lunedì 6 agosto 2012

CATENE


Avere le stesse catene
per anni e non sentirle.
Chiusi in una cisterna,
a mollo tra bugie e verità
e convincersi di una uscita
facile facile, pronta in ogni
momento, per poi trovarsi a
cadere nella stessa fossa umiliati.
Si è consapevoli delle zero uscite
eppure s'immagina sempre l'aria aperta
da cui trarre ampi respiri prima di soffocare
nuovamente nella paranoia che genera l'amore.
E si va avanti, dritti, lungo la propria scavata gabbia
con le mani alte in segno di confortevole arresa alla vita.
L'amichevole desiderio di rinuncia s'infiltra nella radice stessa
della certezza di essere al sicuro tra braccia sbarre già tenute strette.
Il contatto ci rasserena alla paura della solitudine, qualsiasi siano le pene
sostenute per essere qualcosa di qualcuno o qualcuno per qualcosa sentito nostro.
Si diventa ciechi anche con mille occhi che captano indicazioni di ogni sorta sulla
nostra disillusa sorte ma si segue più l'istinto cieco che la ragione vedente.
L'ossessione fa così da maestra alla precocità di consumarsi nell'odio
ritenuto pur necessario a interrompere ogni rapporto finora amato,
per scappare da un sentimento che è la fine e l'inizio di ogni
tragedia per chi non mai osa combattere contro se stesso.
E meno lotti e più divieni schiavo della tue speranze
d'avere vicino la persona più vicina al tuo dolore
sadomaso continuo nel credere che quel male
sia la forza del cuore e non della nera lignite
pronta ad oscurarti la via alla dignità mite.
E il legamento sottile con la tristezza
t'abbraccia a non scordare mai
la prigione in cui hai vissuto
per anni con alle mani le
stesse catene dell'oggi.

Simon Trumpet

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