domenica 25 settembre 2011

Trauma n.5: Il CIBO

Prendo coscienza del mondo dopo le 19 negli ultimi giorni.
È come se dormissi continuamente avvolto da una carta stagnola che mi rende impermeabile a ciò che accade fuori dalla mia stanza. Passo le ore chiuso in questa gabbia chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E in più si è aggiunta questa sorta di diarrea. La mattina mi sveglio con un gran mal di pancia e subito corro in bagno. Seduto sulla tazza vomito piattole liquide liquide mischiate a grandi dosi di sangue che escono dal mio ano secco. Da un lato sono anche fortunato: se la cacca fosse dura, di me rimarrebbe solo che un gran traforo da cima in fondo. Consumato questo pasto intestinale, vado in cucina per la colazione. Un po’di caffèlatte, qualche fetta biscottata con marmellata e la frittata è fatta. Di nuovo al cesso per una vulcanica cagarella verde-rossa. Però dopo il secondo sforzo sto meglio. Infatti ritorno a dormire perché defecare mi toglie ogni energia per fare il resto. Ma nemmeno dormire mi riesce bene. Sto lì disteso chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Dopodiché accendo il mio computer per connettermi almeno all’energia dello schermo ma non faccio tempo a riprendermi che è già ora del pranzo. Ancora una volta siedo a tavola e mangio. La reazione del mio stomaco però al secondo giro è più ragguardevole e mi risparmia. Qualche insolito brontolio, scoregge di velluto, fatto sta che ritorno al mio portatile senza conquassi improvvisi. Di fronte allo schermo sto ancora ore e ore avvolto in questa apparente stagnola chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Tutto questo assolutismo immobilismo fa di me un uomo stanco e assetato. E allora bevo. Bevo acqua fresca perché spero che possa risvegliarmi, darmi benessere. Invece la frittata è fatta. Scappo al bagno e vomito dal culo anche il pranzo e i residui delle pasquette scorse. In questi momenti ho come la sensazione di avere una pompa nel deretano che succhia, succhia centimetro e centimetro del mio schifoso dentro; il tutto accompagnato da un improvvisato suonatore di tromba. Tra un pezzo sputato e l’altro riversato, sto lì, chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Arrivano le sette di sera e del mio intestino non esiste altro che il ricordo. Comunque è l’ora dell’allenamento. Tra piegamenti che stimolano la diuresi, esercizi che mitigano il metabolismo e doccia fredda è un miracolo che i miei compagni non calcino il mio colon al posto del pallone. Giungo finalmente a casa e bevo un bel bicchiere d’acqua fresca e di nuovo la frittata è fritta. Immergo tutto il malessere in pipì anale chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Ed è così che un giorno sei un re, il giorno dopo sei la regina senza testa.
Un giorno hai culo.
Il giorno dopo hai fette galleggianti di retto nel water.
Tuttavia non mi do per vinto ed esco con gli amici. Evito di bere e digerire qualsiasi alcolico che possa indurmi anche il minimo interesse per versamenti di materia fecale. Ancora una volta tutto pare ruotare nella merda; non solo per il mio corpo ma pure nei discorsi dei compagni.
Una mia amica lamenta di non trovare lavoro e non ha più soldi. Si è appena laureata e la merda le si è riversata addosso come una mandria di vacche inferocite. Decine e decine di curriculum inviati ma nessuno risposta positiva. Eppure andrà in ferie e io sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
Nel frattempo qualcosa si smuove nei bassi fondi del ventre: un peto è in arrivo.
Ricordo all’improvviso come da bimbo all’asilo mi capitò di vomitare nel piatto i tortellini che avevo appena mangiato. All’incirca per vent’anni evitai ogni forma tortellinica a causa di quel trauma: osservare da vicino come lo stomaco aveva trasformato quanto appena ingurgitato nel brodo ancora caldo fu come vedere i miei scopare per la prima volta.
Quel rigurgito fetido comportò per me il sacrificio di risparmiarmi per anni e anni la specialità romagnola. Però certe cose le si fan volentieri perché se non perdi certi piacere, non puoi ritrovarli.
Quindi ritorno su questa amica, lei che non ha. Io ho merda in ogni dove invece e potrei scambiarla volentieri con tutto il mondo. Un po’come Gesù con la moltiplicazione dei pesci, o il pane spezzato. Io vi offro feci e feci di buon gusto: chiamatemi pure il Dio della merda.
Comunque io quest’estate ferie non ne ho fatte e non ne farò. Non sto lavorando, non mi sto divertendo, non sto creando nulla ma in compenso sono carico di quello che sapete. Eppure, così come non ho assaggiato tortellini per decenni risparmiandomi quel piacere, so che risparmierò quello che non ho ora, cioè un fegato, per un futuro migliore o almeno non a base di merda. E tutto questo è perché ogni qual volta che poggio il culo sulla tazza sto lì chiedendomi.
Chiedendomi punto.
E poi, dopo tanta cacca, mi faccio coraggio e decido di smetterla, almeno per oggi.
Al bancone ordino una bella grappa al ginepro. Il rischio è solo quello di evaporare in tanto schifo, ma dopotutto è quello che desidero.
Così bevo, ma sorso dopo sorso con stupore lo stomaco si diluisce, si fa più leggero e io sto lì osservando il bicchiere chiedendomi se avrò la meglio con quello che ho dentro una volta bevuto tutto. La sensazione di cadere nel mio stesso buco pian piano si tralascia; i brontolii sussurrano adesso invece di cantare, il fetore si muta in odore. I miracoli dell’alcol. Anche Gesù d’altronde fece resuscitare i morti, e io ora risollevo il mio intestino: chiamatemi pure il Dio della depurazione.
Noto anche che la mia amica ha smesso di lamentarsi, forse qualcosa si è chiesta pure lei, fatto sta,
che nel momento in cui ho agito e ho smesso di chiedermi qualcosa tutto si è risolto.
Adesso posso tranquillamente posarmi sul cesso familiare senza chiedere più nulla, nemmeno al mio culo.
Punto.

Simon Trumpet

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