domenica 29 novembre 2009

EGO

Ella si va
sentendosi laudare
di velleità vestuta,
posandosi lieve
su abito bianco.
Pura ella essere,
morbida ella nutre.
Da cielo in terra,
su e giù,
su e giù,
con atto sacro
smuove le vesti.
Quanto cadore,
quanto calore,
col tuo spirito,respiri
armonioso e silenzioso.
Condividi col tuo popolo
questa gioia
tanto da farti male,
abbraccia come il Signore,
bianco è bianco.
Nel tuo corpo a far memoria,
col tuo membro a far retorica.
Santo è il tuo nome,
macchiato è il tuo ormone.
Prega,è domenica.
Inginocchiati,hai peccato.
Divino sia mentire,
giusto sia dormire.
Col dono nel senno,
con la guancia porgi,
col gesto segni,
con l'occhio leggi,
con la parola menti,
con la mano,ego.

Simon Trumpet

giovedì 26 novembre 2009

Il dono del creatore

Inquieta sensazione, i due si guardano,
annusano i loro sensi in cerca di perdizione.
Il buio oscura le loro soglie, ma non le loro
voglie. Senza parole, solo atti in riproduzione,
come vuole il Signore, come vuole il loro
cuore.

Uno sull'altro sospirano in continuazione,
le lingue si toccano, la saliva scende, bagna i loro
visi, mitiga i loro sorrisi, risveglia i loro esili
macabri istinti.

La pelle si fa turgida, si toccano li,
posti sulla chiesa, gli spiriti mano nella mano urlano
d'ira nell'oscurità della loro morte. Maledicono quell'atto
impuro, dita che scivolano, seni che si sfiorano, labbra
che si leccano.

Niente può fermare loro, le anime silenzi
venti sono, condannano con una malefica magia.

Lei che tante dita vuole, perderà l'uso del corpo.
Lui che tanto ama, solo vivrà assorto.

Per ora loro godono di nascosto. Parole che spariscono,
sentimenti che svaniscono, preti che inorridiscono.
Consumato con atto devoto, lei viene in un tremito remoto.
Questo fu l'ultimo sussurro della madre chiesa.

Per tempo e tempo nulla più emerse, solo silenzio e false
promesse. Lei che vide spegnersi ogni sentimento come l'uso
della mano, lui che soffriva per un amore che lo tradiva.
Niente poteva più salvarli, la condanna venne adoperata e mai
altri coinvolgimenti videro i due vecchi amanti.

La storia vide mutare lei non come una suora, ma in sembianze
di una troia senza protuberanze. Lui visse con tristezza
la perdita della sua bellezza e mai ne vide altra di tale
altezza. Nient'altro ci fu da ricordare, sono un vecchio luogo da
non violare.

Ma per sesso e allegria cosa potevano sapere
i due giovani in quello stato di euforia?

Maledetto sia, chi condannò quel amore per invidia e accidia.
Un attimo di pazzia, e il resto della vita vissuto in una lenta agonia.

Questo è il dono del creatore, questo è il segno del suo amore.

Simon Trumpet

giovedì 19 novembre 2009

RIFLESSO

E' un continuo scavare nel riflesso del volto sull'acqua.

Ed così che mi appaiono nitide le bolle, le mille bolle in questa
vasca vuota.

Lenti movimenti sospingono l'azzurro più in là,

mentre mi tuffo nel profondo sotto i mie piedi.

In una placenta nuoto, a rana abbaio per respirare.

Emergo, cloro ingoio, freddo assaporo.

La pelle si ritira, canali segnano il mio volto, goccie scendono.

Solo con l'oceano ondeggia il mio specchio, sono in esso perfetto.

Sorseggia la mia bocca ma sono una un'onda morta.

Galleggio come un insetto perchè sono un inetto.

Fiumi scorrono, inseguo loro, sprofondo nel profondo blu.

Negli abissi oscuri dove nulla vede, dove tutto è chiaro

è leggero ogni pensiero di vita, pesce.

Manca ossigeno qui, sostanze liquide volteggiano, isola.

Manca materia, tutto disciolto vola nelle bolle nuvole.

Manca peso per sollevarmi da dove sono.

Manca peso per sollervarmi da quello che ora mi tiene, da quello che traspare,

dal mio riflesso nell'acqua di una vasca vuota.

Simon Trumpet

venerdì 13 novembre 2009

LA STANZA

Avevo iniziato in una piccola stanza, ora mi ritrovavo in una enorme arena.
Era stato come svegliarsi durante un sogno con la bocca asciutta e il pigiama bagnato. Un brutto sogno, di quelli da dimenticare, ma dal finale positivo e inatteso in cui ti scopri padrone di te stesso, padrone delle tue volontà, padrone di ogni tuo gesto, di ogni tuo movimento, padrone di ogni tua ferita, di ogni tua sensazione, padrone di non condividere tale esperienza con nessuno, salvo poi capire, che quella personale esperienza poteva diventare un sentimento condivisibile con tutti, qualcosa di rivoluzionario.
Ma purtroppo non tutti sono in grado di comandare e di essere padroni. Spesso molti preferiscono farsi governare, farsi sottomettere, decidono di non decidere, di non agire per paura. Si ha come la sensazione che si vada oltre una linea, un qualcosa che non si sa chi ha stabilito che non si debba superare. È come sentirsi legate delle sbarre attorno al collo, sentirsi in trappola, in gabbia. E quando ti liberi da tutto ciò, da queste catene legate al nostro cervello, nulla ha più lo stesso significato: inizi a vivere, il respiro si fa meno affannoso, le mani più sensibili, i pensieri più ragionati.
È la paura di raggiungere mondi ignoti che blocca la maggior parte di noi.
Esplorare emozioni sconosciute, raggiungere orgasmi multipli nelle tue coscienze, sono discorsi che scuotono le anime dei comuni mortali e li costringono a rimanere animali in trappola.
Io ho sempre desiderato sentirmi libero, come una foglia spinta dal vento. E ho trovato il modo per esserlo. Le cose stanno cambiando, molti lo stanno capendo, e bisogna farlo comprendere a chiunque prima che tutto questo diventi uno stupido spettacolo.
Enry per esempio, lui ancora non si rassegna. Il mio migliore amico, colui che è sempre stato presente ad ogni fase del mio sviluppo liberatorio, si è sempre incuriosito a chiedermi cosa si provasse ogni volta, ma mai che si fosse deciso a fare il passo più importante: andare oltre.
Come sono strane le persone, si accontentano di guardare.
All'inizio dubitavo anch'io che le cose potessero cambiare, non che non volessi farlo, ma se sei il primo a compiere una nuova azione non sai mai quali possono essere gli esiti. E per fortuna le conseguenze sono state positive, così positive che ora mi pagano per esibirmi; ma capiamoci, io non voglio commercializzare la cosa, voglio che si mantenga il più pura possibile. Se prendo soldi è solo per vivere e comunque molte volte percorro miglia e miglia per diffondere il mio messaggio senza che nessuno mi dia un dollaro, pagando di tasca mia la benzina, la stanza, gli specchi, i mobili, la televisione, la radio. Una volta volendo esagerare pure un giradischi del '70 comprai, con la speranza che la dimostrazione fosse più efficace con qualche vecchio LP degli Who.
Coloro che in genere decidono di investire su di me non sono le classiche multinazionali, parliamoci chiaro, nessuno avrebbe intenzione di far pubblicità ad un prodotto che va distrutto. In genere sono piccole associazioni, come per esempio quella degli animalisti. Costoro vedono di buon occhio il mio operare nella speranza che tale azione si trasformi in una maggiore sensibilizzazione verso il mondo animale da noi trucidato. Oppure abbiamo le associazioni femministe, che lottano contro l'oggettualizzazione delle donne e contro tutto ciò che ha reso la donna una schiava dell'uomo grazie all'uso degli elettrodomestici. E infine capita che si uniscono anche gruppi fanatici di qualche oscura setta che vede nell'emancipazione dell'uomo la libera presa di coscienza contro le macchine che annientano ogni funzione primaria dell'umanità. A me vanno benissimo tutti questi partner, ognuno può vedere nel mio operato la propria presa di posizione verso questo mondo subdolo e ignorante.
Ma ci sono delle zone in cui il messaggio non viene recepito, come se a queste persone avessero sostituito il cervello con un elettrodo.
Nell'estremo sud per esempio. In mezzo al deserto, alla steppa, dove nessuno vuole sponsorizzarmi, perché sono più probabili i fallimenti. Nessun esponente animalista azzarderebbe a mettere piede nella terra dei cow-boy. È li che una volta subii una delle mie delusioni totali. Di solito capita che almeno uno capisca quello che voglio comunicare, e questo è di grande soddisfazione e ti ripaga di tanto sforzo, ma quella volta la gente se ne andò quasi disprezzata.
Finisci lo spettacolo e poi arriva sempre il classico tipo timido che sembra sempre lo stesso in ogni Stato, un po' impaurito di presentarsi.
Ciao, gli dici, serve qualcosa?
Mi è piaciuto quello che hai fatto, ti risponde con le mani tremanti questo o questi, si comportano tutti allo stesso modo, e vorrei poterlo fare anch'io conclude.
Amico vivi in in paese libero, puoi fare quello che vuoi. Vai diffondi il verbo, dimostra a tutti quanti quello che si prova ad andare oltre gli schemi.
Grazie mille, ti dice inginocchiandosi.
Grazie a te di fare qualcosa per questo fottuto mondo.
Di solito capita che le cose vanno in questa maniera, per cui il fallimento è probabile quanto il successo. Ma quella volta non successe niente del genere, tutto secco come la terra di quelle sperdute ande di cazzoni contadini retrogradi.
La prima volta avevo circa quindici o sedici anni.
È nato tutto così, quasi per caso.
Era un po' un periodo del cazzo. Tutti hanno il loro periodo del cazzo. Ma il mio periodo lo aveva proprio eroso il mio cazzo. Magari avrei potuto spararmi una bella sega risolutrice, oppure fumarmi qualche canna per lesionarmi un po', insomma fare le classiche cose che si fanno in circostanze simili, e invece no.
Entrai in camera. Mi stesi sul letto. Girai il collo a 360 gradi guardandomi attorno.
Tutti quei poster, quelle stronzate attaccate ai muri, tutti quei giocattoli, quelli oggetti inutili, il canestro appeso, i libri di filastrocche, la raccolta di figurine dei giocatori di basket, le videocassette dei classici cartoni, i modellini di automobili, i lego, crearono in me uno stato di rabbia. Come per un istinto naturale il mio pugno si chiuse da solo afferrando qualcosa, e poi fu come penetrare in uno stato di trance.
E quando mi svegliai, tutto era sparito. Non esisteva più niente, tutto era stato distrutto. Un uragano era passato dentro la mia stanza. Il mio volto si rispecchiava su un frammento dello schermo della TV finito a terra.
Feci un grosso sorriso: non avevo mai visto tutti i mie denti.
Ero felice, ero libero.
Mi ero staccato da ogni cosa, da ogni ricordo, da ogni oggetto, da tutto ciò che finora mi aveva condizionato e bloccato o impedito di essere un altro.
Ma subito non me ne resi conto, ero troppo giovane, avevo fatto un passo troppo lungo.
Enry fu il primo a cui raccontai tutto, mi prese per pazzo. E io insistevo descrivendogli le sensazioni che avevo provato, cercando di trasportarlo con me in quello status, levitando in infiniti spasimi di sollevazione morale.
Ma niente, va dallo psicologo diceva. Fanculo pensavo dentro me.
Dovevo avere una conferma di quanto era accaduto. Dovevo riprovare e ritrovare le stesse sensazioni un'altra volta per assicurarmi che quello non fu solo un abbaglio, uno sbaglio, una sensazione sporadica, un effetto casuale. Inoltre volevo constatare se la cosa funzionasse anche con altri oggetti e non solo con cose legate alla mia vita, e vedere se nell'atto di distuzione potesse essere coinvolto tutto il mondo materiale e tutto ciò che ogni giorno ci fa male.
Così un pomeriggio mentre i miei genitori erano a lavoro andai in garage. Il box era grande per contenere un'auto sola e le pareti erano rivestite da scaffali dove si posava un po' di tutto: dalle scorte di cibo ai vecchi vestiti, dai libri scolastici alle cassette degli attrezzi. Mi misi lì al centro con una mazza da baseball in mano. Ci volle un attimo, fissai lo sguardo per un microsecondo su quella faccia da culo di Arold T. che pubblicizzava con la sua enorme bocca una marca di cereali. I fiocchi d'avena formarono una cascata croccante che espoldeva ad ogni colpo che rifilavo su quel brutto volto ed ad ogni altro oggetto addossato sulle mensole. Colpo su colpo tutto saltava per aria sbriciolandosi come cereali calpestati. Pochi minuti ci vollero per completare l'opera. Ancora una volta essa si dimostrava nella sua più magnifica bellezza, ed ogni cosa ora giaceva distrutta e privata di ogni originario significato.
No, non era stato un unico stato di follia, questa, questa era la soluzione a tutto, la soluzione alla nostra vita legata ad ogni oggetto inutile che ci vendono, che ci fanno adorare, che ci fanno acquistare. Un nuovo verbo era nato quel giorno.
Mai prima d'ora la parola libertà aveva acquisito un significato così intenso da sormontare ogni ipotesi realizzativa tramite la democrazia.
Avevo avuto quindi la mia conferma. Dovevo convincere ora qualcun altro. Pensai ancora a Enry. Sulle mie parole era stato scettico, ma forse partecipando ad un evento simile avrebbe capito. Si, di certo lui sarebbe stato un ottimo banco di prova. L'elemento giusto a cui dimostrare la caduta di ogni convinzione su questo schifo di mondo.
Ora che la mia camera e il mio garage non avevano più niente di utile da distruggere dovevo trovare un altro luogo disponibile a contenere la verità.
Feci un giro per la zona industriale, qua e là emergevano vecchi capannoni deserti e abbandonati da lungo tempo. Perquisii ogni interno di questi vecchi edifici di cemento fino a trovare quello adatto per me. Si trattava di una carrozzeria dismessa. Dentro essa trovai il materiale adatto: porte, sedili, cofani, stocche d'auto, parabrezzi, parafanghi. Disposi il materiale a circonferenza senza però un ordine preciso poi andai a chiamare Enry. Era ormai sera e il buio iniziava ad illuminare le strade. Enry non era molto felice di muoversi per vedere qualcosa che ritenava una pura cazzata. Un po' mi stavo lasciando convincere dalla sua ostilità, perchè finora non avevo mai fatto quella cosa di fronte ad un pubblico. Ero teso pure io. Lungo il tragitto non dissi niente, cercavo di concentrarmi. Ripensavo e ripensavo a quello che era successo a casa mia, allo stato di trance che mi sparava in azioni incomprensibili a prima vista ma liberatorie. Dissi a Enry di tenersi abbastanza lontano e gli fornii un paio di occhiali per protezione. Non sapevo fin dove i detriti sarebbero schizzati e non sapevo quando e dove mi sarei fermato.
Enry si allontanò, disse che se volevo potevo anche evitare tutto quello, che non dovevo dimostrargli niente, era mio amico comunque. Rimasi in silenzio, feci un bel respiro profondo, strinsi per bene la mazza, chiusi per un attimo gli occhi e poi vidi, vidi benissimo quello stemma, quel marchio automobilistico su quella vecchia scocca di chi sa quale macchima. E i vetri si infransero, i pezzi si staccarono, i cofani si bollarono, Enry ebbe quasi paura. Il miracolo si compì ancora, ma ormai non era più una realtà virtuale ma un dato di fatto. Non rimase quasi più nulla, ero esausto.
A passo lento e ancora con la mascherina Enry si avvicinò.
Tutto bene? Disse.
Certo che sto benissimo! Guarda! Hai visto? Funziona! Enry questo è incredibile, è una liberazione, è una cosa che noi umani abbiamo nel nostro DNA, è una cosa primordiale che ci è sempre stata nascosta, occultata, mascherata, ma ora io l'ho riscoperta!
Scoperto cosa, scusa? Rispose lui.
Ma non capisci? Munisci una persona normale come me di una mazza e circondalo di qualsiasi oggetto che abbia a che fare con la sua vita, con il suo mondo, con ciò con cui entra in contatto quotidianamente e poi che succede? Cade in una sorta di stato paranormale in cui si libera di tutto con il semplice atto distruttivo verso queste catene che lo addossano. È straordinario!
Si ma questo è ciò che avverti te, io non ho avertito niente, anzi mi sei sembrato un pazzo teppista che si diverte a picchiare ogni cosa che gli capita davanti. Però se devo essere obbiettivo mi pari felice, sollevato, ed è questo che non comprendo.
Esatto! La cosa magnifica che dopo ti senti rinato. È questa la cosa straordinaria. È come aver avuto la visione di Dio, di aver avuto un rapporto spirituale che coinvolge te e la tua anima. Avanti prova anche tu!
No, non importa, sono contento per te e anzi sai, ti credo perché da quando mi racconti di questi eventi sei cambiato, sei felice e mi fa piacere, però io non credo in nessuna modificazione e poi a me vanno bene così come stanno le cose.
Ero un po' deluso, la mia dimostrazione era stata un fallimento. Se non riuscivo a coinvolgere un mio conoscente figuriamoci un estraneo. Chissà come avrebbero reaggito altre persone comuni. Decisi di preservare la cosa solo per me, non volevo rischiare altre figuracce. Avevo in mano la più grande scoperta di sempre, ma dopo aver fallito con Enry ritenevo che la cosa fosse importante solo per me e non per l'intera umanità.
Passò del tempo, raggiunsi e superai la maggiore età. Io ero cambiato, molto cambiato. La liberazione non si era solo rivelata nell'atto pratico ma anche nella mia testa, nella mia coscienza. Smisi di guardare la TV, evitavo ogni oggetto di marca, iniziai a mangiare cibi biologici, ridussi il consumo di carne, non andai più a votare, non credevo più a nessuna notizia letta sui giornali. Mi opponevo a tutto quello a cui normalmente le persone non si oppongono, per questo ero diverso. Talmente diverso che mi sentii solo.
Ma io continuavo. Mi chiudevo in qualche luogo abbandonato, in qualche abitazione in costruzione, riunivo un po' di cianfrusaglie raccolte per strada o in casa e mazza in mano colpivo, spaccavo, massacravo, quei marchi, quei prodotti, quella cultura di massa, quegli organi inquinanti, quegli obblighi, quei veleni, quei codici.
Avevo ormai distrutto ogni simbolo, ogni immagine, avevo eliminato tutto. Ero puro.
Intatto come appena nato. Di nuovo alla fonte a battezzarmi, a bagnarmi la fronte. Che l'acqua ritorni acqua, che i pesci ritornino pesci, che il vino diventi vino.
Enry stava sempre lì a vedermi quando poteva.
Avanti gli dicevo, prova anche tu, devo sapere se funziona anche sugli altri, se anche gli altri facendolo provano i mie stessi stati d'animo.
Si limitava solo a farmi domande curiose e basta, non gli interessava continuava a dirmi.
Lui era l'unico che sapeva della mia attività, non ne parlai mai a nessuno, ma comunque la cosa cominciò a diventare abbastanza pericolosa per le voci che si diffusero in città circa un vandalo che distruggeva ogni cosa nei vecchi capannoni abbandonati. Sempre più spesso iniziai a trovare gli edifici chiusi o controllati da cani. Ci fu un breve periodo di crisi, non avevo più luoghi dove liberarmi. Divenni nervoso e così decisi, visto che non potevo più rovinare oggetti inutili, di recarmi nelle industrie in attività per distruggere ogni macchinario, ogni attrezzo della nostra schiavitù, ogni mezzo meccanico, ogni automa. Ora rischiavo grosso. Era la prima volta che causavo danni volontari a qualcosa che non mi apparteneva, ma rovinare quei robot creava nuove sensazioni, diverse, particolari, più sensibli al lato umano della vendetta, della riscossa, del riconoscersi essere vivente.
Alla terza volta smisi. Pensai a come sfogarmi senza rischi. Affittai un garage, un piccolo box, era la cosa giusta da fare. Lo arredavo di volta in volta con oggetti differenti, rubavo nelle discariche vecchi televisori, frigoriferi, caldaie, piastrelle, stendini, potevo aprire una società per demolizioni, riducevo tutto in brandelli. Passai dall'uso della mazza a quello di una motosega fino all'ascia dei pompieri rubata a scuola. Tutto questo fu una fase di un'evoluzione continua, una maturazione esterna e interna che mi portò fino al massimo estremo delle mie potenzialità: l'utilizzo delle mani nude.
Piegavo, contorcevo, la latta degli elettrodomestici, tiravo pugni ai lampadari sospesi, stringevo forte calici da vino fino a sbriciolarli, poi saltavo contro specchi messi in piedi e lanciavo sedie di plastica contro stufe a legna. Strappavo i cuscini del divano e piegavo i cerchi della bici facendo risuonare il campanello. Il sangue pioveva sopra la mia testa e come un animale danzante macchiavo le mie prede sintetiche e le sporcavo di rosso, le assalivo con rabbia morsicando i cavi dei loro motorini elettrici e scaricavo con forza ogni mia pulsione interna. Il freon e l'ammoniaca si spandevano a terra insieme al mio liquido vitale. La bestia che c'era in me osservava furente a battiti elevati l'assassinio di quegli oggetti inutili. Tremolanti, abbattuti, pestai l'ultimo neon rimasto integro. La bava scendeva dalla mia bocca aperta, la mia maglia si era strappata e il mio corpo mostrava tagli ovunque.
Questo era l'estremo.
Fu la prima e ultima volta che mi spinsi oltre ogni limite fino ad arrivare, ad essere un animale in cerca di sangue e vittime urlanti cariche di pietà.
Compresi che ogni tanto bisognava rilassarsi. Così una volta disposi dei barattoli d'alluminio e di vetro uno sopra l'altro fino a formare una piramide, divertendomi a colpire questi vasetti con una pallina. Le lattine s'incurvavano mostrandomi i lati opposti delle loro facce mentre le bottiglie formavano crepe diramanti a goccie di lacrime. Era una sorta d'allenamento per la mia mira. Un'altra volta invece gremii il box con centinaia di bottigliette di plastica riempite d'acqua e distesi tanti sacchetti della spesa aperti. Creai una sorta di piscina dove galleggiare avvolto da una matassa di polietilene. Mi immergevo per risalire sentendo lo strofinarsi delle bottigliette calpestate. Con l'acqua facevo dei gargarismi spruzzando i recipienti contro il muro. Qualche pesce emergeva da sotto le maglie dei sacchetti e io staccavo loro la testa a morsi, finché decisi che quell'idillio doveva finire. La liberazione consiste nel non esprimere attaccamento alle cose, così estrassi il coltello dal foderino che avevo appeso alla cintura e bucai, bucai in fondo al cuore di queste millesimali particelle di H2O fino a farle sgorgare come spruzzi di balena. E tutto divenne bagnato e tutto si sgonfiò come palloncini senz'aria. Fontanelle sempre meno fluenti fuoriuscivano dai fori praticati alle bottiglie che ora si afflosciavano stancamente povere di vita.
L'ennesima forma di liberazione sottoforma di gioco divertente.
Arrivai perfino a concepire l'inutilità dell'auto, salvo poi capire che era l'unico mezzo che avevo per diffondere il verbo. Comunque all'epoca niente aveva un importanza tale da sopravvivere al mio desiderio. Portai la mia macchina all'interno del garage. Occupava l'intero spazio esistente. Giravo attorno a quella sagoma, indeciso su come agire, come un leone che osserva da lontano la sua colazione prima di correre per sbranarla. Poi mi venne fame: tirai un calcio allo specchietto laterale, ma non si staccò del tutto, rimase penzolante. Con un salto salii sul cofano passando sopra il parabrezza che si crepò con un lungo taglio dall'andamento verticale. La cappotta si piegò in una fossetta interna. Scesi e presi il piccone da miniera e sparai una serie di colpi su ogni lato dell'auto. I cerchioni delle ruote si staccarono e poi me la presi con i sedili e l'autoradio che ebbe una reazione di autoaccensione appena colpita. Botte ricoprivano il telaio ormai non più distinguibile con l'originario. Alzai il cofano e picchettai il motore. Il rumore era duro, assordante, come se stessi colpendo una roccia. Ci fu un sibilo, una sbuffata di vapore e del liquido iniziò a scendere da sotto la macchina. Un aspro odore di gasolio si espanse nell'aria e decisi di completare l'opera gettando l'accendino a benzina su quel liquido che sgorgava come pipì. In un attimo le fiamme, le fiamme liberatore che rendono tutto cenere, scoppiarono e ogni cosa divenne rossa. Un acre fumo si estese. Corsi fuori dal box e afferrai l'estintore di sicurezza e cercai di spegnere l'incendio. Fu allora che un uomo di un altro garage si accorse dell'accaduto dandomi una mano a spegnere il rogo. Di fronte all'evidenza dovetti raccontare tutto a Jefri, come se ormai frustrato di tenermi dentro quel segreto avessi avuto la necessità in quel momento di liberarmi ancora una volta di qualcosa.
E spiegai, come quando ad un bimbo si racconta una favola, quello che avevo vissuto negli ultimi anni compiendo gesti contro ogni simbolo imposto.
E Jefri ascoltava, ascoltava assolto e interessato finché, mentre ancora il motore della mia auto spifferava i restanti fumi neri, disse che voleva provare la stessa cosa nel suo garage. Le mie parole lo avevano affascinato e quest'uomo sulla quarantina, di cui non conoscevo nulla, volle provare; per la prima volta potevo avere una conferma delle potenzialità di tale gesto. Chiusi nel suo box Jefri sfogò, scappò, evase: da ogni sua antica emozione, da ogni cupezza nella società, da anni chiuso in fabbrica, dal mutuo per la casa, dalla marca di sigarette, dal consumo di cibi in scatola, dal TG delle 20.00, dalla caldaia che non funziona, dalla calcolatrice scarica, dalle ricariche del cellulare, dal pieno dell'auto, dalla politica, dal pago con la carta, dalla raccolta punti, dal 3x2, dai grandi magazzini, dalla carta igienica, dal giornale gratis in stazione, dai biglietti, dalle partite alla TV, dal divano scucito, dal computer col virus, dalle domeniche in famiglia, dalla messe di Natale, dall'invasione degli alieni, dallo sbarco sulla luna, dalle guerre umanitarie, dai quattro in matematica, dalla spazzatura, dai soldi per vivere.
Quest'uomo più colpiva e più rideva e io telespettore attonito mi rendevo conto che funzionava. Un nuovo prodotto stava per sbarcare sui mercati mondiali. L'economia mondiale poteva tremare freddo: la fine di ogni azione era pronta per essere servita, prego favoritene abbondantemente umani. Data di scandenza 00.00.00.
Jefri mi ringraziò, mi strinse la mano, piangeva. Commosso, vide la sua vita passargli davanti, ma solo in quel momento si rese conto di ciò che egli era, che noi siamo.
A terra, stremato, mi disse vai, che aspetti. Tutti devono conoscere, capire il significato dell'esistenza, il motivo per cui nasciamo e delle maschere che ci hanno per secoli nascosto la verità di essere umani. Il verbo ripeteva, il verbo che tutti noi dovremmo usare, diffondilo.
E io presi fiducia, la prima prova era stata superata. Avevo avuto la benedizione da Jefri. Adesso sarei passato a dimostrazioni più efficaci.
Diedi appuntamento, una domenica pomeriggio, a cinque vecchi amici e a Enry nel mio garage. Per l'occasione riunii un po' di materiale classico: un televisore, una bandiera nazionale, dei poster di gente famosa, alcuni libri, un frigo, qualche specchio, alcune delle bibite più consumate, dei segnali autostradali, il monitor di un computer obsoleto, alcune pentole e attrezzi da cucina vari, una panchina e uno stendino. Misi tutto lì in cerchio, come sempre. Feci un breve discorso introduttivo, cautelandoli dal fatto che non avrebbero capito e che comunque dovevano solo guardare, interpretare e poi provare. E incomicia senza timori. Pochi minuti ci vollero, come sempre. Mi volsi verso gli altri, mi osservavano immobili. Con questo è tutto, conclusi.
Qualche giorno dopo venne Mett a casa mia. Mi raccontò che, insomma, balbettava, che aveva fatto una cosa pure lui simile alla mia, aveva distrutto tutto a casa sua, compreso suo padre. Si mise a piangere, aveva aspettavo anni, poi vedendo me ebbe la risposta a quello che doveva fare. Si sentiva benissimo adesso, era felice, non aveva mai provato nulla di simile, continuava a ripetermi.
Vai gli risposi, porta la tua testimonianza ad altri, ai tuoi amici, a gente sconosciuta, raccontagli, dimostragli gli effetti benefici della liberazione dalle cose che più ci legano. Dai loro la possibiltà di un cambiamento, di una rivoluzione, renditi partecipe pure te della metamorfosi. Ho bisogno di persone che credano in questo.
Così passo dopo passo, persona dopo persona la voce si espanse. Le mie esibizioni divennero sempre più organizzate. Per un po' di tempo continuai nel mio garage, richiamando gli abitanti del luogo: dai ragazzi del liceo, ai padri di famiglia. Il tutto avveniva solo con la circolazione delle parole, niente volantini, niente pubblicità. Assistevano sempre un massimo di venti persone alle dimostrazioni, ma quello che mi piaceva era che i volti erano di volta in volta nuovi. Qualcuno si offrì come aiutante nel recupero dei materiali. Addirittura fecero un articolo sul giornalino della città: "Ragazzo fonda una nuova rivoluzione", era il titolo recato sulla carta.
Dopo un po' iniziai a spostarmi nelle città vicine. Affittavo una camera, richiamavo l'attenzione delle persone che sembravano più in difficoltà, facevo provare loro quella sensazione e uscivano col solo intento di diffondere il verbo. Certo non è che il 100% recepiva il messaggio, la percentuale rimaneva bassa, ma quello che importava era che almeno qualcuno capisse. Viaggiavo da est a ovest, da nord a sud, stavo via qualche settimana col camper e qualche sostenitore, percorrevo ogni miglio possibile, fino a dove potevo. I contatti si aprirono, numerosi seguaci ci attendevano sempre più numerosi nelle parti più remote del paese. Arrivarono poi le sponsorizzazioni delle associazioni che resero più semplice il sostentamento alla nostra attività. Ma non tutto era rose e fiori. Alcuni politici in certe contee vietarono le mie esibizioni, in altri luoghi fui attaccato e in altre come nel sud non mi dava ascolto nessuno.
È sempre difficile lottare contro le quotidiane abitudini delle persone e solo in pochi sono disposti a credere che esista un altro modo per vivere.
Ma che importa, io ho continuato. Non mi sono fermato di fronte alle migliaia di rifiuti che ho accumulato in ogni posto in cui sono stato. Ho proseguito sicuro che un giorno tutti capiranno che niente ti obbliga a essere quello che la società scrive sull'agenda della tua vita. Sono sicuro che un giorno avrò ragione e che in molti si renderanno conto di aver sbagliato a non considerare seriamente la nostra sottomissione ai simboli, al materialismo, alla cronaca quotidiana, alle bugie dei governi, all'affarismo economico, ai nostri stessi sentimenti.
Io sono qui a testimoniare come le catene possono essere spezzate e rese innoqui filamenti a cui aggrappare ricordi di un epoca a cui l'uomo non ha più da rivolgersi.
Oggi sono qua, in questa enorme arena davanti a migliaia di persone che credono in un futuro migliore. Le urla crescono, i flash sempre più luminosi.
Sono io contro tutto.
Come la prima volta le stesse emozioni mi percuotono. Questo è il segno, è il segno che smettendo di legarci agli oggetti che condizionano e caratterizzano la nostra vita, possiamo tutti noi ancora una volta sentirci liberi.
I suoni spariscono, penetro nello stato di trance. La mia stanza: la vedo, l'annuso, la sento, prendo la mazza, nulla sarà come prima, nulla.

Simon Trumpet

giovedì 5 novembre 2009

SEI FINTA MA VIVA

Forse non ci vedremo mai, ma che importa.
Ci siamo conosciuti su internet, un luogo come un altro. Ricordo tutto di te.
Ho vissuto la tua infanzia come un padre, e ti ho vista mutare da bimba a donna grazie a tutte quelle foto che ti ritraggono da quando eri piccina fino all'ultimo carnevale. Contatti con te gli ho ogni giorno, ogni minuto, basta che mi connetta senza che tu lo sappia, senza che tu mi dica va bene. Rapporti posso stabilirne a centinaia, unisco attorno a me ogni tuo conoscente fino a formare la tua fisionomia caratteriale. Per video sei sempre sorridente e simpatica ed è così che ti voglio. Non consumo nemmeno denaro per le chiamate, i messaggi, le cene, così è molto più ricettivo, immediato, veloce, facile. Il sesso non mi manca, in tutte quelle tue pose non serve nemmeno che ti spogli, faccio tutto io.
Ed è così che navigo tra mille e mille fantasie, tra cavi che si intrecciano e linee che si intasano. Non scarico e dormo senza te, non ciatto e parlo senza te, non collego e imparo senza te.
Quanti bei momenti assieme, i natali, i compleanni, le domeniche, io di qua e tu di là dello schermo, in perfetta distanza, senza che ogniuno invada gli spazi altrui. E' bello sapere sempre a quali eventi parteciperai, è bello sapere sempre dove vai. Imparo i tuoi gusti con un semplice click e mi adeguo a te per non disturbarti, per non fare un brutto commento che possa rovinare il nostro etico rapporto.
E mi muovo fra circuiti sensoriali in cerca di una materia di plastica che sappia dare un senso ai miei sensi, che sappia darmi un'emozione, che sappia darmi una vera consolazione, che possa rendermi qualcuno in questa rete che ci cattura e ci rende pc complessi.
Quanta musica ascolti, vieni visita il mio blog, il mio clog, il mio svog, assimilami come un concetto, come un sistema binario. Io uno tu due, oppure tu uno e io due, o entrambi uno, x y, che scrivi?
Informazioni scambiamo ogni giorno, e una volta si usavano le lettere, poi gli sms, ora esiste msn e un cuore finto per dire ti amo. Tvb perchè ti voglio bene occupa troppo spazio su queste finte pagine. Lo scriverei su tutti i link del mondo tvb, tvb, tvb, salvo poi scambiarmi per una spam. Ricordi come una volta con un bacio si prendeva la mononucleosi e ora con un bacio magnetico rischi un virus? Quante insidie su questo web e poi tutti questi visitatori che ci osservano, che vogliono essere amici, che fanno i simpaticoni con te e poi s'amazzano di seghe sulla tele. No, noi siamo diversi, il destino ci ha uniti, due nickname così simili ci hanno fatto conoscere.
E così sei un pixel nel mio cuore, sei un soffio nel mio cuore, sei una pila per il mio cuore, sei un cancro per il mio cuore, sei una mail per il mio cuore, sei una ram per il mio cuore, sei una mela per il mio cuore; ed è così che noi cresciamo, ed così che i nostri rapporti non mutano, ed è così che rimaniamo uguali e distanti, ed è così che ti catturo via cavo, ed è così che satellite mio ti osservo, ed è così che mio screen saver ti imposto su sfondo colorato.
In fondo sei sempre li e non importa cosa tu sia, perchè so che sei finta ma viva.

Simon Trumpet