mercoledì 26 gennaio 2011

SARA

Da qualche settimana, si ripeteva quella storia. Ogni giorno, quel mal di testa a forma di fruscio.
Era continuo, come i binari di un treno che vagava in ogni dove nella mia mente senza trovare fine; persistente, come un bambino che urlava insistentemente contro i miei pensieri; incalzante, come le sirene della polizia che inseguono questo fuggiasco del mio cervello che non si lascia prendere.
Emicrania, diceva il dottore e mi somministrava dosi su dosi di farmaci per la mattina, la sera, le ore intermezze, gli intermezzi pomeridiani, le giornate festive, i Natali e le pasquette. Mi presentavo sempre più spesso nel suo studio. La solita visita, la sua torcia tascabile che penetrava nel mio sguardo, un bastoncino in bocca e lo stetoscopio a misurare battiti inesistenti. Cercavo di descrivere il mio stato, il dolore penetrante, il suo modo di manifestarsi, ma, mi risultava difficile essere credibile nel raccontare qualcosa che avveniva solo nella mia testa. Sapevo che non poteva essere l’emicrania la causa di tanti fastidiosi momenti, ma lui non mi dava retta; d’altronde la sua competenza non poteva andare oltre a quella di firmare ricettari medici.

Fortunatamente l’ora della disperazione non era ancora arrivata mentre il treno delle sette e trenta per l’università puntuale giunse. Durante quel tragitto di quaranta minuti spesso mi facevo compagnia con il giornale. Non è che mi interessasse troppo la lettura delle notizie, anche perché i titoli era sempre uguali: politica, politica, politica. Ma ultimamente, la pagina dello spettacolo era quella che più attirava la mia attenzione: a cicli settimanali, intere pagine erano dedicate al nuovo caso in grado di generare scalpore. Come se i restanti avvenimenti del pianeta fossero futili, sempre più spazio era dato al morto o al scomparso di turno; se poi si trattava di una ragazza, avevi l’intera scaletta giornalistica nazionale mensile occupata da una sola notizia.

Questo, era il periodo di Sara.

Sara manca da tre giorni.
Sara, rapita?
Sara, un mese senza notizie.
Sara, un triste compleanno.
Sara, indagato il fidanzato, il cognato, il dentista, il cane.
Erano solo alcune delle intestazioni. E io, ogni volta che leggevo quei caratteri cubitali stampati, mi guardavo attorno in cerca di Sara nel treno. Scrutavo così la persona seduta al mio fianco e scoprivo quotidianamente che non era lei.

Sara, dove sei?

Lungo la strada per l’università, osservavo tutte quelle ragazze che potessero in qualche modo assomigliarle, avere la sua stessa fisionomia, il suo aspetto. Gli sguardi di quelle giovani, che sorprendevo, erano in qualche modo inquietanti. Non lo so, se fossero indispettite da tutte quelle attenzioni che davo nei loro confronti nel studiare ogni espressione facciale per notare un particolare di Sara, o se avessi io l’aspetto di colui o colei che l’aveva rapita o uccisa. Si perché al gioco si giocava in due. Non solo si cercava Sara, ma anche il suo carnefice. Quindi gli sguardi si moltiplicavano, si quadruplicavano, tutti si osservavano, tutti si sospettavano, tutti pronti a chiamare la polizia al tuo minimo passo falso. Nessuno era escluso da quel giallo collettivo, tutti potevano essere potenziali assassini, rapinatori, collaboratori, stupratori, satanisti. D’altronde, solo te stesso puoi dire di conoscerti, ma di Sara mai nessuna traccia. A lezione come nei bar, in posta come in banca, tutti facevano supposizioni sulla fine della ragazza. Qualcuno nel più tenero dei casi la immaginava seppellita in un bosco uccisa dal fidanzato geloso. Altri ritenevano che il cognato l’avesse stuprata e sciolta nell’acido. Invece i superstiziosi credevano che le amiche l’avessero donata a Satana dopo un rito fatto di bevute di sangue di capra. I pochi realisti che Sara fosse un’invenzione. Tutte queste dicerie alimentavano in questo modo terrore su terrore e io non riuscivo più a sopportare quelle voci, quei bla bla, quei Sara di qua, Sara di là, quei è viva, è morta. Cercavo così qualche piccola distrazione, qualcosa che potesse rilassarmi, che mettesse in pace il mio già martoriato cervello. Mi rifugiavo allora in un parco di solito, dove nessuno potesse nutrire sospetti sul mio aspetto, dove potessi sentire solo il silenzio, ed estratto un foglio di carta, riproducevo sotto forma di yantra la mia meditazione cosmologica. Un viaggio nel mio interno, dentro l’universo dei mie pensieri che si aprono come l’inesteso bindu nei molti strati della realtà. Alla ricerca del punto d’origine e di fine del mio dolore che scopro percorrendo il cerchio dall’immenso raggio, nel cui diametro poggia la punta del triangolo rovescio in cui fiori di loto lasciano cadere petali bianchi e neri. Disegnavo con accuratezza le fasi del mio sviluppo conoscitivo verso il nulla che mi riempiva, senza però mai scoprire la vera verità. Perché nel punto estremo della conoscenza compariva la grande svastica, segno dell’ineffabilità della ratio umana che condizionava il mio mal di testa.
Questa era l’amara sorpresa che ricevevo nei momenti di riflessione. Il dolore della mia mente era irrappresentabile e incondizionabile, qualcosa di inesistente ma allo stesso presente in ogni istante, come yin e yang, come nascita e morte, come giorno e notte. In ogni buio c’era un po’di luce, in ogni luce c’era un po’di buio.
Come Sara, come il sole e la luna.
Esisti e non esisti.
Ti sento e non ti vedo.
Ti vedo e non ti sento.
La meditazione portava alla pace, la pace al benessere, il benessere all’assenza, l’assenza alla morte. E mentre l’ultimo spiraglio di vita scompare dietro ad un urlo di sofferenza, l’emicrania avanza, si fa spazio, conquista, brama sui miei pensieri, sui miei piccoli attimi di sollievo. Spinto dal vento, il fruscio fastidioso si insinua fra il fogliame, fra l’erba in cui siedo. Un brusio, un ronzio ineccepibile all’inizio, poi l’intensità che aumenta, le onde che si fan ampie, la matita che segna nervosa una pesante linea obliqua, il fastidio martellante nei timpani, i denti che si stringono. Ancora, stammi distante, maledetto mal di testa, vattene, vorrei ritornare nel mio cerchio infinito, fra i miei loti, nel mio silenzio karmatico, nel mio vuoto garbhagrha e invece eccolo il nome di Sara pronunciato da due passanti. E come una voce rimbombata in una valle, il fruscio diminuisce il suo eco spegnendosi in lontananza, nelle molteplicità e nelle distrazioni della vita dal suo vero fine.
Sara? Che significa? Sei tu la causa della mia emicrania? Immaginavo, sai, che in qualche modo avevi a che fare con i miei problemi. Da quel giorno, infatti, mentre tu sparivi chissà dove, i miei dolori si sono intensificati ad ogni articolo di giornale, ad ogni appello fatto dai tuoi conoscenti, ad ogni servizio televisivo, ad ogni chiacchiera svolazzante nei tuoi confronti. Ma perché ci sei tu, dietro a tutto?
Non volevo, inizialmente, addossarti nessuna colpa; già molti stanno soffrendo per la tua scomparsa, ma purtroppo e stranamente stai ricadendo pure sul mio fragile cervello che non sopporta più il solo sentirti nominare. Le prove sono schiaccianti: Sara, dolore, Sara, rumore, Sara, vomito, Sara, sangue. Quelle poche sillabe sono causa di atrocità per me. Vorrei fare qualcosa, te lo giuro, per il mio bene e pure per il tuo, ma già risulta a me difficile comprendere questa situazione, figuriamoci se raccontassi questi sintomi al dottore!
Vorrei che tutto finisse anche se è appena iniziato.
Sara, ti ho scoperta.
Smettila di nasconderti in questo nascondino invisibile. Quello che stai facendo è del tutto inutile. Stai arrecando danni a molte persone innocenti. Risolviamo assieme la cosa, perché inizio a chiedermi in qual modo possono interessarti i miei precari equilibri psichici, dove a fatica rimango in bilico fra l’armonia e la non armonia, fra la materia e la non materia, fra l’essere e il non essere, dove dovrei capire di non essere nulla e tutto? In che maniera tu, con il tuo fastidioso intervento divino che distrugge ogni mia stabilità, col tuo chiasso, col tuo peso, credi di poter all’improvviso inserirti negli affari degli altri riempiendo costantemente ogni discorso, ogni minuto, ogni notiziario? Chi credi di essere, Sara, vittima voluta del mio dissenso, derisione del mio silenzio, samsāra del mio nirvana?
A causa tua, anche a casa la situazione non è che fosse delle migliori. I miei genitori, o almeno, quelle figure che non riconosco più perché sono diventate piccoli puntini offuscati da quando sei arrivata tu, non discutevano d’altro: si chiedevano dov’eri, dove potevi essere andata e incollati sugli schermi, attentamente seguivano ogni sviluppo della vicenda come se fossero al cinema. E quel Sara, fruscio, Sara, brusio, Sara, ronzio, le loro paranoie, caos, le loro preoccupazioni, distorsione, i loro timori, frastuono, mi allontanavano sempre più rendendomi invisibile. Cercavo di darmi ossigeno, ne avevo estremamente bisogno. Avvertivo un senso di persecuzione nei miei confronti, come se in qualche modo fossi parte di Sara o Sara parte di me. Ma chi era questa Sara? Mi convincevo e sostenevo che Sara altro non fosse che un articolo di giornale. Una sconosciuta entrata nelle nostre coscienze per ricordarci le paure del mondo. Perché, che altro poteva essere? Nessuno di noi estranei l’ha mai conosciuta, vista, incontrata. Allora perché la nostra vita, la mia vita, doveva essere condizionata dagli sguardi altrui, dalle opinioni dei vecchi al bar, dalle ipotesi che si formavano in chi osservava i miei atteggiamenti? Sara, perché mi dovrei interessarmi a te? Mi dispiace per quello che ti è successo, se sei morta. Ma per me non ha alcuna importanza. Per me non sei nessuno e probabilmente sei ancora sana e salva, ma tu, tu, non puoi approfittare dell’occasione per influenzare la tempesta che ho nel cervello. Non puoi alimentare i miei malori; non puoi scricchiolare i miei pensieri con le tue dita. Lasciami! Lasciami stare per favore! Non ho bisogno di te, te ne supplico, esci, ritorna al mondo, riporta le cose alla normalità!

La luce bianca fissa sulle mie pupille, questo cerchio bianco puntato in faccia, l’occhio indifferente a tale fascio luminoso, la retina secca, inflessibile, una sensazione di insensibilità che mi riempie. Il bastoncino infilato fin quasi alla gola senza provare sforzi di vomito, la saliva asciutta, la voce assente. Lo stetoscopio muto. Il dottore scrive, prende appunti, apre un libro. Sul freddo lettino con una tunica verde dal sapore di operazione imminente, mi auguro che il medico questa volta capisca che la mia non è una semplice emicrania ma il cancro di Sara.
C’è poco da fare per Sara, mi dice.
Sara? Perché Sara? Come fa a saperlo?
Improvviso.
Sconcertante.
Pericoloso.
Dalla sua bocca si fionda verso me il fruscio.
Dottore il FRUSCIO!
Sale forte, fortissimo. Un uragano che mi stempia. Stringo il cranio con le mani, sto per scoppiare, non sento più nulla.
BASTA! Urlo.
Mi AIUTI! Supplico.
Mi AIUTI! Imploro.
La TESTA, dottore, La TESTA! Lamento.
Prenda una di queste alla mattina e una alla sera. Indifferente.
Non mi reggo in piedi, dottore.
Mi inginocchio a terra, la maglia si sporca di macchioline: una, due, tante.
Mi aiuti, il cancro, è il cancro.
Il sangue inizia a colarmi dal naso, dottore.
Sempre più fluente, invade tutto, un’alluvione in piena mi esce dalle orecchie, dalla bocca, dalla testa, da ogni poro del corpo, sono un vulcano di plasma. Erutto lava dallo stomaco. Sbavo liquidi fluenti. Divento un conquasso di organi che si gettano sul pavimento, sono DNA espanso.
Salvate Sara, salvate me dal mio mal di testa.
Un altro incubo?
No, mi dico recuperando le mie parti.
Effetti collaterali di questo tumore assiduo che annerisce ogni tessuto celebrale, che mischia morte e vita, che gioca con le mie percezioni, che rende assurdo il solo camminare per strada perché tutti ti osservano.
Che volete? Vorrei gridate.
Mi fissano, andatavene, state sbagliando persona.
Si parlano fra le orecchie, dicono cose che non posso comprendere.
Come in questo bar.
Anche le cameriere sembrano scambiarsi messaggi facciali.
Ti ho visto.
Quello, quello laggiù ha segnato con l’indice verso la mia direzione.
Spio dalla mia tazza di cappuccino i movimenti di chi ho attorno.
Sono tutte fobie le vostre.
Bravi, continuate a guardare i telegiornali, a credere alle baggianate che raccontano, a farvi influenzare dai sospetti che generano, a diffidare delle persone.
Non sono nessuno IO, come lo siete VOI, vorrei URLARVI.
Si avvicinano, cercano di accerchiarmi.
Maledetti.
Quello al mio fianco si sposta lentamente sempre più vicino. Le cameriere spariscono dietro una porta di corsa. Una donna digita un numero sul cellulare.
Sara, sento bisbigliare.
Chi? Chi è stato? Non centro nulla IO!
Il fruscio, onnipresente
Appoggio la tazza sul bancone.
Devo calmarmi. Se mi agito genero solo maggiori sospetti.
Alle mie spalle qualcuno si alza.
Sara.
Chi è stato? SMETTETELA!
Il rumore, eccolo.
Sta entrando dalla porta.
Ronza sulle bocche di tutti.
ZZZZ.
È una zanzare che succhia le stesse parole ai presenti: S-A-R-A, ZZZZ, S-A-R-A, ZZZZ.
La testa mi gira, devo andarmene, tutti quelli sguardi mi stanno soffocando.
Fisso quelle facce.
State sbagliando, è Sara che mi perseguita.
Io non lo so dove sia.
La sto cercando anch’io.
Rimango in silenzio.
Sara ritorna da noi.
Un vecchio mi prende un braccio.
Vorrei anch’io che tornasse.
Che volete da me?
La testa, mi lasci, la testa brucia.
Una donna, mi sembra di conoscerla, vieni qua, mi dice.
Mi LASCI! Non sono stata io a farla sparire!
Sembrano tanti zombie deformi che bramano sulla mia pelle.
VIA!
Spingo tutti quelli che mi stanno attorno.
Dov’è Sara? Dov’è Sara?
Il CANCRO, zitti, il CANCRO!
Sfuggo, si aggrappano, mi strappano i vestiti.
Il brusio, la testa mi gira, ho i giramenti, le gocce dal naso, di nuovo le mani sporche di rosso. Lasciatemi in pace, lasciatemi vivere, vieni da noi mi dicono, no, sfuggo, non sono IO!
Non sono IO chi cercate!
E scappo distante, distante dove nessuno può trovarmi.
Calma.
Respiro, il dolore si attenua, Sara sparisce.
A terra, fra l’erba bagnata, ho bisogno di piangere. Ho bisogno di avvertire la vita scorrere nelle mie vene. Ho bisogno di far scorrere le mani fra i capelli, di toccare la mia pelle e di sentire del calore che copra il freddo che mi copre.
Ma non mi ritrovo più.
Il cerchio è diventato una retta nella quale vago senza meta, senza dimora, senza luoghi. Al mio fianco un’altra linea: quella di Sara, parallela per lunghi tratti. Siamo due degli infiniti punti dell’universo che inspiegabilmente si sono incontrati, così come da Caos nacque Terra e Amore. Nello spazio io e te, Sara, siamo pianeti che viaggiano su una elissi non perfetta che ci permette di allinearci ed eclissarci a vicenda. Quello che io illumino tu oscuri, quello che tu illumini io oscuro.
E così ci ritroviamo sinonimi delle stesse condizioni.
Sara, ossessione costante dei miei risvegli. La motivazione dei miei sforzi nel cercare me dentro te. La tua innocenza, la tua penetrabilità, la tua inconsistenza, assumono forza ogni minuto che passa in tua assenza. Sara, stai diventando il simbolo di noi persone perse che cercano qualcuno negli occhi di sconosciuti passanti. La tua invisibilità, il tuo fantasma, prende consistenza e forma nell’animo di chi è disperato un motivo di sopravvivenza.
Sara, il tuo eco lontano, l’insistenza con cui ti fai strada nei mie pensieri, nelle mie motivazioni, mi spinge a cercarti per ucciderti: questa è la soluzione.
Sara, ti odio.
Per colpa tua, ogni visita dal dottore è una torcia infilata nella mia retina, un paletto nella gola e un battito che cerca di farsi sentire forte della sua presenza a dispetto della tua mancanza. Ogni visita è un calendario di medicinali che mi iniettano ogni santo del giorno. A causa tua, ogni qual volta ti sento nominare esplodono le mie cervella in mille e mille parti che volano in ogni dove e il sangue schizza come vernice fresca lungo il mio vestito, coprendomi il volto, le mani, la bocca, le orecchie.
E divento un sugo di pomodoro: cena per poveri amanti delle chiacchiere su di te.
Per questo e altro ancora se non ti hanno già uccisa, correrò io il rischio di sporcarmi, come tu fai in ogni istante con me.
Ti cerco, ti bramo, ti fiuto.
Non mi fai più paura, Sara, è ora di finirla prima che tu finisca me. Sto imparando ad non ascoltarti, a tappare le orecchie, a ignorarti. Sara non fuggo più dalle tue responsabilità, le parti si invertono, sono io che vengo a cacciarti, adesso. Seguo ogni traccia, ogni angolo in cui forte è la tua presenza.
Se la vita è questa, se è un continuo scappare per mondi infiniti, irreali, immaginari, in cui ci sentiamo realmente noi stessi, cos’è vero e cos’è falso? Eh Sara, me lo spieghi questo? Se dobbiamo credere in un aldilà per sentirci vivi, che senso ha vivere da già morti? Se troviamo la salvezza nella non vita, cosa troviamo in quello che stiamo vivendo? Che senso ha, Sara, cercarti se pensiamo che sia meglio la morte?
«È vero ciò che ritieni vero. È falso ciò che ritieni falso. Crediamo nell’esistenza di un qualche Dio senza averlo mai visto, sentito, toccato, eppure abbiamo la piena fiducia in qualcosa che ci abbia creati, che ci guidi, che ci dia un futuro nell’oltretomba. Abbiamo fede in quello che sconosciuti giornalisti ci raccontano, in quello che i vescovi teologizzano su basi puramente mistiche, in libri e fonti storiche di migliaia di anni fa senza certezze di veridicità, in mercati finanziari che si basano su possibili probabilità di vendita e offerta, a immagini televisive che costruiscono verità in cabina di regia, in ciarlatani che narrano cose avvenute solo nella loro fantasie, in maghi che curano tumori con le mani, in politici con la fedina penale, in mariti e mogli con l’amante, nelle profezie di Nostradamus. Possiamo, allora, ritenere reale questo mondo?
Solo le nostre esperienze quotidiane ci danno il senso di attaccamento a questo pianeta, appaiono materialmente toccabili, ma tutto ciò che è esterno, che non avvertiamo come nostro, appare fasullo. Una costruzione ideata per incanalare le nostre scelte, il nostro modo di vivere, per ingannarci su cosa è realmente la vita, su come realmente funziona il mondo.
E tu che fuggi da Sara, da un dolore che credi avvenga solo nella tua testa e che ritieni che appartenga solo a te, stai solo vivendo una finzione che consideri reale. Svegliati, apri gli occhi nulla di ciò che vedi ha consistenza.»
«Chi sei tu?»
«Non mi riconosci? Sono io …»
«Io chi? Vattene, non ho bisogno di qualcuno che mi dica in cosa devo credere. So valutare le miei percezioni.»
«Aspetta. Calmati, non agitarti. Fermati, non scappare, non diventare una nuova Sara.»
«Zitto!»
E corro, corro ancora, via, abbandono ogni coscienza, ogni angioletto moralizzatore incastonato in sconosciuti che mi seguono al parco. Vampiri di disagi altrui, maniaci della salvezza, corruttori dell’imperfezione, andatevene dai miei pensieri. Si arrampicano sulla corteccia cerebrale, si insinuano al citofono, fra la pubblicità, cercano di portarti sulla strada giusta, ma cos’è giusto o sbagliato? Ti invitano a non fare questo, quello, quest’altro, ma che volete dalla mia vita, dalla nostre vite, da Sara? Sto diventando come costoro? Vogliono correggerti, migliorarti, ma amo lo schifo che ho attorno. Voi, voi l’avete creato e perché sfuggirvi, perché Sara sfuggi, e questo il motivo della tua scomparsa? Sei andata via da questi oppressori della pubblica libertà? Portami via con te, vorrei supplicarti, ma dimentico che sei causa dei miei problemi. Ma in parte, se non fosse per questo, ti darei ragione. Hai avuto fegato, non tutti decidono di scomparire per propria scelta o scelta altrui, che importa, forse in un altro luogo, in un altro mondo, dentro una bara, staremo anche meglio, chi può saperlo? E poco importa se qualcuno può piangerne la mancanza, ogni giorno ci viene sottratto qualcosa, un po’di aria, di acqua, di terra, di libertà, di gioia, di vita, e chi ha il diritto di stabilire cosa sia meglio per noi, tu, telespettatore che leggi? E il mio mal di testa, a chi può interessare se non a me? Se non alla vittima, se non al carnefice?
Basta ora, con i pensieri, con le astrazioni karmatiche, con i non sensi, con le ridondanti interpretazioni su una realtà mai consistente.
Sta salendo di nuovo, sei tu, Sara? Ti sei decisa?
Una pillola, ne ho bisogno vi prego, datemela, sta tornando, ma pare diverso, ritorna ancora.
Sei tu questa volta che manovri i giochi, vero?
Nessuno ti ha nominata, lurida, eppure eccolo!
Fresco, diverso, nuovo.
Sarà un viaggio al quanto lungo, ma sto arrivando Sara.
Non sono semplici stati alterati i miei, non fate finta di nulla, voi lì, presto, perché non mi date ascolto, parlo con voi, non lasciatemi qui, il fruscio arriva forte questa volta! È un turbinio, pazzesco! Sta devastando ogni precedente sintomo. Ha acquistato forza! Ha formato un nuovo strato difensivo contro i medicinali.
Eh bravo fruscio, mi stai annientando!
Qui tra confusioni sempre più grandi, la testa gira, brucia, CAZZO!
Un applauso per te, Sara. Stai diventando una perfetta distruttrice di verità.
È diverso dal solito, non è divertente, qualcuno mi aiuti, chiamate un dottore, non allontanatevi, vi prego!
Ti avverto Sara, fra poco saremo assieme a quanto pare, io e tu, faccia a faccia. Dovrai spiegarmi molte cose, puttanella, hai ucciso la mia serenità.
Il BRUSIO!
Non così Sara! Stronza, mi stai facendo male, hai paura verginella?
Aiutatemi, voi, ehi!!
Il sangue eccolo, sto sanguinando, dico a VOI! Perdo sangue ma non dal naso, esce dalla testa, cazzo, dalla TESTA! HO UN BUCO NELLA FRONTE!
Lei mi aiuti, guardi, GUARDI!
Non so che fare, perché scappate? Non abbandonatemi, proprio ora, dopo tutte le vostre persecuzioni!
La strada rimane vuota, le macchine spariscono, nemmeno le cartacce a terra restano. Finalmente in perfetta solitudine, in assoluta assenza dalle presenze circostanti.
Bastarda, che stai facendo?! A noi due.
Il ZZZZ si allarga, conquista spazi estesi, enormi, lande desolate dove imporsi mentre io mi sopprimo dal dolore. Le mani sozze di globuli, i vestiti tunica da cerimonia, sono la vittima predestinata al Dio Sara. Sul tuo altare, divina, ti nutrirai del mio fragile corpo, mollami troia, i miei cromosomi assumeranno le tue sembianze, il mio DNA legherà la nostra simbiosi, schifosa, i nostri geni diventeranno multipli di Sara all’infinito. E mi ritrovo burattino nelle tue mani, vacca, mia Signora, accolgo la tua permanenza nel mio spirito, non sarò mai tua!
Così penetro, infilo un dito nel cranio, allargo la fessura, faccio passare due dita, tre.
Il bisogno d’averti è incolmabili.
Con la mano intera scavo.
La necessità di incontrarti mi rende impaziente.
Foro nella mia testa, nuoto, perlustro con decisione fino a trovarti.
Sara di notte le stelle illuminano il tuo fato, di giorno le insegne si spengono a ricordo del tuo passato. Sara con la luna e con il sole, con il mare e il deserto, con le montagne e le pianure, le donne ammirano il tuo corpo alato. Sara tra il vicino e il distante, tra il padre e la madre, tra il bianco e il nero, gli uomini cospirano sul tuo alito gelato. Sara tra il presente e il dimenticato, tra il cielo e la terra, con il pianto e il sorriso, i bambini rivedo in te l’antico rito del solstizio. Sara con la primavera e con l’inverno, con l’amore e con l’odio, con il sensato e il non sensato.
Sara, tu solamente.

Il coltello impugno, segno della croce faccio al tuo onore.
Pensavi fosse così facile? Che bastasse un buco nel cranio a cancellarmi? Non mi avrai mai e poi mai, sgualdrina!
Sono di nuovo IO!
Sono qua per staccare definitivamente ogni cavo che ci tiene assieme. Per non sentire più la tua linfa salire, arrampicarsi lungo i tessuti nevrotici della mia pelle. Non saremo mai assieme come automobili in un incidente frontale. Non saremo mai gemelli omozigoti, non saremo mai una fusione di elementi.
Sara, con le lacrime e con il sorriso, con la paura e la gioia, con la ragione e con la pazzia, ti uccido affinché tu sia mia.
Stringo bene il manico, in alto gli onori, in basso i rancori.
Sara, con il bello e con il brutto, con il divertimento e con la noia, con il rumore e con il silenzio, con la pace e con la guerra, ti ucciderò per legarmi alla vita.
Con due mani punto la lama verso il tuo cranio.
Sara, fredda come la rugiada, oscura come la nebbia, pallida pallina di galaverna, i tuoi dubbi scioglierò come fiamma del tuo destino. Scalderò l’atmosfera della tua galassia, illuminerò la stella del tuo zodiaco, cometa del presepe, darò sostanza alla tua materia, darò un corpo su cui piangere.
Fletto le braccia, il nervo è teso.
Sara inginocchiata non mi guarda, in silenzio chiede perdono per le sue colpe, per i sospetti che ha fatto nutrire nei miei confronti. È il tempo della sua vergogna, è il tempo per la mia liberazione.
Sara, vittima del fato, casualità dell’avvenire, la morte è un lieve sospiro, non destare preoccupazioni, Sara, Sara mia.
Apro la bocca, mi slancio con un urlo.
Il fruscio. L’avverto da distante. Una brezza leggera leggera quella che s’avvicina. Come aria di sera dopo il tramonto, si muove, mi si fa incontro.
Ho un’esitazione.
Sara, dovrei ucciderti o sarai te a uccidere me?
I capelli di Sara si scostano, la ragazza sembra volere alzare lo sguardo verso me. No Sara, non guardarmi. Non potrei mai vedere l’innocenza dei tuoi occhi. Il rumore sale, che fare? Il tempo che scandisce il mio battito è infinito. Il mio cuore si anima, non l’avevo mai avvertito così pulsante. Il brusio è alle mie spalle. Non posso girarmi. Impugno più forte il coltello.
Sara, RESTA FERMA! Se ti giri T’AMMAZZO!
Ho bisogno del mio angolo di pace. Devo ritrovare l’armonia. Il mio ensō, eccomi sul grande cerchio. All’esterno l’infinito, all’interno il finito. Fuori il nirvana, dentro il samsāra. Cammino sulla circonferenza, sulla linea che distingue ma non separa la vita e la morte capendo di appartenere al mondo senza appartenerci. Luce e ombra, bianco e nero, giorno e notte, finito e infinito, non esiste alcun dualismo. Sara, niente è inseparabile.
«Come me e te»
Sara, visione distorta della mia paranoia, organo genitale mutilato, perturbazione della mia quiete.
Il FRUSCIO, Sara, il FRUSCIO!
Sara, il volto abbassato, le mani congiunte, la testolina bionda piegata.
La tua voce come un fulmine nel cielo oscuro, limpida, illuminate. Non voltarti, il brusio aumenta, ho ancora il coltello fra le mani, ATTENTA, NON OSARE!
Come me e te.
Che dici PAZZA! SEI UNA PAZZA!
L’isolamento, Sara, ti ha reso quello che sei: un fantasma.
Con la lama o con la corda, con l’elettricità o con l’iniezione, ti cancellerò da miei pensieri.
Non siamo uguali, non sono io! Non sono io! Non sono io!
Il cervello gira vorticosamente, mille e mille giri al secondo, circolarità su circolarità, circumnaviga le trame dei suoi stessi circuiti, girotondi tendenti al tondo.
Perdo l’equilibrio, la nausea sale, il sangue scende, cola giù. Mi sto di nuovo sporcando. Sono una spremuta di rosso. In tinta ridisegno la storia, il mio grande cerchio, la mia pace, il mio nirvana, il mio silenzio, il mio isolamento, il mio spirito, il mio cosmo, il mio essere, il mio ego.
È l’atto conclusivo questo, mi faccio forza. Risistemo le gambe, non l’avrai vinta, ho sempre avuto la testa apposto io, io, tu, non sei nulla, tu, morirai, io, io, io …
Sara scosta il suo sguardo, il suo piccolo volto lievemente prova a risalire lungo le mie gambe, le mie tremule gambe; lungo il mio bacino, il mio fragile bacino; lungo il mio ventre, il mio vuoto ventre; lungo il mio busto, il mio esile busto; lungo il collo, il mio sottile collo; lungo il mio viso, il mio …
Non GIRARTI Sara!!
Devo salvarmi. È istinto. È protezione.
I nostri occhi stanno per incontrarsi.
È la fine, questa è la fine.
Maneggio la lama, stringo il manico, il mio braccio si estende.
Intravedo un occhio azzurro.
NOOOOOOOO!!!
Alla cieca brandisco il colpo.
Gli occhi, i suoi occhi.
Una fortissima luce bianca che esce dal centro della fronte di Sara invade ogni dove. La lama si conficca, spacca, stridula. Gocce schizzano sul mio viso come pioggia primaverile. Mollo il coltello, mi riparo dal calore di quella fonte che mi ricopre mentre il dolore ritorna per uccidermi.

Distesa su un lettino con un camice verde, Sara, trae respiro da macchine meccaniche, mentre dal suo cervello fili e fili si distendono a raggiera per l’intera sala. Immobile e impassibile, chiusa nel suo silenzio sente innalzarsi costante il bip bip dell’elettrocardiogramma.
«A questo punto non dipende più da noi, signora. Abbiamo fatto il possibile; l’operazione per ridurre il vasto ematoma che si estendeva nel lobo frontale del cervello, non ha portato al miglioramento che speravamo e il coma di Sara rimane stabile. Tocca a lei ritrovare se stessa e la strada per uscire dal tunnel in cui si trova. Purtroppo, signora, adesso tutto sta solamente nella mani di Sara …»

Da qualche settimana, si ripeteva quella storia. Ogni giorno, quel mal di testa a forma di fruscio.
Emicrania, diceva il dottore e mi somministrava dosi su dosi di farmaci. Mi presentavo sempre più spesso nel suo studio. La solita visita, la sua torcia tascabile che penetrava nel mio sguardo, un bastoncino in bocca e lo stetoscopio a misurare battiti inesistenti. Cercavo di descrivere il mio stato, il dolore penetrante, il suo modo di manifestarsi, ma, mi risultava difficile essere credibile nel raccontare qualcosa che avveniva solo nella mia testa. Sapevo che non poteva essere l’emicrania la causa di tanti fastidiosi momenti.
Fortunatamente l’ora della disperazione non era ancora arrivata o forse la stavo già vivendo. Avevo come la sensazione di aver già vissuto questa situazione, o probabilmente mi sbagliavo.
Ci sei tu dietro a tutto questo, Sara?


al vecchio maestro …


Simon Trumpet