mercoledì 26 maggio 2010

TERAPIA ANIMALE

È il suo segreto, questa forma di terapia.
Alle cinque, quando ha finito, non vede l’ora di tornare a casa, di togliersi le scarpe e di mettersi in poltrona.
Di solito ha un giornale e una bibita già pronti sul tavolino perché a Paola piace coccolarlo.
Lui beve, legge, si riposa, poi va a fumare una sigaretta sul balcone e aspetta.
Verso le sei e mezzo spunta il gatto sul terrazzo di fronte.
È un persiano bianco, di quelli di razza.
Si guarda intorno, poi con un salto raggiunge il cornicione più in basso e fa quella cosa.
Fa quella cosa che noi umani, distratti dalle parole, dai gesti, dai pensieri, dimentichiamo di fare:

osservare.

Da un cornicione all’altro, fissa il crescere degli eventi che passano sotto il suo sguardo. Le orecchie tese, acute, in direzione udito.
La percezione dell’animale è infallibile, così come il suo metabolismo: sono le sei e mezzo e Francesco ha appena finito di fumare una sigaretta fuori nel terrazzo. Una consuetudine, quella del fumo, come quella di ogni altro gesto ripetuto in continuazione ogni giorno. Tutti noi cerchiamo qualcosa che ci dia stabilità, in un rapporto, in un sentimento, nel fumare. Ma oggi, da quando era giunto a casa, non aveva fatto altro che accendere sigarette:

il giornale e la bibita non si trovavano sul tavolino.

Il suo equilibrio, era venuto meno.

Quello del felino, no.

Lui è perfetto.
Ondeggia fra gli appigli delle abitazioni inoltrandosi fra i rami degli alberi, leggero, stabile, con il sole del tramonto che lo illumina rendendolo una nuvola rosa. Scivola fra le ringhiere, vola fra i coppi invisibile, insensibile ai condizionamenti esterni, come le urla provenienti dalla casa di Francesco.

Paola è rientrata.

L’equilibrio andava ristabilito. È lei ora, la sua finestra aperta.
Il persiano avverte il mutare della situazione, è attratto, si avvicina fino a sobbalzare sull’inferriata del loro terrazzo. La ragione, spesso, è il mezzo che usiamo per giustificare i nostri comportamenti.
Lui la sgrida, l’animale ascolta, si spaventa, Paola non trattiene le lacrime, il gatto si rattrista, si fa cupo in volto, ma Francesco insiste, passa alla minacce, le orecchie del gatto diventano antenne, le sue pupille si aprono attente, Paola cerca allora di reagire, di ribattere quasi scusandosi. L’apparire è illusorio. L’apparire nasconde, cela altro, e se non siamo attenti osservatori, finiamo per considerare le persone che ci circondano per quello che sembrano a prima vista: umane. I battiti del cuore aumentano, gli occhi danzano da un lato all’altro della sala.
Francesco la scuote, urla, il felino allunga una zampetta, Paola indietreggia, cerca di farlo ragionare, ma è tardi, lui si allunga per spingerla, lei scivola, l’animale si tuffa nuotando nell’aria: diventano così infiniti, i pochi istanti che separano loro dal suolo.

Simili, tutti e tre in completa disarmonia: chi è l’animale, adesso?

Poi una mosca, la palla bianca sobbalza dal balcone e corre, la insegue, s’allontana, anche lui come Francesco è un predatore. Da un tetto ad una terrazza, fra muretti, alberi, tutto che scorre veloce, senza pensieri, solo la mosca che vaga per salvarsi, per sfuggire, come sotto Paola che si allontana da casa in mezzo al traffico di persone, nascondendosi tra mille volti uguali; sopra tutto libero, volatile. L’insetto sembra prendersi gioco del felino: è lui la mosca cieca.
Da un coppo all’altro, ancora, su e giù, l’animale è liquido, non demorde, come Francesco vuole quel senso della misura che serve per ricreare quella stabilità nei rapporti, nei sentimenti, nell’essere animali, non ha ostacoli, e salta, salta alto per catturare l’insetto. Preso. La caccia è finita, in basso Paola è un piccolo puntino nell’orizzonte. Il gatto annusa, segue l’aria che lo riconduce a casa. Giunge sul suo terrazzo, si mette accucciato. Nell’edificio opposto, il giornale e la bibita sono ricomparsi sul tavolino; Francesco è steso, rilassato, mentre Paolaè lontana fuori casa.

Dall’osservazione acuta del suo mutismo, l’animale ha capito di non essere l’unico.

«Felix, vieni qui che è pronta la pappa…»
L’equilibrio è di nuovo, per tutti, ristabilito.


(incipit a cura di Giusi Marchetta,concorso blusubianco.it)
Simon Trumpet

martedì 25 maggio 2010

L'OSCURO

Sta arrivando.

Non lo vedi,
non lo senti,
lo avverti,
lo odori,
lo pensi.

Si nasconde
al di là
del monte
e ti prende
nella notte.

Respira
prima di
sentirlo.

Il cielo
fa paura,
la nuvola
cerula trema,
la luna
oscura neve
imbruna.

Ti colpisce,
nell'essere
triste,
e ti maledice
se dice,
ma ti spreme
alla radice.

Insinua stasera,
è un molle dolce
il silenzio
che mitiga
il gelo,
ma sereno
è lo sguardo
del tuo melo.

E' l'osmosi
della tua sorte,

è l'oscuro
occhio
della
tua
morte.



Simon Trumpet

martedì 4 maggio 2010

QUELLO CHE VUOI TU

Aiutami a pensare,
non ho sbagliato,
aiutami a pensare,
avanti,
credo nella cecità
e nel futuro dell'aldilà.

Andiamo giù,
dove il tempo è buono,
non è un buon affare
quello che voglio dirti.

Penso di averti amata,
stoppa ancora il mio ghigno,
nel foro s'estende un grande mare.

Non avere paura di guardare,
il cielo è uno solo,
il ricordo è solo uno.

E sono sveglio,
smuovo le mani come un bimbo,
nel futuro aprimi,
il suono è uno solo che senti.

Quello che voglio darti
è un fazzoletto sporco,
la cura è una previsione astratta,
non baciare il destino, bimba.

Nell'arco del tempo,
ricredere è un amaro sentimento,
ocra credimi cara rendimi.

Nell'est dove la pianta cresce,
nel nord dove calamiti tu,
nel sud della sincerità,
nell'ovest dell'oscurità,
oh è qua,
in nessun dove
soffia il vento che vuoi tu.

Simon Trumpet

domenica 2 maggio 2010

TU, NELLA GLORIA

Penetri nella nebbia
col tuo passo canticchiante,
sei il richiamo della foresta,
sei il mio sguardo che si fa
orchidea fra le fronde del sole.

Voce del mio spirito, voce di
questo infinito organo di gloria.
Gioca, non voltarti, non credere
siano alte le montagne sempre verdi.

Nel nostro infinito bruciare,
sei la fiamma che scorre fra le mie vene,
fra i miei profondi sensi.

Vieni madre del mio seme,
tu,
per sempre nell'ade del mio spettro.

Danza,
ora,
dietro tutto scorre nelle nostre voci.

Fuma la cenere del mio animo,
i fiori saliranno nella tua mente.

Vedremo i colori danzare in nero,
le nascite si uniranno alle morti.

Nell'eden, i frutti sacri ti profumeranno
vestendoti di angeliche movenze.
Nell'eden, gli dei secernano il vino
del peccato che inebria il tuo sangue.

Il ragno tesse il nostro amore,
le api impollinano le nostre pupille,
le mosche vomitano le nostre emozioni.

Discende la linfa dell'uva,
si fanno rossi di macchie gli occhi,
le viole si schiudono nell'ombra,
la luna eclissa il sole,
la notte illumina le stelle,
nell'universo,
al campo di margherite
nevica col solstizio d'estate.

Non vedere quello che vedi,
non sentire quello che senti,
non baciare quello che mangi,
tu,
nel vigneto,
in un tappeto di petali camminerai.

Nel tuo dentro,
i sospiri della tua mente
respirano,
non scordarlo,
nel tuo dentro,
questo suono
è la voce del tuo dono.

Simon Trumpet