’di conforto nel parere di qualcuno che dia valore a quanto produco. Chissà quanti di voi mi hanno ignorato, in ogni caso. Ma si sa, le persone cambiano continuamente. Una cosa che oggi amiamo domani la ignoriamo e un blog ignorato potrebbe divenire un blog ammirato. E così come formula di consolazione mi impegnerò in una scrittura continua. Non so cosa ne possa uscire fuori, d’altronde tutto questo è nato dieci minuti fa durante l’ultima sega sparata e la sincerità patita alla pagina con qualche macchiolina bianca mi appare il sintomo più idoneo per affrontare questo nuovo format.
Questo nuovo gioco rientrerà nell’opera complessiva “Traumi” di cui avete già potuto leggere un’accurata introduzione e relativo “Trauma numero 1: Insetti”. Il perché consiste nel semplice fatto che tutto si muove attorno ai traumi, solo che ancora non lo sapete; e per darvene una testimonianza riporterò di seguito un tratto dall’opera di Aristotele il De Generatione Animalium:
“La secrezione uterina della femmina acquista consistenza per effetto dello sperma maschile, che svolge un’azione simile a quella del caglio sul latte. Il caglio, in effetti, è latte provvisto di calore vitale, e questo riunisce e fa coagulare le parti simili; così allo sperma capita lo stesso, perché la natura del latte e del mestruo è la stessa. Riunendosi dunque insieme le parti consistenti viene espulso il liquido, e tutt’attorno, per l’asciugarsi delle sostanze terrose, si formano delle membrane.”
Tutto questo per farvi intendere che “il topos della donna come significante dell’anomalia e dell’inferiorità resterà permanente nel discorso scientifico dell’Occidente. Il mostruoso come polo negativo, il polo del meno è dunque analogo al femminile, in quanto è assunto come “altro da” la norma in vigore, qualsiasi sia questa norma. Lei viene associata a qualcosa che la rende incline a essere nemica dell’umanità. Il corpo della donna ha il potere di cambiar forma durante la gravidanza e l’allattamento. Esso quindi ha il potere di sconfessare la nozione di forma corporea come concetto fisso, cioè le sembianze visibili, riconoscibili, nette e specifiche che identificano la forma del corpo. Se definiamo il mostro come un’entità corporea anomala e deviante rispetto alla norma, allora possiamo sostenere che il corpo femminile condivide con il mostro il privilegio di indurre un singolare miscuglio di orrore e fascinazione.” (cit. Braidotti).
Per migliori informazioni potrete leggere la mia tesi finale “Mostri e società nell’opera di Palahniuk” prossimamente in scena tra qualche mese in qualche aula universitaria.
Ma per non buttare troppa benzina nel fuoco, credo che in molti di voi avranno già storpiato il muso nella lettura di queste frasi. Ad alcuni ragazzi probabilmente gli si sarà rizzato il membro nella consapevolezza millenaria di superiorità nei confronti delle donne. Ad alcune donne sarà venuta dura la mammella sinistra dalla rabbia nell’essersi sentite definire mostri dopo anni di creme plastificate antirughe, antigel, antibrufoli nella ricerca di una forma migliore nel loro viso. Comunque sia, oggi avete appreso qualcosa sul mostro che io ho ricercato e trascritto proprio un attimo prima della sega che ha dato vita a questo scritto. D’altronde tutto nasce dallo sperma, lo dice anche Aristotele, e a volte un suo spreco casalingo dà vita ad interessanti riflessioni sulla quotidianità. Non so se una sega al giorno tolga il medico di torno, però almeno rende un po’più leggere certe deprimenti considerazioni sui rapporti umani. Insomma masturbatevi pure violentemente e poi ditemi se dopo aver appena eiaculato direte di aver ancora bisogno dell’amore. Ah scusate, lo stesso vale per le signorine con i termini di riferimento quali amplesso o orgasmo.
Comunque al di là di quello che potrete disseminare sui vostri lenzuoli o coprimaterasso non vi darò più comunicazioni in via ufficiosa di quanto scrivo, perché a chi potrebbe interessare?
A me no di certo.
Così come il mio desiderio di volere una figa blu che non è un desiderio da tutti, ma almeno è un desiderio. E a chi potrebbe interessare?
A me non di certo.
Se volete seguirmi, seguitemi; una sega al giorno non è un grande consumo di sperma, ma è già qualcosa.
Simon Trumpet
E chi avrebbe la pazienza di leggere sciocchezze ogni giorno?
Io no di certo.
Per cui, dato il poco interesse che potrei suscitare nel scrivere opinioni, pensieri, argomentazioni di vario genere, mi dilettai e mi diletto a proporre un’opera più o meno plausibile. Poesie, racconti e gli ultimissimi aforismi. Un po’di tutto per allietare voi giudici supremi dell’entertainment e per avere un po’di conforto nel parere di qualcuno che dia valore a quanto produco. Chissà quanti di voi mi hanno ignorato, in ogni caso. Ma si sa, le persone cambiano continuamente. Una cosa che oggi amiamo domani la ignoriamo e un blog ignorato potrebbe divenire un blog ammirato. E così come formula di consolazione mi impegnerò in una scrittura continua. Non so cosa ne possa uscire fuori, d’altronde tutto questo è nato dieci minuti fa durante l’ultima sega sparata e la sincerità patita alla pagina con qualche macchiolina bianca mi appare il sintomo più idoneo per affrontare questo nuovo format.
Questo nuovo gioco rientrerà nell’opera complessiva “Traumi” di cui avete già potuto leggere un’accurata introduzione e relativo “Trauma numero 1: Insetti”. Il perché consiste nel semplice fatto che tutto si muove attorno ai traumi, solo che ancora non lo sapete; e per darvene una testimonianza riporterò di seguito un tratto dall’opera di Aristotele il De Generatione Animalium:
“La secrezione uterina della femmina acquista consistenza per effetto dello sperma maschile, che svolge un’azione simile a quella del caglio sul latte. Il caglio, in effetti, è latte provvisto di calore vitale, e questo riunisce e fa coagulare le parti simili; così allo sperma capita lo stesso, perché la natura del latte e del mestruo è la stessa. Riunendosi dunque insieme le parti consistenti viene espulso il liquido, e tutt’attorno, per l’asciugarsi delle sostanze terrose, si formano delle membrane.”
Tutto questo per farvi intendere che “il topos della donna come significante dell’anomalia e dell’inferiorità resterà permanente nel discorso scientifico dell’Occidente. Il mostruoso come polo negativo, il polo del meno è dunque analogo al femminile, in quanto è assunto come “altro da” la norma in vigore, qualsiasi sia questa norma. Lei viene associata a qualcosa che la rende incline a essere nemica dell’umanità. Il corpo della donna ha il potere di cambiar forma durante la gravidanza e l’allattamento. Esso quindi ha il potere di sconfessare la nozione di forma corporea come concetto fisso, cioè le sembianze visibili, riconoscibili, nette e specifiche che identificano la forma del corpo. Se definiamo il mostro come un’entità corporea anomala e deviante rispetto alla norma, allora possiamo sostenere che il corpo femminile condivide con il mostro il privilegio di indurre un singolare miscuglio di orrore e fascinazione.” (cit. Braidotti).
Per migliori informazioni potrete leggere la mia tesi finale “Mostri e società nell’opera di Palahniuk” prossimamente in scena tra qualche mese in qualche aula universitaria.
Ma per non buttare troppa benzina nel fuoco, credo che in molti di voi avranno già storpiato il muso nella lettura di queste frasi. Ad alcuni ragazzi probabilmente gli si sarà rizzato il membro nella consapevolezza millenaria di superiorità nei confronti delle donne. Ad alcune donne sarà venuta dura la mammella sinistra dalla rabbia nell’essersi sentite definire mostri dopo anni di creme plastificate antirughe, antigel, antibrufoli nella ricerca di una forma migliore nel loro viso. Comunque sia, oggi avete appreso qualcosa sul mostro che io ho ricercato e trascritto proprio un attimo prima della sega che ha dato vita a questo scritto. D’altronde tutto nasce dallo sperma, lo dice anche Aristotele, e a volte un suo spreco casalingo dà vita ad interessanti riflessioni sulla quotidianità. Non so se una sega al giorno tolga il medico di torno, però almeno rende un po’più leggere certe deprimenti considerazioni sui rapporti umani. Insomma masturbatevi pure violentemente e poi ditemi se dopo aver appena eiaculato direte di aver ancora bisogno dell’amore. Ah scusate, lo stesso vale per le signorine con i termini di riferimento quali amplesso o orgasmo.
Comunque al di là di quello che potrete disseminare sui vostri lenzuoli o coprimaterasso non vi darò più comunicazioni in via ufficiosa di quanto scrivo, perché a chi potrebbe interessare?
A me no di certo.
Così come il mio desiderio di volere una figa blu che non è un desiderio da tutti, ma almeno è un desiderio. E a chi potrebbe interessare?
A me non di certo.
Se volete seguirmi, seguitemi; una sega al giorno non è un grande consumo di sperma, ma è già qualcosa.
Simon Trumpet
giovedì 15 settembre 2011
MASSIME E MINIME
1)Un bambino oggi può crescere benissimo anche senza un padre; per questo hanno inventato TV.
2)Se non hai saputo vedere il mio cuore nel mio animo, che cosa pensi di trovare dopo la morte?
3)Ogni grammo di cervello mi si consuma man mano che vengo dietro te, coca...
4)Dammi 2 Jack Daniel’s e ti dirò chi sei..
5) Ho deciso che è tutta una nebulosa d’Andromeda la testa.
6)Ho l’ano nel culo.
7)Mi regolo con i regoli.
8)Il mio cervello va a rate: arriva una volta al mese.
9)Ho la sensazione che oggi vada tutto più lento.
10)Desidera quello che vuoi, non quello che non vuoi.
11) Il fatto che tu per tanti anni abbia pensato a non volermi ha fatto solo modo che noi ci volessimo.
12) E' solo il ricordo che mi fa voglia di te. Possa il tempo smentirti ancora.
13)Ho passato una serata indimenticabile che non ricordo.
14)La soluzione dell’enigma è il tuo sogno ricorrente.
15)Ricicla ciclamini.
16)Una cliente: oggi sono venuta 3 volte al supermercato per fare la puttana.
17)Mi hai messo il buon umore addosso come una T-shirt bagnata.
18)Non so se deprimermi e riposarmi a casa o fare qualcosa con la stanchezza in corpo.
19)Sono come la spazzatura: nessuno mi prende.
20)Che serve morire se non riesci a vivere?
21)Fumare fa male. Meno male, iniziavo a preoccuparmi che qualcosa facesse bene!
22) Ciò che conta è non contare.
23)Paranoid power.
24)Sono un egoista e odio gli egoisti.
25)L’anarchia è quello che non vuoi essere.
26) Se riesco a scoparmi una tossica, perché non dovrei riuscire a scoparmi una fighetta? D'altronde entrambe in mezzo alle gambe hanno un buco.
27)Che il cuore le duola e il culo le sorrida, sorella.
28) Vivere senza nessuno dovrebbe essere più facile che vivere con altri.
29)Se devo vivere con la speranza di trovare qualcuno vivrei comunque solo.
30) Il mondo funzionerebbe meglio se fossimo tutti ciechi.
31)Se un muro è crollato, altri sono stati eretti.
32)Tutto inizia da zero.
33)Spero che mi bastino questi ultimi 20 centesimi di vita; tra poco dovrò farmi una ricarica.
34)Gettate i figli dal balcone: vivranno più a lungo.
35)Per conquistare i prossimi mondiali di calcio la Corea userà l’atomica.
36)Obama ringrazia l'Afghanistan per il nobel alla pace.
37)Dopo lo scandalo pedofilia, il papa dichiara legittimo l’uso del profilattico.
38)Berlusconi dopo la sua morte dichiara: dall'alto governerò meglio.
39)A volte è l'insonnia a rendermi sveglio.
40)Nella vita tutto finisce e tutto continua.
41)Un giorno da leone. 25 anni di solitudine.
42)Stasera è magra, ma ci sono anche tante vacche grasse in giro.
43)Non è morire a incuterci timore ma la causa della nostra morte.
44)Amare non significa corrispondere, significa amare.
45)Sei così profondo che assomigli ad un pozzo.
46)Amo il mio tasso alcolico.
47)Sono un uomo d'alto borgo, ma rispetto agli altri uomini di questo rango, io scoreggio.
48)In amore come in cucina l'importante è mettere il sale.
49)Un grande uomo è tale solo se ha una grande donna.
50)Mi disturba di più il silenzio che l'indifferenza.
51)Un giorno tutto vi sarà reso, prometto, tutto vi sarà reso, prometto.
52)Se stai con lo zoppo impari a zoppicare, se stai con tromba impari a trombare.
53)Oggi siamo perfetti, domani miglioriamo.
54)Non importa se chi ti comanda sia buono o cattivo, comunque sia, ti comanda.
55)Sappi che non importa se vedi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, comunque sia va riempito.
56)Sono entrato nell'età adulta; stasera andrò ad ubriacarmi.
57)Ma una vegana, mangia il cazzo?
58)L'incomprensione è il gusto della vita.
59)Non sono una fiction.
60)Sembri più innamorata tu di lui che lei di esso.
61)A forza di ascoltare ho un gran cerume.
62)Una giacca militare non fanno di te un (buon) soldato.
63)Il passato è l'imperfezione del futuro.
64)Di solito le donne si confessano dopo essere state con me.
65)Quando non si vuole vedere una cosa, basta chiudere gli occhi.
66)Sfotti per sfottere e non per fottere.
67)Sei grezzo come il petrolio.
68)A passare per il coglione di turno lo si diventa.
69)Se tutto è una merda tanto vale ridursi a merde.
70)Non so se sei più scema te o io che ti ascolto.
71)Sei una hippy acida.
72)Fai la scelta giusta, gettati.
73)Che dovrei fare, farti venire con la forza del pensiero?
74)L'essere passati da animali selvatici a persone civili, è come essere passati da animali disobbedienti a persone obbedienti.
75)L'immaginazione rende reale ogni fantasia.
76)È più facile catturare una lepre con una trappola che inseguirla nel bosco.
77)Mai e poi mai il mio aspetto influenzerà su quello che sono.
78)Le persone che più hai a cuore saranno sempre quelle più distanti.
79)Molti, sopratutto in età avanzata, solettano dire quando vanno di fretta che c'è più tempo che vita. Appunto, c'è più tempo che vita, perché affrettarsi?
80)Io non sono i miei, errori.
81)Ciò che ignori, non può ignorarti.
82)Domani dopo la messa, passate al Sisa a mollare quattro porchi. Aperto fino alle 13.
83)O Sisa o muori.
84)Guarda come è depressa quella. Ti credo è col moroso.
85)In una società basata sul valore dei soldi niente può essere moralmente realizzato.
86)Per risolvere l'emergenza in Veneto, Bertolaso costruirà argini con la monnezza.
87)Fegato ti ricorderò per quello che sei stato, un amico.
88)Sono stanco di essere scambiato per una signorina solo perché porto una coda.
89)Forse è la banalità dell'amore a renderci sciocchi.
90)Il Canada aiuterà il Veneto con 15000 castori.
91)Rientrare in Facebook è come rientrare in Matrix.
92)portare il cane a fare i bisogni mi riconnette al mio essere animale
93)Il futuro è nelle nostre palle.
94)Nel mio intimo c'è legno.
95)La bellezza è come la moneta, col tempo perde valore
96)Quando i cani seppelliscono un osso, non ci mettono sopra una lapide per ricordarsi dove si trova. Così dovremmo fare noi con i nostri problemi, affossarli e dimenticarci che esistono.
97)Finché c’è la democrazia non ci sarà mai pace.
98)Difendere qualcuno che ti governa è la forma più stupida di autolesionismo.
99)Forse invece di cercare qualcuno dovresti cercare chi hai di fronte.
100)La verità preferisco inventarla.
101)La nostra cultura si basa sulle balle.
102)Nel fare gli auguri di Natale divento la persona più falsa del mondo, comunque auguri.
103)Puoi considerarmi un potenziale suicida così quando sarò famoso dirai che volevo uccidermi e la gente mi stimerà perché ho avuto una vita difficile.
104)Non si vive di sole citazioni.
105)La monarchia non andava bene perché c'era un solo re; la dittatura perché c'era un dittatore; allora perché accettare una democrazia in cui comanda uno solo?
106)Di questo passo diventerò il Muster of Puppets del Latino.
107)Il nostro paese è così civile che adora prenderla nel culo.
108)Se non supero latino mi soffocherò ingoiando pagine della bibbia per capirne l'essenza.
109)Ricordatevi che il mondo è stato creato dalle multinazionali.
110)Quando si è giovani, si apprezzano poche cose per questione di stile. Quando si è vecchi si apprezza tutto per questione di saggezza.
111)La violenza ha sempre un movente, la politica.
112)Al di là dell’ora l’importante è svegliarsi.
113)A volte lo star soli, è una gran conquista.
114)Mangia e ingrassa, questa è la filosofia della nostra epoca.
115)Vivi e lascia morire.
116) Adeguarsi a questa società rende stupidi.
117)Siamo come api: seminano polline nei fiorellini.
118)Ho sempre visto nel mio disordine l’ordine perfetto.
119)Il problema della Tv è che la gente parla come illuminata da Dio e usa questa presunta luce come testimonianza della sua presenza.
120)Almeno per una cosa mi sarai riconoscente, io ti ho sverginata.
121)I miti non parlano, piuttosto s’ammazzano.
122)Se mettete un uomo in una gabbia di donne, vedrete come si sentirà un uccellino.
123)Domani diranno che con la vostra merda si aiuta l’economia e voi tutti andrete a cagare.
124)Non hai bisogno della droga per farti piacere i Pink Floyd ma hai bisogno dei Pink Floyd per farti piacere la droga.
125)Meglio morire con la bocca piena che con la pancia vuota.
126)Commemorare l’11 settembre è come piangere per il proprio suicidio.
127)Ogni tuo grammo di gioia corrisponde a un kg della mia sofferenza.
128)Finché è offerto, porta rispetto!
129)Ignorare sarà il futuro della comunicazione.
Simon Trumpet
2)Se non hai saputo vedere il mio cuore nel mio animo, che cosa pensi di trovare dopo la morte?
3)Ogni grammo di cervello mi si consuma man mano che vengo dietro te, coca...
4)Dammi 2 Jack Daniel’s e ti dirò chi sei..
5) Ho deciso che è tutta una nebulosa d’Andromeda la testa.
6)Ho l’ano nel culo.
7)Mi regolo con i regoli.
8)Il mio cervello va a rate: arriva una volta al mese.
9)Ho la sensazione che oggi vada tutto più lento.
10)Desidera quello che vuoi, non quello che non vuoi.
11) Il fatto che tu per tanti anni abbia pensato a non volermi ha fatto solo modo che noi ci volessimo.
12) E' solo il ricordo che mi fa voglia di te. Possa il tempo smentirti ancora.
13)Ho passato una serata indimenticabile che non ricordo.
14)La soluzione dell’enigma è il tuo sogno ricorrente.
15)Ricicla ciclamini.
16)Una cliente: oggi sono venuta 3 volte al supermercato per fare la puttana.
17)Mi hai messo il buon umore addosso come una T-shirt bagnata.
18)Non so se deprimermi e riposarmi a casa o fare qualcosa con la stanchezza in corpo.
19)Sono come la spazzatura: nessuno mi prende.
20)Che serve morire se non riesci a vivere?
21)Fumare fa male. Meno male, iniziavo a preoccuparmi che qualcosa facesse bene!
22) Ciò che conta è non contare.
23)Paranoid power.
24)Sono un egoista e odio gli egoisti.
25)L’anarchia è quello che non vuoi essere.
26) Se riesco a scoparmi una tossica, perché non dovrei riuscire a scoparmi una fighetta? D'altronde entrambe in mezzo alle gambe hanno un buco.
27)Che il cuore le duola e il culo le sorrida, sorella.
28) Vivere senza nessuno dovrebbe essere più facile che vivere con altri.
29)Se devo vivere con la speranza di trovare qualcuno vivrei comunque solo.
30) Il mondo funzionerebbe meglio se fossimo tutti ciechi.
31)Se un muro è crollato, altri sono stati eretti.
32)Tutto inizia da zero.
33)Spero che mi bastino questi ultimi 20 centesimi di vita; tra poco dovrò farmi una ricarica.
34)Gettate i figli dal balcone: vivranno più a lungo.
35)Per conquistare i prossimi mondiali di calcio la Corea userà l’atomica.
36)Obama ringrazia l'Afghanistan per il nobel alla pace.
37)Dopo lo scandalo pedofilia, il papa dichiara legittimo l’uso del profilattico.
38)Berlusconi dopo la sua morte dichiara: dall'alto governerò meglio.
39)A volte è l'insonnia a rendermi sveglio.
40)Nella vita tutto finisce e tutto continua.
41)Un giorno da leone. 25 anni di solitudine.
42)Stasera è magra, ma ci sono anche tante vacche grasse in giro.
43)Non è morire a incuterci timore ma la causa della nostra morte.
44)Amare non significa corrispondere, significa amare.
45)Sei così profondo che assomigli ad un pozzo.
46)Amo il mio tasso alcolico.
47)Sono un uomo d'alto borgo, ma rispetto agli altri uomini di questo rango, io scoreggio.
48)In amore come in cucina l'importante è mettere il sale.
49)Un grande uomo è tale solo se ha una grande donna.
50)Mi disturba di più il silenzio che l'indifferenza.
51)Un giorno tutto vi sarà reso, prometto, tutto vi sarà reso, prometto.
52)Se stai con lo zoppo impari a zoppicare, se stai con tromba impari a trombare.
53)Oggi siamo perfetti, domani miglioriamo.
54)Non importa se chi ti comanda sia buono o cattivo, comunque sia, ti comanda.
55)Sappi che non importa se vedi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, comunque sia va riempito.
56)Sono entrato nell'età adulta; stasera andrò ad ubriacarmi.
57)Ma una vegana, mangia il cazzo?
58)L'incomprensione è il gusto della vita.
59)Non sono una fiction.
60)Sembri più innamorata tu di lui che lei di esso.
61)A forza di ascoltare ho un gran cerume.
62)Una giacca militare non fanno di te un (buon) soldato.
63)Il passato è l'imperfezione del futuro.
64)Di solito le donne si confessano dopo essere state con me.
65)Quando non si vuole vedere una cosa, basta chiudere gli occhi.
66)Sfotti per sfottere e non per fottere.
67)Sei grezzo come il petrolio.
68)A passare per il coglione di turno lo si diventa.
69)Se tutto è una merda tanto vale ridursi a merde.
70)Non so se sei più scema te o io che ti ascolto.
71)Sei una hippy acida.
72)Fai la scelta giusta, gettati.
73)Che dovrei fare, farti venire con la forza del pensiero?
74)L'essere passati da animali selvatici a persone civili, è come essere passati da animali disobbedienti a persone obbedienti.
75)L'immaginazione rende reale ogni fantasia.
76)È più facile catturare una lepre con una trappola che inseguirla nel bosco.
77)Mai e poi mai il mio aspetto influenzerà su quello che sono.
78)Le persone che più hai a cuore saranno sempre quelle più distanti.
79)Molti, sopratutto in età avanzata, solettano dire quando vanno di fretta che c'è più tempo che vita. Appunto, c'è più tempo che vita, perché affrettarsi?
80)Io non sono i miei, errori.
81)Ciò che ignori, non può ignorarti.
82)Domani dopo la messa, passate al Sisa a mollare quattro porchi. Aperto fino alle 13.
83)O Sisa o muori.
84)Guarda come è depressa quella. Ti credo è col moroso.
85)In una società basata sul valore dei soldi niente può essere moralmente realizzato.
86)Per risolvere l'emergenza in Veneto, Bertolaso costruirà argini con la monnezza.
87)Fegato ti ricorderò per quello che sei stato, un amico.
88)Sono stanco di essere scambiato per una signorina solo perché porto una coda.
89)Forse è la banalità dell'amore a renderci sciocchi.
90)Il Canada aiuterà il Veneto con 15000 castori.
91)Rientrare in Facebook è come rientrare in Matrix.
92)portare il cane a fare i bisogni mi riconnette al mio essere animale
93)Il futuro è nelle nostre palle.
94)Nel mio intimo c'è legno.
95)La bellezza è come la moneta, col tempo perde valore
96)Quando i cani seppelliscono un osso, non ci mettono sopra una lapide per ricordarsi dove si trova. Così dovremmo fare noi con i nostri problemi, affossarli e dimenticarci che esistono.
97)Finché c’è la democrazia non ci sarà mai pace.
98)Difendere qualcuno che ti governa è la forma più stupida di autolesionismo.
99)Forse invece di cercare qualcuno dovresti cercare chi hai di fronte.
100)La verità preferisco inventarla.
101)La nostra cultura si basa sulle balle.
102)Nel fare gli auguri di Natale divento la persona più falsa del mondo, comunque auguri.
103)Puoi considerarmi un potenziale suicida così quando sarò famoso dirai che volevo uccidermi e la gente mi stimerà perché ho avuto una vita difficile.
104)Non si vive di sole citazioni.
105)La monarchia non andava bene perché c'era un solo re; la dittatura perché c'era un dittatore; allora perché accettare una democrazia in cui comanda uno solo?
106)Di questo passo diventerò il Muster of Puppets del Latino.
107)Il nostro paese è così civile che adora prenderla nel culo.
108)Se non supero latino mi soffocherò ingoiando pagine della bibbia per capirne l'essenza.
109)Ricordatevi che il mondo è stato creato dalle multinazionali.
110)Quando si è giovani, si apprezzano poche cose per questione di stile. Quando si è vecchi si apprezza tutto per questione di saggezza.
111)La violenza ha sempre un movente, la politica.
112)Al di là dell’ora l’importante è svegliarsi.
113)A volte lo star soli, è una gran conquista.
114)Mangia e ingrassa, questa è la filosofia della nostra epoca.
115)Vivi e lascia morire.
116) Adeguarsi a questa società rende stupidi.
117)Siamo come api: seminano polline nei fiorellini.
118)Ho sempre visto nel mio disordine l’ordine perfetto.
119)Il problema della Tv è che la gente parla come illuminata da Dio e usa questa presunta luce come testimonianza della sua presenza.
120)Almeno per una cosa mi sarai riconoscente, io ti ho sverginata.
121)I miti non parlano, piuttosto s’ammazzano.
122)Se mettete un uomo in una gabbia di donne, vedrete come si sentirà un uccellino.
123)Domani diranno che con la vostra merda si aiuta l’economia e voi tutti andrete a cagare.
124)Non hai bisogno della droga per farti piacere i Pink Floyd ma hai bisogno dei Pink Floyd per farti piacere la droga.
125)Meglio morire con la bocca piena che con la pancia vuota.
126)Commemorare l’11 settembre è come piangere per il proprio suicidio.
127)Ogni tuo grammo di gioia corrisponde a un kg della mia sofferenza.
128)Finché è offerto, porta rispetto!
129)Ignorare sarà il futuro della comunicazione.
Simon Trumpet
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