lunedì 6 agosto 2012

CATENE


Avere le stesse catene
per anni e non sentirle.
Chiusi in una cisterna,
a mollo tra bugie e verità
e convincersi di una uscita
facile facile, pronta in ogni
momento, per poi trovarsi a
cadere nella stessa fossa umiliati.
Si è consapevoli delle zero uscite
eppure s'immagina sempre l'aria aperta
da cui trarre ampi respiri prima di soffocare
nuovamente nella paranoia che genera l'amore.
E si va avanti, dritti, lungo la propria scavata gabbia
con le mani alte in segno di confortevole arresa alla vita.
L'amichevole desiderio di rinuncia s'infiltra nella radice stessa
della certezza di essere al sicuro tra braccia sbarre già tenute strette.
Il contatto ci rasserena alla paura della solitudine, qualsiasi siano le pene
sostenute per essere qualcosa di qualcuno o qualcuno per qualcosa sentito nostro.
Si diventa ciechi anche con mille occhi che captano indicazioni di ogni sorta sulla
nostra disillusa sorte ma si segue più l'istinto cieco che la ragione vedente.
L'ossessione fa così da maestra alla precocità di consumarsi nell'odio
ritenuto pur necessario a interrompere ogni rapporto finora amato,
per scappare da un sentimento che è la fine e l'inizio di ogni
tragedia per chi non mai osa combattere contro se stesso.
E meno lotti e più divieni schiavo della tue speranze
d'avere vicino la persona più vicina al tuo dolore
sadomaso continuo nel credere che quel male
sia la forza del cuore e non della nera lignite
pronta ad oscurarti la via alla dignità mite.
E il legamento sottile con la tristezza
t'abbraccia a non scordare mai
la prigione in cui hai vissuto
per anni con alle mani le
stesse catene dell'oggi.

Simon Trumpet

venerdì 20 luglio 2012

L'INSONNIA DI UN MATTINO ALL'ALBA


Scoprirsi pieni di sorrisi persi
nella fase del sonno vermiglia
di un incubo acceso di nefasti
contrasti tra il reale risveglio
e il ticchettio di una sveglia
metallica che ripete dormi.

E se fosse questo l'alone a cui
la mia mente rinnova le porte?
Oh, decantami gallo quella voce
matrice dell'incantata chimera
che m'appare di attimo in attimo
sempre più vera al chiarore di una
sfera raggiante calore nell'innato
arco di giorno che s'attesta al parto.

S'appresta, mia piccola mattiniera
gioia, a compiersi dell'evolversi
il rito millenario del rinchiudersi
in un guscio di velluto in attesa
di un'apparente ritorno al satanico
aldilà fra consolanti e disillusi fati.

Simon Trumpet

giovedì 19 luglio 2012

GESTI


E verso milioni di progenie ogni sera.
L’ultimo atto prima della lunga notte,
l’ultimo gesto, il primo per concepire.
Una dose quotidiana, bisognosa serenità
del nulla che mi circonda, che mi attende.
Un fecale gesto materno che riempie i
momenti prima del sonno, prima di un sogno
che s’accenda dei tuoi sospiri mai vicini.

Rimpianti che scivolano sparsi come
queste bianche gocce di latte che potrebbero
gonfiare il tuo seno, ricordarmi a che servono.

Ricade tutto nelle mie mani, nelle mie parole.
Non è più puro questo gesto, il candido lascia
spazio al lagnoso senso del peccato di non averti
ora accanto, mentre segno di sporco questo abito.

Come nella carestia semino parti che mai avranno frutto,
in cui nulla si raccoglie e molto si getta oramai morto.

Questa opaca luce, questo lume di candela che s’adagiava
sulla tua pelle per renderti ambrata; questo segno volubile
di vita; questo fuoco in te spento, soffiava un tempo
fra le tue labbra nei giorni d’amore così forte e intenso
che il suo eco ancora sento, mentre ora, il tempo riempio
di urla gridate nelle continue ore di vecchie noie frustate.

Simon Trumpet

giovedì 5 luglio 2012

ESSERE


Vorrei non essere per essere
l'essere in essere dell'essere.

Simon Trumpet

mercoledì 13 giugno 2012

BRUCIA


Si è forti con i deboli

e deboli con i forti,

ma più brucerai

e più ti forgerai

a non scioglierti...



Simon Trumpet

martedì 12 giugno 2012

QUANTO SEI TE


Sei

il

profilattico

usurato

sgrondante

di gioia

lasciato a terra.



Sei

il

muro

non liscio

graffiato

dalle

mie unghie

consumate.


Sei

il

bel

ricordo

di me

bucato

dal tuo

addio.


Questo

è,

quanto

sei

te.


a G.S.

Simon Trumpet

lunedì 11 giugno 2012

MINUSCOLO MASO


Non m'importa,

del passato,

incontriamoci

in questo presente

mai fisso nella

tua amata mente.

Ognuno, sai,

ha la propria

triste storia,

e perché pensi

sia migliore la tua?

Se è facile parlare

più facile è tacere

del mutamento muto

con cui il minuscolo maso

interseca intricati nidi

in velluti ove s'attacca

prima di cadere mangiato.

La vita è un'animale;

non fare la parte dell'uomo.



Simon Trumpet

lunedì 4 giugno 2012

DI LUNA IN LUNEDI'


Con la luna rossa

la bestia riversa tutta la sua sessualità;

e di luna

in lunedì

irraggiungibile

immagina ove può incontrarla sola.



Con la luna nera

la bestia maledice tutta la sua oscurità;

e di luna

in lunedì

indesiderabile

mastica l'amaro di non gustarla piena.



Con la luna chiara

la bestia riflette tutta la sua luminosità;

e di luna

in lunedì

indispensabile

l'osserva in quell'unica faccia uguale.



Con la luna vera,

la bestia distende tutta la sua bramosità;

e di luna

in lunedì

filosoficamente

aspetta che sparisca nel vuoto del cielo.



Simon Trumpet


FUOCO FATUO


Se il malessere è la mia droga

la solitudine è la mia gioia;

se l'avvenire è la mia sfortuna

la debolezza è la mia natura.




Il destino dell'imperatrice

sta nella mano dell'arcano;

le carte hanno declamato:

il prezzo alla vita è la morte.



Simon Trumpet

lunedì 28 maggio 2012

PENSARTI


A volte,

il pensarti,

è simile ad

una messa in

onda offuscata

da linee bianche

e nere, su cui,

piccole chiazze

blu, qua e là

emergono a far

chiarezza tra le

incomprensioni

sorte nel veder

ogni frequenza

nostra, interrotta.


Simon Trumpet

giovedì 24 maggio 2012

CANDIDA


Ed ella è candida

nel sapore e in quell'animo puerile,

ostile ma a volte gentile nel sentire

palpitare gli incubi dell'oltre notte,

in cui ella non dorme ma percepisce

i mancati giorni dell'appagamento

provato nell'urlare la rabbia d'essere stata creata.



Ed ella è candida

nella negazione di un rito riproduttivo

come se tutto fosse del vino cattivo

ad avvelenare istanti di quieta lieta pace

ove la parola manca come quel respiro

ultimo che soffia su labbra che non aprono bocca

su una posata e ferma madre natura morta.


Ed ella è candida

nella premura del sodalizio fra dio e la cultura

incompresa a condannare la vivisezione

usata da bestie per altre bestie come cura

a ripulire un corpo sporco e spesso malato

in un sentimento usurato dal goduto sfregio

in una candida olezza vagina da candida.

a Sonia e ai suoi problemi...

Simon Trumpet.

mercoledì 23 maggio 2012

LA STORIA DELL'ORSO


Quando nel bosco piove a dirotto,

c'è un posto dove puoi star nascosto:

nella grotta dell'orso, laggiù

sul grande torrente roccioso

dove scrosciano gocce

sui sassi del suo impetuoso letto.

Nessuna fiamma qui ti può

riscaldar, se non quell'arder

secco della paura e dell'angosciata andatura.

Ad ogni ombra mossa dal vento,

pensi che sia la morte prematura,

di quelle che coglie solo la natura,

tua madre, o una bestia in calura.

Ma qui ci sono solo pipistrelli, insetti,

anfibi retti e strani esseri reietti

che l'orso non mangia per sensata cultura.

Di passo in passo, il buio mischia l'impasto

di ambite nullità e capricciose curiosità

con la bravura di un cuoco dall'età matura

che condisce fantasie sulle continue ansie della vita.

Chissà se l'orso sarà sazio, ti chiedi di masso

in masso, come se quell'umido che bagna

la grotta non sia acqua, ma umano grasso.

Ormai è troppo tardi e giunto verso il fondo

averti il rumore di un teschio che rotola tondo.

Lo sguardo penetra nell'oscura densità buia

per scorgere l'enorme animale danzare quasi fosse carnevale.

Che cosa strana, appare una festa a cui sei invitato a partecipare

ma quelle ossa ti fan desistere dall'inoltrarti a parlare.

Ti volti per scappare, ma ecco che bruno ti fiuta

nell'aria, quasi fossi un'ape venuta a vendere miele.

Oh mio Dio, urli da stupido bambino,

ma l'orso è ormai vicino e allunga la zampa per graffiarti un pochino.



«Non scappare giovane umano,

non ti riduco come mollica nel pane;

le persone muoiono e piangono

anche se hanno fuoco per bruciare e laghi dove pescare.

Guarda me in questa grotta senza chiaro di luna

so vivere da solo con la fortuna dell'angelo natura.

Se solo sapessi come mi amano i pesci,

che in bocca mia si tuffano per soffrir contenti,

non staresti lì a batter i denti.

Molte mani hanno cercato di prendermi

per abbellire le loro strane menti,

ma ho fiducia in te che entri nella mia tana per non bagnarti le lenti.

Siediti qua con me, io non temo le estranee genti

ma non pormi alcuna domanda:

non avrei risposte per quel mondo che ti manda.

Ora chiudi gli occhi e lasciati andare

ad ascoltare come l'animale nel sogno è umano

anch'egli con hobby e interessi, perché tu possa

un giorno raccontare di essere stato

a dormire nel letto di un amico e non nella gabbia di un nemico.»



Simon Trumpet

martedì 22 maggio 2012

PROLE


Plastiche contorni

di ovaie spastiche;

tempestivi innesti

in cutanee vagine;

sorrisi orchidacei

in audaci ani salati

da peni nudi sudati;

retti in folle a molle

in zone senza donne;

clitoridi in esoterici

clisteri resi sterili

da pubi rasati in tube;

amplessi complessi

per seni senza messi;

caldi e fradici sessi

fiacchi dei loro laschi.



Ove finge ciò che si tinge,

ove si spinge nella sfinge,

ove langue mista a sangue

oppone le parole alla prole.


Simon Trumpet

giovedì 17 maggio 2012

ERI


Eri quello che eri,


sei quello che sei,


ma se fosse ieri


saresti la stessa


lacrima di oggi persa.

a Stefania senza passati rimorsi...


Simon Trumpet

mercoledì 9 maggio 2012

ALL'UOMO A CUI T'APPRESTI


Come all'uomo a cui t'appresti


a togliere ogni indumento


e il riso isterico,


e il braccio monco,


per farne un amaro drappello


di ricordi armati di rabbia


da schierare a difesa


di preziosi momenti,


che scordi essere anche tuoi,


così io alla vita che sposo


sfodero incomprensione


nata dal non poter


mai più sfidare


solo, codesto guerriero che


m'affronta in ogni istante


e in ogni luogo e in ogni


dove io illuso possa


credere d'averti sconfitta.



Simon Trumpet

lunedì 7 maggio 2012

RISERVATEZZE



Se potessi, vorrei

essere quell'ultimo

soffio da cui esce

la parola amore.



Come l'intimità

di un bicchiere

di vetro pronto

a frangersi al

primo contatto

forte col mondo.



Una realtà che

non sento mia,

persa a confronto

col destino di

dover dimenticare

una vita lontana

per cercarne una

vicina solo per

un'acuta apparenza.



Una finta similarità,

un falso sapone

col sapore di casa;

in un luogo sentito

non mio con il tempo

che scardina noia

al gusto di memoria.



Rimorsi posti come i

morsi su una pelle

morbida alla bocca

ma dura al sentimento

di un uomo stanco

alle storie del passato



sul fondo toccato per

rinascere di giorno

in giorno in attesa

di un'anima nera

che faccia sentire

il suo triste abbaglio

ad una stagione che

non sa piovere meglio.



Dormo, e tutti sanno

che la sveglia resta

alla veglia di quel

mondo dove regna

quella bestia il cui

morso per sempre

nel cuore ti segna.



La necessità di aprirsi,

è un serbatoio oramai

vuoto, vuoto come le

riservatezze di una terra

ricca di buone primizie.


Simon Trumpet

giovedì 3 maggio 2012

L'OMBRA

Se ne stanno, se ne stanno
seduti ad ascoltare il vuoto,
poi dicono d'averti notato
come ali di applausi sordi.

Un sacco pieno di qualità,
mi fanno sempre ricordare
d'avere appresso alla nudità;
ma altro vorrei, per affogare
tutte queste stupidità ritratte
in sorrisi redenti resi tristi
da coloro che gli assumono
per poi ignorare la mia parte.

E risate, e risate, e risate e
tutto ciò che non vuoi ricordare
che si imprime come un libro
di vita aperto all'ultima pagina.

Svuotata la mia frase migliore
di giorno in giorno, in giorno in
noia consumato muoio disteso
con la voglia di aver desiderato.

M'appresto a essere compiacente
prima che mi manchi il fiato
per poter ancora parlare del male
che ho incontrato nell'oscurarmi.

Ed è come una canzone ipnotica,
che sia colpa della mia innocuità
quella che tutti stendono sul letto
sul quale dormo per non sognare
il sogno decadente d'apprestarmi,
prima di morire, a consegnare voi
l'opera che narri dell'uomo, l'ombra.

Simon Trumpet

mercoledì 18 aprile 2012

L'AMORE

Se l'amore fosse una combinazione
perfetta nella sua fusione,
non lascerebbe residui alla sua scissione.
Scusate se parlo d'amore come
se parlassi di nucleare,
ma scorie e scorie incancellabili
s'accumulano ad ogni nuova combustione.
Così è, purtroppo.
L'amore, infatti, altro non è
che un fuoco che consuma gli amanti,
lasciando di loro solo ceneri;
un arder che prima o poi si spegne.
Ma se l'amore è una fiamma,
la vita è un accendino dipesa
da un gas amoroso che ti soffoca.
Tuttavia non per tutti.
Per altri, invece, l'amore è un brivido
e il resto è sola abitudine a quel brivido
che provoca tachicardie,
sudorazioni improvvise,
ed erezioni incallite.
Oh, quanti sintomi;
e se fosse solo una malattia?
Una pazzia?
Un'ipocrisia?
A te il gusto di darle un nome;
in fondo l'amore è qualcosa che si sente
anche se sarà pur sempre inutile chiamarlo.
Appare quando egli infine vuole,
ed è per questo meglio che tu sappi,
sappi che se Cupido ti colpisce,
non vuol dire che amerai,
ma che con esso morirai,
tra il sangue di quel cuore
che senza battito con te muore.

Simon Trumpet

lunedì 9 aprile 2012

RESURREZIONE

Il capretto ormai è sgozzato.
Un'altra vita è adesso sparita.
Il rito fatto per una memoria:
l'eternità di Dio e la sua gloria.

Simon Trumpet

domenica 18 marzo 2012

PRIMAVERA

È primavera,
e un altro goccio di sobrietà
ella ci porterà,
così come se
fosse stato un inverno arido
di complicità
tra le nature
umane di questa società.
Ora è il sole,
e nient'altro,
ciò che scalda la faccia
dalla serenità
nel sentir un uccellino
fischiar vicino
a una testa imbevuta
di solo vino.

Ricrescono
le foglie prima staccate,
rivivono
le piante prima stecchite,
e l'odor
della vita e della vite
si diffonde
su queste foto dipinte
in un piccolo
spazio chiamato mondo
in cui i colori,
frutto delle arti in tondo,
primeggiano
sull'idea del piacere
impresso
nell'attimo in cui uno scatto
immortala
il profumo di un fiore intatto.

Simon Trumpet

venerdì 9 marzo 2012

FERMO NELLO STESSO PUNTO

È notte tarda ma non così profonda da risucchiarmi nelle sue profondità. Sto tornando a casa, a piedi. Sono fiacco e sento come se fossi appena stato partorito nel mondo. Mi sento strano, estraniato, fuori luogo. Sarà la stanchezza; sarà il sonno. Passeggio e passeggio con un vento freddo e tanto bastardo da graffiarmi ciò che rimane del mio viso scoperto da una lunga e larga sciarpa. Gli occhi faticano a rimanere aperti a causa delle continue raffiche che ghiacciano anche il pensiero quando lo sento chiaramente. Un verso, forse, o un richiamo. Sospendo un attimo il passo a mezz'aria per non provocare rumori di disturbo. Con un po' d'attenzione l'avverto meglio. Ueue è il pianto di un bambino, almeno sembra. No, non può essere. Deve essere un gatto e il suo miao miao. Riprendo il cammino, convinto di non essermi convinto per quanto appena udito. È la stanchezza, e questo deve essere il suono del sonno che mi dice addormentati subito. Non manca molto, ormai, alla mia casa. Ueue nuovamente. Questa volta risuona chiaro. No, non può essere. Deve essere un gattino perso da qualche parte. Ueue. Deve essere la stanchezza; è la stanchezza che mi crea allucinazioni uditive. Lasciamo stare, fra poco sarò sotto le coperte. Ueue. Da dove viene? Deve essere qua vicino se posso sentirlo così nitido. C'è un parchetto lungo questa strada. E se venisse da lì? Allungare un po' la strada non mi costa nulla; almeno mi rassicuro che è un gatto. Mi muovo in direzione dell'eco con il vento che soffia squassando le fronde degli alberi producendo l'urlo delle foglie. Ueue. Ormai sono quasi giunto. Allungo la camminata. Le abitazione sono tutte chiuse e con le tapparelle abbassate. Le luce dei lampioni si fanno più scure rendendo ogni oggetto sulla via l'ombra di se stesso. Intravedo il parco. L'ingresso è aperto, le panchine sedute. Ueue. Eccolo! Non ho dubbi, proviene da dentro. Apro bene gli occhi nonostante l'aria violenta. Supero il varco d'entrata, osservo ogni angolo e noto l'altalena che si agita senza nessuno in cima. Il pianto è sparito. Esco, devo essermi illuso come un bambino. Sarà stato uno stupido gatto che è scappato appena mi ha visto. Lo sapevo. Mi avvio di nuovo verso la mia abitazione. Le nuvole sopra la mia testa si muovo veloci; sembrano infinite nel loro susseguirsi. Il freddo mi riprende e le cartacce mi circondano in piccoli vortici giocherelloni. Ci sono quasi. Ueue. Faccio finta di nulla. Ueue. Basta. Ueue. Di nuovo quel gatto? Questa volta sembra provenire dal mio appartamento. È la stanchezza. È il sonno. Sto sognando; non può essere. Ueue. Ecco la porta di casa. Ueue. Il vento smette di colpirmi. Salgo le scale due gradini per volta come una rana. Ueue. Viene da casa mia questa volta, ne sono convinto. Ueue. Forse è il nostro gatto, il gatto mio e di mia moglie. No, non può essere, non abbiamo animali. Ueue. Sospingo l'uscio in avanti che è aperto. Le luci sono spente. Ancora, sento l'Ueue però questo volta tramutare in un Uaua uaua. No, io e mia moglie non abbiamo nemmeno bambini. Sembra giungere dalla camera da letto. Uaua uaua quale animale può emettere simili suoni? Avanzo lungo il corridoio. Il suono è sempre più forte e pulito. E l'unica spiegazione che trovo è quella che vedo. Mia moglie piegata in avanti, molti fazzoletti umidi gettati a terra e uno che non sono io che spinge forte dentro e fuori il suo martello nell'incudine del culo di mia moglie. Uaua uaua esce dalla sua schiena sudata. La pressione è tale che mia moglie a fatica riesce a tenersi eretta con le mani appoggiate a letto, finché la vedo sbattere la faccia sul materasso mentre l'uomo dietro riversa la sua scarica di materia prima sull'apertura rettale di quella che credevo fosse l'unico buco d'annaffiare a me concesso. Questo è l'amore, una botta su cui adagiarsi. Esco senza farmi notare. Ritorno per strada. Ritorno da quel bastardo di un vento che mi spruzza sul volto tutto il suo bruciante freddo. Prendo una via a caso. Sono molto confuso, ma non per quello che ho visto ma perché ancora riecheggia l'Ueue. Ancora quel gatto? O è un bambino? O è mia moglie? Insomma che cazzo è questo suono? Riprendo la ricerca. Cammino con i fari sempre più bassi e la mia non luce sempre più lunga. Ueue. Uaua uaua Mi viene da ridere. Ahaha. Ueue, Uaua, Ahaha. Il cielo si schiarisce per un momento. Proseguo verso la direzione indicatami dal pianto animale. Nessuno sta circolando per strada. Solo io, nel mio perso cammino. Seguendo solo un suono, un segno che non so dove mi porti, dove mi conduca, che si prende beffa del mio seguirlo. È solo la stanchezza. È il sonno. È una mia illusione. Il vento riprende così come il mio silenzio. Io e solo io. Ueue. Ancora quella sensazione di averlo quasi raggiunto. Ueue. Si, lo percepisco meglio, ora. Ueue. Di là. Verso quella zona. Accelero di nuovo la camminata per la voglia di coglierlo sul fatto, quel gatto, quel bambino o quel che sia. Ueue, eccolo, lo sento venire da quel posto così oscuro. Eccomi, eccomi al cimitero. Ueue. Il cancello è spalancato. L'attraverso. Le luci sono spente; i lumini rossi accesi. Tutto è così grigio. Il vento fa cadere i fiori secchi dalle lapidi. Ueue. Sto arrivando piccolo. Ueue. Cerco fra i morti. Tra gli spiriti tetri. Ueue. Cerco fra ciò che sarò anch'io, un ricordo. Ueue. Di là? Ueue. Qua a sinistra. Le tombe sembrano tutte così uguali perché siamo tutti così uguali. La polvere si solleva. Qualche candela si smorza. Ueue. Ueue. Corro. Ueue. Eccomi. Ueue. Eccomi piccolo, ti sento. Ueue. Fra poco sarà tutto finito. Sarà tutto finito. L'ennesima illusione? Ueue. Ti vedo! Ueue. Puoi smettere adesso. Eccomi, ci sono io. Ti ho preso, ti ho raggiunto. Ueue. Sei proprio tu, col mio nome, colla mia lapide, nel mio posto, eccoti, eccomi, posso ora ritornare a piangere bimbo. Ueue.

Simon Trumpet

sabato 3 marzo 2012

NON HO NOME DIO E COGNOME SATANA

Ti ascolto io in silenzio,
cos'hai di morto da tenerti dentro?

Non verrà il tuo Dio
a salvarti dai peccati da cui vuoi liberarti.
Non verrà la tua Vergine
a ripulire le ferite causate dal tuo pene.

Ognuno è destinato
al calvario di un luogo che non è il paradiso
ma il cielo è qui fra noi
e gli angeli altro non sono che carne in scatola.

In molti volano alto
credendo che più alti si sale più santi si diviene;
io rimango qui basso,
basso e sepolto fra le montagne delle divinità.

Prega prima della notte
il Signore è l'ottava piaga della nostra vita
e il suo bambino
l'androide nato senza sesso e senza divino.

Se questo è peccare,
che si gli uomini si formino di solo strutto,
maiali del loro stesso grasso
senza seni come vita e senza semi come frutto.

Io t'ascolto,
non ho nome Dio
e cognome Satana.

Simon Trumpet

venerdì 17 febbraio 2012

LA QUERCIA

Sotto la quercia distesa nel grande prato,
dove il sole scalda sempre solo e distratto,
l'eco rimbomba il mio grido d'aiuto:
io ti voglio più di quanto voglio me
e nessun altro può conoscere altra libertà.

Per questo in sogno seguo la stessa storia
ogniqualvolta ho un buco fra la mia memoria,
ma la paura ha il gusto di una ghianda non ancora sbucciata;
se ci fosse altro tra cui scegliere avrei già scelto;
l'albero è così forte, non puoi cambiare il suo aspetto.

Questa non è una zona dove la natura splende
come nell'Antartide o nelle remote lande;
qui un verme mangia la farfalla e un coyote il leone
per questo la quercia sta sola e produce frutti
di ambo i sessi, per essere sicura di non morir con essi.

Le persone piangono e si disperano
quando vedono il loro seme sprecato
e io non sono indifferente al liquido versato
tra bocche chiuse e terre asciutte;
ma questa è la vita: uno spreco di lacrime in cose brutte.

Simon Trumpet

martedì 14 febbraio 2012

SAN VALENTINO

La notte mi sveglio e mi risveglio: è l'insonnia di questo continuo pensiero. Gli occhi sono segnati da due grossi cerchi neri. Le palpebre sono socchiuse; la gola è arsa e la mano tremolante si appoggia un istante sul ventre. Il cuore pulsa rapidamente, la lampada forma un cono di luce proiettato di fronte a me dal quale io non emergo. Giro lo sguardo in cerca di qualcosa; delle gocce di sudore bagnano la fronte e la schiena che schiaccia il materasso.
Mi alzo, la mia sagoma si stampa sul muro oscurandolo.
Toc
toc
toc.
È un rubinetto che lascia cadere goccioline al tempo di una al secondo. Vado in bagno, blocco quel rumore fastidioso e mi specchio: sono cadaverico; le mie labbra screpolate sono color amarena mentre le occhiaie mi incorniciano lo sguardo. La mia testa si muove su e giù da sola. Rimango in piedi; non so cosa mi conduca in questo stato d'animo.
Sciacquo il viso con dell'acqua fredda e penso che questo gesto possa aiutarmi.
Poi dal nulla, avverto un rumore provenire dalla cucina. Protendo le orecchie e sento uno strano suono che fa:
grrrr
grrrr.
Spengo la luce della stanza. Sono tutt'uno con la mia ombra, ora.
Lentamente avanzo tra l' inquietudine e la paranoia.
È solo il battere del mio cuore a farmi compagnia. In silenzio, in perfetto silenzio smetto pure di respirare. La paura si fa più forte ad ogni passo, ad ogni centimetro.
Ogni tanto piccoli brusii sembrano emergere dal fondo di qualche angolo nascosto.
Mi guardo alle spalle ma è come guardare davanti a me: non vedo niente.
Cosa può essere?
Si chiede il mio corpo.
Sono scalzo; il pavimento è gelido e i brividi mi salgono regolari fino ai capelli.
Il pigiama pare ritirarsi: sono nudo contro qualcosa.
Sono momenti questi che non vorresti mai vivere, in cui la vita ti appare tutta d'un fiato; ma quale vita?
Il suono cresce, grrrr grrrr, mi faccio coraggio stringendo i pugni; dopo tutto non ho nulla da perdere, appunto nulla.
Quei corridoi, quelle porte assaggiate quotidianamente per anni sembrano frutti mai assaporati nella notte profonda.
Sono vittima o carnefice?
Chiudo gli occhi per orientarmi, sto forse sbagliando strada?
Sfioro con la mano una parete: è ruvida, insensibile, nera senza luce. Un quadro, ma quale?
Avanzo ancora più lentamente; poi mi accorgo di aver fatto un passo in più: sono uscito allo scoperto.
Rimango immobile. Il suono è sparito.
Che mi abbia visto? Che mi stia osservando?
Che errore stupido, sto rischiando molto. Tengo le palpebre e le orecchie alte in cerca del minimo segnale della sua presenza. Ritorno indietro e mi appoggio all'angolo della porta della cucina. Non riesco a trattenere il respiro. Di certo ora sono stato scoperto.
Che fare?
Decido di agire, che cosa strana.
Allungo le dita al di là dello spigolo e premo l'interruttore.
Un fascio di luce si proietta oltre il rettangolo della porta.
È giunta l'ora.
Mi tuffo in essa.
La luce mi cattura.
Sparisco.
Divento invisibile agli occhi della gente come lo sono sempre stato.
Per lunghissimi ma brevissimi attimi tutto appare fermo, anche il tempo.
Poi nulla, non c'è nulla.
?
Giro per la stanza, è tutto a posto. Nessun cassetto aperto, nessun piatto rotto, niente d'insolito. Sto quasi per andarmene, un altro rumore da lontano.
Grrrr grrrr.
Che sia scappato in tempo?
Ritorno nelle tenebre, ritorno a essere me stesso.
Quell'insolito brusio pare giungere dal soggiorno questa volta. I timori raddoppiano. Vorrei qualcuno vicino in questo momento per sconfiggere il pericolo, per non affrontare i problemi da solo. Mi sento una pecora smarrita.
Avanzo pianissimo, poi una fitta al piede. Una scheggia si conficca sotto la mia suola naturale. Trattengo il dolore; delle piccole goccioline si spandono sul pavimento. Gli occhi iniziano a serrarsi, vorrei dormire, vorrei che tutto finisse qui, subito. Ancora quel suono.
Grrrr grrrr.
Che sia tutta una trappola?
Forse dovrei chiamare qualcuno, ma chi?
I contorni dei muri si fanno più netti, le pupille si abituano a quella mancanza di colore ed è più facile individuare la stanza.
E se volesse solo parlare?
Cerco di concentrarmi anche se non so come reagire in una situazione del genere. Ripenso a quando da piccolo giocavo con mio fratello nel buio. Tutto è molto simile, ma allora perché tremo?
Striscio sul muro; sono vicino, molto vicino.
Il suono sparisce di nuovo.
Questa volta non mi scappa. Faccio un profondo respiro.
Tre, due, uno, entro nella sala e accendo la luce.
Il soggiorno si distende di fronte a me ma dell'essere nessuna presenza.
Che succede?
Eppure mi sento così normale; sto impazzendo. È tutto normale, sono pazzo.
Come se nulla fosse ecco nuovamente quel grrrr grrrr proveniente da una nuova sala. Sto giocando a nascondino con qualcosa di invisibile, quando finirà?
Mi stanco di essere preda e divengo predatore. Afferro il primo oggetto che trovo: un crocifisso? Avevo dimenticato la sua esistenza. Mi inoltro religioso carnefice nella selva della mia casa. Il grrrr grrrr non varia, pare muoversi in diverse direzioni adesso. Divento camaleonte, i miei occhi girano con costanza verso ogni direzione. Col Signore in mano acquisto una strana fiducia, una forza mai avvertita prima; con un oggetto di metallo diventa più facile affrontare problemi del genere.
È nel ripostiglio ora! Corro, lascio stare ogni prevenzione; mi fiondo, spalanco la porta, con la fede si sconfigge ogni male. Punto Dio davanti a me e premo l'interruttore:
nulla.
Sento un fruscio alle spalle, sta scappando, fermati! urlo. Ormai è inutile che mi nasconda. Sfioro le pareti, preferisco la caccia al buio; sbatto la faccia contro uno spigolo, altro sangue sgorga. Lo sento di nuovo nel bagno, con una mano premuta nel naso e con l'altra proiettata in avanti rincorro l'essere. Sbaglio stanza, il sangue si incrosta attorno agli occhi, girovago, entro in bagno non accendo nemmeno la luce, non c'è più. Qualcosa cade da una mensola, il grrrr grrrr si diffonde in ogni dove, spalanco tutte le porte che incontro, i corridoi diventano campi minati di oggetti. Separo detriti invisibili con le mani cercando un qualcosa di familiare al tatto. Inciampo in una prolunga, mi rialzo in fretta, grrrr grrrr, è dietro le mie spalle: Satana! urlo. Mi abbraccio al crocifisso.
Dove sono?
Il panico mi prende totalmente; il cimelio mi scivola a terra; fatti vivo! dico quasi piangendo; un lampo improvviso penetra dalle tapparelle, sono carne fresca.
Calma.
Tutto sparisce. La pioggia inizia a scendere battendo sulle grondaie. È un suono rassicurante, tutto è scomparso. Mi avvio alla mia camera, i miei occhi sembrano vedere nel buio; un lieve sorriso mi si stampa in bocca.
Grrrr grrrr.
Dalla mia stanza! Proviene dalla mia stanza!
Senza protezioni, nudo, ferito, avanzo.
Non ha importanza cosa succederà.
Grrrr grrrr più forte.
Risale la tensione.
Pochi passi, i miei occhi si fanno fari, ridivento predatore, stringo i denti, grrrr grrrr ripeto ad alta voce, grrrr grrrr ripeto ad alta voce.
Un nuovo lampo, l'aria si raffredda:
a noi.
Premo l'interruttore. La luce mi invade, sparisco nel fascio; sono dentro, mi guardo attorno, il cuore si ferma:
il grrrr grrrr svanisce.
Osservo l'orologio al muro:
tic tac tic tac tic tac.
La lancetta scatta sulla mezzanotte:
È San Valentino.
Mi guardo allo specchio, ci sono solo io, sono solo iO...

(Tratto da un cortometraggio di Severino Iuliano)

Simon Trumpet

lunedì 30 gennaio 2012

CURAMI


Cortisone al mattino,
un po' di noi a chi ti sta vicino.


Pulisci bene l'ago con l'amuchina,
poi ti inietti la medicina.

Lo spillo entra strano
ti sei punta pure nell'ano.

Io non ti mollo, però
non lo voglio nel collo.

Poi hai una crisi;
bruci il metadone,
spruzzi su di me ogni paragone.

Odio vederti star male,
odio non averti normale.

Mesi e mesi d'astinenza,
poi tu mi dai la penitenza.

Con la siringa in mano
mi dici: sai non ti amo.

Io che di te mi sono preso cura,
divento un malato con la paura.

Chiedo aiuto e tu lo sai,
ma dalle palle te ne vai.

Tutto, tutto sembra finito,
poi rispunti se non muovi un dito.

Altra relazione, altra illusione;
tu da me volevi solo un coglione.

Solo il tuo bene avevo richiesto;
ora mi trovo solo ed onesto.

Tutto che finisce, tutto che ferisce,
il ricordo mi si muove triste.

Anche per questo ti desideravo
perché coi problemi t'aiutavo.

Nella nebbia scompaio piano piano
e attendo solo di prenderti la mano.

Ancora la luna, il sole, l'acqua, la neve.
Ancora una nuova emozione.
Ancora per non sentirmi morto.
Ancora per non vedere che scotto.
Ancora un iniezione,
vorrei finire la procreazione.

Simon Trumpet

domenica 29 gennaio 2012

COME SEI




Vieni così come sei,
già,
come una dose di
farina,
come un overdose
d'eroina,
come un viaggio
d'adrenalina,
come uno spruzzo
di candeggina,
come un soffio
di cocaina,
come polvere
di medicina,
come se tu
fossi vicina,
come una leccata
alla vagina,
come un cucchiaio
d'iridina,
come mosso
da una pedina,
come uno strato
di memoria,
come un'ultima
dose
di ketamina,
come esploso
da una mina,
come qualcosa
che non si china,
come un rosso
in Cina,
come una puntura
d'amuchina,
come del vino
in cantina,
come sollevato
da Katrina,
come spinto
da nitroglicerina,
come l'odore
della resina,
come la pasticca
della cresima,
come plastica
modificata,
come la medesima
settimana,
come l'ennesima
puttana,
come poesie
dedicate a Xenia,
come vento
sulla schiena,
come una lenta
pena,
come parte
di una scena,
come l'arder
della legna,
come quello
che ti segna,
come indica
l'insegna:
così come tu sei...

Simon Trumpet