Avere le stesse catene
per anni e non sentirle.
Chiusi in una cisterna,
a mollo tra bugie e verità
e convincersi di una uscita
facile facile, pronta in ogni
momento, per poi trovarsi a
cadere nella stessa fossa umiliati.
Si è consapevoli delle zero uscite
eppure s'immagina sempre l'aria aperta
da cui trarre ampi respiri prima di
soffocare
nuovamente nella paranoia che genera
l'amore.
E si va avanti, dritti, lungo la
propria scavata gabbia
con le mani alte in segno di
confortevole arresa alla vita.
L'amichevole desiderio di rinuncia
s'infiltra nella radice stessa
della certezza di essere al sicuro tra
braccia sbarre già tenute strette.
Il contatto ci rasserena alla paura
della solitudine, qualsiasi siano le pene
sostenute per essere qualcosa di
qualcuno o qualcuno per qualcosa sentito nostro.
Si diventa ciechi anche con mille occhi
che captano indicazioni di ogni sorta sulla
nostra disillusa sorte ma si segue più
l'istinto cieco che la ragione vedente.
L'ossessione fa così da maestra alla
precocità di consumarsi nell'odio
ritenuto pur necessario a interrompere
ogni rapporto finora amato,
per scappare da un sentimento che è la
fine e l'inizio di ogni
tragedia per chi non mai osa combattere
contro se stesso.
E meno lotti e più divieni schiavo
della tue speranze
d'avere vicino la persona più vicina
al tuo dolore
sadomaso continuo nel credere che quel
male
sia la forza del cuore e non della nera
lignite
pronta ad oscurarti la via alla dignità
mite.
E il legamento sottile con la tristezza
t'abbraccia a non scordare mai
la prigione in cui hai vissuto
per anni con alle mani le
stesse catene dell'oggi.
Simon Trumpet
Simon Trumpet