Negli ultimi giorni, ogniqualvolta rientro a casa la notte, ho un incontro ravvicinato con una cimice. No so se sia sempre la stessa; apparirebbe un evento straordinario. Là ad attendermi nello stesso posto vicino le lucette del frigo, a farmi paura perché è un’apparizione improvvisa.
Che ci fa sempre lì?
E ogni notte rischio di toccarla e ho sempre il timore che inizi a svolazzare in quel zzzzz tanto fastidioso e patetico. Ma lei rimane ferma, compagna fedele di piccoli istanti notturni come in attesa della mia buona notte.
Poi avvenne che una sera, appena accesi la luce della cucina, spiccò il volo e andò a posarsi dentro il lampadario. Pensai che sarebbe morta bruciata rendendomi felice di non incontrarla mai più: l’incontri casuali al buio non mi hanno mai portato fortuna. Tuttavia la meraviglia volle che ventiquattro ore dopo l’insetto si ripresentò nello stesso punto in buonissime condizioni fisiche. Quasi mi venne voglia di salutarla ma fantasticare con le cimici oltre a non avermi mai portato fortuna non ha mai portato buon’odori.
Avvenne che una volta da piccolo schiacciai uno di questi insetti, per cui c’è sempre stato uno storico astio da parte mia verso questa classe di cimicidae, però preso dallo sconforto di quel gesto, volli salvare l’animale prendendomi cura della sua mai pronta guarigione. A suon di pezzetti di biscotti maciullati per bene e lacrime di acqua, cercavo di nutrire l’insetto mentre garze minuscole purtroppo non ne trovai. Dopo vari tentativi di rianimazione, e incitamenti vocali, la cimice si sgonfiò completamente in una grossa scorreggia nauseabonda. Da quel momento decisi non aiutare mai più le cimici dato il loro ricambiato odore evitando anche fraintendimenti che si fraintenderebbero fra di loro se decidessi di aiutarle tutte, le cimici.
E così anche ieri notte, lei stava ad attendermi anche se io non ero molto in vena di saluti dato il mio ginocchio devastato che mi dava un passo alla Iggy Pop.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna.
E il ginocchio sinistro è da 3 anni il mio tallone d’Achille a causa di quel legamento non più crociato. Tutta quella volontà di risistemarmi appare oggi di nuovo andata a fottersi dopo il nuovo gonfiore; e una cimice a sera mi fa solo pensare a quanto ci sia di marcio in me. Allora rivivi quei momenti delicati di una carriera sportiva finita prima che iniziasse.
Così ti rechi presto all'ospedale.
Sono le 7.30 e tu sei puntuale come segnato nell'avviso ma c'è già qualcuno che ti ha preceduto. Ti accomodi in fila, devi operarti e devi fare la fila per consegnare i moduli che hai completato e firmato a casa, nei quali alla domanda, se usa sostanze che hanno effetto sul cervello tu hai risposto: certo, la televisione, i politici, i giornali, la polizia, gli alieni, la chiesa, la vita stessa.
Arriva il tuo turno, sono le 8.15; hai atteso ben 45 minuti; consegni le carte alla segretaria dell'ufficio ricoveri, ti fanno firmare altre dichiarazioni, poi ti dicono che puoi accomodarti al terzo piano con il malloppo cartaceo in mano.
Prendi l'ascensore con la cartella sulle spalle, esci, leggi la targhetta sul muro che reca la scritta "terzo piano"; apri l'unica porta che trovi, entri in corsia, nessuno ti attende.
Avanzi tra stanze aperte con dentro pazienti di vario sesso. Poi finalmente trovi lo stanzino degli infermieri.
Ti si fa incontro una ragazza, saluti con la mano sulla fronte, ti dice riposo, ti fa strada. Ti accompagna alla penultima stanza del corridoio dove non batte il sole, dice 46 II è il tuo letto, 46 II è il tuo armadio.
Ti giri. Nella sala c'è un vecchio che dorme; sulla sedia c'è la moglie, sveglia. Poggi la mano sulla fronte e saluti, vengono da Barletta; pensi al tuo amico pugliese, rimani zitto col sorriso.
Ti spogli, ti vesti comodo, ti abbandoni al letto e aspetti.
Poco dopo arriva un'altra infermiera, qualche domanda e poi ti dice di aspettare e tu aspetti. Ti addormenti, quel posto rende stanchi e gli occhi si sbarrano a x.
Passano un paio d'ore, poi una donna entra nella sala e ti depila la gamba. Ti rade, ti solletica, ti pulisce, ti cura e rende la gamba bianca.
Ore 11, la stessa donna si ripresenta munita di carrozzina.
Preleva il vecchio, è la sua ora, e un po' del mio sangue. Lo porta via, la moglie lo saluta con la manina, tu mano alla fronte.
Ritorni a sognare con la persiana abbassata e il freddo che entra in questo luogo desolato. Quando ritornerà il reduce, se ritornerà l'anziano, toccherà a te, ti auguri.
Passano altre 2 ore.
Vai in bagno. La fai tutta, non vorrai avere complicazioni durante l'operazione.
Esci,vedi la carrozzina senza vecchio, è già sul letto; l'infermiera ti dice "sali" e tu salti sopra il lettino a ruote.
Attraversi il lungo corridoio, sorridi a chi ti osserva, qualcuno fa il segno della croce e tu preghi: preghi ad alta voce di non rivederle più certe persone.
Esci dalla corsia.
Arrivi davanti ad una porta, vedi sul muro una targa,"sala operatoria", la donna preme un pulsante e la porta si apre e tu entri, entri con tutto te stesso.
Ti stipano in una sala a destra.
L'infermiera col camice bianco ti fa ciao ciao con la manina e al posto suo arriva un infermiera col camice verde.
Ti fa appoggiare il braccio destro su un bracciolo.
Ti chiede come stai,
le dici bene,
ti infilza un impianto dal quale collega un flebo.
Poi arriva l'anestesista,
ti chiede come stai,
gli dici b-e-n-e,
ti dice:
girati sul fianco sinistro ti farò una siringa fra la settima e l'ottava vertebra,
tu dici b-e-n-e,
buca la pelle e penetra, e penetra finché tocca qualcosa ed esce.
Conti fino al 10:1-2-3-4-5-6-7-8-9-10,
nessuno si è nascosto ma le gambe inizi a non sentirle più, b-e-n-e.
Sopratutto la sinistra, quella che deve subire il taglio, sparisce da ogni tuo comando.
Passano 20 minuti, sono le 13.20 e ti spostano in un'altra sala, accanto.
L'equipe è pronta.
In mezzo secondo hanno tutti i coltelli in mano. Distendono un velo pietoso davanti al tuo pietoso viso per la privacy del tuo ginocchio; solo che alla tua sinistra c'è un bel schermo e da lì osservi le riprese dell'intervento.
Vedi pinze, aghi, pelle, globuli, leucociti, spaghetti, gomme.
Poi perdi interesse e quasi ti addormenti.
Qualcuno dal camice verde ti chiede come stai. Rispondi che hai freddo.
Pone un telo su di te; ora in un'altra dimensione sei:
soffi di anima emanano i tuoi pori respiratori e tu condensi in 14 secondi il ricordo di quando eri sano e pazzo; rivivi l'inverno sotto la neve con pupazzi verdi che staccano brandelli di pelle e giocano con tuo ovulo genitale;
non sei più bimbo.
Il cuore forma righe spezzate sul monitor, gambe paralizzate, pressione in una pompetta, segano, segano, segano.
Risvegli la tua fantasia, è tutto finito ora;
la guerra è finita, si ritorna a casa. Saluti i compagni, riponi le armi, lasci le tue medaglie come le sostanze interne ai medici.
46 II, eccola lì di nuovo la tua brandina.
Il vecchio dorme, sono le 15.
Ti trafiggono sull'impianto un flebo giallo e tu succhi, succhi tutto lentamente e poi all'improvviso ti prende la stanchezza mentre ancora metà del tuo corpo è morto.
Poi ti risvegli, ti sei appisolato per appena 10 minuti.
La moglie del pugliese ti chiede come stai, mentre lui russa, fai un cenno con la testa, non senti un cazzo, sei pieno di droghe, questo rispondi.
Continui a sospirare quasi stessi affogando e le gamba destra e mezzo culo si risvegliano come se la sera prima avessero bevuto.
Il tempo sembra non passare.
Devi pisciare. Prendi il pappagallo e lo infili sull'uccello. Spingi e spingi ma sei scomodo e da seduti è molto difficile.
Qualcosa esce e si riversa in parte fra le tue cosce.
Chiami gli infermieri, dici che devi pisciare.
Ti dicono falla.
Dici che non riesci e ti serve il catetere.
Non sai nemmeno cosa sia un catetere.
Tastano la tua pancia, rispondono che non sei pieno e devi bere tanta acqua.
Fai il difficile; incazzati ti infilano un cordone collegato ad una sacca attorno alla cappella. Non è una bella sensazione ma almeno sei felice.
La Tv è fissata alta sul muro, il telecomando è al tuo fianco ma proprio non hai voglia di fare qualcosa, compreso contemplare figurine su uno schermo, così dormi e dormi.
Hai freddo e ti copri, poi verso le 18.30 arriva l'infermierina e ti porta una minestrina.
Annaspi tra il brodo e mangi con tanta fame, ti sei fatto 24 ore di digiuno.
Ti senti risollevato mentre il reduce al tuo fianco ancora russa e la moglie l'osserva, osserva il suo vecchio cucciolo che riposa.
Tu sbuffi dalla noia, hai le palle piene, mentre al tuo cazzo è ancora attaccata la cannuccia per la pipì e mai capisci se fai uscire l'urina o se è solo un inganno del tuo corpo anestetizzato.
Arrivano le 20.30; stasera c'è la nazionale, ogni volta che ti sei operato ha giocato la nazionale, per cui accendi la Tv, ma hai sonno, perdi colpi e non segui la partita.
Sull'uno a zero per noi spegni tutto e dici good night al compagno di stanza.
La notte ti sembra interminabile.
Ti svegli alle una.
Poi alla due, alle tre.
Ogni ora osservi con la vista sbiadita il corridoio illuminato da una luce bluastra, mentre qualcuno in modo interminabile fa su e giù per le stanze.
Arrivano le sei. E' la sesta volta che ti risvegli.
Passa l'infermiera; ti fa bere una medicina.
Alle sette, ti misurano la febbre.
Averti che qualcosa non va. Hai mal di testa, nausea, tremolii.
I medici si alternano, ti dicono prendi questo e quello, ma niente funziona.
La colazione intanto rimane lì, accanto al tuo letto e non riesci a mangiare; troppa voglia di vomitare.
Arriva chi ti ha operato, ti visita la gamba ma stai male. Poi è il turno del fisioterapista.
Vuole farti alzare per fare qualche esercizio, tuttavia non puoi per la nausea.
Preghi affinché ti facciano andare in bagno per bagnarti la faccia. Hai tanta sete e le labbra si sgretolano però nessuno pare badarti.
Dopo ore che ti alzano e abbassano il letto si decidono a toglierti il catetere.
L'infermiera sfila il tubo dalla cappella e ti sembra di riversare tanta pipì nel letto mentre stai venendo e invece non succede nulla di questo. La sacca è piena di liquido.
Metti il tutore attorno alla tua malata gamba e ti alzi aiutato da un infermiere. Vai in bagno, pisci qualcosa di nero. Poi ti dai una lavata, le mutande sono gialle e fra le cosce è tutto appiccicoso.
Chiami l'infermiere, ti aiuta a rivestirti mentre il mal di testa e la nausea non smettono un istante.
Ti accomodi sulla poltrona, l'antidolorifico per cavalli ti aiuta a non sentire nessun dolore postoperatorio.
E poi aspetti di vomitare. Qualcuno aveva già appoggiato dei lenzuoli sul letto in caso di bisogno. Ne prendi uno. Chiudi gli occhi e spingi. Nulla esce, tossisci forte e quasi ti manca il fiato. Riprovi e un fiume di sostanze gialle sporcano il panno e il pavimento.
La moglie del vicino di letto chiama aiuto, l'equipe corre e ripulisce ogni traccia.
Ma non è ancora finita,il secondo round si fa ancora più duro e un altro lenzuolo si macchia.
E stai lì, quasi fiero delle tue budella.
Ti ricompongono sul lettino alcolizzato di medicine e narcotizzato di antidolorifici sbavi sul cuscino prendendo sonno.
Arriva anche l’ora del pranzo ma eviti con cura di ingurgitare un minimo briciolo d’aria. Nel frattempo i dottori fanno il check sound completo sul tuo ginocchio sostenendo che puoi tornare a casa.
Saluti il reduce al tuo fianco mentre dorme, attraversi i lunghi corridoio e oltrepassando le sbarre ti ritrovi ad essere libero.
Era solo un ricordo ma il dolore è persistente e la cimice è ancora lì che ti osserva.
D’altronde le cimici non hanno mai portato fortuna e ucciderle ti porta solo rimosso. Però un significato ci deve essere: una cimice non suona mai due volte alla stessa porta per sbaglio.
Allora faccio una piccola ricerca, e scopro.
Scopro che le cimici denotano grandi ricchezze future.
Un po’mi stupisco. Ho sempre pensato a quanto di lercio ci sia in questi insetti e tutto ad un tratto simboleggiano qualcosa di positivo.
Corro in cucina quasi per voler parlare e ringraziare l’insetto chiedendole:
perché io?
Accendo la luce e osservo il frigo.
Non c’è nulla.
La cimice è sparita, di lei nessuna traccia.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna, nemmeno per il mio ginocchio.
Spengo la luce. Anche se per poco è stato bello poter illudersi che quell’insetto avesse un significato diverso della casualità.
Mi volto e mi avvio quando sento un zzzz fermarsi da qualche parte.
Non oso accendere la luce, vorrei che il sogno continuasse anche al buio.
D’altronde le cimici non mi hanno mai portato fortuna ma da oggi ho motivo di credere che forse mi sono sempre sbagliato, anche sul mio ginocchio.
Simon Trumpet
sabato 24 settembre 2011
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