martedì 27 ottobre 2009

FAMIGLIA DI PLASTICA

Poteva ritenersi fortunata, ben sei mesi di servizio con due cambi di stagione. Non era minimamente mutata in tutto questo tempo, Nemi. I suoi lunghi capelli neri scendevano lungo i semicerchi delle sue guancie andando a formare semicurve all'altezza delle dritte spalle. Gli occhi erano rimasti fissi nella stessa direzione a scrutare ogni cosa che si muovesse nel mondo di fuori. Mondo che a lei non era mai stato concesso di sfiorare, nemmeno tramite il vetro freddo. La bocca socchiusa a forma di cuore aveva perso un po' di smalto, come il rosso delle sue lunghe unghie parte terminale di mani così affusolate da sembrare capillari sottili sottili. Mani morbide da suonatrice di piano che soffiano su tasti bianchi e neri come foglie autunnali che volano leggere leggere e secche di morte. Il busto era un giovane arbusto che si rammificava allungando le sue gambe e snervandole i muscoli in dolci ripiani dove l'acqua della pioggia poteva scivolare via verso le radici dei suoi piedi.
Ora, anche per lei era giunto quel momento che tutti noi attendiamo per un' intera vita.
Erano iniziati i saldi.
Non ci fu una musica solenne ad accompagnarla. Non ci furono petali di rose rosse nel giardino dell'Eden che lievi si poggiano verso il vento. Non ci furono lacrime e abiti neri. Non ci furono colombe bianche colpite al cuore ma solo un semplice fazzoletto con cui le fu tolto ogni segno di sorriso dalla bocca.
Serviva per servire un nuovo servo, qualcuno di fresco; si è vecchi a vent'anni, giovani a dieci, anziani al primo figlio.
Nemi fu messa a giacere seminuda nel ripostiglio in compagnia dei suoi simili.
Li, in quella stanza, venivano stipate quelle e quelli come lei, a fine carriera lavorativa e pronte per la raccolta differenziata. Un po' come in un ospizio, dove nonni e nonni vengono chiusi in stanzine in attesa che si decompongano. E tu dolce e caro nipote, amico, figlio, osservi attraverso una finestra i passaggi del degrado della loro pelle: ora rugosa, poi consumata, dopo lercia.
Ma ce sempre qualcuno che non ti dimentica e ti ammira per quello che sei, e non importa se è di plastica, di metallo, o d'argento la tua sensibilità.
Costui per Nemi era Iron.
Era lui che si prese cura delle sue parti in pensione, facendo il possibile per restituirle vitalità e bellezza di un tempo.
La bellezza detta anche "lo strumento" da coloro di quell'ambiente, un concetto però estendibile all'intera razza umana. Strumento di misurazione, di classificazione, di categorizzazione che stabilisce il grado d'apprezzamento degli altri verso di te e di conseguenza la tua fama, il tuo successo, la tua visibilità, la tua carriera in quel mondo d'alta moda in cui questo era l'unico sentimento di valore consentito.
Il ripostiglio era al buio, non c'erano finestre e quel poco di luce che entrava filtrava da sotto la porta. Ogni volta che qualcuno metteva piedi li dentro una nuvola di polvere s' inalzava creando l'effetto della nebbia. Un luogo dimenticato dove addossare gli addobbi natalizi o per farsi una santa scopata fra colleghi.
Iron ricordava quando Nemi splendeva su quella vetrina affacciata alla strada del corso, illuminata notte e giorno da piccoli faretti posti sopra la sua testa e sotto ai suoi piedi. Sicuramente lei era la più bella delle colleghe e non per niente si trovava al centro dell'allestimento. Quella pelle scura in polistirene così liscia avvolgevano i suoi sensi come una colata di cioccolata calda e dolce da renderlo così sensibile ad assaggiare quel corpo.
Indossava per la sua ultima stagione estiva una gonnellina verde acqua stretta in vita che andava allargandosi all'altezza delle ginocchia, dove terminava. Calze bianche con dei pizzi a forma di fiori si estendevano lungo le gambe e una maglietta a maniche corte con strisce azzurre-bianche avvolgeva il suo corpo. Infine il suo piccolo seno era coperto da un misero reggiseno che non assicurava nessun calore a quel petto.
Gli abiti che ricoprivano i manichini spesso avevano imperfezioni e si allargavano stando sempre appoggiati su quelle ossa finte, ed era per questo non venivano mai venduti, ma per Nemi non ci fu nessuna pietà, nessuna compassione.
Come ogni Lunedì mattina a Iron toccò il turno di riposo, ma mai si sarebbe aspettato nulla di simile al suo ritorno. Felice e contento di un lavoro che solo ora aveva iniziato ad avere un significato ebbe uno stato di malessere quando vide che quei faretti nella vetrina non illuminavano più niente. Corse dentro il negozio in uno stato quasi di delirio col cuore che batteva a mille in cerca di Nemi e la vide là nel ripostiglio in piedi come una vecchia scopa. Con le mani si coprì il seno: le erano rimaste sole le mutande. Era tutto ciò che restava della fortunata stagione estiva. Quello che indossava fu venduto ad una ragazzina che voleva osservare da vicino quella bellezza nuda e umiliata, con l'odio d' invidia che si genera dai modelli televisivi basati sul fisico e non sull' intelligenza, a cui questa bambina voleva assomigliare.
E' così strano credere come un abito possa vivere con chi lo usa.
Una goccia cadde dalle guancie di Iron.
Ma Nemi era ancora viva, nuda ma viva. Forse a causa del suo splendore fu semplicemente appoggiata al muro da quei carnefici, mentre le altre ragazze della vetrina furono gettate come sacchi della spazzatura e ora giacevano morenti fra gli addobbi e le scatole di Natale. Per loro non ci fu niente da fare, era arrivato tardi.
Dispiaciuto per l'accaduto, il giorno seguente Iron si recò a lavoro in anticipo di dieci minuti per rivestire Nemi con alcuni abiti indossati dalla madre quando era in giovane età. Erano un po' fuori moda ma almeno l' umiliazione della donna sarebbe finita. Nemi assunse un' espressione sollevata; non doveva aver passato una bella notte.
Ma lei non era la prima a essere salvata. Anche Mr Mi, Am e Siria subirono sorti simili e anche allora, Iron si era preso cura di loro sottraendogli ad una morte certa. Siria sopratutto doveva ritenersi una miracolata, perchè era stata ricomposta dopo una serie di botte subite da un commesso violento. Ci vollero tutte le pause di una settimana lavorativa per ricomporle i pezzi. Non sempre però Iron riusciva a sistemare tutti gli arti ai manichini feriti. Capitava che nella caduta che subivano, come sorta di omicidio vendicativo da parte di chi doveva vestirle per mesi, si perdevano o spezzavano le viti interne che reggono lo scheletro di plastica e infatti il pavimento risultava essere un cimitero di braccia, gambe e teste senza nome. Inoltre c'era qualcuno che si divertiva a rubare una tetta, un piede, un busto, chissà per quale scopo, rendendo spesso gli interventi impraticabili se non impossibili.
Iron non si demoralizzava, anzì, aveva già pensato di sostituire le braccia mancanti alla povera Kila con due attaccapanni, mentre per le gambe di Steve voleva usare uno di quei appendi abiti con le rotelline.
Avrebbe fatto di tutto per loro, per la sua famiglia, la sua famiglia di plastica.
Durante le pause pranzo, invece di recarsi al bar o di stare in compagnia con i colleghi, preferiva trascorrere il tempo nello sgabuzzino. Si sedeva tra di loro, ricuciva una maglietta sfibrata, stringeva un foulard attorno al collo di una delle signore, o scambiava piccoli pareri sui nuovi arrivi. Nemi spesso stava in silenzio, si poteva intravedere da quei suoi occhi scuri una timidezza fine a se stessa.
Ma la situazione non era facile: i suoi colleghi sapevano tutto su Iron e malvedevano quei suoi comportamenti familiari con i manichini, quasi invidiosi della sue donne.
Un giorno entrando nella stanza trovò Isma, un ragazzo che lavorava li da pochi mesi, seduto sopra Am. Notò chiaramente il membro del collega uscire dalla zip mentre la ragazza aveva i jeans abbassati e una cintura stretta attorno al collo.
Rimase scioccato, più della stessa Am.
Non poteva crederci. Isma scappò recuperando la cintura. Non ebbe la forza di urlare e picchiarlo. Ripulì il viso della donna sporco di saliva e altro rimanendo in silenzio.
Uno stupro davanti ai suoi occhi. Avevano violato qualcosa che lui aveva creato col suo amore. Strinse attorno a sè la sua famiglia e bagnò con le sue lacrime le teste perfette di quelle figure indifese.
Era impotente davanti a questa situazione, non poteva recarsi dal direttore a raccontare dell'accaduto, l'avrebbe licenziato se fosse venuto a sapere che manteneva in vita dei manichini. Aveva paura ora, non sapeva cosa fare, non poteva contare su nessuno a difesa di chi amava e sapeva che quello era solo l'inizio, perchè gli altri avrebbero approffitato della situazione.
Tornato a casa quella sera fu sovrastato da un senso di vuoto. L'incolumità di persone innocenti era stata violata. E' questo quello che fanno gli uomini: rovinano la serenità di altri individui per divertimento, per piacere, per amore. E' questo che fa l'uomo: distrugge per avere, rovina per rinascere, sconvolge per maturare, amazza per generare.
Passò un po' di tempo, la situazione ritornò alla normalità. Iron dimenticò quello che era successo e riprese a respirare. A volte la troppa sicurezza e la troppa fiducia ci inducono a non pensare, a non considerare, a non temere il nemico. Era stato ingenuo, lo sapeva, se solo avesse avuto le chiavi di quella stanza, ma ora il peggio sembrava passato, anche l'odio andava svanendo.
Poi un Lunedì pomeriggio la paura ritornò.
Iron arrivò a lavoro ansioso di vedere la sua famiglia dopo il week-end, aveva con sè una scatola di cioccolatini fatti da lui il giorno prima. Elegante con tanto di cravatta sopra la camicia bianca entrò sorridendo nello stanzino. Appena aprì la porta i suoi occhi però si strinsero. Lasciò la scatola che cadde a terra. I cioccolatini iniziarono con movimenti circolari a correre lungo tutta la stanza. Stava per urlare ma si trattenne. Nemi, Mr Mi, Am e Siria erano legati e imbavagliati. I loro corpi erano immobili e freddi come se fossero morti. Le donne erano nude con le gambe aperte. Spuntavano braccia amputate di altri manichini dalle loro vagine, mentre Mr Mi era piegato in avanti con ancora delle macchioline nell'area anale.
Ebbe una fitta dolorosa. Si sentì male come se il cuore gli stesse bloccando la gola. L'aria iniziò a mancargli mentre i suoi occhi si facevano grossi e gonfi in cerca d'ossigeno. Si inginocchiò per gli sforzi di vomito che prepotenti risalivano dallo stomaco. Tossì forte un paio di volte, sputando sul pavimento un liquido verde. Non aveva mai visto una scena così schifosa. Avebbe voluto castrare quei vili maiali in quel momento.
Povere le sue creature, pensava, era esterefatto.
Ripulì con uno straccio quei corpi freddi, li rivestì e raccolse i cioccolatini buttandoli nel cestino. Poi corse in bagno per sciacquarsi la faccia e sistemarsi.
Come si poteva fare una tale violenza nei confronti di donne indifese?
Ancora una volta i suoi sentimenti erano stati violati.
Stupri di massa tenuti a tacere come capita ogni giorno a migliaia di donne nel mondo, e ora, pure lui si sentiva una di queste vittime del cazzo.
Doveva reagire. Capì che l'unico modo per proteggere la sua famiglia da quei maniaci, fosse quello di rendere quelle modelle delle persone normali.
Regalò a Nemi un maglione viola e sostituì la gonna della madre con dei semplici jeans. Così fece con gli altri. Coprì le loro pelli con abiti che non potessero attirare l'attenzione di nessuno. Levò il trucco da quelle guancie facendo apparire lievi forme di acne, mentre a Mr Mi lasciò crescere un po' di barba. Spettinò i loro capelli e poi con uno specchio mostrò loro quel viso naturale da troppo tempo nascosto.
Ora erano persone normali, senza fama, senza gloria, disontossicate dalle mille attenzioni che genera ciò che è bello, che genera ciò che è scopabile.
Si strinsero attorno ad Iron, volevano dirgli grazie ma la loro voce era stroncata dalla commozione.
Iron ebbe ragione, solo pochi sanno vedere al di là della bellezza fisica.
Nessuno mise più piede dentro il ripostiglio. Ora l'attenzione dei suoi colleghi era rivolta ai quattro fusti sistemati per la vetrina dei saldi. Iron ne approfittò per ordinare lo stanzino. Raggruppò gli arti rovinati e le parti mancanti dentro dei scatoloni da consegnare a chi cercasse qualcosa d'amare. La polvere sparì da quella stanza ed assunse le sembianze di una casa ordinata, pulita, vivibile e adatta per persone perfette come i suoi familiari.
Nuovi stimoli muovevano gli atteggiamenti di Iron nella vita di tutti i giorni, ora.
Un mese dopo circa finì la stagione degli sconti.
Iron si aspettava una nuova mattanza verso i malcapitati. Si era già preparato per accudire e riparare i nuovi vecchietti. Così come ormai di consegueto, per non sconvolgerlo, nella mattinata libera fu svuotata la vetrina.
Arrivato a lavoro, però non andò subito a controllare il ripostiglio. Attese. Verso le sei del pomeriggio, visto l'assenza di clienti, entrò.
I quattro stavano in piedi, intatti, vicini agli altri.
Forse avevano capito, il tempo delle brutalità era finito.
Incredulo osservava la stanza completamente in ordine come lui l' aveva lasciata.
Una voce lo svegliò da quell'abbaglio. Era Carl, il direttore che lo avvisava che il giorno seguente avrebbe dovuto sistemare Nemi, Mr Mi, Am, Siria per l'allestimento invernale.
Certo, rispose ancora più confuso. Da un lato era estremamente felice perchè la sua famiglia ritornava sotto i riflettori e nei prossimi tre mesi sarebbe stata sotto la visione di centinaia di persone. Dall' altro non capiva se Carl fosse venuto a conoscienza della manutenzione che lui operava nello sgabuzzino, e per promuovere il suo amore avesse deciso di usare la sua famiglia invece di ordinare altri manichini.
Fatto sta che all'indomani di buon gusto pulì per bene quei corpi. Poi li rivestì con abiti adeguati al rigido inverno e spostò tutti con molta cura nella vetrina. Mise Nemi al centro, alla sua sinistra Am, alla destra Mr Mi e infine Siria.
Spostò le luci dei riflettori in modo che tutto il fascio di luce potesse splendere su quei volti felici del nuovo lavoro. Tutti insieme, ancora una volta inseparabili.
Un bel regalo tanto sognato; poter ridare importanza a qualcuno dimenticato da tutti.
Ora la mattina si fermava davanti al negozio qualche secondo, compiaciuto, prima di entrare. Dimenticò quanto aveva sofferto.
Ci si avvicinò a Natale. A Iron piaceva molto quella fase preparativa, tutti insieme ad allestire addobbi e palline in attesa dei giorni che portano la pace e la gioia nei cuori delle persone.
Andò a cercare lo scatolone delle cose natalizie nel ripostiglio, di cui non si era più preoccupato di curare con la consapevolezza che tutto si era sistemato.
Aprendo la porta una nuvola di polvere salì verso l'alto, come nei momenti peggiori, e come nei momenti peggiori accendendo la luce trovò un nuovo cimitero riverso sul pavimento. Teste, mani, gambe, busti, ciglia, contenuti nei vari scatoloni erano stati di nuovo profanati e i quattro manichini dei saldi violati nei peggiori dei modi.
Catene, manette, frustini coronavano i corpi di questi, un piede di uno di essi era infilzato nell'ano di un altro. Macchie marroncine comparivano sui muri, sulle faccie dei poveri. L'odore era molto intenso e assomigliava a quello di un formaggio troppo stagionato. La cosa più oscena fu che a uno di essi fu disegnato anche un pene sul finto pacco. No, non fu un semplice diversivo creato dai quattro per riempire il tempo.
I maniaci erano ritornati all'opera, più decisi e in modo più estremo.
La sua famiglia era di nuovo in pericolo. Non poteva far finta ancora di niente e il suo animo sensibile richiamava vendetta anche per questi ultimi innocenti. Era troppo, doveva finire questa persecuzione.
E il tempo delle morti deve finire su quei sguardi inoqui che di notte nel buio delle loro paure, pensano e ripensavo agli abusi subiti e nessuno consola la loro trita tristezza consumata in anni e anni di silenzi mentre te, stupratore, col sorriso violi un altro bambino.
Collante ed estratti di piante urticanti. Questi due semplici ingredienti servivano.
I carnefici avevano finora sempre agito il Lunedì mattina, quando Iron era assente.
La neve già scendeva fitta in quell' inverno giunto presto. Le strade erano bianche, le persone si coloravano di bianco, il viso di Nemi si rifletteva bianco sulla vetrina.
Durante il periodo natalizio si lavorava pure la Domenica pomeriggio; la folla assaliva i negozi per i dovuti e inutili regali. Così alla sera di quella giornata festiva Iron si recò nello stanzino. Con una piccola torcia prelevata da casa e dei guantini, come un perfetto ladro, operò la sua vendetta. Chiese gentilmente ai quattro se erano disposti ad aiutarlo a porre fine ai quei soprusi nei confronti di tutti loro. La risposta fu unanime: avrebbero sofferto per un' ultima volta affinchè giustizia fosse fatta.
Spogliò i quattro piegandoli in avanti ad angolo retto e poi mise nei loro ani l'estratto alle piante urticanti col collante. La colla non era di quelle a presa rapida ma di quelle utilizzate dai piastrellisti, per cui ci volevano dalle sei alle dodici ore per aderire completamente.
Il giorno seguente si svegliò molto tardi, aveva deciso di non fare niente quel Lunedì mattina. Un lungo caffè fumante beveva, osservando fuori dalla finestra dei bambini biondi come angeli giocare nel parchetto sotto casa nel manto innevato. Correvano felici e spesso cadevano sporcandosi di neve. E anche lui, nel suo cuore avvertiva uno stato di gioia con la consapevolezza che qualcosa sarebbe cambiato da quel giorno e non gli importava se per lui ci sarebbero state conseguenze negative.
Col capotto pesante si avviò a lavoro. Il sole splendeva, le persone sembravano serene: domani sarebbe stato Natale, un Natale con la neve.
L'autobulanza era ferma davanti al negozio: stavano caricando Isma che ancora urlava dal dolore. Come se nulla fosse, Iron posò le sue cose e iniziò a piegare dei maglioni. Poi arrivò Carl e gli raccontò di quanto era successo. Disse che solamente ora i medici erano riusciti a staccare il pene di Isma, mentre per Samir non ci fu nulla da fare, dovettero amputargli il menbro. Sapevano tutti che era stato lui, ma di certo denunciare Iron significava denunciare se stessi per quei stupri.
Dei due martiri non rimase più nulla, segati a metà furono gettati nella spazzatura. Carl riferì che al momento della loro morte nessuno urlò ma anzi avevano assunto una sorta di sorriso compiaciuto nei loro sguardi.
Adesso tutto era finito.
Sapeva che quello era un' addio; Nemi, Mr Mi, Am e Siria, non deveno più temere niente, erano salvi, quello era il suo ultimo regalo. Salutò commosso uno ad uno attraverso la fredda vetrina e poi dietro il buio della notte sparì mentre la neve ancora cadeva.
Le campane di mezzogiorno lo svegliarono. Aveva dormito male e poco, sogni e ricordi confusamente si erano intrecciati nella sua mente, momenti intensi che non avrebbe più vissuto.
Sbadigliando e in pigiama andò in bagno, ma sentiva nell'aria qualcosa di strano. Era un calore, una sensazione che lo riportarono con la mente a giornate come quelle vissute da bambino, con il fuoco acceso, i regali sotto l'albero e sua madre pronta a fargli gli auguri.
Un'allucinazione, l'effetto della notte insonne doveva essere. E invece no, sentiva anche delle parole provenienti dal soggiorno, non capiva chi fosse, si preoccupò e senza farsi sentire attraversò il corridoio. Si fermò sulla porta e con la coda dell'occhio spiò dentro la stanza. Am stava sistemando gli adobbi sull'albero insieme a Siria, Mr Mi invece era intento ad accendere il fuoco, mentre la sua Nemi scriveva gli auguri su un bigliettino.
I singulti attirarono l'attenzione degli altri su di lui. Appoggiato alla porta piangeva come un bimbo. Era stato Carl. Carl aveva deciso di portare tutti a casa sua, aveva capito che senza di loro Iron non avrebbe vissuto felice.
La piccola Nemi di nuovo nelle sue braccie, quel piccolo cioccolatino sorrideva abbracciata a colui che l'aveva resa una cosa importante, a colui che aveva reso vivo qualcosa di morto, a colui che aveva fatto capire ad altri uomini l'importanza della dignità delle persone, delle donne, di ogni creatura sensibile.
La sua famiglia, la sua famiglia di plastica lo abbracciava forte in quel Natale nevoso.

Simon Trumpet

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