mercoledì 21 settembre 2011

Trauma 3: CONTO ALLA AICSEVOR

Da qualche settimana sono impegnato, anche se il termine impegnato risulta eccessivo anche per una persona modesta come il me medesimo, nello svolgimento di quello che viene definito “stage formativo”, cioè ciò che in qualche qual modo o maniera dovrebbe formarmi o formattarmi per il tanto ambito e sconosciuto mondo del lavoro. Negli ultimi giorni le mie energie sono state impegnate nel riordino della saletta per la letteratura infantile in quella fascia d’età che oscilla tra gli 0 fino ai 26 anni dato il mio grande interesse nel scovare remoti del passato tra le infinite e amorevoli pagine di questa narrativa impegnata, e, al di là dell’utilissimo e richiestissimo ma scomparso dallo scaffale “Occhio alle stringhe” visto il mio infantile Trauma nell’incapacità di allacciarmi le scarpe (problema che a quanto osservo coinvolge ancora decine di bambini colmando finalmente il mio senso di solitudine a riguardo di tale avversità) ecco che arriva il conto alla aicsevor lampeggiante sul 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Il computer della biblioteca si spegne; il timer è impostato per esplodere dopo un’ora di utilizzo. Per rientrare nel fantastico mondo di internet fantastico quanto il mondo del lavoro, dopo essermi disinnescato, devo reinserire la fantastica password numero 1 costituita dalle fantastiche lettere del mio altrettanto fantastico codice fiscale e in seguito aggiungere la fantastica password numero 2 formata dalle fantastiche cifre della mia strepitosa data di nascita scritta però al oirartnco. Un po’ come per entrare negli uffici del Pentagono dove devi attraversare 5 porte per ogni stanza che vuoi oltrepassare. Comunque, inseriti i comandamenti, una scritta rossa salsiccia mi segnala che devo aspettare almeno 5 minuti per ricollegarmi; un po’ come quando fai rifornimento all’automobile al distributore automatico in cui non fai in tempo ad immettere il denaro nella fessura e recarti alla pompa che ti esce lo scontrino della ricevuta perché non ti sei rifornito entro il tempo limite e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Allora, per impegnare questi minuti, dato che “lavoro” in una biblioteca, mi procuro il libro che mi sono già da ieri sistemato nel mio banchetto d’alunno stagista. L’autore è Anthony Burgess e questo nome l’altro giorno mi tintinnò così forte che dovetti subito prenderlo in considerazione. Era successo, che dopo essermi fatto l’ennesima cultura infantile con tutti quei libri di Richard Scarry (e fidatevi che anche voi sicuramente nella vostra tenera età avrete avuto per le mani un suo testo; se nel caso non vi ricordate o non avete mai letto questo scrittore probabilmente, significa che anche voi a 26 anni sarete alle prese con testi quali “Occhio alle stringhe” per imparare quello che mai non avete voluto imparare) dovetti sistemare alcuni libri ritornati a casa dopo il prestito. Così tra uno sconosciuto e l’altro e tra un Cornwell e l’altro, mi imbattei nel tanto alcolico Bukowsky e il suo “A sud di nessun Nord” fiero del fatto che tempo fa lo lessi. Quindi, seguendo l’ordine alfabetico lo posizionai tra il mitico Burroughs e il suo Checca, sempre fiero del fatto che tempo fa lo lessi, e appunto Burgess che nientedimeno è l’autore dell’inossidabile “Arancia meccanica” anche se il titolo qui appare tradotto letteralmente in “Un’arancia a orologeria”.
Ma il dubbio di questo titolo subito scomparve quando alla seconda riga lessi “C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta.”
Quasi mi divenne duro, così come in un’altra giornata quando mi ritrovai per le mani “Il giovane Holden” di Salinger e dopo accurate ricerche scoprii che si trattava del libro che Mark Chapman, colui che aveva ucciso Lennon, aveva con sé al momento dell’omicidio, riuscendo così a capire il perché quel titolo mi aveva attratto e fatto venire a galla angoli remoti della mia memoria.
Ma puntuale eccolo il conto alla aicsevor nuovamente lampeggiante e vaffanculo.
Altro che auguri e festeggiamenti.
Fedele alla linea, riprendo in mano l’arancia sbucciandone un'altra lieve dose di gustoso succo nel tentativo di imbevermi di codesto difficoltoso linguaggio. L’effetto collaterale che mi si riproduce nella mente è quello di addossarmi completamente contro colei che in questo momento è il mio capo.
La tentazione è ampia.
La biblioteca vuota.
I cinque minuti passano. Reinserisco la password numero 1. Reinserisco la mia strepitosa data di nascita al oirartnco. Reinserisco me stesso nel fantastico mondo di internet. Reinserisco me stesso nell’incapacità di fare qualcosa quest’oggi dato che non ho nulla da fare. Reinserisco la mia bravura nell’annullarmi con gli altri e nel crearmi effetti strabilianti nel vedermi di fronte uno dei gatti del “Fantastico mondo di Richard Scarry”.
«Ciao …»
Dico a Sandrino.
«Sssss!»
Mi fa lui.
«Non vorrai farti sentire …»
Prosegue.
Anche intelligenti gli hanno fatti questi gatti.
Il capo è ancora fra gli scaffali incurante di quanto io vedo. Sistema con cura e in ordine alfabetico i libri come un’ape operaia. Il gatto nel frattempo mi fa segno di inseguirlo.
Ci muoviamo con calma, silenziosi e in ombra fino a raggiungere lui.
«Scusa tanto, fratello.»
Disse Sandrino.
Gli venne una gran grippa quando locchiò noi che ci si avvicinava così tranquilli, cortesi e sorridenti, ma disse: -Si? Cosa c’è?- con una ciangotta molto sonora da maestro, come se cercasse di farci vedere che non era un grippone. Il gatto disse:
-Vedo che hai dei libri sotto il braccio, fratello. È davvero un raro piacere imbattersi in qualcuno che legge ancora, fratello.
-Oh,- disse lui tutto tremante. –Davvero? Oh, capisco-. E continua a guardare dall’uno all’altro di noi, perché adesso si ritrovava al centro di un quadrato molto sorridente e cortese.
-Sì- disse il gatto. –Sarei enormemente lieto, fratello, se tu fossi così cortese da lasciarmi vedere i libri che tieni sotto braccio. Non c’è nulla al mondo che mi piaccia più di un buon libro edificante, fratello.
-Edificante?- disse lui. –Edificante, eh? – E poi gli strappai questi due libri e li porsi in giro allampo. Essendo due, ce ne toccò uno a testa da locchiare.
Poi, con una ciangotta molto scandalizzata, il gatto disse: -Ma cosa vedo? Cos’è questa parola sporca? Arrossisco solo a guardarla. Tu mi deludi, fratello, mi deludi proprio.
-Ma,- cercò di dire lui, -ma, ma.
-Un uomo della tua età, fratello, -disse Sandrino, e cominciò a strappare il libro che aveva, e io feci lo stesso.
Il bigio profio cominciò a scriccare: -Ma quei libri non sono miei, sono proprietà del Municipio, ma questo è puro vandalismo, ma questo è inaudito,- o mottate del genere. E cercò anche di riprendersi indietro i libri a forza, il che era alquanto patetico. -Ti meriti una bella lezione, fratello, te la meriti proprio, gli disse il gatto.
Poi cominciammo a scapricciare un po’con lui. Gli tenni le granfie e il Sandrino gli spalancò il truglio. A terra ci feci il trattamento crash con lo stivale. Il vecchio poldo cominciò a fare degli sguerzi strani, «uaf, uof, uef», e così il gatto gli lasciò andare le lerfie e gliene mollò uno sul truglio sdentato col pugno con l’anello, e allora il vecchio si mise a lamentarsi sul serio, poi ecco che viene fuori il sangue, fratelli, una vera bellezza. Allora la piantammo lì e gli tirammo via soltanto le palandre, lasciandolo in camicia e mutande lunghe e poi il gatto gli dà un bel calcione nel buzzo e lo lasciammo andare quando ecco che arriva il conto alla aicsevor lampeggiante.
«Grazie Sandrino»
Dico.
«Sssss!»
Mi fa lui con un miao.
10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e vaffanculo.
È mezzogiorno e il mio turno mattutino da stagista è finito.
Altro che auguri e festeggiamenti, oggi pomeriggio ci saranno altre quattro ore di nulla e chissà se Sandrino verrà a ritrovarmi.

Simon trumpet

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