Vidi un deserto che si estendeva oltre i confini dell’orizzonte. La linea che separava il cielo e la terra non era visibile, perché erano tutt’uno; respiravo sabbia e camminavo su nuvole dune. Avvertivo una sensazione di pace, quasi di un piacere orgasmico, perché non c’erano rumori. Non sentivo nulla, se non il mio spirito ramingo. Il sole pareva non esistere, eppure la luce era ardente e l’unico colore che dominava era questo intenso giallo pieno come l’oro. Tuttavia, questo luogo arido e infinito non mi dava la sensazione di dispersione, anzi, non provavo nemmeno caldo. Il calore sembrava non esserci. Questi raggi che mi accecavano, che provenivano da ogni dove, non mi bruciavano la pelle. La salivazione era normale, come il respiro. Anche la mia camminata era fluida, la sabbia non pesava, i miei piedi affondavano su questi chicchi dorati senza essere inghiottiti. Era come se fossi da sempre abituato, come se fossi adatto a quell’ambiente, eppure non c’ero mai stato! Mi muovevo liberamente, non aveva bisogno di nulla che mi aiutasse ad orientarmi, ovunque andassi non aveva importanza, perché stavo bene, ero in pace. Mai stato in un habitat così purifico, su quelle dune potevo nuotarci! Insomma era tutto estremamente piacevole, finché comparve lui.
All’inizio pensavo di aver avuto un abbaglio. Una allucinazione dovuta al caldo. Ma se non avvertivo nessun senso di calore come poteva essere? Come poteva esserci qualcun altro in quel paradiso? Effettivamente mi rendevo conto che qualcosa o qualcuno all’orizzonte si stava muovendo. Un grande punto nero, che non riuscivo ancora a suddividere in altre unità più piccole. Aumentai il passo, per la curiosità, anche perché non capivo se quella cosa stava venendo nella mia direzione o si allontanava. Ebbi la paura che potesse scomparire, così come era comparso. E anche le mie sensazioni mutarono, ora non ero più in pace, non ero più solo. Ora che camminavo per un motivo, la sabbia appariva sempre più pesante e il clima sempre più arido. Avvertivo i raggi piovermi perpendicolari sulla mia testa. Mi tolsi la maglia, iniziai a sudare, cosa impossibile solo pochi minuti prima. I liquidi sgrondavano dalla mia nuca. Mi ripulivo col braccio quelle infinite gocce che scendevano. Terra e aria stavano però ancora là, distanti, immutati nella loro fusione e quel punto rimaneva sempre distante. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Non avevo nulla da bere, e nulla che potesse assomigliare a un’oasi. Solo quel punto, lontano, lontano. Proseguivo da ore, avevo gettato anche le scarpe. Delle vesciche mi si erano formate sotto i piedi. La sabbia fregiava la pelle e il dolore diventava ad ogni passo insopportabile. Con la maglia in testa per proteggermi dal sole assomigliavo ad un fachiro improvvisato. Il vento rimaneva immobile, l’unico odore che si diffondeva era quello del mio sudore acido che da molto tempo non assumeva liquidi. Il puzzo era nauseabondo, oramai quello che usciva dai pori erano i miei organi interni che evaporavano. La mia camminata non era più snella, i muscoli delle gambe si erano induriti. L’unico stimolo che mi portava avanti era che ogni tanto scorgevo il punto fermo, più visibile, quasi da distinguerne un suo tratto, ma probabilmente ero solo allucinato.
Continuai quell’inutile inseguimento non so per quanto tempo e arrivato all’estremo delle forze, allungai una mano, come se in quel modo potessi afferrarlo cadendo nella sabbia.
Fu un rumore, un verso, che mi risvegliò. Il sole ancora non si vedeva eppure la luce era rimasta uguale per forza e intensità. Non so per quanto persi i sensi. Mi alzai, un po’ confuso e di nuovo quel suono. Guardai. C’erano dei cammelli. Cinque cammelli. Pensai che fossero la mia salvezza. Ma mi salì anche il dubbio se fossero stati loro l’oggetto misterioso che per ore avevo inseguito. Accarezzai il primo a cui mi avvicinai. Erano mansueti, si facevano toccare senza nessun problema. All’orizzonte ancora nulla. Stetti così, in piedi fermo. Potevo cavalcare gli animali, da qualche parte mi avrebbero portato. Ma non sapevo bene che fare.
«Quello che cerchi, costruiscilo»
Sobbalzai all’indietro. Possibile? Il cammello aveva parlato? Volevo dire qualcosa, ma le labbra si muovevano a vuoto. La gamba mi tremava, dovevo avere qualche problema con la sete. Non poteva aver parlato l’animale. Rimasi in silenzio, attesi che dicesse ancora qualcosa. Spronai la bestia. Volevo che ripetesse quanto detto anche se avevo inteso benissimo.
Poi si mossero. Iniziarono a passo lento ad andarsene. Cercai di fermarli, ma niente, non obbedivano. Le gambe ritornarono a farmi male, le vesciche a sanguinare. Non potevo seguirli ancora una volta all’infinito. Decisi di lasciarli. Mentre osservano i cammelli in fila indiana tramutare in un punto nero sempre più piccolo e piccolo, mi accorsi che alle mie spalle ora si presentava un edificio. Era alto una ventina di piani, imponente, bianco, sovrastava in ogni dove il nulla attorno. Era disabitato, nessun rumore, nessun segno di vita emergeva da quella presenza umana. Dentro, i corridoi erano lunghissime strade interrotte solo da porte e finestre. Le stanze erano vuote. Nessun mobile, nessun oggetto. Tutto vuoto. Quel luogo era più inquieto del deserto. Prosegui per le camere in cerca di qualcosa, doveva pur esserci qualcosa. Assomigliava ad un hotel ma così ridotto poteva anche essere un castello medioevale. Salii le scale, tutti i venti piani di rampe fino a trovare la botola che conduceva al tetto. Speravo che da quell’altezza potessi scorgere più in là dell’orizzonte. La luce sempre uguale, il giallo che predominava quell’universo, il calore impercettibile, lo stesso paesaggio da cima in fondo. Stavo con le mani nei fianchi, era assurdo, che non ci fosse altro che sabbia tutt’attorno; quando qualcosa mi sfiorò i capelli.
Un foglietto piovuto dal cielo. Recava un numero, il 237. Mentre l’osservavo con lo sguardo abbassato, fisso su quel pezzettino di carta, successe una cosa ancora più isolita: il cielo si annuvolò. Mi girai attorno. Le nuvole stavano velocemente coprendo il mare dorato. Il nero si sostituì alla luce e una goccia sbatté sul mio naso. Le gocce, una dopo l’altra, ora davano un suono continuo e penetrante in quel deserto inanimato. Corsi all’interno dell’edificio. 237 doveva essere il numero della stanza che dovevo cercare. È lì che avrei trovato quello che stavo cercando, ma cosa stavo cercando? Non era assolutamente facile scoprire quale fosse la camera, perché nessuna era numerata. Dovevo passarle tutte. Così feci. Dall’ultimo piano. Correvo, passavo da corridoio a corridoio. Fuori la tempesta impazziva. La sabbia si sollevava formando uragani sabbiosi che tutto risucchiavano. Dovevo sbrigarmi. A fatica mi muovevo in quel labirinto, scalzo, col sangue che formava le mie impronte. Il vento sbatteva forte contro le finestre. Il palazzo vibrava sotto i colpi di quell’infermo. Giravo alla cieca.
237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237, 237.
Ripetevo dentro me. Ossessionato di trovare quella maledetta stanza.
Dove sei!! Esci!!
Tonfi più forti, più potenti, provenivano da quelle abitazioni morte. Alcune finestre esplosero, la tempesta tempestava sempre più furiosamente. Le schegge di vetro vorticarono nell’aria pizzicandomi il viso. Avanzavo comprendoni il volto con le mani. Stava diventando impossibile proseguire, perfino la sabbia circolava all’interno. I granuli mi finivano in bocca, tossivo. Mi coprì la bocca con la maglia. La pelle era gonfia come punta da mille aghi. L’uragano penetrava nell’albergo come dentro me, dentro il mio cervello, 237, 237, 237. L’aria mi sobbalzava qua e là. Camminavo come in assenza di gravità. Poi vidi il cammello passare in fondo al corridoio. Fermo! Urlai. Spingevo le braccia in avanti, come se nuotassi. Sputai della sabbia. Arrivai all’angolo, dove l’animale aveva svoltato. 237, 237, 237, c’era scritto su una porta. Chiaro 237. Ero giunto. Spinsi, varcai la soglia. Qui gli effetti dell’uragano sembravano spariti. Della bestia nessuna traccia, di nuovo catturato da un mondo parallelo. C’era una cassaforte posta a terra. L’ultimo rebus. Digitai i primi numeri che mi vennero in mente, 237, ma erano sbagliati. Continuai così, inutilmente. Troppi errori, l’immunità della stanza stava svanendo. L’uragano stava strappando l’edificio dalle fondamenta. Vedevo interi blocchi di cemento armato andarsene in alto verso le stelle. Mancava poco e mi avrebbe polverizzato. Nessuna combinazione sembrava adatta.
«Quello che cerchi, costruiscilo»
Risuonò ancora una volta. Tirai la maniglia e lo sportello si aprì. La porta fu spazzata via. Il pavimento iniziò a sgretolarsi, tutto stava sparendo. All’interno un foglio. Con una mano mi aggrappavo alla cassaforte, le gambe stavano per essere risucchiate, i capelli strappati da quel vento, le unghie che s’allungavano tese, gli occhi spinti in avanti per leggere il foglietto con le ultime forze e…
Drinnnnnnn
«Il suo tempo è scaduto…»
«Proseguiamo la prossima volta, dottore?»
«Si, non si preoccupi, abbiamo tutto il tempo che vuole. Ma mi tolga una curiosità: che c’era scritto nel foglietto?»
«Semplicemente “altri 50 euro da pagare”. Arrivederci.»
Simon Trumpet
giovedì 9 dicembre 2010
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Eccheca...!!!
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