E ora che ti ho detto il mio nome, la mia identità, il mistero è svanito e nulla è più recuperabile, nemmeno la memoria. Ti prego non tremare dietro il mio viso, non sgocciolare tremuli sorrisi, non cucire un'approssimata intelligenza. Ora che mi sono rilevato è brutto essere se stessi. Compiango la mia mancanza di libertà ora; compiango il crudele essere che siamo, noi, noi che nella foresta ci sentiamo lupi, nell'acqua squali, nei cieli falchi, ma sulla terra semplicemente artificiali. Ora solo il consumo di plastica ci assimila, solo il cemento sa trasmetterci calore (anche le pietre sono più forti di me, adesso), e te, e te non ridere non ho ancora la mononucleosi e non scindermi come un'atomo, ti prego, vieni, ruota come un elettrone.
Forse hai ragione: è meglio lasciarci qui per non contaminarci, per non illuminarci, per non calamitarci uno contro l'altro. Il teatro è aperto ma è un turbamento recitare e così tu pensi che recito, ma non so mentire eppure ho gli occhi aperti e tu non guardi mai dentro. Soffoco nella penombra e così buio ormai, ma non importa morire, l'importante è che tu ti ricorda di me, non il mio nome, me, quello che sono non il mio nome, non il mio numero, ma quello che ti ho dato, quello che hai provato, quello che hai consumato di me anche in un solo minuto. Ciò che importa è che io sia un gene e che da te venga trasmesso in modo che io viva...
(da una pagina ritrovata fra tante)
Simon Trumpet
lunedì 3 ottobre 2011
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