lunedì 5 ottobre 2009

UNA SERA COME LE ALTRE

Doveva essere una sera come le altre.
Ero andato al bar con gli amici, avremmo bevuto qualcosa,parlato del più e del meno e poi assonati e ubriachi saremmo ritornati a casa.
Entrammo nel locale. Quattro vecchi giocavano a carte su un tavolino pieno di bicchierini, mentre altre persone bazzicavano per la sala e una zoccola era ferma davanti la porta del cesso.
-Cosa posso portarvi signori?-
Chiese il barista.
-Per me e John un Jack doppio e per il buon Mich uno Scotch con ghiaccio sempre doppio.-
Risposi.
La serata era tranquilla. Sul televisore posto sopra il banco, fra le bottiglie di whisky e soda, mostravano un programma di seconda fascia, che nessuno seguiva ma che attirò momentaneamente la mia attenzione.
Si trattava di uno strano gioco,forse poker, o qualcosa di simile, in cui di volta in volta qualcuno dei partecipanti doveva spogliarsi di un indumento, forse colui che vinceva la mano ma non capivo niente di quello che veniva detto a causa del volume troppo basso.
Il presentatore era un signore di mezza età, biondino con dei baffetti curati a perfezione, ricordo che anni fa conduceva vari talk-show sulle reti nazionali, ora si faceva grasse e brutte risate ogni qual volta qualcuno si calava i pantaloni.
Durante la trasmissione era circondato da delle conigliette con le tette al vento e una misera gonnellina nera che copriva ben poco di quelle tozze gambe che avevano.
Il baffo non le staccava mai lo sguardo quando queste si esibivano in una balletto tra un stacco pubblicitario e l'altro.
Già me lo immaginavo finito il programma in compagnia di queste befane nel camerino a farsi spompinare a suon di risate e schiaffi su quelle mollicce chiappe.
Prendemmo l'alcol e ci sedemmo in mezzo alla sala.
I miei compagni iniziarono a parlare, mentre io ero assolto in altri pensieri.
Mi misi ad osservare il locale.
I quattro vecchi iniziavano a scaldarsi. Ad ogni mano di carte le bestemmie aumentavano come i bicchierini di Red Label rovesciati sul tavolo e sul mazzo.
Uno di loro sembrava particolarmente nervoso e si stava mangiando il sigaro che aveva in bocca invece di fumarselo.
-Ehi Mary,vieni qua a pulire!-
Urlò sputando, dopo che si inzuppò le maniche della camicia nella pozzaghera formatasi sul tavolo.
Mary doveva essere la moglie del barista; un uomo mite, che evitava rogne con i clienti e permetteva pure che qualcuno toccasse il culone della sua compagna.
La donna era alta dagli occhi azzuri, indossava un jeans e un maglione bianco con una traversa gialla sopra. L'espressione che aveva era quella di una signora frustata da anni e anni di pulizie in quel locale sgrondante di fumo e birra.
Alla mia sinistra su un altro tavolo, c'erano due uomini sulla quarantina, probabilmente operai mettallurgici di qualche fabbrica dell'est. Parlavano di football come se fossero stati eletti i migliori coach dell'anno,anche se dai fisici che avevano di palle in vita loro ne dovevano aver viste poche.
Ma che cazzo ne sapete voi, pensavo, se Cole deve giocare più largo o più centrale, idioti. E poi la vostra opinione conta qualcosa? Comunque lo faranno giocare più indietro e la vostra squadra di merda continuerà a perdere nonostante le vostre lamentele.
Non avevo ancora assaggiato il mio Jack, quando vidi la puttana entrare in bagno con un uomo.
Il locale assomigliava a quei vecchi saloon western, con tavolini e sedie seccati e usurati dall'alcol e dalle sbornie. Le luci erano soffuse e rendevano i muri sporchi di un colore verde acido; non era di certo il miglior luogo per portare la moglie a bere. Sulle pareti comparivano delle stampe in bianco e nero sparse in modo casuale. Una recava la foto di un bambino in carrozzina con la scritta "Il futuro siamo noi".
Mi accesi una Pall Mall e feci un paio di tiri. Nel frattempo entrarono due donne, a cui non diedi importanza.
Poi sentì il vecchio col sigaro parlare ad alta voce.
-Non ci vedi? Qui devi pulire, puttana da quattro soldi.-
Vidi Mary strofinare il panno sulla tavola e poi finito, scoppiò a piangere.
Fermai la donna con le guancie ancora bagnate di lacrime.
-Tutto bene?-
Le chiesi.
-Si non ti proccupare, ci sono abituata.-
-Non dovresti lasciarti trattare in quel modo. Ascolta porta un Jack a quello col sigaro e digli che le signore non si trattano in quel modo.-
Mary obbedì, portò il bicchiere al vecchio e riferì il messaggio.
L'uomo si girò, mi fissò e alzò il bicchiere.
Alzai anchio il mio whisky verso l'uomo e bevvi.
-Uomini così non se ne trovano.-
La voce proveniva dalle mie spalle.
-Possiamo sederci con voi, signori?-
-Certo-
Risposi.
Erano le due donne che erano appena entrate nel bar.
John e Mich ignari di quanto era accaduto sorpresi si allargarono per fare spazio.
Con un sorriso richiamai l'attenzione della cameriera. La donna accorse.
-6 Jack Mary,perfavore.-
-Allora buon uomo posso sapere il tuo nome,disse una di loro.-
-Trumpet signorine, e questi sono i miei amici John e Mich.-
-Io sono Pamela e lei è Cristal.-
Rispose colei che finora aveva sempre parlato.
Pamela era decisamente incantevole, capelli lunghi e castani, labbra carnose coperte da un leggero rossetto rosso. Vestiva con tacchi alti e un vestitino nero con pallini bianchi distesi su tutto l'abito che le lasciava scoperte le spalle; decisamente di classe e inisuale per un posto del genere.
L'amica invece era bionda, capelli ricci, vestiva più casual, con dei pantaloni viola stretti e una magliettina bianca. Sembrava più giovane di Pamela, la pelle del suo viso era ancora bella liscia.
Lasciai Cristal agli altri, a me interessava solo lei.
-Cosa ci fa un'affascinante donna come lei in un luogo del genere.-
Chiesi a Pamela.
-Cercavamo un posto con dei veri uomini e a quanto pare uno l'abbiamo trovato.-
-Ci sono circostanze e momenti in cui le donne vanno toccate, poi per il resto bisogna solo guardarle e desiderarle.-
-E quali sarebbero le circostanze e i momenti in cui una donna dovrebbe essere toccata?-
-Quando la si ama e quando lei vuole essere felice.-
-Devi essere un rubacuore tu, Trumpet.-
-Anche le parole hanno un loro peso e di certo non potrei mai dare della puttana ad una donna.-
-Sei molto interessante.-
-E tu incantevole.-
-Mi piacerebbe saperne di più su di te.-
-Tutto ciò che desideri,madame.-
Pagai il conto e salutai i miei amici.
Sai, mi disse, forse la bellezza estriore non conta nelle persone, mentre ci dirigevamo verso il suo appartamento a piedi.
-Le persone sono come un frutto, possono avere l'aspetto e la forma migliore, ma finchè non le assaggi non puoi sapere se sono buone dentro.-
-Sei anche saggio, Trumpet, mi sorprendi.-
-Sto solo cercando di farmi mordere da te.-
-Prima dovrò sbucciarti col coltello.-
-Dimentichi anche che mi devi risciacquare.-
-Tanto continuerai a rimanere sporco comunque.-
Giungemmo a casa sua.
Non abitava lontano dal locale. Si sfilò le scarpe e io gliele presi, prima di salire le scale che portavano al suo appartamento.
Si trattava di un monolocale con un grande soggiorno. Al centro della stanza c'era un materasso steso a terra. Di fronte ad esso la tv era rimasta accesa, era sintonizzata su un programma musicale e a rotazione mostrava videoclip di nuove band emergenti.
Mi fece sedere sul materasso. Da li potei osservare il resto della sala che alle pareti aveva dei quadri molto strani, astratti, con linee che si intrecciavano formando strane figure.
-Sei tu che hai dipinto quei quadri?.-
-Si, una vecchia passione.-
Rispose passandomi un bicchiere di Anima nera.
-Io mi diverto a scrivere.-
Dissi.
-E scriverai anche di questa sera?.-
-Dipende da come si conclude.-
Sorrisi.
Si poggiò sopra la mie gambe.Il profumo di liquirizia dell'alcol inebriava la sua pelle più di qualsiasi stupido Chanel. Mi scrutava con i suoi grandi occhi scuri e i suoi respiri sfioravano le mie labbra.
-Rendimi felice.-
Disse.
Posi una mano sul suo collo, era freddo. Con l'altra mano le strinsi il ventre chiudendo gli occhi e semplicemente toccai quel leggero rossetto che mi colorò le labbra mentre l'Anima nera si spargeva nelle nostre bocche, sulle nostre guancie, sulle nostre orecchie.
Anche fra le sue gambe sentivo il gusto di liquore e io bevevo meglio di qualsiasi alcolizzato, bevevo il miglior wihsky della mia vita e lei pareva dirmi quanto questo lecare le piacesse sputando goccioline di saliva che scendevano sopra la mia testa.
Le tolsi quel vestistino a pallini bianchi e lo sostituii col mio corpo caldo.
Come una coperta l'avvolgevo e la coprivo cercando di non lasciarla scoperta un istante.
E la sua pelle trasudava e parlava, urlava, schiacciava i mie sensi in quel buco a volte così profondo e distante, invece ora così morbido, amico, sensibile.
E come le linee dei suoi quadri disegnavamo figure, movimenti, incroci di gambe, braccia, seni, con i nostri corpi che si coloravano, con il mio pene che si arrossava, la sua vagina che si faceva rosa, con le labbra sempre più rosse e i suoi seni sempre più violacei.
Stavo diventando un perfetto pittore e usavo il mio pennello con maestria tingendo morbido e pesante in base alle sue sensazioni. Un dipinto perfetto andavo riproducendo e poi quando diedi l'ultimo tocco di bianco, lei commossa, esclamò entusiasta per la riuscita dell'opera immergendosi con tutta se stessa in quella spruzzata di colore.
Riposi il pennello.
Lei si staccò dalle pose assunte e si appoggiò comoda sul materasso.
Ansimava senza darsi pace.
Il colore si stava seccando attorno alla sua bocca e sulla sua pancia, ma non volevo toccare il mio capolavoro.
Così la lascia li : sospirante, sudata, bagnata, dipinta, sbavata, bella, bellissima.
Finii di bere la mia Anima nera che avevo lasciato accanto al letto, mentre la sua anima era finita su un bigliettino con il suo numero di telefono.
-Devo andare.-
Le dissi accarezzandoli i seni.
-Chiamami, uomo.-
Rispose con un filo di voce.
Uscii dall'appartamento. Puzzavo ancora di sesso e liquore. Presi la strada che conduceva al bar in cui l'avevo conosciuta.
Sorridevo camminando, e fischiettavo qualche stupida canzone.
Giunto in prossimità del bar, sotto l'insegna luminosa azzurra, intravidi una figura.
Avvicinandomi sempre di più capii che era una donna, anche per la minigonna che ora vedevo chiaramente.
A pochi passi mi fu chiaro chi fosse : si trattava della puttana che era parcheggiata nel cesso del bar.
Pensai che il locale avesse chiuso e lei si fosse messa fuori a cercare fortuna.
Al mio passaggio stese un braccio afferandomi per il colletto.
-Ehy man. Hai un posto per me, nel tuo letto stasera?.-
-Certo baby, andiamo.-
D'altronde si sa, anche per il migliore dei pittori, non sempre i soggetti rappresentati possono essere i più perfetti.

Simon Trumpet

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