giovedì 9 settembre 2010

SACRA VERGINE MORTALE

Nella notte del cielo cantante,
ho sognato di mangiarmi il mio cervello.
Era così tenero e croccante,
avrei pensato che ci fossi tu, per un istante.

I miei amici si sono inchinati,
hanno lavato, di seguito, i piatti.
Era un strano mondo, quello,
tutti attorno a gridare ubriachi.

Ogni cosa pensata si è sciolta,
come una crema di ricotta;
è stato anche bello sai,
vedermi morire fra le mie mani.

Distaccavo brandelli con i miei coltelli,
e svanì ogni ricordo passato;
tutti insieme abbiamo guardato:
sangue amoroso! Avete gridato.

All'interno del mio cranio,
niente più è rimasto,
tale e quale a come sono nato,
ma nessuno, si è lamentato.

Sono il tuo odio, sono la tua pace,
sono la tua disfatta, sono una stella
fatta, sono quello che nessuno vuole,
sono colui che annusa le povere viole.

Nel buio di quel piccolo buco,
si innalza il senso di rinascita,
questa vita è solo una mela marcia,
tutto qui, è segno della tua traccia.

Il flusso si è spento, oggi è il giorno
del sacramento. L'agnello nel fuoco
trae beneficio per il suo sacrificio,
i miei occhi sono la notte, le mie parti sepolte.

La speranza è una gabbia chiusa,
non potrei dire di non averci provato,
nel furore dell'incendio mi sono illuminato,
è così che mi è apparsa la tua disfatta.

Guarda a quello che pensavo,
ogni tuo sorriso sarà insanguinato,
sarò ancora il tuo frutto preferito,
colui che ha deciso di finire seppellito.

Le lacrime si diffondono dai miei occhi staccati,
tutti i miei sogni da scarpe calpestati,
la retina s'aggrappa alle tue pelli,
raschi i mie sensi di primavera violati.

La materia grigia è quella sulla tua camicia,
la lavi come se puzzasse d'ossa di liscivia,
all'inferno berremo olio d'oliva,
è così confortante il vomito che striscia.

Nel mio mondo immaginario,
le orde di schiavi frustano l'amore,
nella mia vita desiderata,
un buco alla testa mi ha ridato vigore.

E satana siede nel nostro cerchio,
l'osservo come se fossi allo specchio,
l'angelo nero consola il mio cuore,
alimenta col tuo nome il mio tumore.

Un'altra vita che è andata,
un'altra vita che è rinata,
un'altra vita che è fiorita,
un'altra faccia che è sparita.

Il funebre momento ha, i colori bigi,
le mani sono colate di sangue scuro,
il tuo sguardo un riflesso del buio,
non sono sicuro di essermi perso nell'oscuro.

Ti aggrappi alla tua croce,
nell'inferno ti illumina il signore,
là, dove il miele disciolto t'incanta
dal lungi essere frutto infernale.

Oh sacra vergine mortale,
non ti curare di aver male,
qua, dove tutto di rosso esplode,
cantiamo per te, ogni beata lode.

Costruiremo un bell'altare,
sul quale morta vorremo vederti adagiare,
qui, accanto ad ogni malato terminale,
qui, col tuo cuscino di forma maiale.

La pioggia è una resina dalla quale non ti puoi staccare,
come quando, per la prima volta, mi misi a guardare
quella piccola parte del tuo fiore,
che ora s'adagia sulla lastra che ti dice di ricordare.

L'innocenza scorreva sul libro scritto per sognare,
ma con la vasellina hai cancellato ogni rima,
ogni gusto mi hai tolto e nulla è come prima,
ma l'anima più bella è quella che ancora osa provare.

Ed è così che il sogno è svanito,
nulla ricordo, se no, che tu sei ancora lì,
appesa come un quadro sbiadito
che aspetta di essere gettato là, nell'infinito.

Abbraccia, di tanto in tanto,
le persone che hai ferito,
la vendetta col tempo rimane ferma,
tutto si risolve, se vuoi un amico.


Simon Trumpet

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