sabato 6 febbraio 2010

LA CURA

«Voglio che lei mi curi, dottore.»
Concluse Vika.
Prese la ricetta uscendo dall'ambulatorio a testa bassa.
Si recò in farmacia con un passo monotono e stanco per le vie di un paese silenzioso e innocuo alle tre del pomeriggio.
L'insegna verde e con la croce rossa segnalò il suo arrivo. Anche con lei il miracolo si compì: la fotocellula aprì le porte come fece Mosè col mare. Un fascio di luci bianche investì la ragazza rendendole la testa lucida mentre col suo naso poteva odorare l'aria medica della farmacia.
La bionda farmacista dal lungo camice bianco si avvicinò alla piccola.
«Dimmi tutto tesoro.»
Disse in modo gentile stampando sulla bocca un sorriso formato Natale.
All'altezza del seno destro, la donna, aveva un cartellino di riconoscimento con una foto: Lyse c'era scritto. L'immagine la ritraeva sorridente su uno sfondo bianco. Lo scatto doveva essere stato fatto qualche anno prima a vedere dai segni lasciati dall'acne su quelle guance all'epoca paffute.
Sembrava quasi un volto familiare, quello. Rimase a fissare la donna, sicura di averla già vista da qualche parte. Poi si scostò. Rimase in silenzio, allungò solo la mano mostrandole il foglietto.
«Ma piccola mia, non posso fornirti questo medicinale.»
Pronunciò la farmacista quasi scioccata da quello che aveva potuto leggere sulla ricetta medica.
«Me l'ha ordinato il medico, me lo deve dare.»
Rispose dura Vika, pronta a tutto per ottenere ciò che le era dovuto.
«Non posso. Sei troppo piccola e poi a che ti serve? Non mi sembra che tu ne abbia bisogno.»
Continuò il medico, con un tono più da madre che da commerciante.
«Mi serve per la mia cura, e poi non sono piccola ho 16 anni.»
Ribatté la ragazza con decisione dal suo metro e cinquanta nascosto dal bancone.
«Va bene calmati, ma figlia mia, ci sono altri modi per combattere certe malattie. E poi alla tua età avrai tanti divertimenti, tante cose da fare, e sicuramente avrai mille modi per far passare il tempo.»
Con tono persuasivo la commessa cercò di far cambiare idea a Vika.
«E' questo che non voglio, che il tempo passi.»
«Un giorno capirai che solo il tempo può farti stare meglio.»
«Una vita di attese non fa per me, Lyse.»
Fine dei discorsi.
Zitta la donna consegnò la scatoletta a Vika.
Si recò a casa di corsa. Le chiavi strillavano dentro la borsa a tracolla ogni volta che saliva e scendeva sui marciapiedi. Le strade erano ancora semi deserte. Giunta nel vialetto dell'abitazione Block, il suo cane, si mise ad abbaiare sentendola arrivare. Aprì la porta e la chiuse sbattendola. Si sedette di fronte al tavolo in castagno della cucina ed estrasse la scatolina dalla bustina di carta recante il nome della farmacia.
Osservava la scatola con ammirazione come se fosse un'antica reliquia. Con fiato sospeso e sguardo attonito rimaneva seduta senza accorgersi che il cane, sotto le sue gambe, ringhiava in cerca di attenzioni, non riuscendo però a distrarla dal suo prezioso medicinale.
La scatola rimaneva lì, chiusa; sembrava che a Vika mancasse la chiave per aprirla. Si fece forza, non poteva rimanere in attesa tutto il pomeriggio. Fece un gran respiro e strappò l'involucro.
All'interno un'unica pastiglia.
Vika rimase stupita.
" ? " Pensò.
Forse il dottore ha sbagliato ricetta, o forse mi ha prescritto una medicina fasulla per farmi felice; e se fosse stata la farmacista a farmi un brutto scherzo?
Tutti questi interrogativi circolavano nella sua testa mentre guardava quella pillola appoggiata sul tavolo. Perfino Block sembrava essersi ammutolito.
Vika guardò bene all'interno della confezione in cerca di qualcos'altro e infilandoci un dito trovò un piccolo foglietto illustrativo.
Non sembrava però il classico foglio pieno di indicazioni e controindicazioni, consigli sull'uso, sul monouso, sulle dosi da prendere.
Recava una sola e semplice frase in una delle due facciate:

" TUTTO CAMBIERÀ DOPO L'USO "

La fronte della ragazzina si corrugò maggiormente dopo aver letto quelle parole.
Che significava? Che doveva fare? Doveva fidarsi?
Diede un attimo retta al cane che ancora ringhiava versandogli un po' di cibo nella scodella. Poi tornò sui suoi passi.
Tra poco sarebbe rientrata sua mamma, forse avrebbe potuto chiedere un suggerimento a lei, magari assumendo solo mezza pasticca per il momento.
Si sedette di nuovo sulla sedia di fronte alla tavola.
Prese in mano l'involucro. Lo smontò e lo ricompose, ma niente di nuovo emergeva. Non c'erano date di scadenza né marchi nel cartone, ma solo il nome del medicinale che come sempre non si sa mai cosa significa:

" DOXEPINA "

Medicina, medicina mia, per un motivo ti ho comprata ma quanto sei strana.
Disse fra sé e sé.
Ovale, simile ad un ovetto di cioccolato, color roseo, almeno dalla forma sembrava un farmaco normale e nessun odore particolare emergeva annusandolo.
Doveva sentire il parere di qualcuno. Prese il cellulare dalla borsetta e chiamò la sua migliore amica, Venarea.
«Pronto Venarea, ciao sono Vika, senti ti devo assolutamente parlare, puoi venire a casa mia, ora?»
«Ciao, adesso? Io stavo per uscire, devo trovarmi con Ania al parchetto tra pochi minuti.»
«Dai ti prego, è importante! Mi devi aiutare. E' una cosa che potrebbe cambiare la mia vita, per sempre!»
«Sembra che parli sul serio Vika, sei incinta?»
«Ma no stupida! Dai vieni qua che ti spiego.»
«E va bene, chiamerò Ania e le dirò che non posso andare, aspettami!»
«Si si, fai presto, a dopo!»
Riattaccò il telefono e 15 minuti passarono prima che il campanello suonasse.
Vika spalancò la porta.
«Eccomi! Allora dimmi tutto!»
Urlò l'amica.
«Parla piano, non vorrai che ci sentano i vicini!»
«Scusa.»
Vika allungò l'indice in direzione della tavola chiudendo la porta.
«Quello è il problema.»
Disse.
«Ma cos'è? Non vedo niente da qui.»
Sentenziò Venarea dalla sua miopia.
«Vieni, avvicinati, forza!»
Entrambe si accostarono alla cucina.
«Una pillola? E tu mi hai fatto venire qui per quella?»
Disse l'amica vedendo il medicinale appoggiato sul tavolo.
«Ascolta lo so che sembra stupido, ma oggi sono andata dal dottore per chiedere una cura e lui mi ha prescritto questa cosa, solo che guarda, guarda la scatola, non c'è scritto niente e leggi sul foglietto.»
«Tutto cambierà dopo l'uso... Che significa?»
«Non lo so, non so che fare, per questo ti ho chiamata. Non so se devo prenderla, se devo buttarla, se darla al cane, non lo so.»
«Potresti si, farla assaggiare a Block, tanto che effetto vuoi che gli faccia?»
«No. Poi se sta male chi lo cura? E se facciamo a metà io e te?»
«A me non mi interessa che tutto cambi!»
«Già, sono io quella che cerca la soluzione ai miei problemi, credo che la prenderò allora.»
«Ora? Aspetta, pensiamoci un momento!»
«È qui davanti a me, che devo aspettare? Ormai, e poi non voglio che mia mamma sappia niente di questa roba, per cui devo. Mi sono convinta, avevo bisogno di qualcuno vicino per farlo.»
«Va bene Vika, se proprio vuoi...»
«Passami un bicchiere d'acqua.»
«Tieni.»
«Stringimi la mano.»
Vika prese la medicina, la scartò dall'involucro, la mise in bocca, bevve dal bicchiere, chiuse gli occhi e la mandò giù con l'acqua.
Ora sarebbe tutto cambiato, almeno secondo il foglio.
«Allora come ti senti?»
Chiese con una smorfia l'amica come se l'avesse presa lei.
«Normale, non sento niente, forse ci vuole un po' affinché faccia effetto.»
Rispose Vika tranquillamente.
«Si probabile. Allora senti Vika, io vado a casa, se hai bisogno, se stai male chiamami,ma non ti preoccupare, non succederà niente...»
Concluse Venarea.
«Ma io voglio che qualcosa succeda.! Altrimenti perché avrei fatto tutto questo? Si sono tranquilla e poi basta non pensarci.»
«Esatto, non pensarci. Ciao, ci sentiamo.»
«Ok ciao!»
Venarea tornò a casa e Vika rimase sola, sola con la sua pillola in corpo.
Un po' di timori li aveva, poi cercava di distrarsi, ma il pensiero era costante e circolava e circolava nella sua testa, finché arrivò sua madre e si calmò.
E venne la notte, bevve una tazza di latte, ma non ebbe sonno.
Continui incubi, sudori, gola secca, insonnia, forse erano gli effetti del medicinale che ora si era sciolto nello stomaco e saliva fino alla punta della lingua.
Alzatasi dal letto la mattina seguente, la ragazza, si guardò allo specchio. Si spogliò scrutando ogni zona del suo corpo, ogni neo, ogni punto nero e pelo incarnito, ma niente era cambiato.
Non stava neanche male, andò a scuola assonnata, passò la giornata normalmente come ogni giorno.
Fu una giornata talmente normale che prese anche un quattro in matematica.
Così fu il giorno seguente, quello successivo ancora e così via. Non succedeva assolutamente niente. Che fregatura quella pillola, tanti problemi, e non accadeva niente, la noia era rimasta uguale, pensava la sfiduciata ragazza.
E poi venne un giorno piovoso piovoso, piovoso a dirotto. Il cielo era grigio, i capelli di sua mamma erano grigi, la strada davanti casa nera, le nuvole scure, sembrava che i colori fossero spariti .Ora su ora e la situazione non cambiava, aveva passato il giorno in totale tristezza per quel cielo oscuro depresso.
Giunse la notte. Bevve una tazza di latte preparata dalla madre. Si mise a letto e sognò semplicemente quello che non aveva visto durante il giorno: gli alberi colorati di azzurro, il cielo arancione, il sole rosso, il prato di casa viola, gli uccelli a pallini e le case rosa. Tutto strano ma normale in quel sogno che esprimeva spruzzi di pigmenti posti in modo causale come se Dio si fosse divertito a invertire ogni sorta di razionalità di riflessione della luce.
«Vika? Vika su svegliati che devi andare a scuola.»
Era già mattina. Non aveva sentito la sveglia. Sbadigliando scese in cucina, fece colazione bevendo una tazza di latte e mangiando una brioche ad occhi semichiusi e poi si chiuse in bagno per lavarsi.
Le mattonelle della stanza stranamente non avevano il solito colore blu scuro, ma riflettevano una luce rosea proveniente dalla finestra. Allora la ragazza si affacciò sbadigliando ancora e vide quello che aveva sognato: le foglie degli alberi azzurre, il cielo arancione, il sole rosso, il prato viola, le case rosa.
Strofinò bene gli occhi con l'acqua, forse è il sonno che mi altera i colori, pensò.
Ritornò alla finestra ma tutto era uguale a prima. Sembrava uno scherzo.
«Mamma che è successo fuori?»
«Fuori dove?»
«Fuori. Agli alberi, al prato, al cielo...»
«Non lo so, provo a guardare, forse tuo padre ha tagliato l'erba!»
La madre si affacciò alla finestra.
«Mi sembra tutto normale. Però forse una cosa è successa. Il signor Alfred ha cambiato cassetta della posta!»
«Lascia stare mamma, vado a scuola, ciao.»
Disse la figlia desolata da tale indifferenza.
E Vika camminava tra mille colori sbagliati e tutto sembrava così irreale e incredibile. Il mondo era cambiato, le foglie le cadevano lungo i lunghi capelli resi bordeaux dal sole, mentre gli occhi si facevano ciliegia tra i prati viola. Un cane bianco con quella luce divenne rosa. Poi passò un uccello a pallini rossi che si fermò a bere l'acqua di una fontanella verde scuro.
Sembrava di essere all'interno di una favola. Mancava forse qualche lupo cattivo e dei maiali intenti a costruire case e tutto sarebbe stato perfetto. Vika iniziò anche a sentirsi felice in quel mondo stralunato.
Giunse a scuola e Venarea le venne incontro.
«Ciao Vika come stai?»
Chiese la compagna.
«Benissimo! Dimmi Venarea, di che colore sono le foglie di quell'albero?»
«Che domande fai? Ti si sono bruciate le pupille? Azzurre come sempre, di che colore devono essere?»
Rispose l'amica.
La favola era conclusa.

" TUTTO CAMBIERA' DOPO L'USO "

Risuonò nella testa di Vika. Il sogno. Il sogno che aveva fatto la sera prima si era misteriosamente realizzato, e ora poteva immaginare tutto ciò che voleva? Chiese a sé stessa. Non solo lei ma anche gli altri vedevano i colori sballati, anche gli altri subivano le conseguenze di quello che aveva pensato e visto nella sua mente. Che altre conseguenze avrebbe potuto indurre all'universo?
E venne notte, bevve del latte, ma aveva paura di addormentarsi. E se avesse fatto un incubo? Sognato la morte di qualcuno? Che cosa sarebbe successo?
Non chiuse occhio per tutta la nottata.
La mattina seguente, pur essendo molto stanca, si preparò come sempre, fece colazione sicura dei cambiamenti che erano avvenuti. Chiuse la porta di casa e attraversando il giardino notò che l'erba era ritornata verde, il cielo azzurro, il sole giallo, le foglie giallastre. Si strofinò per bene gli occhi ma era tutto di nuovo normale. Non capiva, era in preda alle allucinazioni?
Arrivò a scuola e si recò immediatamente dalla sua amica.
«Venarea di che colore sono le foglie di quell'albero?»
Chiese spaventata.
«Ancora? Stai dando i numeri? Me l'hai chiesto ieri!»
Rispose seccata la ragazza.
«Su rispondi! Non fare domande!»
«Verdi-giallastre sta arrivando l'autunno.»
Già l'autunno, poi sarebbe giunto l'inverno, il freddo, il ghiaccio, la neve.
E Vika stanca dopo la scuola si posò sul divano e sognò. E vide lei piccolina che giocava fuori casa con la neve che lanciava contro il povero Block. Il naso era freddo, la bocca ghiacciata e gli addobbi natalizi coloravano le case e i giardini circostanti.
Il luccicare di alcune luci la svegliò. L'albero di Natale sovrastava il divano su cui era distesa. I regali erano pronti e stipati in tanti pacchettini, le canzoni natalizie musicavano l'aria.
Arrivò sua mamma, le mise il cappottino che aveva da piccola, il berretto, i guanti e la portò fuori nel giardino.
La neve scendeva lenta, quasi fosse immobile nell'aria. Non si stava rendendo conto di nulla, intenta a giocare con Block e la madre. Era tornata bambina e il suo cervello non capiva quello che era successo. Le luci lampeggiavano di mille colori, non si udiva nessun rumore, i capelli si facevano bagnati.
«Dai vieni qui a fare il pupazzo di neve!»
Urlava la giovane mamma.
E le sue piccole manine raccoglievano piccole pallottole di ghiaccio che gradualmente andavano a dare forma al manichino. Una carota, due biglie, una vecchia sciarpa: ora l'opera era fatta e magico divenne quel momento lontano.
Poi tutti dentro ad asciugarsi sul fuoco del caminetto bevendo una bella tazza di latte caldo. E Vika osservava i regali recanti il suo nome che domani avrebbe aperto, finché si addormentò sul divano piena di gioia.
«Vika? Vika, su svegliati.»
«Mamma, i regali!»
Esclamò la piccola.
«Quali regali tesoro? Su alzati che è ora di cena.»
«Mah?»
Capì solo in quel momento: la pillola aveva fatto ricomparire le cose pensate. Questa volta erano vecchi ricordi a colori sbiaditi.
Fece un gran respiro, quello che succedeva era troppo strano. Doveva andare dal dottore a chiedere cosa le stesse succedendo, oppure recarsi in farmacia per avere informazioni sul farmaco.
Però ormai era passato del tempo, magari non si ricordano di me o di avermi dato qualcosa; prima o poi tutto questo finirà e questa storia rientrerà nel passato disse la sua mente.
Arrivò la notte, bevve il latte, ma non aveva sonno. Decise di uscire. Mise gli anfibi, una giacca in pelle scura e andò fuori. Si stava stancando di quelle allucinazioni. Stava diventando pazza, confusa. Raggiunto il parco si sedette su una panchina. Si coprì il volto con le mani, meditando su quelle strane esperienze.
Il vento iniziò a soffiare forte, le foglie a terra formarono cerchi danzanti accompagnati da cartacce e lei si ritrovò nel mezzo. La terrà incominciò a tremare sotto i suoi piedi, il cielo divenne scuro, le foglie scomparvero, tuoni caddero dall'alto mentre gli alberi si piegavano dalla forza del suolo. E poi fiamme d'inferno emersero dai crateri formatisi mentre le stelle scappavano veloci come asteroidi sull'atmosfera. In tutto questo caos, Vika rimase immobile con i capelli svolazzanti. Incrociò le gambe, fece brevi e intesi respiri compiendo con le braccia lenti movimenti a spirale con il fuoco che spuntava alle sue spalle e il cielo illuminato a giorno dalle stelle cadenti.
E poi venne, con orgasmo e con pudore, e tutto sopra lei si colorò di bianco e ogni cosa sparì quando scoprì gli occhi ansimando per l'ultima volta.
Era l'alba.
Un altro effetto collaterale della pillola. Doveva subito tornare a casa. Si alzò dalla panchina e inciampò dentro una piccola crepa. Si mise a correre veloce, spaventata, sotto la luna piena che illuminava ogni cosa lungo la strada. Il fiatone aumentava sempre di più ad ogni passo compiuto mentre ad ogni minimo rumore si girava di spalle intimorita che qualcosa o qualcuno la stesse inseguendo.
Entrò in casa.
Sua mamma era in piedi ad attenderla.
«Dove sei stata?»
Chiese cupa in volto.
«Mamma, mi sono addormentata al parco, non lo so cosa sia successo...»
«Non dirmi bugie Vika!»
«Te lo giuro mamma, non mi sono sentita troppo bene, non so cosa mi stia capitando in questi giorni, sto avendo dei strani sogni.»
«Forse potrebbe essere uno sconvolgimento dei tuoi ormoni. Sai questa una fase molto importante nella crescita di un'adolescente, ed è facile nutrire interessi nuovi per i ragazzi. Hai avuto rapporti sessuali? Sei incinta?»
«Ma no!! Che dici! So gestire i mie ormoni e se avrò bisogno di un tuo consiglio verrò a chiedertelo, ora vado in camera e oggi non vado a scuola, ciao!»
Vika si diresse verso le scale.
«E usa il preservativo!!»
Urlò sua madre.
Aspettò che la mamma andasse a lavoro e poi di corsa si recò dal dottore, voleva chiarire, capire cosa le stava succedendo.
«Ciao Vika.»
«Salve dottore, veniamo subito al dunque.»
«Dimmi tutto piccola...»
«Si ricorda che qualche tempo fa sono passata da lei?»
«Certo, e devo anche averti somministrato qualche farmaco se non sbaglio...»
«Esatto, ed è proprio a causa di quel farmaco che sono qui.»
«Ti sei sentita male?»
«Mi sono successe delle strane cose...»
«Probabilmente sarà stato un effetto collaterale magari dovuto ad un sovradosaggio...Vediamo qui cosa ti ho dato...si quel medicinale per la febbre. Che cosa ti è capitato?»
«Ho avuto un qualcosa simile a delle allucinazioni, direi, ma quale febbre scusi?»
«Per la febbre che ti ha colpito, comunque hai avuto mal di gola, insonnia?»
«Si dottore. Comunque si chiama DOXEPINA il farmaco che ho preso.»
«Ah tu intendi la DOXEPINA...Devi sapere che è facile che succeda, sono capitati vari casi del genere su pazienti facilmente suscettibili, penso che tua mamma te ne avrà parlato. La DOXEPINA è un forte antidepressivo per cui può averti indotto a qualche allucinazione visto la tua giovane età. Stai tranquilla...»
«Antidepressivo? Io volevo qualcosa che mi facesse stare meglio, invece quelle non erano semplici visioni: i sogni si sono trasformati in realtà! Che c'entra mia mamma?»
«Forse non avrei dovuto fornirti quel medicinale, ma tua mamma mi ha pregato tanto di porre rimedio alla tua situazione. In genere sono pochi gli esempi in cui questo farmaco viene dato ai minorenni. Solo in caso di un forte trauma un medico ne consiglia l'uso. Chiamerò tua mamma e le dirò di smettere di somministrartelo.»
«Che sta dicendo? Io ho preso l'unica pasticca che c'era nella scatola e c'era pure un bigliettino con scritto che tutto sarebbe cambiato...»
«Su Vika, devi essere un po' frastornata, nella confezione ci sono venti pastiglie.Abbiamo deciso di fartele prendere a tua insaputa per non aggravare la situazione.Tua mamma ne scioglie una la mattina e una alla sera nel latte che bevi. So che non è piacevole, ma tu non ti sei più ripresa...Forse dovremmo stabilire un incontro con un analista, lui saprà gestire meglio la tua situazione. Purtroppo noi non abbiamo ottenuto i risultati sperati. Aspetta! Dove stai andando? Vika!»
Vika non rimase oltre, scappò confusa, incredula, non si era più ripresa da cosa? Corse in farmacia, doveva incontrare la farmacista bionda che le aveva dato la scatoletta e farsi dire esattamente cose le stava capitando.
Entrò nel luogo dall'aria salubre, le venne incontro un anziano dottore.
«Salve, volevo sapere se c'è la signorina Lyse.»
Disse in modo pacato la piccola.
«Come scusi? Lyse?»
«Si esatto, quella ragazza bionda, alta più o meno così che lavora qui da voi.»
«Mi dispiace deluderla signorina, ma qui non lavora e non ha mai lavorato nessuna Lyse.»
Le porte si chiusero prima che la sua ombra potesse uscire. Stava tutto diventando un brutto incubo. Prima il dottore che le confida che sta assumendo un antidepressivo, poi l'infermiera che non è mai esistita. Che altro ancora le avrebbe sconvolto la vita? Guardava le sue mani e si toccava il volto cercando di capire se anche se lei fosse vera, falsa o una allucinazione. Si diresse al parco nell'unico posto in cui avrebbe potuto meditare, sola, sugli eventi.
Si chiuse in se stessa su quella stessa panchina che l'aveva vista protagonista di una visione, e poi, socchiudendo gli occhi, la memoria la portò indietro nello stesso parchetto dove, una Vika un po' più giovane, pareva inseguire una ragazza presumibilmente. Ma costei sfuggiva sempre più distante e lontana senza farsi vedere mentre Vika la rincorreva urlandole di fermarsi.
Si riprese da quel pensiero, il sole che penetrava tra gli alberi le abbagliava la fronte e come un riflesso intravide una figura femminile nel parco. Si alzò e le andò incontro. La donna aveva dei lunghi capelli biondi ed era girata di spalle, pareva Lyse dalla corporatura. Vika urlò, ma la ragazza si scostò maggiormente, Lyse chiamò, perché poi? La donna aumentò il passo della corsa e Vika la vide allontanarsi ancora di più.
«Lyse dove scappi, fermati!»
La donna sembrava non sentire, come un fantasma sfuggiva ad ogni percezione finché sparì nel nulla.
Vika rimase così foglia morta in mezzo alla strada.
Un leggero venticello squassava il fogliame secco e ruvido che strofinava come carta vetrata l'asfalto. La luna alta penetrava nella sua camera rendendo argento ogni cosa al suo interno. Piangeva affacciata alla finestra, al chiaro di quella luce che però non illuminava la sua mente. Aveva fatto finta di bere il latte preparato da sua madre gettandolo nel water; probabilmente il dottore non l'aveva ancora chiamata. Rimase lì immobile a fissare il nulla. Si scostò dalla tristezza del momento, rivolgendo le sue attenzioni ad oggetti del passato posti sulle mensole. Pupazzi che la rimandavano a vecchie memorie, a vecchi giochi, bambole che ricordavano vecchie compagnie, vecchi felici passatempi. E questa Lyse, anche lei faceva parte del passato?
Venne la notte più profonda, il cielo si annuvolò, il vento soffiava prepotentemente, il chiaro di luna sparì invaso da frastuoni di ogni tipo che creavano brevi e intensi attimi di luce.
Sentì lo squillo del telefono, poi dei pesanti tonfi risalire le scale e sua mamma che sbattendo la porta le dice di alzarsi che devono andare subito via.
La pioggia è incessante, Vika non sa nulla, non osa aprire bocca, ha con sé Block. Salgono nell'auto, la madre ansima guidando. La visibilità è scarsa, il tergicristalli sembra impotente a tutto quello scrosciare, i vetri s'appannano ad ogni respiro. Con la fretta di chi sa che qualcosa è successo, la mamma sorpassa le altro auto, gli stop diventavano dei lascia passare.
D'improvviso, come un oasi nel deserto, appaiono delle luci lampeggianti blu in fondo alla via, ma sembrano ancora lontanissime. La mamma apre la portiera, scende, sparisce nell'acqua, Vika la insegue, si inzuppa i piccoli piedini, regge fra le braccia il fradicio cane. Dei poliziotti hanno messo delle transenne e del nastro attorno alle loro auto. La mamma urla, non si capisce, dei medici caricano un corpo ricoperto da un sacco nero all'interno dell'autoambulanza, una vettura distrutta risiede contro un albero. La mamma corre verso la barella, cercano di trattenerla, un dottore apre il sacco, la testa staccata dal corpo scivola giù dalla barella: quello è il volto di Lyse.
In questo momento Vika non sa più delimitare il confine della realtà con quello della finzione.
«Mi dispiace per sua figlia...»
Dice un poliziotto sotto la sua mantellina scura.
Sua mamma l'abbraccia forte, la pioggia si unisce alle lacrime, non c'è nulla che le protegga.
Il volto di Vika è bagnato, il forte vento ha aperto la finestra, la tempesta non è ancora finita. Era tutto un sogno?
«No...»
Emerse dal buio una sagoma che si intravedeva in un angolo della stanza.
«Chi sei?»
«Tua sorella...»
«Lyse?»
«Annelyse...»
Il cuore di Vika smise di battere. Per molto tempo si era sottratta ai pesanti ricordi del passato che invece avevano continuato a vivere dentro di lei consumandola lentamente. Aveva trovato mille scuse per sottrarsi alla realtà, alla scomoda verità, fino a trovare un'illusoria cura a base di farmaci.
«Ci sei sempre stata tu al mio fianco, ora ricordo bene. Era con te che sognavo un mondo colorato e non grigio, dove gli alberi diventavano azzurri e i prati viola,dove non ci fosse razionalità nelle cose ma solo fantasia e divertimento. Era con te che andavo al parco a vedere le stelle cadenti immaginando che cadessero formando grandi fuochi. Erano tuoi i regali che aspettavo sotto l'albero di Natale;la mia sorella che ho sempre chiamato Lyse, colei che ho cancellato per non stare male, a cui ho attribuito tutta la mia tristezza. La persona dalla quale ho cercato una cura per sentirmi felice, ora è qua di fronte a me per dimostrarmi che ho sbagliato, ma io non sapevo cosa fare. Questa è l'unica cosa che posso dirti per discolparmi...»
«Non devi scusarti, né pentirti delle tue azioni. La soluzione, la cura che cerchi è sempre stata dentro di te e non nascosta in una pillola. Hai creduto che cancellando ogni cosa triste avresti iniziato a pensare alle cose felici, invece no Vika, ogni sconfitta, ogni cosa deprimente e brutta nella vita servono a renderti più forte se sai tenerle come testimonianza di come si possa toccare il fondo, perché solo una volta arrivati a tastare il punto più profondo della nostra esistenza si cerca il modo per risalire. Ma tu no, hai voluto fare finta di non esserci mai arrivata e hai cercato di salire per una corda che non è mai esistita. Così hai eliminato me, tutto quello che significavo per te e ogni tuo contatto col passato che tanto amavi, finendo per rendere il tuo presente una lunga agonia...»
«E ora? Che devo fare?»
«Vivi Vika, aggrappati ad una corda e non smettere di salire. Scalare è difficile ma
non impossibile...»
«E tu, dove andrai?»
«Io? Sarò sempre nel tuo presente ora che non dovrai più rinnegare il passato...»
La luce del nuovo giorno penetrò nella stanza, il temporale era finito anche se del suo passaggio non rimaneva nessuna traccia. Aprì un cassetto del comò ed estrasse una polverosa scatolina. All'interno c'era una foto che ritraeva una piccola Vika abbracciata ad Annelyse. Posò la foto su una mensola vicino ad altre foto. Scese le scale, l'odore del caffè si diffondeva nell'aria, sua mamma stava preparando la colazione.
«Buongiorno tesoro! Allora come stai? Ti è passata la febbre? Potresti andare dal dottore oggi se non stai bene...»

Simon Trumpet

2 commenti:

  1. Dunque...non so bene da dove cominciare visto che più e più volte ho pensato e sentito cose diverse...
    Un analisi da critica non la so fare, visto che non lo sono...ma la sensazione di inquietudine e ansia iniziale si è trasformata lentamente in angoscia fino ad un improvvisa tenerezza finale.
    Ciò che mi provaca, mi piace.
    Ciò che mi cattura, mi attrae.
    Complimenti Scrittore
    Francesca

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  2. pelle d'oca
    ansia
    tristezza e poi...finalmente calma.
    bravo tromb

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